PAOLA CARLUCCI Intellettuali nel ‘900: il confronto di Nicola Chiaromonte con Hannah Arendt 3)

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PAOLA CARLUCCI
Intellettuali nel ‘900: il confronto di Nicola Chiaromonte con Hannah Arendt 3)

21-04-2011
La rivista “Ricerche di Storia Politica”, nel suo fascicolo n.1 del 2011 pubblica un interessantissimo saggio della professoressa Paola Carlucci della Scuola Normale di Pisa su “Intellettuali nel Novecento: il confronto di Nicola Chiaromonte, direttore tra l’altro con Ignazio Silone di “Tempo Presente”, con Hannah Arendt. “Ricerche di Storia Politica”, giunta al suo quattordicesimo anno di vita, è diretta dal professor Fulvio Cammarano, è edita da Il Mulino, ed esce tre volte l’anno. Il 19 e 20 aprile abbiamo pubblicato le prime due puntate. Oggi la terza.

“There is real beauty in your thought, Hannah”: agire in un mondo umano

Nell’ottobre del 1955, discutendo i presupposti che dovevano essere alla luce di “Tempo Presente”, Chiaromonte scriveva a Silone: “Per quanto riguarda la parola ‘liberalismo’, certo hai ragione. Evitiamola. Rimane che, in questo dopoguerra, quelli come noi che hanno fatto il giro delle ideologie, e in particolare delle ideologie socialiste, si sono ritrovati a difendere con certezza le ‘libertà concrete’, il rifiuto in ogni caso e a ogni costo del ‘totalitarismo’ delle ideologie che vi conducono: la sostanza delle quali, a guardar bene, è il primato morale della politica su ogni altra attività umana. Contro questa perversione, ci ritroviamo pure a difendere il principio liberale (non crociano: il liberalismo di Croce è un’anguilla inafferrabile, e non esclude affatto l’autoritarismo). Ma dubitiamo, non sappiamo bene che conseguenze trarne, sappiamo che comporta problemi nuovi e non risolti, ma insomma lo invochiamo. In questo senso, il problema non già, ammettiamo pure, del ‘liberalismo’ in genere, ma di come rappresentare e sostenere, di fronte a uno Stato che dovunque tende a diventare collettivista e organizzatore di masse, il principio della libertà della persona, è un problema attuale (35)”.

Chiaromonte poneva una questione di non facile soluzione, sollevando il problema dell’insufficienza delle libertà concrete perseguite dalla tradizione socialista e, al contempo, ponendosi al di fuori del liberalismo crociano (36). Nel pensiero di Hannah Arendt, che in quello stesso lasso di tempo andava proponendo una riflessione sulla tradizione filosofica occidentale partendo dal pensiero di Karl Marx. Chiaromonte trovò una guida importante per cercare di rispondere alle domande che si andava ponendo. La filosofia tedesca, infatti, dopo aver indagato il totalitarismo, spostava il suo interesse verso i caratteri e i modi per ottenere e preservare la libertà, constatando che elementi totalitari potevano essere riscontrati anche in Stati che totalitari non erano (37). Non a caso, come si è accennato, il saggio “La situazione di massa e i valori nobili” con cui Chiaromonte inaugurò la pubblicazione di “Tempo Presente” richiamava direttamente la Arendt. Nel condurre una serrata critica a Ortega y Gasset – di cui contestava la contrapposizione tra l’uomo-massa e l’intellettuale portatore di valori “nobili” – Chiaromonte sosteneva al contrario che gli intellettuali, le élite, avevano subito un processo di massificazione contemporaneamente o prima ancora delle masse stesse e quindi che nessun essere era superiore ad un altro. Per questo “(i)l problema delle masse è per l’appunto il problema dell’impotenza, reale ed apparente, dell’intellettuale e dell’educatore nella società di massa”. Ad avviso di Chiaromonte i “termini estremi della crisi si trovano chiaramente indicati” nel saggio di Hannah Arendt “Tradition and the Modern Age” in cui veniva tracciato il percorso del pensiero politico tradizionale, iniziato con Platone e Aristotele – per i quali il raggiungimento della verità imponeva l’allontanamento dagli “affari umani” – e terminato con Marx, secondo cui la filosofia e la verità si trovano invece nel mondo reale. In tal modo, “rovesciando radicalmente il rapporto classico tra il pensiero e l’azione”, Marx “(aveva) segnato la fine di una tradizione”. Come sottolineava la Arendt, Marx aveva annunzia(to) una crisi che ancora dura e che è, in primo luogo, la crisi della cultura e dei ‘valori nobili’ nel mondo contemporaneo”. Chiaromonte non aveva una risposta per uscire da questa crisi. In ogni caso, pur riconoscendo l’importanza fondamentale del problema posto da Marx, rigettava decisamente la sua impostazione, che imponeva “all’intellettuale il dovere di sentirsi non già libero, bensì in stato di necessità, e di sottomettere quindi i suoi pensieri alle stesse condizioni “materiali che pensano collettivamente sui suoi simili”. Per Chiaromonte, invece, l’intellettuale, consapevole che la “situazione di massa coinvolge tutti egualmente”, “se vuol trasmettere significati e non già servirsi di formule” deve perseguire individualmente la verità:

“La verità – come l’uomo stesso – non ha soltanto bisogno di essere lasciata libera: di non essere oppressa, bensì soprattutto di essere liberamente cercata e voluta. Ora, nella misura in cui l’esperienza era l’individuo ha della sua esistenza sociale è un’esperienza di non-verità e di atti non-liberi, egli non cerca la verità: vuole idee bell’e pronte, prontamente rassicuranti; così pure, egli chiede non la libertà, ma l’organizzazione di una forza capace di assicurare la soddisfazione dei suoi bisogni. Della verità, come della libertà, egli non sente che la privatizzazione…Una situazione così viziosa non muta per virtù di idee pure, né di colpo, bensì unicamente…a forza di soffrire in comune la sorte comune, cercando di comprenderla (38)”.

In questo tentativo di comprensione, l’opera di Hannah Arendt aiutò notevolmente Chiaromonte, come dimostra la vicenda della pubblicazione del primo saggio della filosofa tedesca apparsa su “Tempo Presente”. In risposta alla richiesta di Chiaromonte di fornire dei testi da pubblicare sulla sua rivista, Arendt già propose vari scritti. Chiaromonte ne scelse uno apparso originariamente in tedesco su “Der Monat”, che su “Tempo Presente” fu pubblicato nel 1957 con il titolo: “Che cos’è l’autorità”.

Anni prima, nel 1948, Nicola Chiaromonte aveva pubblicato su “Partisan Review” quello che, anche per le molte implicazioni biografiche, forse rimane il suo scritto più suggestivo, sospeso tra saggio e racconto, “Il Gesuita” (40). A proposito di una predica tenuta all’indomani della fine della guerra da Padre Martelli, il protagonista della sua analisi, Chiaromonte scriveva:

“Ma l’oratore aveva parlato dell’“autorità”. La tesi era che l’autorità era la suprema manifestazione della volontà di Dio sulla terra: nella vita interiore come nelle vicende pubbliche, la Verità Divina si rivela essenzialmente sotto forma di comando imperioso; dove non c’è “autorità” non c’è verità, di qui il dovere dei cattolici nella situazione attuale di pregare e di concorrere alla restaurazione dell’“autorità”, che era stata minata insieme alla vita morale e economica della nazione…rimasi colpita dal pensiero che un simile appello dovesse suonare solenne e attraente nell’Italia del marzo 1947…Ma un prete che abbia l’aria di andare contro corrente, e di essere libero dalle schiavitù temporali, apparirà apocalittico e troverà di certo un pubblico…E inoltre accadeva che la libertà, dagli italiani appena riconquistata, e pur goduta da tutti, compresi fascisti e comunisti, era generalmente considerata precaria e provvisoria. In più, mentre la parola “autorità” e i suoi derivati, era ufficialmente tabù, e il fatto “autorità” praticamente inesistente quanto a prestigio del governo, il problema “autorità” stava sospeso sulla mente di tutti, né trovava, nel migliore dei casi, precisa risposta (41).

Pur fermamente convinto della dimensione totalmente laica dell’esistenza, Chiaromonte si interrogò per tutta la vita sul valore e il significato del sacro e in particolare sul rapporto tra religione e politica (42). Negli anni Cinquanta, anche la Arendt rifletteva su questi problemi, nel tentativo tra l’altro di comprendere le ragioni del ritorno alla religione di molti intellettuali che si erano opposti al totalitarismo: un fenomeno per lei preoccupante che poteva portare a derive illiberali (43). Nel saggio sull’autoritarismo la Arendt individua l’essenza di quel concetto – che non va confuso con quello di potere – nella tradizione romana di rispetto per gli antenati, i maiores, “prototipo stesso della grandezza per tutte le generazioni successive”. Tale culto del passato era stato sostituito dalla trascendenza divina nell’unico esempio compiuto di istituzione autoritaria ancora in vita, la Chiesa cattolica, che aveva raccolto “l’eredità politica e spirituale” di Roma. La Arendt infatti non vedeva “traccia del sorgere di una nuova autorità che possa dimostrare la propria validità politica nella vita pubblica e far riconoscere la sua validità generale”: e questo, dal suo punto di vista, era un aspetto importante della gravità della crisi che il mondo andava attraversando (44).

Eco di queste riflessioni della Arendt possono facilmente rintracciarsi in una garbata polemica che, in quello stesso tempo, Chiaromonte intrattenne con “Il Mulino”. Lo scrittore lucano opponeva un reciso rifiuto alla pretesa della Chiesa di sottoporre alla sua autorità tutti i battezzati:

“Non riteniamo la Chiesa totalitaria: la riteniamo autoritaria nella sua essenza, e consideriamo che alla sua autorità sono soggetti solo quelli che esplicitamente vi consentono. Non vogliamo la lotta: diciamo che tra Chiesa e società civile c’è una tensione ineliminabile, e che questa tensione deve manifestarsi apertamente. Chi la vuole abolire è tiranno (45)”.

35) CP, b. 4, f. 13, sl11 ottobre 1955.
36) Nel 1938, in una famosa intervista concessa alla “Partisan Review”, Silone aveva affermato di considerare “il socialismo un elemento d’ora in avanti indispensabile per un regime di vera libertà – vale a dire, di libertà concrete e reali, non formali e ‘costituzionali’”. I. Silone, “Romanzi e Saggi”, vol. I, a cura di B. Falcetto, Milano, Mondadori, 1998, p. 1298. Su “Tempo Presente” e Chiaromonte lontani dalla cultura crociata vd. R. Pertici, “La crisi della cultura liberale italiana nel primo ventennio repubblicano”, in “Ventesimo secolo”, IV, 8, ottobre 2005, pp. 121-157 e pp. 124-125.
37) E Young-Bruehl, “Hannah Arendt”, cit. p.77.
38) N. Chiaromonte, “La situazione di massa e i valori nobili”, in “Tempo Presente”, aprile 1956, pp. 23-36; 23; 24; 25; 26; 35; 36.
39) H. Arendt, “Che cos’è l’autorità”, in “Tempo Presente”, II, 7, luglio 1957, pp. 531-546 (il saggio ora può leggersi in H. Arendt, “Tra passato e futuro”, intr. di A. Del Lago, Milano, Garzanti 2009 (I. ed. Firenze, 1970; ed or. 1961). Per le lettere di Chiaromonte su questo punto, AP, 031106, Roma, June 14th, 1956; 031107, Rome, July 12th, 1956. Per un primo inquadramento della collaborazione di Arendt a “Tempo Presente”, G. Magni, “Hannah Arendt e la rivista Tempo Presente. Spunti critici e riflessioni”, in M. Durst, A. Meccariello (a cura di) “Hannah Arendt”, cit., pp.27-32.
40) Il fratello maggiore di Chiaromonte, Mauro, aveva deciso di entrare nell’ordine dei gesuiti, il che aveva provocato una vera e propria rottura emotiva tra loro; su questo punto vd. la corrispondenza familiare di Chiaromonte in CP, b.4 ff. 104-113. Sull’importanza di questo scritto ha attirato l’attenzione, tra gli altri, A. Berardinelli, “Autoritratto italiano. Un dossier letterario 1945-1998”, Roma, Donzelli, 1988. Io cito dalla traduzione italiana inclusa in N. Chiaromonte, “Scritti politici e civili”, a cura di M. Chiaromonte, intr. di Leo Valiani, con una testimonianza di Ignazio Silone, Milano, Bompiani, 1976.
41) Ivi, p. XXX.
42) Di particolare rilievo in questo contesto l’influenza che esercitò su di lui, alla fine degli anni Sessanta, il pensiero di Leo Strass, vd. P. Carlucci, “La necessità del limite”, cit. pp. 184-185.
43) E. Young-Bruehl, “Hannah Arendt”, cit. pp. 329-330. Era dedicato a questo problema H. Arendt, “Religione e politica”, in “Totalitarismo e cultura. Antologia da ‘Confluence’”, a cura di G. A. Brioschi e L. Valiani, pref. di A. Garosci, Milano, Edizioni di Comunità, 1957, pp. 45-73; insieme a quello apparso su “Tempo Presente” fu il primo saggio della Arendt ad essere tradotto in Italia.
44) H. Arendt, “Che cos’è l’autorità”, cit., p. 540; 542; 545. Su questo punto vd. D. Villa, “Public Freedom”, Princeton, Princeton U.P., 2008, ad es. p.102.
45) La polemica tra “Tempo Presente” e “Il Mulino”, ricca di spunti che meriterebbero un approfondimento, fu avviata da Enzo Forcella e Elémire Zolla alla fine del 1957; la rivista bolognese replicò con una lunga nota di redazione, “Discussione con ‘Tempo Presente’”, in “Il Mulino”, VI, 11, novembre 1957, pp. 747-766. E’ a questa nota che “Tempo Presente” rispose con un articolo non firmato, ma attribuibile con certezza a Chiaromonte, per stile oltre che per il fatto egli era all’epoca l’effettivo direttore della rivista, “Cattolici e non cattolici: risposta al ‘Mulino’”, in “Tempo Presente”, III, 2, febbraio 1958, pp. 140-143; p. 142 per la citazione. Pur sottolineando con forza la sua distanza da “Il Mulino”, Chiaromonte ne apprezzava la serietà intellettuale e invitava a mantenere vivo un “franco” dialogo. Sul rapporto tra Chiesa e totalitarismo molte suggestioni in D. Menozzi, R. Moro (a cura di) “Cattolicesimo e Totalitarismo. Chiese e culture religiose tra le due guerre mondiali (Italia, Spagna, Francia)”, Brescia, Morcelliana, 2004, in part. sulle visioni autoritarie circolanti all’interno della Chiesa cattolica e il loro rapporto con il totalitarismo, D. Menozzi, “La dottrina sociale del regno sociale di Cristo tra autoritarismo e totalitarismo”, ivi, pp. 17-55.

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