Federico Fiume.Marley, trent’anni dopo e quella foto a San Siro

da L’UNITA’Unknown-8.jpeg

 

Marley, trent’anni dopo
e quella foto a San Siro
di Federico Fiume

Trent’anni. Verrebbe da dire la solita frase, “come passa il tempo” e sorprendersi del fatto che sia già così lontano quel dannato giorno di maggio. Un altro doppio uno, che abbiamo ormai capito non porta affatto bene. Era l’11 maggio dell’81 infatti, quando Bob Marley se ne andava a soli 36 anni. Ma la sua rivoluzione l’aveva già fatta, il suo segno indelebile nel tempo, nella cultura, nella musica del mondo, lo aveva inciso in profondità. Tutto quel che è venuto dopo di lui in musica, e non solo in ambito strettamente reggae, gli deve qualcosa. Non solo: se consideriamo quanto si sia sviluppata nel mondo dopo la sua scomparsa la cultura di riferimento di quello che non è solo un genere musicale, ci rendiamo ben conto di quanto fossero vitali e potenti i semi che Marley ha sparso.

Oggi consideriamo le sue canzoni come dei classici, le ascoltiamo uscire persino dalle radio più commerciali perché sono state aquisite dalla cultura generale del mondo, ma allora, quasi un anno prima della sua morte, quando ce lo trovammo di fronte allo stadio milanese di San Siro, lui era davvero un profeta. Il profeta di una specie di religione che non capivamo bene, con tutta quella strana storia di Hailè Selassiè, del ritorno all’Africa dei padri già predicato da Marcus Garvey…ma era tangibile in lui e nella sua musica quel forte senso di misticismo, quella vibrazione comunque condivisibile da una generazione che sentiva giusto e necessario il messaggio di pace, ma non di accettazione, che Marley predicava. Che credeva fosse sacrosanto smetterla con la criminalizzazione della marijuana e dei suoi consumatori, ma soprattutto che riconosceva la verità e l’onestà d’intenti che le sue canzoni comunicavano.

Niente di strano allora se centomila giovani da tutta Italia accorsero a San Siro il 27 giugno del 1980 per incontrarlo. Trent’anni. La mente riavvolge il nastro, torna a quei giorni, al lungo viaggio in treno da Roma (nessun frecciarossa era ancora all’orizzonte), alla notte passata a dormire in sacco a pelo davanti allo stadio, alla corsa per raggiungere il prato non appena si apersero i cancelli, alle lunghe ore di attesa sotto al sole con le uniche nuvole, quelle che profumano d’erba, che apparivano e si dissolvevano velocemente sopra le nostre teste. Le frequenti scappate alla fontanella, qualche decina di metri più in là, per bagnarsi la testa ed evitare un’insolazione, già nel primo pomeriggio erano divenute impossibili. Troppa gente accalcata fra noi e l’acqua e se ti alzavi da terra rischiavi di non riuscire più a tornare. Ad accompoagnare la lunga attesa, a partire dalle 16,00, gli organizzatori avevano previsto alcuni artisti di supporto e così ecco Roberto Ciotti, il grande bluesman trasteverino e poi Pino Daniele. Quando sale sul palco l’Average White Band, la tensione della lunga attesa sotto il sole sta già caricando l’aria di elettricità.

Non è ancora completamente buio quando le luci del palco, calde, con dominanti gialle, verdi e rosse, si accendono e appare la band, accompagnata dal boato dei centomila presenti che scattano in piedi. Il boato del pubblico è tellurico, impressionante. Ma c’è ancora da aspettare  per vedere i mitici dreadlocks di Bob. La band suona, le I-Threes, le fedeli coriste di Bob (una, Rita, è sua moglie) cantano e alla fine arriva anche lui. Da quel momento in poi è solo magìa ed emozione. Ad officiare per noi e con noi quella magnifica festa di musica e felicità, c’era un uomo ormai vicino all’estremo confine, ma chi lo avrebbe immaginato quella sera in cui si celebrava la vita? Di concerti ne ho visti tanti in vita mia, ma la sensazione che provai allora resta unica, perché era un’onda di energia positiva, di empatia e condivisione, che fluttuava sullo stadio e ti inglobava, te ne rendeva parte come una cellula è parte di un organismo. Fra il punto in cui eravamo e il palco c’erano solo una ventina di metri, ma con una densità di corpi che li faceva sembrare un muro invalicabile. Però se hai vent’anni e sei in una specie di trance, se ti senti parte di quell’organismo, il muro non fa paura e puoi anche pensare di provarci.

Così, a metà concerto, dopo essermi fatto faticosamente largo fra le prime file (composte quasi esclusivamente da ragazzi di colore, in buona parte Rasta) arrivo sotto al palco con la mia macchinetta fotografica ben stretta fra le mani. Mi trovo davanti a una specie di scivolo fatto di bandoni di alluminio inclinati da terra fino a quasi l’altezza del palco. Nello spazio che restava fra le tavole e i bandoni, stavano gli uomini della security con i piedi sui tubi metallici della struttura. Visto da sotto sembrava quasi un monumento, un gruppo marmoreo. Dopo aver estenuato il più vicino a forza di insistenze, lui finalmente si piega in avanti, mi dà una mano e mi tira su. Ora mi trovo accanto all’uomo della security, con i gomiti poggiati sulle tavole del palco. A non più di un metro da me, Bob Marley canta e muove i suoi dreadlocks. Visti da vicino fanno davvero impressione: sembrano tubi Innocenti e ogni volta che gira la testa la testa si sente uno “swoosh” e ti arriva in faccia lo spostamento d’aria. Solo in quel momento, da così vicino, mi sono reso conto di quanto fossero grossi e pesanti.Comincio a scattare, senza troppa fretta perché di andarmene da quella postazione privilegiata non avevo ovviamente nessuna voglia. A vederlo da così vicino, in piena azione, Marley sembrava davvero posseduto da un’energia soprannaturale. Lo spirito che lo animava potevi percepirlo chiaramente. Era come un’aura. Dopo qualche minuto però, il tipo della security mi fa cenno che il tempo è scaduto e devo scendere. Così, seppur a malincuore,torno sotto, nella bolgia, ma con una sensazione di felicità assoluta nel cuore: avevo fotografato Bob Marley da vicino. Se avessi allungato una mano avrei potuto afferrargli un piede. Stavo assistendo a quello che ancora oggi, dopo 30 anni e migliaia di altri concerti visti, inevitabilmente, resta per me il concerto della vita. Ero felice, in stato di grazia. E non ero certo il solo. L’onda di energia positiva che quell’evento scatenò fu potente, immensamente potente. Difficile, forse impossibile da descrivere se non l’hai vissuta. Di sicuro non ho mai più provato emozioni simili. In seguito ho continuato ad ascoltare reggae insieme ad altri generi, non mi sono fatto crescere i dread, né ho abbracciato la religione rasta, ma mi basta ripensarci per sentire ancora in me l’eco di quella specie di coito cosmico. Certe cose non si dimenticano. Mai.

10 maggio 2011

Federico Fiume.Marley, trent’anni dopo e quella foto a San Siroultima modifica: 2011-05-17T14:42:57+02:00da mangano1
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