Giovanni La Rosa, Bob Marley Un Piccolo Grande Uomo, Molto Più Di Un Cantante

Bob Marley Un Piccolo Grande Uomo, Molto Più Di Un Cantante
lunedì 23 maggio 2011, posted by giovanni.larosa at 16:03

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Sono passati trent’anni dalla scomparsa prematura di un uomo che aggiunse dei valori all’arte della musica, attraverso una sensibilità, che fu espressione di pace e di amore, rivolta a Dio, alla natura e alla gente.

Robert Nesta Marley, nei 36 anni della sua intensa vita, dedicò tutto se stesso verso gli altri, riassumendo la sua esistenza

in questo concetto: «La mia vita è importante solo se posso aiutare molte persone; se la mia vita sono io e la mia sicurezza, io non la voglio! La mia vita è per la gente… io sono questo».

Ebbe le idee molto chiare sul modo di vivere, sin da giovane; fu un uomo dal carattere forte; un rivoluzionario e un militante al tempo stesso. L’11 maggio del 1981 lasciò il mondo terreno e con i funerali svoltisi il 21 maggio di fronte a tutta la sua gente proveniente dalla Giamaica e dal mondo, con una cerimonia istituzionale come per un Capo di Stato, si diede vita al “mito” Bob Marley.

Il suo punto debole si sviluppo dal piede un po’ come avvenne per il “personaggio mitologico”; morì in un ospedale di Miami, a causa di un tumore sviluppatosi dal piede destro, più volte contuso, che in breve gli pervase gli organi vitali e che i suoi convincimenti religiosi gli impedirono di poter curare. Nacque allora, una “star della musica” proveniente dal Terzo Mondo, che si unì ai simboli di liberazione degli oppressi.

Ambasciatore del mondo della musica “reggae” e della spiritualità “rasta”, riuscì a far diventare la sua voce espressione di emancipazione, di vittoria, di rivincita della propria razza di origine africana null’affatto inferiore, di liberazione, di rispetto, di insegnamento, un uomo che pare sembrasse antichissimo con oltre tre mila anni di storia, che a partire dal suo villaggio in Giamaica invece, riuscì a parlare al mondo intero: dalla Nuova Zelanda alla Svezia, dal Sud Africa al Canada. Nacque nella baia Nord di St. Ann, si dice in Nine Mile il 6 febbraio 1945, nel villaggio di Rodhen Hall, ma la data non fu certificata; nell’Isola caraibica dove si rifugiò nella sua tana di Port Royal allora la capitale, il leggendario pirata Henry Morgan, dove il colonialismo europeo importò numerosi schiavi dall’Africa e dove il suffragio universale e una virtuale autonomia dalla depredatrice Inghilterra si ebbe solo nel 1944, divenendo Nazione indipendente il 6 agosto 1962.

La sua storia fu avventurosa sin dalla tenera età, in cui rimase orfano del padre Norval Sinclair Marley, un sessantenne ufficiale di origini inglesi che conobbe la diciassettenne di colore Cedella Booker e questa sua personale situazione ebbe una notevole incidenza sulla vita futura. Le difficoltà imposte dalle regole sociali, obbligarono infatti, da una parte, la famiglia Marley alla diseredazione di Norval, che non sposò una donna della sua razza e dall’altra il risentimento della comunità nera, portando il padre un graduale allontanamento, sino a giungere all’abbandono di Cedella incinta, già nel 1944: «Mio è padre bianco, mia madre è nera, mi considerano un emarginato. Io… non sto dalla parte di nessuno, né dei neri, né dei bianchi. Io sto dalla parte di Dio!».

Le credenze animistiche pervadenti la Giamaica dei villaggi rurali, nonché la povertà del luogo dove visse la sua infanzia, ma che lo misero presto in contatto con la natura, furono argomenti che segnarono il suo percorso religioso e musicale. Amò la campagna e tutto ciò che la comprendesse, grazie anche al contatto che ebbe con essa già da bambino, iniziando col mungere le capre prima di andare a scuola; inoltre, sin dalla tenera età, si pensò che fosse pervaso da misticismo, per via della sua capacità di leggere la mano e di prevedere il futuro, indovinandone peraltro, le previsioni. Una sensibilità che lo accompagnò per tutta la vita e che accrebbe maggiormente a causa dei continui abbandoni: il primo nel 1950 a cinque anni, quando il padre lo portò nella capitale Kingston e lo lasciò da Miss Gray, fu l’ultima volta che lo vide e solo dopo un anno la madre lo trovò e lo riportò a Nine Mile: «Io sono nato senza padre. Mia madre lavorava a tredici scellini al giorno per mandarmi a scuola. Non avevamo nessuna educazione… avevamo solo l’ispirazione».

Al termine della scuola obbligatoria, nel 1957, la madre Ciddy lo portò a Trench Town, una zona molto povera della capitale, ma non potendovi sopravvivere, lei dovette trasferirsi negli Stati Uniti alla ricerca di un lavoro. Alle porte dell’adolescenza, per Bob Marley la vita divenne

molto dura tra la miseria del “ghetto” e non avendo neanche da che mangiare, spesso andò nel cortile dove c’era il chiosco di Vincent Ford Tartar, per assopire i morsi della fame con qualche povero piatto offertogli, a base di polenta d’avena. Un’occasione che portò i due, al calar del buio, a studiare i libri per imparare a suonare la chitarra e mentre Marley si esercitava a suonare, Tartar girava “i fogli”. Stava accrescendo in Bob la passione per la musica, già iniziata a coltivare da piccolo dopo il primo abbandono del padre.

Nacque da un episodio che videro i due, la famosissima canzone “No, woman no cry”, quando una donna, nello stesso cortile pubblico, si vide arrivare la polizia che le portò via il figlio, iniziando allora, a piangere; come pure la presenza dell’amico George Robinson, con i suoi gesti quotidiani, fu inserito nel testo della stessa canzone. Per Bob Marley fu questo il modo di cantare: descrivere storie di vita quotidiana.

Nel ghetto di Trench Town, tra vita di strada e violenza, le giornate scorsero ascoltando la musica alla radio, ma anche all’insegna di grandi fumate di ganja la marijuana giamaicana, nel cutchie apposita pipa in terracotta: momenti di aggregazione utili per dare sfogo alla meditazione e soprattutto all’ispirazione musicale. La creazione dei testi appartenne a tutti, soprattutto dopo l’indipendenza del 1962, essa divenne uno strumento per esprimere parole di riscatto, che diede vita a nuovi generi musicali, come ad esempio lo “ska”, ispirato alla musica tradizionale giamaicana, al blues e al soul provenienti dal Sud degli Stati Uniti e all’imperante rock&roll: «Non avevamo i soldi per comprare i dischi e perciò ascoltavamo la radio e sentivamo tutto quello che passavano».

Il ritmo veloce dello ska, pare che nella calda estate del 1966 diede vita ad una nuova melodia, che iniziò a trasmettersi tra gli appassionati: legenda vuole, far risalire a questo motivo la nascita del “reggae”, con un ritmo più lento in levare e “ripetuto”. Stava nascendo per i giamaicani, uno “stile di vita” ed anche un’opportunità per uscire dalla povertà.

Nel 1960 Bob Marley, quindicenne, conobbe Peter Tosh e Bunny Wailer; la loro amicizia li portò a provare numerosi brani insieme:«Gli Wailers si sono formati intorno al 1960, abbiamo provato per tre anni; il primo disco è del 1963. A quel tempo c’erano Beverley Kelso, Cherry, Peter, Bunny e io… era fantastico! Era la prima esperienza con la musica e lavorando con grandi musicisti cercavamo di trovare le giuste armonie».

L’obiettivo fu quello di aprire una propria etichetta discografica, ma i soldi scarseggiarono e allora decise di andare negli Stati Uniti, dove fece anche l’operaio della Chrysler nei turni di notte, a Wilmington nel Delaware. Non amò affatto gli USA e i suoi ritmi di vita; non c’era un posto dove poter stare tranquilli: a contatto col profondo Sud, dove la presenza del Ku Klux Klan fu pressante, pronto sempre a rimarcare le differenze tra “white” e “colored”. Le manifestazioni per la libertà dei diritti con a capo Martin Luter King o Malcom X, lo incisero molto, facendogli crescere una profonda coscienza politica.

La sua storia agli inizi degli Anni Sessanta ebbe anche un’altra svolta, quando conobbe Alpharita Constantina Anderson, di cui si innamorò e sposò il 10 febbraio 1966 e da cui poi nacquero tre figli: Cedella, David e Damian. Bob aveva ventuno anni e Rita diciannove. Al ritorno dagli USA, alla fine degli Anni Sessanta, aprì la sua casa discografica come sperato, ma una nuova aria sembrò “respirarsi”; nei ghetti, una nuova filosofia di vita iniziò a diffondersi, che però creò per i seguaci una sorta di emarginazione ulteriore: il rastafarianesimo. Interpretazioni dei scritti biblici, che tra l’altro videro nella marijuana la “fonte di saggezza”, arrivando ad una più intima visione religiosa. A tal proposito Bob Marley non diede molta importanza agli effetti del ganja, fumandone con moderazione: «La marijuana è una pianta… voglio dire, le erbe sono buone per curare tante cose. Perché… perché tutte queste persone che vogliono fare del bene a tutti, si autodefiniscono governi. Perché dicono che non devi usare l’erba? Dicono non la usare, non la devi usare, perché… perché ti rende ribelle?».

La filosofia “rasta” fu intrapresa agli inizi del Novecento in Giamaica da Marcus Garvey, il più noto ambasciatore del panafricanismo, la cui missione fu quella di sconfiggere le superstizioni, sostituendole con la “rivelazione di Jah Rastafari“ l’incarnazione di Dio in terra, individuato nell’imperatore dell’Etiopia Hailè Selassiè, salito al trono nel 1930 e capace, secondo Garvey, di ricondurre in Africa tutti i discendenti degli schiavi africani sparsi nel mondo. A quell’epoca l’Etiopia fu uno dei Paesi africani non ancora occupati dai colonizzatori europei, ma le mire espansionistiche dell’Italia fascista non tardarono, in quanto, il nuovo territorio sarebbe servito come sfogo ai gravi problemi finanziari italiani ed inoltre, individuato come soluzione al problema di sovraffollamento della Penisola.

I rasta degli inizi Anni Settanta, si individuarono per la loro folta capigliatura a forma di “criniera di leone”, creatasi lasciando ingarbugliare e attorcigliare naturalmente le loro ciocche, in dreadlocks; ‘esasperata interpretazione dei versi della Bibbia, che indicò di non procurare calvizie, né di accorciare le barbe e né di tagliare mai la propria carne. Anche a Bob Marley il rastafarianesimo lo ricongiunse al mondo arcaico della sua Africa, alla memoria della schiavitù e l’Etiopia per lui rimase la terra promessa:«Non ho religione, io sono come sono e sono un rastamen. Non si tratta di religione, questa è la vita».

Nel 1973 Marley, nonostante la popolarità raggiunta in Giamaica, al di fuori della sua Isola caraibica non godette della stessa notorietà: motivo per convincersi di lasciare la musica definitivamente. In quell’epoca andò a Londra ed ebbe modo di conoscere un giamaicano di origine inglese, Chris Blackwell produttore musicale, che intuì il talento di Bob e dei Wailers. Nacque l’album “Catch a fire” e fu epocale. La conquista dei cinque Continenti fu costruita con duro lavoro, nel rispetto delle convinzioni filosofiche giamaicane; una missione per conto di Dio, che Bob Marley alimentò quotidianamente. Una popolarità, che oltre alla musica fu accresciuta nella sua terra, per la bontà d’animo nei confronti di chi aveva bisogno; oltre tre mila persone furono aiutate da un umile Bob Marley, nel suo momento di massimo splendore artistico:«Il reggae esiste da sempre, ma quello che rende così importante questa musica, sono le parole. Capire i testi è indispensabile; le parole hanno un significato, magari c’è gente che sa di cosa parlano quei testi, gente invece, che non si è mai trovata in situazioni simili. Ma c’è moltissima gente che soffre, il popolo soffre e questa musica deriva dal popolo».

Aveva una grande aspirazione: vedere neri, bianchi, cinesi vivere tutti insieme, abbracciati. Era ormai un leader e quello che avesse detto o fatto iniziò a preoccupare anche la politica locale. Al punto che nel 1976, alla vigilia di un concerto per la sua gente a Kingston, subì un attentato assieme a sua moglie Rita e al suo manager; i giornali titolarono “Gunmen’s night raid leaves Wailers manager Don Taylor, I-Threes’ Rita Marley wounded”; fu “Ambush in the night”, nel rispetto del suo metodo musicale, a riportare i fatti di quel giorno, con il ritmo reggae: «Cerchiamo davvero di portare la pace; sappiamo… che non si risolvono i problemi con la guerra. Che cosa si risolve uccidendo qualcuno. A chi risolvi un problema, uccidendo qualcuno… Capisci quello che dico… Davvero io credo che l’unica soluzione sia la pace».

Dopo l’attentato fu invitato ad allontanarsi dalla Giamaica e andò “in esilio” a Londra fino al 1978, quando tornato nella sua Isola, riuscì a far compiere un gesto di democrazia, quello di fare stringere la mano in pubblico ai due contendenti politici Michael Manley ed Edward Seaga, che diverrà poi Primo Ministro.

I 27 giugno 1980 allo stadio San Siro di Milano, davanti ad un mare di gente, si dirà circa centomila spettatori, concluse la sua carriera artistica, raggiungendo l’apice del successo.

Questo piccolo uomo con la chitarra riuscì a lasciare dei messaggi di solidarietà molto profondi, che rimasero impressi per molto tempo nelle menti delle persone che lo seguirono in vita. Bob Marley non fu solo musica.

Giovanni La Rosa, Bob Marley Un Piccolo Grande Uomo, Molto Più Di Un Cantanteultima modifica: 2011-05-24T14:22:51+02:00da mangano1
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