Pier Luigi Panza, Il male

valentino marra SOLARTE . jpg.jpgIL   MALE ( nella filosofia, nella letteratura, altro)  come REALTA’ E  COME  IMMAGINARIO

Il business del Male

Perché ci attrae tanto l’esibizione del macabro

di Pierluigi Panza (Corriere della Sera, 10.04.2011)

Il male? Non proviamoci nemmeno a definirlo. Neppure Kant è riuscito a
capirne l’origine: «Per noi – scrisse il filosofo di Königsberg – non c’è
alcuna causa comprensibile dalla quale il male possa essere venuto». Ma se
non ne conosciamo l’origine, possiamo almeno definirne l’azione.

Il critico letterario francese Georges Bataille ne diede una formula
convincente: «Il male è la violazione deliberata di alcune proibizioni
fondamentali» . Anzitutto la violazione di quelli che Freud definì i tabù,
come cannibalismo, proibizione dell’assassinio, rispetto per i cadaveri,
divieti sessuali, rifiuto del suicidio e automutilazioni… Al di là della
persistenza di alcuni macabri rituali in comunità primitive, i principali
territori di pascolo della rappresentazione del male nell’età moderna sono
stati le arti e la letteratura.

Secondo Bataille, la letteratura è addirittura «inseparabile dal male» e
scrittori come Baudelaire e Kafka sono stati consapevoli testimoni. Anche
oggi, arti e discorso – declinato nelle forme della letteratura, del
giornalismo, del messaggio pubblicitario e televisivo – sono i mezzi
espressivi del male. Anzi, configurano, in una parte significativa del loro
operare, un business del male; un male mostrato, esibito, che rende in
termini di visitatori, lettori, audience. Ovvero denaro. Tanto che il
voyeurismo del male ha in parte soppiantato quello del porno.

Non esistono dati specifici su quanto fatturi la rappresentazione del male,
ma gli operatori dei settori elencati sanno che funziona. Lo propongono
perché funziona; funziona perché lo propongono. Oggi, nelle mostre d’arte,
la tendenza al macabro – come riemergere del tema delle «vanitas» – è
costante e redditizio.

Iniziò alla XLVII Biennale di Venezia (1997) Marina Abramovic stando seduta
su una montagnetta di ossa maleodoranti. Per quanto questo suo Barocco
Balcanico – denuncia delle stragi nella ex Jugoslavia – fosse sconvolgente e
macabro, lo era assai meno di quanto messo in scena dagli Azionisti (tagli
sul corpo, automutilazioni…) e di quanto esposto in una delle mostre più
visitate del nuovo millennio: quella del tedesco Gunther Von Hagens, il
dottor morte.

Questo anatomopatologo espose nel 2002 in un’ex birreria dell’East End di
Londra 26 cadaveri scorticati e 189 «pezzi sciolti» (mani, genitali,
cervelli, fegati, embrione), tutti sottratti alla naturale decomposizione
mediante un metodo d’imbalsamazione. L’esposizione, che ha toccato varie
capitali del mondo, ha raggiunto i 13 milioni di visitatori. E a New York,
nell’autunno del 2005, l’ingresso costava ben 25 dollari!

Nel 2005, alla Palazzina di Caccia di Stupinigi ha avuto successo
un’esposizione (curata da Vittorio Sgarbi, doppio catalogo dell’editore
Skira, 67.409 visitatori) dal titolo Il Male. Esercizi di pittura crudele,
con oltre 350 opere di maestri come Balthus, Schiele e varie foto d’autore
di teste mozzate nelle varie guerre africane. Ma questi sono solo alcuni
degli esempi.

Ritratti di personaggi sgozzati c’erano, ovviamente, nella mostra
Caravaggio-Bacon dell’ottobre 2009 alla Galleria Borghese; il nuovo MAXXI di
Roma ha aperto i battenti esponendo davanti all’ingresso lo «scheletrone» di
Gino De Dominicis; la Fondazione Trussardi ha appeso a Milano i «bambini
impiccati» di Cattelan; Palazzo Grassi ha esposto sul Canal Grande il
megateschio di Subodh Gupta (Very Hungry God) e la Triennale, con
Disquieting Images, ha lanciato la prima rassegna fotografica vietata ai
minori di 14 anni, appendendo alle pareti un florilegio di crudi reportage
(diecimila visitatori).

Code ci sono anche per l’esposizione del teschio ricoperto da diamanti,
intitolato For the Love of God, esposto da Damien Hirst a Palazzo Vecchio di
Firenze, che attira circa settemila visitatori a settimana (e i suoi spin
skull, teschi colorati sono prodotti serialmente e venduti a 5 mila euro).

Inoltre, come racconta in un libro appena uscito Micòl Di Veroli (Oltre ogni
limite. Cronache dal bizzarro nel mondo dell’arte contemporanea, DEd’A) c’è
chi, come Tania Brughera, si è presentata alle performance di Autosabotage
(2009) puntandosi una vera pistola alla tempia. Del resto, in Shoot (1971),
l’artista Chris Burden si è fatto sparare al braccio da un amico.

Tutto ciò ha un seguito perché la mediazione estetica rende sopportabile, e
in qualche modo emozionante, la visione del male che, altrimenti, ci appare
insopportabile, come provato da molti di fronte alle immagini realistiche
delle esecuzioni di Daniel Pearl o Nick Berg da parte dei fondamentalisti
islamici. Ma l’arte è solo una delle modalità espressive nelle quali il male
si esprime e realizza il proprio business.

I telefilm dedicati al crime sono in tutti i palinsesti televisivi. E Sky ha
un canale apposito, Fox Crime. Una volta, ai tempi di Perry Mason, il
cadavere rimaneva sullo sfondo: oggi, invece, è esibito. E con i telefilm
CSI lo spettatore è catapultato sulla scena del crimine e dentro il
laboratorio anatomico, accanto ai cadaveri (anche all’ora di cena). I
cadaveri abbondano anche sulle copertine dei settimanali e nelle pagine dei
quotidiani.

Vedere un cadavere attraverso un medium sta diventando una forma di
dipendenza. Tanto che alla tv del dolore, nata il 13 giugno del 1981 quando
milioni di telespettatori assistettero impotenti alla morte di Alfredino
Rampi, si sta sostituendo la tv dell’orrore: casi insoluti, amori criminali,
omicidi familiari spuntano in ogni canale.

La sera dell’arresto di Sabrina Misseri (caso di Avetrana), la trasmissione
Matrix ha raggiunto uno share del 42%, record per le sue edizioni. Altre
trasmissioni danno quotidianamente o settimanalmente conto di molti casi di
cronaca nera (anche insieme) per assicurarsi audience.

E sebbene i truci filmati trasmessi in queste trasmissioni possano apparire
per educandi rispetto a quelli caricati su YouTube (tra i quali autopsie con
apertura di crani), più di un gruppo di pressione sta sollevando critiche.
Ultimo quello formato da un insieme di parlamentari, che hanno chiesto alla
dirigenza Rai di valutare se i programmi pomeridiani della tv pubblica non
siano troppo sbilanciati sulla cronaca nera.

Nella letteratura, come ha scritto Bataille, il male è congenito. E anche se
non si riesce più a raggiungere il livello di raffinati capolavori di
malvagità come quello scritto da Emily Brontë, e nemmeno l’espressionistica
violenza di Anthony Burgess (e Stanley Kubrick), l’attenzione di tanti
scrittori contemporanei va sempre al confronto con il male.

Così sono nate tendenze, come la «Letteratura cannibale» e un proliferare di
testimonianze d’individui precipitati nella droga, nella prostituzione e
vari mali di vivere, di cui va ghiotta l’editoria. Si pensi a un recente
libro, vivace ma agghiacciante, come L’imbalsamatrice di Mary B. Tolusso
(Gaffi editore), storia di una ragazza che passa il tempo a imbellettare
cadaveri e a confidarsi con loro.

L’attrazione fatale per la rappresentazione del male e del macabro investe
tutti i campi del discorso. Ci sono blog che spiegano «Perché alle ragazze
piace essere trattate male» , saggi che argomentano Perché agli uomini piace
soffrire, video musicali con cadaveri fumanti, come quelli della pop-star
Lady Gaga e strofe di canzoni ispirate al dolore come quelle di Love the way
you lie di Eminem (cantata da Rihanna).

Ovunque la rappresentazione del male è diventata motore del commercio. Ma
perché funziona così bene? «Il male funziona perché è incastonato nella
struttura della nostra evoluzione. Siamo passati, negli ultimi quattro
milioni di anni, da primati antropomorfi a passeggiare sulla Luna; ma tutto
ciò non è avvenuto senza versare una goccia di sangue, anzi», afferma lo
psichiatra e neurobiologo Luca Pani. «I medesimi sistemi chimici e le
abitudini ambientali che sottendono e rinforzano ossessioni, vizi e
perdizioni in un abuso crescente di impulsi incontrollabili sono le ragioni
che ci fanno identificare qualche volta con la vittima e più spesso con il
carnefice, pur con tutte le inibizioni morali del caso. Nessuno lo
ammetterebbe mai, eppure quello che ci rende unicamente uomini è la
repentina e diabolicamente straordinaria abilità di essere l’unico animale
che sa usare le mani per dipingere la Capella Sistina e per sganciare la
bomba su Hiroshima» .

Se oggi il tributo dell’evoluzione al male è particolarmente consistente è
anche perché viviamo in una società avida e ambiziosa. Secondo alcuni
psicologi e neurologi, l’osservazione della rappresentazione del male può
aiutare a sopportare l’infelicità che una società invidiosa scatena. Il team
di ricercatori giapponesi di Hidehiko Takahashi dell’Istituto Nazionale di
Scienze Radiologiche di Inageku, ha condotto una ricerca (pubblicata su
Science) secondo la quale l’invidia è come un dolore fisico e la sfortuna
degli altri un piacere per chi la osserva. La società invidiosa, insomma, è
un po’ sadica: soffre del successo altrui ma prova un piacere (inconscio,
s’intende!) nell’osservare il male altrui.

Lo psicologo Philip G. Zimbardo, docente a Stanford e alla Columbia di New
York, maggior studioso vivente di questo tema, aggiunge alcune osservazioni
esplicitate nei suoi libri: «L’eroismo non è mai stato indagato
sistematicamente nelle scienze comportamentali. Eroi ed eroismo sembrano
esplorati solo in letteratura, mito e cinema, mentre molteplici fonti
documentano i mali dell’esistenza: omicidi e suicidi, tassi di criminalità,
popolazione carceraria, livelli di povertà, schizofrenia… Simili dati
quantitativi per gli aspetti positivi delle attività umane non sono facili
da trovare: non teniamo registri d’atti di carità, bontà, compassione…».
Un aspetto, quest’ultimo, sul quale i media dovrebbero interrogarsi.

Il resto lo fa quello che si chiamava l’animo umano, ovvero le sostanze
chimiche presenti nei neuroni. «Anche noi vogliamo credere che c’è qualcosa
in alcune persone che li spinge verso il male, mentre c’è qualcosa di
diverso in altri che li spinge verso il bene. Ma non ci sono prove e non ne
sono convinto. Fino ad allora dobbiamo cercare di capire che cosa spinge
alcuni di noi a diventare colpevoli del male ed altri a guardare altrove in
presenza di prevaricatori del male».

Perché il paradosso contemporaneo è proprio questo: il successo popolare
della rappresentazione del male è inversamente proporzionale alla
disponibilità a confrontarsi con il male reale. Più si osservano le
rappresentazioni mediate del male più si fugge quello reale. Sino
all’omissione di soccorso. Con l’aggravante che il male rappresentato chiede
di spingersi sempre più in là per non diventare normalizzato.

Piero Bocchiaro, psicologo sociale e autore di Psicologia del male (Laterza)
spiega proprio quest’ultimo aspetto: «Il male, in qualunque sua forma,
conquista facilmente l’attenzione perché rappresenta uno strappo nella
routine. Ma venendo meno questo carattere di eccezionalità, anche
aggressioni, stupri e omicidi perdono la loro salienza e, conseguentemente,
buona parte di potere attrattivo. Succede ad esempio, ed è esperienza
comune, guardando il male “normalizzato”dei telegiornali o leggendolo nelle
pagine di cronaca».

Ma anche per Bocchiaro «il male assolve un compito importante per
l’osservatore: quello di poter prendere le distanze da chi l’azione malvagia
l’ha appena compiuta. Chi osserva continuerà a sentirsi allora, in maniera
illusoria e insieme rassicurante, “diverso”, “migliore”rispetto a
quell’altra persona» . E quindi rappresentare il male «può essere d’aiuto –
conclude – nel liberarsi delle quote in eccesso di tensione nervosa, anche
se una simile funzione catartica non mette al riparo dalla possibilità di
agire in maniera malvagia: scrivere o dipingere hanno un effetto positivo
transitorio e molto presto torneremo ad essere vulnerabili».

Il successo del male, insomma, è dovuto al fatto che stiamo male. E stanno
male anche gli «altri», i migrati ad esempio, perché «è infelicissimo –
scriveva Pindaro -chi riconosce il bene ma è costretto a tenerne il piede
lontano» . Ma il male, come mostrò Emily Bronte, può essere anche
l’espressione più forte con la quale si esprime un’irriducibile passione
d’amore.

Pier Luigi Panza, Il maleultima modifica: 2011-04-11T15:59:37+02:00da mangano1
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