G.Rubinetti, Honneth. capitalismo e riconoscimento

da LA GINESTRA
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TEORIA DEL RICONOSCIMENTO E CRITICA DEL CAPITALISMO

l’ultimo libro di Axel Honneth, intitolato Capitalismo e
riconoscimento, ha un pregio in particolare. Composto da saggi
e articoli riuniti e tradotti da Marco Solinas, il volume offre al lettore
italiano la possibilità di verificare in che modo l’elaborazione
honnethiana riesca a presentarsi come una riflessione filosoficamente
avveduta sul presente e sulle sue contraddizioni. 
Nel complesso, i cinque capitoli che compongono Capitalismo e
riconoscimento, pubblicati originariamente su saggi e riviste nell’arco
dell’ultimo decennio, non sembrano riconducibili a un vero tema
unitario. Dopo un primo capitolo nel quale l’autore ritorna sulla propria
teoria del riconoscimento, in particolare riprendendo alcune questioni
già emerse nella disputa con Nancy Fraser, nelle pagine successive
Honneth si confronta con svariate problematiche, alcune delle quali di
scottante attualità: le trasformazioni del mondo del lavoro, i processi di
precarizzazione che investono anche la vita privata dell’individuo e,
infine, la questione dell’ideologia in rapporto a pratiche distorte di
riconoscimento sociale. In un tale mosaico di argomenti e spunti forse
non totalmente definito, il filo rosso che accomuna questi scritti può
però essere individuato, come sottolinea in prefazione anche il curatore
del volume, nella tensione che sussiste, all’interno della riflessione
honnethiana, tra «la tematizzazione del concetto di riconoscimento» e
l’analisi di alcune «dinamiche socio-strutturali, morali e normative
peculiari delle società capitalistiche moderne e soprattutto
contemporanee». La domanda che quindi conviene porsi leggendo
Capitalismo e riconoscimento può probabilmente essere formulata in questi
termini: in che modo la teoria del riconoscimento, formulata ed esposta
da uno degli ultimi eredi della tradizione della Scuola di Francoforte, si può
tradurre in un approccio di teoria critica della società? 
Il problema viene affrontato apertamente a partire dal secondo
capitolo. In queste pagine l’obiettivo di Honneth è di rintracciare,
attraverso una «critica immanente» delle relazioni lavorative, i criteri
normativi che conferiscono una legittimità alle lotte e alle rivendicazioni
dei lavoratori. Più che indirizzarsi verso un’indagine sulle cosiddette
«patologie del sociale», in questo contesto gli sforzi dell’autore, in realtà,
si giocano tutti su un piano squisitamente teorico. Honneth si pone in
aperto contrasto con tutte quelle posizioni, divenute dominanti nel
corso degli ultimi decenni, che tendono a ridurre economicisticamente il
lavoro sociale a un’attività interamente spogliata di determinazioni
morali. In linea con queste tendenze, la sfera della produzione materiale

è stata via via tematizzata nei termini di un «sistema autoregolato libero
da norme» (Habermas), sorretto da un agire ormai «sradicato» da usi
morali e tradizioni culturali (Polanyi), mentre le pretese avanzate dai
lavoratori in una tale contesto finiscono per apparire totalmente
destituite di qualunque rilevanza normativa. 
Al fine di scardinare questa sorta di ‘fallacia funzionalistica’, Honneth
tenta di guardare al mercato del lavoro non soltanto come a un quadro
di interazioni strategiche, ma anche a partire dai presupposti morali che
consentono di ricollocare la sfera della produzione all’interno del
mondo vitale della società. Come già sapevano sia Hegel che Durkheim,
nell’interrelazione tra «egoismo soggettivo» e «appagamento dei bisogni
di tutti gli altri» si dischiude uno spazio di integrazione sociale al cui
interno gli attori del mercato accettano di partecipare alla produzione
del bene comune con l’aspettativa di ricevere in cambio un adeguato
riconoscimento (sia in termini economici sia in termini di «onore civile» e di
stima sociale) per il loro effettivo contributo al benessere collettivo. Ed
è precisamente dalla delusione di questa aspettativa che per Honneth si
originano quei sentimenti di umiliazione e di «disrispetto» che
costituiscono non soltanto la molla psicologica dei conflitti, ma anche la
chiave che permette di interpretare moralmente il contenuto delle
pretese avanzate dai soggetti. Avvertendo come ingiusto e ingiustificabile
un determinato assetto di
relazioni, gli interessati
traducono la propria
sofferenza morale in una
domanda di cambiamento
che, al di là di considerazioni
meramente strategiche, mira a
ridefinire «le regole stante
le quali i gruppi sociali, in
base al proprio status e alla
stima goduta, possono
legittimamente reclamare
una determinata quantità di
beni materiali».
A partire da questa
lettura normativamente caricata del mercato del lavoro, Honneth tenta
quindi di prendere le distanze dalla rappresentazione deformante di un
agire economico totalmente sradicato dall’eticità del mondo vitale e, al
contempo, di rinvenire i criteri che conferiscono un significato morale
alle lotte e alle rivendicazioni dei lavoratori. Tuttavia, se fino a questo
punto la riflessione honnethiana si propone di chiarire le condizioni di

legittimità di una pratica critica che deve essere primariamente ascritta
agli attori sociali, nelle pagine successive il filosofo sembra invece volersi
assumere in prima persona l’onere di un’indagine filosoficamente
orientata sui paradossi delle società tardocapitalistiche. 
È in particolare nei capitoli terzo e quarto che la teoria del
riconoscimento si mette esplicitamente in gioco come teoria critica della
società. Dopo aver portato alla luce la costitutiva compenetrazione tra
processi sistemici e processi normativi, Honneth si sofferma a indagare
in che modo alcuni progressi morali della modernità abbiano finito per
rovesciarsi nel loro opposto, trasformandosi in strumenti di
giustificazione e legittimazione del sistema economico. Principi
storicamente istituzionalizzati come l’individualismo, l’eguaglianza
giuridica o l’idea di prestazione, geneticamente implicati nella
formazione dell’economia capitalistica, sembrano infatti aver offerto
una copertura normativa a quegli stessi processi di ristrutturazione
sociale che li hanno sotterraneamente spogliati di ogni potenziale critico
ed emancipativo. 
Accade così che, all’ombra di un ideale di eguaglianza degli individui
davanti alla legge, vengano gradualmente erose alcune delle tutele sociali
senza le quali le differenze di status rischiano di tradursi
immediatamente in disuguaglianze giuridiche; oppure che, in un contesto
complessivamente regolato dal principio di prestazione – intesa come
compartecipazione al benessere comune di una collettività  -, ottengano
un adeguato riconoscimento soltanto quelle performance che si dimostrino
calcolabili in termini strettamente economici e quantitativi. Ma le
osservazioni più stimolanti condotte da Honneth in questo ambito sono
forse quelle relative ai «paradossi dell’individualizzazione», ossia a
modalità perverse di autorealizzazione della persona che tendono
ironicamente a rafforzare lo strapotere della società rispetto ai suoi
membri. Ricollegandosi a una consolidata tradizione sociologica (che
riunisce idealmente autori come Weber e Simmel, ma su cui aleggiano
anche le figure della prima Teoria critica), in queste pagine il filosofo
tedesco ci spiega come, in un contesto generale di desolidarizzazione
della vita sociale e di deregolamentazione del mercato del lavoro, il mito
moderno dell’individuo finisca per convertirsi in un’ideologia
economicamente produttiva che, più che promuovere un reale
affrancamento dei singoli, li porta a sottomettersi senza riserve agli
imperativi sempre più pervasivi della produzione e del mercato. 

GIUSEPPE RUBINETTI

Axel Honneth, Capitalismo e riconoscimento, Firenze University Press, Firenze,
2010, pp. 111, € 17,80

G.Rubinetti, Honneth. capitalismo e riconoscimentoultima modifica: 2011-04-13T16:55:27+02:00da mangano1
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