Gianfranco La Grassa, Un panorama teorico

Da CONFLITTI E STRATEGIE Unknown.jpeg

Un panorama teorico

Gianfranco La Grassa

PARTE PRIMA

Una succinta storia (ragionata) dello stato della teoria

1. L’intervista a Hobsbawm sul suo ultimo libro è a dir poco penosa. Già la risposta alla prima domanda, in cui dice di essersi accorto del ritorno di Marx da un’affermazione di Soros, fa accapponare la pelle. Sarebbe far torto allo storico inglese cercare la scusa dell’età. D’altra parte, sarebbe sbagliato poiché ormai giovani e meno giovani pseudo-marxisti, tanto paludati e propagandati quanto ignoranti circa il pensiero del grande pensatore, dicono più o meno le stesse sciocchezze. Non cercherò nemmeno di confutarle perché è impresa praticamente inutile e tediosa. Meglio prendere lo spunto per riflettere ancora una volta sulle proprie derivazioni culturali e teoriche, cercando di non tradire un pensiero rivoluzionario, cercando di non deprivare talmente Marx della sua carica innovativa da farlo sembrare un semplice seguace di altri autori che ne hanno assai meno.

Intanto, dico subito che è vergognoso cercare di far passare Marx per filosofo. Anche nel bar di periferia dove vado a fare colazione la mattina, un avventore qualsiasi sa grosso modo che Marx ha scritto Il Capitale. Qualcuno, appena più colto, ha sentito dire che è il fondatore della “critica dell’economia politica”. Che alcuni scribacchini, presi per colti intellettuali, non lo sappiano è impossibile; che trascurino l’evidenza dimostra soltanto la loro ignoranza dei minimi rudimenti di una teoria delle scienze sociali.

Si annoiano ad imparare certi complicati schemi – complicati per un cervello elementare – e dunque si inventano con estrema prosopopea un Marx dedito solo ad elucubrazioni prive di qualsiasi riferimento all’indagine concreta della struttura sociale nell’epoca storica in cui visse. Chiacchierare in libertà, con grossi paroloni, è facile; dedicarsi a ricerche più puntuali intorno all’analisi sociale di Marx non esige grande genialità, ma certamente un minimo di attitudine all’uso di argomentazioni rigorose e sorvegliate.

Marx era uno scienziato sociale e come tale lo tratterò, senza più tenere conto di tutte le sciocchezze dette su di lui da chi forse lo ha letto in qualche riassuntino per ragazzini delle medie.

2. Da Attali fino appunto ad Hobsbawm vi sono un bel po’ di superficiali studiosi che fingono di riverire Marx affermando che ha anticipato la “globalizzazione capitalistica”. Il capitalismo ha comportato la generalizzazione del mercato a livello mondiale. Una “scoperta sconvolgente”, che farebbe di Marx soltanto un seguace minore dei “classici”, di Adam Smith, che già sapeva come il capitalismo fosse produzione generalizzata di merci; e rivendicava al mercato il grande merito di premiare chi produce meglio e a costi (impiego di risorse) minori. Era inoltre disincantato nel considerare i vantaggi della produzione mercantile, tanto da affermare che ci si deve aspettare la buona carne dall’interesse egoistico del macellaio e non dalla sua benevolenza. Una società che fa gli interessi dell’insieme degli individui in società, poiché spinge ognuno ad accrescere la quantità di beni prodotti e a migliorarne la qualità abbassandone anche i costi e quindi i prezzi (l’esborso di denaro per chi li acquista) – ed ottiene simili risultati non facendo “cristianamente” appello alla bontà, ma utilizzando invece l’egoismo individuale – non può che prevalere su ogni altro sistema produttivo sociale, espandendosi quindi a macchia d’olio a partire da un’area iniziale (che fu, storicamente, l’Inghilterra).

C’era bisogno di Marx per capire questo? Solo per chi ha vagamente sentito parlare del marxiano feticismo delle merci e l’ha confuso con i processi di alienazione dell’essere umano. Il feticismo “che s’appiccica alle merci” ha in Marx tutt’altro significato; quello per cui egli sostenne che non ci sarebbe bisogno di scienza se l’apparenza sensibile delle cose e dei processi corrispondesse al loro reale “esserci”. La merce è un feticcio perché all’individuo, immerso nell’immediata cosalità della vita quotidiana, trasmette un dato significato della sua esistenza. Un significato che tale individuo dovrebbe accettare quale dato immodificabile, un processo retto da leggi oggettive cui egli deve semplicemente sottostare, cercando di volgerlo a suo favore; appunto in base a quanto sostenuto da Smith e appena sopra considerato.

Il mercato è per Marx il regno dell’eguaglianza effettiva di tutti gli individui; ma semplicemente in quanto possessori di merce, poiché le merci si scambiano, in media, quali equivalenti. Nel mercato – non a caso anche in quello della forza lavoro – non esiste potere e inganno sempre a favore di determinati soggetti e a danno di altri. Potere e inganno funzionano secondo le leggi dell’erraticità; ma quell’erraticità per cui se si lancia in aria una moneta innumerevoli volte, grosso modo si afferma la “legge” del 50% testa e 50% croce. La regola dell’equivalenza in media si afferma attraverso la continua sregolatezza degli scambi interindividuali.

Se Marx avesse semplicemente “profetizzato” che il capitalismo portava al mercato globale, avrebbe allora affermato, come un liberale qualsiasi, che tale società assicurava l’eguaglianza tra individui in tutto il mondo, seppellendo con questa decisiva arma mercantile tutte le società arcaiche fondate su rapporti di dipendenza personale, sull’autoritarismo di dati gruppi sociali dominanti. Non a caso, la diffusione del capitalismo (anche all’interno di ogni singola nazione, in cui esso sconfisse le forme feudali o semitali, ecc.) condusse, contemporaneamente, al generale estendersi e allargarsi della “democrazia” fondata sul suffragio elettorale universale. Questo è quanto hanno capito di Marx alcuni che inneggiano alla sua grandezza? Credono che l’unico suo messaggio alternativo fosse l’esistenza dell’ingiustizia, della forza e dell’inganno? Non hanno capito proprio nulla di Marx e della sua critica anticapitalistica.

Ho già detto altre volte che lo scambio mercantile è in Marx simile al moto rettilineo uniforme di Galileo, moto in assenza di un qualsiasi attrito. Non esiste concretamente questo moto, ma è esso che lo scienziato deve supporre, in via di astrazione, proprio per poterne capire le leggi da utilizzarsi poi nell’attività pratica degli uomini che si muovono in un dato spazio, con caratteristiche (e attriti) differenti da luogo a luogo, da un tipo di movimento ad un altro. Prescindendo dall’uso della forza, dell’inganno, del raggiro, ecc. – forme di “attrito” – nel mercato vige la più perfetta delle eguaglianze tra gli individui scambisti. Se lo “sfruttamento” esistesse soltanto in base alla forza, ecc., sarebbe relativamente semplice combatterlo con regolamentazioni formali (giuridiche) poiché, a meno che non si affermi un potere “dittatoriale” (l’eccezione), chiunque fuoriesca da tali regole – a qualsiasi gruppo o ceto sociale appartenga – verrebbe punito e ricondotto entro l’alveo della “legge”. La grandezza di Marx consiste precisamente nell’avere spiegato lo “sfruttamento” (termine che evidentemente ha ingannato molti con la sua carica di valore negativo) in presenza di una supposta piena libertà ed eguaglianza di tutti gli individui componenti la società capitalistica.

3. Lo sfruttamento – l’estrazione del pluslavoro nella sua forma capitalistica di valore – avviene in processi che stanno “sotto” o “dopo” quello dello scambio mercantile. Si tratta della produzione, nel suo senso di trasformazione di dati prodotti (che servono da materia prima) in altri che fungono o da mezzi di consumo (per i bisogni degli individui viventi in società) o da mezzi di produzione da impiegare in ulteriori processi produttivi. Non starò certo a fare qui una lezione sulla teoria del valore e plusvalore in Marx; chi non la conosce, si informasse leggendo Il Capitale o piuttosto qualche testo didattico. L’importante è capire che, in una società di mercato generalizzato, non vi è produzione se questa non è introdotta dallo scambio; in questo senso la produzione viene logicamente dopo detto scambio, anche se certamente tutto ciò che viene scambiato deve essere prodotto.

Tuttavia, la sensazione più immediata dell’individuo, che vive in un certo senso isolato nella sua socialità di tipo capitalistico, è quella relativa alla necessità di dover comprare delle merci ove voglia iniziare una qualsiasi attività. Ecco perché possiamo dire che la produzione viene “dopo” lo scambio. E’ un po’ come quando ci alziamo e vediamo il Sole sorgere ad est e poi “correre” durante il giorno verso ovest; organizziamo la nostra giornata in funzione di questo movimento, la cui sommaria conoscenza è più che sufficiente per i nostri bisogni quotidiani. In definitiva, la sensazione immediata di ogni singolo (dove questo può essere un gruppo di associati per svolgere date attività) è che la produzione è successiva allo scambio indispensabile ad acquisire i mezzi per svolgerla. Del resto, se consideriamo che, per agire, è pure indispensabile riprodurre le condizioni della nostra vita individuale (sia biologica che relazionale), risulta evidente come lo stesso consumo, con cui realizziamo detta riproduzione, è possibile solo dopo aver acquistato le merci adatte all’uopo.

In definitiva, dunque, per l’individuo della nostra formazione sociale, il mercato è ciò che sta prima. Possiamo però usare pure la metafora del sopra (mercato) e sotto (produzione), poiché i vividi bagliori del mulinello delle merci (e nemmeno parliamo di quelli abbacinanti degli scambi sui mercati finanziari) offuscano la vista, attraggono l’attenzione degli individui, la cui socialità si attesta sul livello della circolazione, che è circolazione di merci. E, nell’ambito di quest’ultima, balza in evidenza la concorrenza, “battaglia” in cui si formano anche unioni cooperative tra individui, ma soltanto per lottare con maggiore efficacia contro altre unioni. La cooperazione non è quella tra produttori associati (l’operaio combinato, “dall’ingegnere all’ultimo manovale”) nell’accezione marxiana della transizione al comunismo; è semplicemente un’alleanza ai fini del conflitto. Certo, nella quotidianità della giornata lavorativa (tot ore passate in fabbriche, uffici, ecc.), si sviluppa pure lo scontro intorno alle condizioni in cui si svolge l’attività lavorativa. Se la lotta per tali condizioni ha successo, non gode però di alcuna stabilità fin quando i vantaggi ottenuti non entrino in un contratto, nella regolamentazione legale che caratterizza pur sempre l’ambito della circolazione mercantile.

La produzione, quella considerata sottostante alla circolazione, non va dunque identificata con i processi lavorativi. Non sono le condizioni di lavoro – i ritmi, la salubrità o meno dell’ambiente, l’esistenza di precauzioni contro la possibilità di incidenti, ecc. – a rappresentare il “sotto” la circolazione. Tutto ciò che riguarda le condizioni di erogazione della forza lavoro nei luoghi della sua estrinsecazione sta sullo stesso piano della circolazione mercantile. Ed infatti, come in quest’ultima, anche le condizioni nel processo di lavoro sono in ultima analisi affidate alla contrattazione, al “braccio di ferro”, al prevalere dell’uno o dell’altro contendente; non ne è sempre avvantaggiato uno, come accadeva nelle società dell’ineguaglianza, cioè dei rapporti di dipendenza personale.

Quando si contratta il prezzo di una merce (tra individui o associazioni di individui), fosse anche quello della merce forza lavoro, la bilancia non pende costantemente da una parte. Da questa situazione dipende fondamentalmente il tradunionismo della classe operaia (intendendola nel senso limitativo, kautskiano, di lavoratori esecutivi). I marxisti credettero di poterlo limitare a fenomeni di “aristocrazia operaia”, sbagliando clamorosamente; tutta la sedicente classe operaia è in lotta con il capitale utilizzando metodi eminentemente distributivi, che non intendono rivoluzionare i rapporti di produzione capitalistici; anche perché le conquiste via via fatte implicano necessariamente il capitalismo, non avrebbero senso in una società rivoluzionata in direzione del socialismo e poi del comunismo. Finora, l’esperienza storica, ultrasecolare ormai, ha mostrato che conviene agli “operai” (i lavoratori delle fasce esecutive) tenersi il capitalismo(i); le lotte vi conseguono successi distributivi (cioè di tenore di vita) indiscutibilmente migliori.

In ogni caso, mi premeva soprattutto mettere in luce che la contrattazione (conflittuale) riguardante il prezzo della forza lavoro (salario, partecipazione alla distribuzione del prodotto globale) concerne nel contempo la contrattazione, sempre conflittuale, con riguardo alle condizioni nei luoghi di svolgimento dei processi lavorativi. Le stesse incertezze (chi vincerà) e l’andamento del conflitto riguardano sia lo scambio delle merci (ivi compresa la merce forza lavoro) sia le condizioni che riguardano l’erogazione concreta del lavoro.

L’ignoranza di pseudomarxisti, quelli fermatisi al Frammento sulle macchine nei Grundrisse, ha portato alla falsa credenza che lo sfruttamento sia fenomeno intrinseco al processo di lavoro. Tutti i ragionamenti di Marx sul plusvalore assoluto (prolungamento del tempo di lavoro o accrescimento della sua intensità) e relativo (aumento della produttività del lavoro e dunque accorciamento del lavoro necessario a riprodurre la forza lavoro, con allungamento del tempo di pluslavoro) hanno facilitato la falsa credenza che lo sfruttamento (termine anch’esso sviante) fosse un fatto concreto inerente alle condizioni dei lavoratori nell’ambito del processo lavorativo. Marx aveva avvertito (Glosse a Wagner) che il “soggetto” (cioè il soggiacente, dunque l’oggetto) della sua analisi era la merce, non certo il processo di lavoro. Un inutile avvertimento per intellettuali incapaci di afferrare il nocciolo del pensiero marxiano, convinti che il problema capitalistico si riduca alla globalizzazione dei mercati più il processo di alienazione cui è soggetto il “povero” produttore di merci; per cui sarebbe quasi da invidiare il contadino servo, immerso nel fango e nella merda, mentre è da compatire l’operaio con la sua automobilina e le sue ferie (però, o sommo schifo, su qualche spiaggia troppo affollata, non a Capalbio o sulla Costa Azzurra, a Cortina o a St. Moritz, e altri luoghi simili frequentati dagli effettivi alienati).

4. In definitiva, lo sfruttamento – implicante esclusivamente, secondo l’impostazione del marxismo, l’appropriazione del tempo di pluslavoro da parte del capitalista – non riguarda né la circolazione mercantile né il processo di lavoro. Nella prima si possono sviluppare diversi rapporti di forza ma, in assenza di “attriti”, nella circolazione in se stessa considerata non è implicato alcuno sfruttamento; il pluslavoro (in forma di valore) vi si realizza semplicemente, non si forma. Si è cercato di fare indebiti ragionamenti in merito al regime di mono(oligo)polio, ma non funzionano. In ogni caso, si ha redistribuzione del plusvalore tra capitalisti, il mercato (in ogni suo “regime”) serve solo alla realizzazione. Ovviamente, lascio adesso correre le superficialità dette in merito al monopolio come affievolimento della concorrenza, come possibilità di accordo fra pochi a danno dell’intera società dei non monopolisti; tutte considerazioni in voga durante l’epoca di monocentrismo nel campo detto capitalistico (in opposizione all’altro polo pensato quale antagonista “socialistico”), ormai spazzate via nella nuova epoca storica in cui siamo entrati. Ricordo solo che Lenin aveva molto ben intuito come il monopolio fosse una concorrenza portata ad un ancora più elevato grado di acutezza, con il pieno intervento degli Stati a trasformarla in conflitto tra potenze per le sfere d’influenza nel mondo intero.

Il fatto che può sorprendere, soprattutto i “grundrissisti” (non marxisti), è la non centralità del processo di lavoro per quanto concerne l’esistenza dello sfruttamento. Tale processo è soltanto mezzo di variazione della quantità del pluslavoro ottenuto dal capitalista in forma di valore (nel momento della sua successiva realizzazione). Sia i metodi del plusvalore assoluto sia quelli del plusvalore relativo indicano semplicemente tali variazioni quantitative, ma la causa decisiva della sua appropriazione è stabilita altrove: precisamente nel rapporto sociale di produzione di forma capitalistica. Occorrono processi storici di formazione di tale rapporto – quelli denominati da Marx sussunzione, prima formale e poi reale, del lavoro nel capitale (anche per questi concetti, chi non li conosce già compia uno sforzo di lettura, ad esempio del Capitolo VI inedito di chiarezza esemplare) – affinché venga in essere questa particolare modalità di estrazione del pluslavoro.

In Marx tale rapporto, nella sua essenza, corre tra chi ha la proprietà dei mezzi produttivi e chi non ce l’ha. Tuttavia, affinché esso sussista è indispensabile la liberazione degli individui – implicati nella produzione e riproduzione delle condizioni di base del vivere in società (che evolvono storicamente) – da ogni forma di dipendenza personale; con la già nota sussistenza, in tal caso, della “libera” circolazione mercantile in cui ognuno ha qualcosa di sua proprietà da vendere quale merce per ottenere di che vivere. Il non proprietario ha però da vendere, liberamente e in condizioni di scambio di equivalenti (in assenza di “attriti”), soltanto la sua forza lavorativa (intellettuale come manuale). Per Marx tuttavia – nella fase da lui analizzata in riferimento al caso inglese di perfezionamento del rapporto sociale di produzione capitalistico (tramite sussunzione reale del lavoro nel capitale) – il proprietario assomma in sé pure le funzioni di dirigente della produzione, per cui “contribuisce alla creazione di ciò di cui si appropria” (Glosse a Wagner).

Proprio per questo, quando si parla di proprietà non si mette minimamente in opera una sua concezione formalistica, giuridica, bensì la si connota quale reale potere di controllo delle condizioni oggettive della produzione. Certamente, è difficile staccare allora l’attenzione dal processo di lavoro, perché è in esso che concretamente si esercita la direzione del capitalista, grazie all’intreccio tra diritto di proprietà e possesso delle “potenze mentali della produzione”; così com’è in esso che entra il non proprietario dopo aver liberamente venduto (tramite contratto) l’unica merce (forza lavorativa) che possiede. Tuttavia, è proprio necessario fare uno sforzo di astrazione (quella tipica della scienza, quella del “moto in assenza di attrito”) per comprendere come, al di là dell’evidenza empirica (ancora un altro “Sole che gira intorno alla Terra”), nel processo di lavoro i giochi siano già fatti a causa della storica formazione del rapporto sociale di produzione capitalistico. Il capitalista vi entra già in possesso del diritto di proprietà e delle condizioni che gli attribuiscono il controllo (direzione) dei processi; il non proprietario (quello detto operaio in senso lato) vi entra invece come sussunto sotto quella direzione. Il processo, nella sua empirica concretezza, conosce solo i mutamenti quantitativi del pluslavoro/plusvalore grazie ai metodi assoluti o relativi della sua estrazione (prolungamento e intensificazione del lavoro, aumento della sua produttività, ecc.).

Il rapporto ormai sussiste, si situa prima (in senso logico-scientifico) della compravendita dei mezzi di produzione e della forza lavoro per porre in essere un dato processo di lavoro. L’elucubrazione filosofica intorno ai destini dell’uomo (la sua alienazione o altre sviolinate del genere) sono totalmente al di fuori della possibilità di afferrare lo sfruttamento nella sua assunzione scientifica (per via di astrazione); che può (anzi oggi deve) essere contestata e superata, ma sul suo terreno. Il filosofo può solo rendere il marxismo una dottrina salvifica per il “povero” in cerca di “riscatto sociale o morale” o …..che so io; dove però si tratta semplicemente del riscatto del filosofo sperso nell’ambito di una scienza per la cui comprensione non possiede i mezzi mentali. In questo senso è lui l’unico alienato della situazione. Il filosofo, come lo storico empirico, hanno annientato non semplicemente il marxismo, ma la stessa possibilità di superarlo in direzione di una “nuova scienza”. Hanno semplicemente cancellato Marx dalla storia della scienza per riscoprirlo o come economista di second’ordine (seguace dei classici) o quale elucubrante un po’ ossessivo intorno a questioni morali o relative alla perdizione dell’uomo nei meandri della modernità capitalistica. Povero Marx, in mano a simili dilettanti e sfasciatori di pensieri scientifici innovativi.

5. Basta leggersi l’ultimo paragrafo dell’accumulazione originaria (ancora più chiaro e incisivo e meno schematico della ben nota Prefazione del ’59) per avere il quadro sintetico della dinamica sottesa all’evolversi del modo di produzione capitalistico, in particolare del rapporto sociale che fonda la specifica forma di sfruttamento, cioè di appropriazione del pluslavoro/plusvalore (che è logicamente anche un plusprodotto, è appena il caso di dirlo). Come il capitalista – grazie al diritto di proprietà e al controllo reale garantito dal possesso delle potenze mentali (direttive) della produzione – ha espropriato ineluttabilmente i piccoli produttori mercantili (rendendo ridicole e passatiste le utopie sismondiane e proudhoniane), così i capitalisti, proseguendo la lotta nel “libero mercato”, si espropriano vicendevolmente. Si verifica quel processo di centralizzazione dei capitali che l’economicista pseudomarxista ha ancora una volta – con spirito volgarmente empiristico, incapace di astrazione scientifica – ridotto all’emergere del “regime di mercato” denominato monopolio (più esattamente oligopolio).

La centralizzazione comporta, sempre nel campo dell’empiria, la socializzazione dei diversi processi produttivi, che s’intrecciano viepiù strettamente e “organicamente” fra loro. Dal punto di vista della dinamica del rapporto sociale di produzione – quello che si afferra con forte processo astrattivo, perché non si riscontra “sul terreno” se non mischiato ad una melmosa ed informe “ganga” che lo rende opaco e distorto – si produce invece qualcosa di assai più sottile (e teoricamente “puro”). La proprietà si separa dalle potenze mentali (direzione) della produzione che vanno ricongiungendosi – non però allo stesso livello, con l’esistenza invece di scarti e separazioni che creano comunque contraddizioni (non antagonistiche) – alle attività di prevalente esecuzione (e manualità). Si viene cioè creando quella separazione, tendenzialmente duale, tra il cosiddetto rentier (solo proprietario delle condizioni di produzione ma tramite una specifica modalità, finanziaria, di controllo) e l’insieme dei venditori di forza lavoro che costituiscono l’operaio combinato (o lavoratore collettivo cooperativo).

La socializzazione delle forze produttive (nei processi della loro applicazione) – che il determinista marxistoide ha preso come causa sufficiente della trasformazione dei rapporti sociali di produzione – rappresenta in realtà l’ambito dello sviluppo capitalistico nella sua concretezza empirica. I rapporti si situano al contrario nel livello dell’astrazione scientifica (il “moto senza attrito”). La lotta dei lavoratori nella produzione – ciò che Lenin definì “tradunionismo” operaio – si svolge appunto nel mondo concreto (la “ganga”) dello scambio della forza lavoro e della lotta intorno alle condizioni di lavoro nell’ambito di una socializzazione (intreccio) delle forze produttive, che avanza anche per effetto della lotta tra capitalisti in fase di “espropriazione” reciproca (con centralizzazione della proprietà di capitale). La lotta per la trasformazione del rapporto sociale (pur considerato “di produzione”) non può che avvenire in un ambito più vasto della società, deve investirla più complessivamente. In ogni caso, è una lotta in svolgimento pur sempre nel mondo dell’empiria (della “ganga” da cui l’astrazione scientifica ha estratto la “purezza” del concetto di rapporto). Non si lotta – perché non si può – per trasformare il rapporto in questa sua “purezza” concettuale, ma ci si immerge nella melma della concretezza sociale. Il risultato della lotta va poi seguito e valutato con il pensiero, nei suoi supposti effetti trasformativi, ritornando allora alla purezza del concetto scientifico e apportando le correzioni alla lotta stessa in base a qual è, ipoteticamente, il nuovo rapporto “puro” formatosi.

Da un lato e dall’altro del rapporto, secondo le supposizioni di Marx appena dopo la metà del secolo XIX, si situano due soggetti: rentier e lavoratore collettivo od operaio combinato. Diciamo intanto, ci si permetta il détour, che tale processo non è semplicemente previsto. Chi legge il (pur breve) testo citato da Il Capitale, si rende conto che il movimento è già in atto, in stato di avanzamento rapido e consistente tanto da essere percepito come sicuramente vincente, secondo le convinzioni di chi lo ha scritto. Questo esattamente 150 anni fa; Marx è sicuro di stare vivendo la trasformazione del rapporto, pur ancora avvolto nella “ganga”. Non ha alcun dubbio in proposito, inutile che si tenti di mentire in merito. Il suo errore di prospettiva è ormai pienamente evidente ripensando a quanto da lui sostenuto 150 anni fa. Non abbiamo voluto vederlo, abbiamo insistito nell’errore, tra accuse di dogmatismo e di revisionismo, di tradimento e di “corretta” interpretazione di un pensiero “profetico”. Si è recitata una commedia; se ci si limita a quanto dice Marx, egli vedeva in atto e in stato di forte avanzamento, in base ai suoi concetti scientifici, la trasformazione del rapporto capitalistico. Dopo 150 anni qualcuno l’attende ancora; questa la verità (non certo la Verità).

6. Non si cambino le carte in tavola, affidando ad improvvidi e approssimativi filosofi il compito di spargere intorno al preciso, chiarissimo, discorso di Marx, un immenso spruzzo di seppia. Avrebbe allora ragione Popper, che alcuni pseudomarxisti trattano solo da venduto o da pensatore superficiale. Tutti i pasticcioni – che fingono un pensiero profondo solo perché lo rendono interpretabile secondo mille possibilità confuse, mischiate fra loro, quindi indecidibili – odiano l’epistemologo austriaco quando invita ad esprimere con nettezza e senza contorcimenti qual è il proprio pensiero in merito a date ipotesi interpretative di fenomeni sociali, dai quali certamente si devono poter derivare, sia pure a grandi linee e per periodi non brevi (ma nemmeno millenari), date previsioni circa gli svolgimenti futuri. E’ questo che dà fastidio a certi filosofi che vorrebbero rendere Marx simile a loro. In questo senso, va criticato Popper; perché si è facilitato il compito polemizzando non con Marx ma contro suoi presunti interpreti, che ne hanno fatto la semplice caricatura, rendendo la sua teoria inadatta ad esprimere idee definite, da cui far discendere previsioni di massima per i prossimi tempi, previsioni però ipotetiche (cioè scientifiche) sempre passibili di correzioni varie in base ai segnali inviatici dagli errori commessi; e che sempre saranno commessi poiché “s’impara solo sbagliando”.

Riprendiamo l’argomentazione dai due soggetti del rapporto (“puro”, senza “attriti”) che Marx supponeva si sarebbe formato in seguito al processo di forte socializzazione delle forze (processi) di produzione con espropriazione tra capitalisti e centralizzazione del capitale. Abbiamo detto che i due soggetti sono: rentier e lavoratore collettivo. Bene, vediamoli da vicino. Il rentier non è un semplice fruitore di rendite finanziarie, non è soltanto il proprietario di pacchetti azionari nelle grandi imprese, società per azioni. Altrimenti, quando il capitalista (il gruppo controllore) di una grande impresa è giuridicamente titolare di una piccola quota del capitale, bisognerebbe dare ragione a Berle e Means che parlarono di democrazia economica, di proprietà diffusa, come se il capitalismo avesse ormai cambiato totalmente pelle. Nessun marxista cadde nel tranello. Semmai ci si fece annebbiare la vista dalla proprietà statale (sempre un fatto giuridico, non di controllo reale) fatta passare, in un primo tempo, per l’ultimo gradino precedente il socialismo, poi per socialismo tout court. Hilferding, non a caso, vedeva già l’instaurazione di una società di fatto socialista qualora tutta la proprietà fosse appartenuta ad un organismo bancario unico e centralizzato, cui doveva fare buona guardia lo Stato, considerato nella sua veste di amministratore degli affari generali della società (dimenticando i “distaccamenti speciali di uomini in armi”, i soli che facciano degli apparati “pubblici” uno Stato in senso proprio).

Il rentier è semplicemente colui che viene estraniato dalla direzione della produzione, che non possiede più le potenze mentali di quest’ultima. In concreto, è il gruppo sociale che s’ingegna con gli strumenti della proprietà azionaria, con la fantasmagoria e i giochi della finanza. In una società di scambio mercantile generalizzato, i “giochi” introno all’equivalente generale delle merci si autonomizzano, sembrano svilupparsi a parte, staccati dal contesto complessivo della produzione di merci. In questo contesto empirico-concreto, si rischia di perdere di vista la storicità del(i) capitalismo(i) e di tornare a concezioni generiche e a-storiche (cioè a-specifiche) circa il predominio di chi possiede ricchezza; concezione, fra l’altro, assai superficiale perché il potere è sempre stato di chi occupava, nell’organizzazione dei rapporti sociali, posizioni in grado di esercitare la forza o la preminenza ideologico-culturale, ecc. In ogni caso, nessun capitalista ha la preminenza sociale solo in virtù del controllo della ricchezza finanziaria.

Tuttavia, il rentier non controlla più nemmeno il processo sociale della produzione, poiché i processi della centralizzazione, seguendo Marx, lo avrebbero separato dalle condizioni oggettive – le potenze mentali ecc. che gli assicuravano la direzione – di detto controllo. Se la ricchezza finanziaria non è sufficiente a esercitare un pieno potere, si aprono due strade. Si può scendere di livello di astrazione (situandosi in quello in cui vi sono “gli attriti”), facendo mero riferimento al fatto che i gruppi finanziari “pagano” partiti, media, ecc.; esercitano spesso azioni di corruzione e via dicendo. Siamo nel livello in cui organizzazioni varie possono pensare ad una facile espropriazione dei rentier; alcuni credendo addirittura alla via “democratica e parlamentare”, altri preferendo scorciatoie autoritarie e violente. In ogni caso, tutto è semplicemente aperto allo scontro politico nella concretezza empirica del mondo quotidiano, quello del “vissuto”. La teoria non ha più molto da dire; il rapporto capitalistico è traballante, intrecciato a contrastanti progetti di gruppi politici e ideologici in azione.

Altrimenti, è necessario appurare se non c’è qualcosa di assai meno transitorio, qualcosa di solido che attraversa la lotta nel mondo di tutti i giorni, qualcosa che rende il rapporto capitalistico assai meno soggetto alle mutevoli vicende di tale lotta; pur se attraverso modificazioni di adattamento. Il marxismo legò questa maggiore stabilità al rapporto tra rentier e Stato; e trattò quest’ultimo non quale semplice organo di gestione degli affari generali della società (concezione non dei soli liberali, bensì anche di pseudomarxisti che hanno una visione “culturale” degli scontri sociali), bensì in quanto caratterizzato da organi di coercizione, di esercizio (eventuale) della violenza per impedire la fuoriuscita dalla riproduzione dei rapporti capitalistici. Che cos’è allora lo Stato? Un mero insieme di apparati che garantiscono l’“egemonia corazzata di coercizione”? Lascio adesso inevasa la risposta, perché qui si apre la necessità del superamento della concezione marxiana, che si pone giustamente il problema del rapporto sociale, puntando però l’attenzione centrale su quello di produzione, considerando quindi i processi in atto nella sfera economica della società quale base della stessa. Vedremo meglio la questione nella seconda parte.

7. Il problema del lavoratore collettivo può apparire relativamente semplice. Con la concorrenza tra capitalisti, e l’eliminazione di molti di essi, le dimensioni dell’unità produttiva – che per Marx è la fabbrica poiché non ha il concetto di grande impresa del secolo successivo (del resto, la stessa impresa “marshalliana” è entità molto diversa da quest’ultima) – diventano tali da impedire al capitalista, sempre visto nella sua figura di proprietario/controllore, di interessarsi della produzione in senso stretto, in realtà quindi della tecnica e dell’organizzazione dei processi lavorativi. Il capitalista diverrebbe perciò rentier o mero proprietario di pacchetti azionari, assumendo quale salariato il direttore produttivo.

Cerchiamo di capire il passaggio nella visione marxiana. La figura del capitalista si estranea dalla produzione e quindi non riunisce più in sé proprietà e direzione, non contribuisce più a creare ciò (valore) di una cui parte (plusvalore) si appropria; in un certo senso diventa simil-signore, perché il suo profitto (espresso in valore e nelle figura monetaria) è assimilabile ad un interesse prelevato su capitale proprio (non dato a prestito) e assomiglia ad una rendita (non più fondiaria). Tuttavia, non va confusa la direzione “in generale” con quella della produzione. In effetti, Marx usò quasi sempre l’espressione “potenze mentali della produzione”. Che cosa sono? I saperi tecnici e organizzativi relativi a quelle date unità produttive in specifici rami o settori. Si tratta in definitiva della direzione “tecnica”, quella dei reparti strettamente produttivi (fabbriche in generale) facenti parte delle grandi imprese moderne nei settori manifatturieri. Sappiamo oggi molto bene che la direzione d’impresa non è solo quella tecnica. Le potenze mentali della produzione, di cui parla Marx, sono tuttavia soltanto questo tipo di direzione più limitata. Forse si può pensare anche a qualcosa di più “allargato”, ma non certo alla direzione generale di una grande corporation moderna.

Quindi, attenendosi al capitalismo che aveva sotto gli occhi, Marx prevedeva l’aumento delle dimensioni delle sue unità produttive, ma immaginava allora il distacco pieno del capitalista – proprietario deprivato delle potenze mentali della produzione, acquistate ormai alla stessa stregua del lavoro salariato – dall’unità produttiva, che diveniva per lui solo fonte di un simil-interesse, prelevato sul valore prodotto dal corpo lavorativo complessivo impiegato in essa, “dall’ingegnere all’ultimo manovale”. Dirigenti (tecnici, in possesso delle potenze mentali della produzione, vendute quale merce al capitalista proprietario) e lavoratori esecutivi (operai in senso stretto), pur a differenti livelli di competenza e quindi di salario e dunque di status sociale, erano tutti venditori di merce forza lavoro, erano tutti lavoratori senza proprietà costretti a cedere, per poter vivere, la loro capacità lavorativa – chi quella della “mente”, chi quella del “braccio” – a colui che in forza di una proprietà (ormai garantita, extra-produttivamente, dalla forza dello Stato, dall’egemonia culturale, ecc.), aveva il diritto di pretendere un prelievo di valore (che è lavoro) alla cui creazione non aveva minimamente contribuito.

E’ evidente che, quanto meno in un congruo periodo di tempo, si sarebbe creata in questo (presunto) corpo lavorativo collettivo, di fatto cooperante pur a diversi livelli del sapere e quindi della gerarchia nei processi produttivi in senso stretto, una mentalità del tutto diversa da quella dei simil-signori. Soprattutto si sarebbe originata la consapevolezza di essere la fonte dell’intera ricchezza prodotta. Pur sussistendo ancora la forma di merce, e quindi di denaro, ci si sarebbe resi conto, nella concretezza stessa della produzione, della fantasmagoria di tale forma. Il feticismo – che non c’entra nulla con l’alienazione dei filosofi, essendo invece il dominio di tale nuovo “Dio” che, data la necessaria presenza dell’equivalente generale delle merci, ha assunto la figura del denaro – verrebbe lacerato dalla consapevolezza di porre in essere il corpo concreto di “beni e servizi” utili alla società, che hanno cioè un valore d’uso, ben più rilevante della sua semplice trasfigurazione mercantile e monetaria. Il profitto non potrebbe più essere contrabbandato quale premio per chi comunque dirige la produzione (possiede le competenze o potenze mentali, i saperi insomma, a ciò necessari), poiché chi dirige, chi ha queste competenze, riceverebbe solo un salario quale venditore di una forza lavoro particolarmente qualificata.

L’inganno è svelato, il profitto appartiene a chi, grazie alla proprietà di puri “segni” cui è appiccicato un diritto di proprietà garantito dalla forza della “Legge” (cioè dello Stato che la impone), si trova nel ruolo di poter acquistare e vendere tali segni, con ciò stesso acquistando e vendendo la facoltà di comprare la forza lavorativa del corpo collettivo cooperativo produttore della ricchezza. La produzione di ricchezza si situa in un’area sociale del tutto staccata, lontana, da quella in cui ci si dedica esclusivamente al “gioco” sui “segni di proprietà”, in cui si vive una vita da “signori”, in cui non ci si sporca minimamente le mani con la “dozzinalità” delle tecniche produttive, sia che ci si immerga in queste con il lavoro della mente o con quello del braccio. A ben vedere, in queste tecniche si potrebbero ricomprendere anche quelle della vendita delle merci; tuttavia, non credo proprio che in Marx vi fosse questa idea. Non a caso, l’aspra concorrenza in atto tra i molti capitalisti, quando questi erano ancora possessori delle potenze mentali della produzione (l’espressione è già significativa di per se stessa), veniva da lui considerata quale forza propulsiva alle innovazioni (di processo) al fine di accrescere il profitto (in quanto plusvalore relativo) mediante aumento della produttività del lavoro.

Quando il profitto si stacca nettamente dal “salario di direzione”, quando il capitalista è mero proprietario e il possessore delle potenze mentali produttive diventa salariato, cessa anche la spinta innovativa, il capitalismo comincia a deperire poiché non garantisce più lo sviluppo che è stato, in un certo senso, la sua ragione storica, la sua funzione positiva, quella per cui Marx lo considerava necessario al fine di non aspirare ad un comunismo di povertà, di ristrettezza delle piccole comunità agrarie, di “idiotismo rurale” (una sua espressione). Soprattutto, però, nel lavoratore collettivo, per quanto l’alto dirigente (colui che possiede i maggiori saperi produttivi) si senta personaggio particolarmente indispensabile rispetto ai bassi livelli lavorativi, si diffonderebbe la sensazione di essere comunque depredati da chi vive in tutt’altro mondo, dedicandosi per di più ad un gioco, quello finanziario sui segni della proprietà, che talvolta precipita sulle spalle dei produttori sconvolgendo i loro piani e la loro vita stessa.

A ben vedere, del resto, queste sono ancora oggi le concezioni dei critici (imbelli) del capitalismo che, ad ogni crisi dello stesso, si scagliano contro la finanza, in ciò facilitando il gioco dell’ideologia dominante, ben adusa a sostenere tali emerite idiozie, dando addosso ai finanzieri “cattivoni” additati quali veri responsabili della crisi, magari mandandone perfino qualcuno in galera o comunque consegnandolo al ludibrio delle genti così che, quando poi il capitalismo si riassesta, si possa tornare a parlare dei meriti di questa forma di società, dei meriti di coloro che la dirigono “onestamente”, “eticamente”. Purtroppo, è inutile negarlo, questa possibilità di inganno è stata offerta da Marx stesso con la previsione di un grado di centralizzazione dei capitali tale che le due classi sociali fondamentali, fra loro sempre più antagonistiche, sarebbero state quella dei rentier e quella del corpo collettivo dei produttori.

Se a 150 anni da Il Capitale, il capitalismo sopravvive, pur avendo mutato pelle e perfino certi suoi “organi interni”, risulta evidente a chi ha cervello la “falsificazione” di certi assunti di Marx. In effetti, i capitalisti non sono puri proprietari e non diventano, nel presunto capitalismo maturo, putrescente e creduto ormai moribondo, dei semplici rentier. Tanto meno, si forma il sedicente lavoratore collettivo cooperativo, in cui tutti i suoi componenti (del braccio e della mente), in quanto autentici (e soli) produttori di ricchezza (valori d’uso), sarebbero salariati e arriverebbero perciò infine alla comprensione di essere “sfruttati” dai rentier, per cui si andrebbero organizzando allo scopo di abbattere quel potere statale che sarebbe ormai l’ultimo diaframma tra il capitalismo e la sua trasformazione in socialismo e comunismo. Non è così; e non è la finanza l’aspetto decisivo del (dei) capitalismo(i). Andiamo per gradi.

Però, prima di proseguire, è bene ribadire ciò che sfugge ai più. Una teoria già rivoluzionaria – punto di avvio non solo della critica del capitalismo, ma che tentava di impostare l’interpretazione storica dell’evoluzione sociale dell’umanità – diviene alla fine reazionaria, un vero freno all’ulteriore sviluppo del pensiero, se non si riconoscono i suoi limiti; soprattutto se non si comprende che mai nessuna teoria rappresenterà la realtà così com’essa è né sarà in grado di seguirla nella sua reale evoluzione. Una teoria, fra l’altro, fissa sempre determinati schemi a grana assai grossa e ben ordinata. La realtà è tutt’altro che imbragabile in questo modo e non è gran che ordinata. In ogni caso, la teoria di Marx, certamente impoverita, privata dei suoi punti di maggior forza, presta il fianco, nella previsione della formazione dei rentier, ad una utilizzazione da parte di coloro che – sia apologeti, sia critici – riducono tutto il male del capitalismo alla “degenerazione” finanziaria. Scherzando, ma non troppo, Tremonti e Beppe Grillo sono sulla stessa lunghezza d’onda; ma lo sono anche altri ipercritici del capitalismo, perfino sedicenti marxisti e comunisti, non a caso oggi divenuti forza di complemento dei settori più reazionari dei subdominanti industrial-finanziari italiani e dei loro referenti, i predominanti statunitensi.

8. Con lo sviluppo del movimento operaio, in specie dopo i moti del 1848 e soprattutto in Germania, si andò precisando una dinamica di svolgimento degli eventi riguardanti le “strutture” sociali in divaricazione rispetto a quanto previsto da Marx. Fu soprattutto Kautsky, il “Papa rosso” e autentico fondatore di quel marxismo che ha dominato l’intero corso del movimento prima socialdemocratico, con la successiva scissione dei comunisti (assai più tardi). Si dovette prendere atto che non si andava verso la formazione del lavoratore collettivo, si perse anzi di vista proprio la concezione marxiana. La classe operaia, quella pensata quale soggetto della trasformazione del capitalismo nella nuova formazione sociale (alla fine senza più classi contrapposte, senza più sfruttamento), fu semplicemente l’insieme dei lavoratori salariati esecutivi degli opifici industriali (ormai fabbriche dotate di macchine).

Nel capitalismo centralizzato previsto da Marx, i possessori delle potenze mentali della produzione, ormai salariati essi stessi, non sfruttavano gli operai esecutivi, erano semmai essi stessi sfruttati dai capitalisti rentier. Nella visione marxista che si affermò, restò comunque la predominanza del capitalista finanziario (basti pensare al successivo classico lavoro di Hilferding, non a caso preso quando uscì quale seguito e completamento de Il Capitale), ma si prese atto della permanenza del capitalista anche nell’ambito dei processi produttivi in senso stretto (industriali); e Lenin parlò poi di simbiosi da le due forme del capitale, bancario e industriale, pur facendo comunque la concessione (errata in sede teorica, poiché si trattava solo di una caratteristica empirico-congiunturale tedesca) relativa alla preminenza del primo sul secondo.

In ogni caso, la società non si divideva in rentier, da una parte, e tutti i lavoratori produttivi salariati, dall’altra. Restava la figura del capitalista industriale; e si tenne conto che il dirigente salariato – da Lenin definito infatti specialista borghese – era assai vicino al capitalista. Intanto si constata che il dirigente è sempre visto sostanzialmente nella sua figura di tecnico (lo specialista appunto), non si tiene molto conto di chi è manager dotato di attitudini a dirigere con visione complessiva l’impresa quale unità molto più ampia della fabbrica, in cui avviene la trasformazione delle materie prime in prodotti. Imprese simili erano già presenti in Germania come in Giappone (le grandi concentrazioni denominate zaibatsu), pur se sarà la corporation americana a divenire la vera unità economica gigantesca caratteristica della nuova formazione sociale capitalistica.

Cade del tutto la previsione marxiana. Il lavoratore collettivo era già basato su una visione abbastanza limitativa, secondo cui la sfera economico-produttiva (poiché senza produrre non si può vivere, anche questa una concezione piuttosto semplicistica) era la base essenziale della strutturazione sociale. Di conseguenza, quando il lavoratore collettivo avrebbe tolto ogni potere ai capitalisti ormai solo proprietari, esso sarebbe divenuto il raggruppamento sociale pressoché generale, attorno a cui ogni altra attività socialmente utile avrebbe dovuto ruotare. In questo modo, tale collettività dei produttori (associati e cooperanti) avrebbe sostituito una classe solo particolare (e minoritaria), qual era la borghesia, nell’egemonia sociale complessiva. La classe operaia però, se intesa come corpo lavorativo esecutivo, non è affatto capace di questa egemonia. In realtà, essa non è classe nel senso inteso da Marx, tanto meno è il “soggetto” della trasformazione, che non poteva essere il risultato di una semplice volontà “soggettiva”, ma della capacità di rimuovere gli ostacoli e i diaframmi opposti al comunque oggettivo svolgersi della dinamica di questa formazione sociale; per cui, secondo il “Nostro”, la rivoluzione sarebbe dovuta essere “la levatrice di un parto ormai maturo” nel grembo della società.

La borghesia fu appunto classe capace di egemonia nel trapasso dal feudalesimo al capitalismo. Altrettanto sarebbe dovuto accadere nella transizione al socialismo e poi comunismo. Invece la sedicente classe operaia, nel suo significato kautskiano e cioè del marxismo come l’abbiamo accettato nel XX secolo, è soltanto raggruppamento sociale che – a parte il suo successivo restringersi con lo sviluppo della nuova forma capitalistica – appartiene alla “logica” riproduttiva dei rapporti di quest’ultima. Essa partecipa quindi alla lotta per la ripartizione del prodotto e non al rivoluzionamento dei rapporti in questione. Lenin intuì il problema quando parlò di tradunionismo (sindacalismo) operaio, ma, con tipica ipotesi ad hoc, lo restrinse all’Inghilterra e lo pensò conseguente alle “briciole” dello sfruttamento imperialistico che i capitalisti di quel paese erano in grado di concedere ai salariati esecutivi, favorendo la formazione della pretesa “aristocrazia operaia”. Il processo “tradunionistico” ha caratterizzato la storia di tutti i movimenti operai, “radicali” nella fase di industrializzazione e di trapasso dalla prevalenza dei contadini a quella degli operai (inurbati). Alla lunga, questi ultimi vanno a costituire strati sociali, spesso a più basso livello di reddito, caratterizzati però dalla netta trasformazione della loro mentalità e dall’adattamento a conflitti (più o meno acuti a seconda dei periodi più o meno favorevoli o sfavorevoli della crescita produttiva) prevalentemente sindacali e distributivi.

Nella fase di acuto scontro policentrico (la fase denominata imperialismo, termine poi talmente abusato da diventare la famosa “notte in cui…ecc.”), Lenin ebbe il merito di ripensare teoricamente l’intera questione. Tuttavia, quando scoppiò la prima guerra mondiale e si verificò il “tradimento” delle socialdemocrazie (che comunque non persero la loro supremazia nella “classe” operaia occidentale, quella dei paesi a capitalismo appunto più sviluppato), ecc., il grande rivoluzionario bolscevico, vero “revisionista” del marxismo, immaginò e pretese di essere il portatore dell’ortodossia, accusando di revisionismo l’effettivo ortodosso. Si è trattato di un momento cruciale, che ha segnato il destino del marxismo, arroccatosi per decenni su posizioni via via sterili – pur se con qualche raro sprazzo di originalità – che ne hanno decretato l’infausta fine; con gli attuali “conati” (deboli d’altronde) di falsa ripresa di un Marx totalmente depotenziato a “classico” minore o a filosofo squallidamente umanistico; quando addirittura non sia trasformato in un quasi cantore della liberistica globalizzazione mercantile.

Importante comunque la riflessione leniniana su vari temi: l’imperialismo, lo sviluppo ineguale dei capitalismi (nazionali) nella fase dell’acuto scontro mondiale, l’anello debole, ecc. Rilevante ancora adesso, a mio avviso, la rivalutazione importantissima della politica, con la distinzione tra la quarta e la quinta caratteristica dell’imperialismo: lotta tra grandi imprese (monopoli) per la spartizione del mercato mondiale, lotta tra potenze (gli Stati dei paesi capitalistici più forti) per la divisione del mondo in sfere d’influenza, che venivano rimesse in discussione e rigiocate nella fase più aspra del confronto. Evidente in Lenin la consapevolezza che le due lotte non si “ricoprono” esattamente l’una con l’altra (durante la prima e seconda guerra mondiale, sussistevano legami forti tra alcune grandi imprese di Stati nemici) e che, in definitiva, la supremazia di un sistema (sociale e politico oltre che economico) sull’altro si decideva con le armi, in un conflitto pensato dal grande rivoluzionario nello stesso senso di Von Clausevitz. Siamo quindi già dentro la preminenza dell’orizzonte strategico su quello più banale dell’efficienza tecnico-organizzativa nella produzione; preminenza chiara nella tesi dell’anello debole, dove si sostiene lo scoppio della rivoluzione non laddove la classe, pur sempre ritenuta (in sé) rivoluzionaria per eccellenza, è più forte, ma laddove le classi dominanti, lacerate dal conflitto interstatale, sono più deboli, il loro impianto istituzionale è in sfacelo. Tesi ripresa poi da Mao. Tuttavia, non venne mutato l’originario impianto teorico di Marx.

Sul piano delle classi, pure, non si abbandonò la tesi della centralità operaia. Tuttavia, si prese atto che tale classe, laddove era numericamente e organizzativamente più forte (in apparenza), non si muoveva con andamento prettamente rivoluzionario; ogni tentativo in tal senso, a parte quello russo, fallì e non si ripeté più nei paesi a capitalismo avanzato. La soluzione, ancora una volta ad hoc, fu quella di immaginare l’avanguardia di classe, con tutto il condimento della coscienza in sé e per sé, arzigogoli farraginosi che hanno deliziato pure buona parte della mia vita. In realtà, la rivoluzione fu realizzata da un gruppo ben preparato e determinato, capace certo di “analisi concreta della situazione concreta”; che tuttavia, questo Lenin lo sapeva bene, non può muoversi a piacimento, poiché indispensabile è il realizzarsi di condizioni determinate, in cui, come già detto, elemento decisivo diviene l’indebolirsi dei “regimi” (in senso lato) al potere fino a quel momento.

Bisogna comunque dare atto al dirigente bolscevico di non avere mai abbandonato la riflessione teorica, salvo che nei momenti cruciali della Rivoluzione d’Ottobre. Le letture e annotazioni della Scienza della logica si pongono più o meno nel periodo d’inizio del grande scontro mondiale. Gli studi sull’imperialismo sono del 1916. Del 1917 è Stato e Rivoluzione, che è interrotto all’inizio del cap. VII Sull’esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 (ovviamente quella del febbraio, perché Lenin termina di scrivere per andare alla rivoluzione d’ottobre). Dell’anno successivo (ottobre-novembre) è La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, che non è affatto un testo di semplice polemica momentanea. Anche questo testo è interrotto dalle notizie sulla rivoluzione scoppiata in Germania a Kiel e poi a Berlino; Lenin si illude indubbiamente e scrive di “inizio della rivoluzione vittoriosa”, terminando lo scritto così: “La conclusione che dovevo ancora scrivere per l’opuscolo su Kautsky e la rivoluzione proletaria diventa superflua”.

Si tratta in ogni caso di una grande lezione; nessun rivoluzionario serio (e lo stesso vale per l’intero gruppo dirigente bolscevico; e varrà per Mao e il gruppo dirigente del partito comunista cinese) immagina che sia sufficiente l’immersione nella concretezza del giorno per giorno, poiché è invece indispensabile la capacità di “distacco” e di “osservazione” della “realtà” (quella che necessariamente ognuno di noi pensa come tale) per condurre l’azione al suo, almeno desiderato, successo (poi, può accadere di fallire l’obiettivo). L’uomo non è come il leone, che insegue passo passo la gazzella in fuga con moto a zig zag per confonderlo e stancarlo (e talvolta ci riesce, la povera bestiola). Egli si ferma, magari brevemente, anche nel corso del più tumultuoso succedersi di eventi, ne studia l’evoluzione (il “zig zag della preda”) al fine di muoversi in modo più rettilineo (con sforzo minore, minori “perdite di energia”) nel tentativo di conseguire il successo. Sono le “masse” che si agitano caoticamente come le particelle di un gas. Qualsiasi gruppo organizzato, che si inserisca in tale moto, cerca di misurare la pressione, la temperatura, ecc.; poi decide sul da farsi. E questo, in ogni momento del “tumulto”. Altrimenti, si tratta solo di un gruppo di sbandati, di disadattati, di pericolosi anarcoidi e distruttori per vocazione. Ogni vera rivoluzione se ne libera, e talvolta preliminarmente, “liberandoli del carico della vita”.

9. In quella che, dopo la “guerra civile” (1861-65), divenne un potenza sempre più forte, fino a conseguire la supremazia capitalistica a metà ‘900, non si sviluppò nello stesso senso il “movimento operaio”. La lotta di classe ebbe andamenti diversi. Sia il processo di centralizzazione dei capitali (più precisamente, di aumento delle dimensioni imprenditoriali), sia l’organizzazione e la lotta tra imprenditori e lavoratori si svolse con modalità differenti, con notevoli caratteristiche simil-belliche, anche mediante legami con organizzazioni criminali. Un pensatore come Veblen, sopravvalutato dai critici radical, teorizzò a fine ‘800 l’affermarsi negli Usa di una “classe agiata”, che ha molte somiglianze con i rentier marxiani; una classe di capitalisti dediti solo a consumi “opulenti”, con diminuzione progressiva del loro afflato imprenditoriale. Probabilmente Veblen aveva in mente solo l’esaurirsi di una prima ondata capitalistica nella “Nuova Inghilterra”, ma sbagliò completamente previsioni circa il complessivo andamento del capitalismo statunitense, i cui risultati condussero pure ad una nuova formazione sociale, dei funzionari del capitale, mai studiata come un diverso capitalismo (solo il sottoscritto ha iniziato a farlo, ma certamente ancora appesantito dalle macerie della vecchia teoria, mentre di nuove, dopo l’analisi di Burnham nel 1941, non se ne vedono).

D’altronde, eguale errore commise l’austriaco Schumpeter il quale teorizzò, nel suo libro del 1912, l’imprenditore innovatore quale artefice dello sviluppo economico; mentre poi nel 1942 (un anno dopo che Burnham aveva colto caratteristiche decisive del predominante capitalismo statunitense) vide nella presunta burocratizzazione della grande impresa lo spegnimento della spinta propulsiva imprenditoriale con graduale passaggio verso forme socialistiche (con una concezione di socialismo, tipica di un liberale, quale semplice sclerosi appunto burocratica). Ricordo tutto questo perché non sono evidentemente stati soltanto i marxisti a predire continuamente l’inaridirsi dello sviluppo in costanza di rapporti capitalistici. Se ai liberali tradizionali si aggiungono i keynesiani (quelli dell’analisi del “lungo periodo”, tipo Hansen, Steindl, ecc.), si può ben dire che i marxisti “ossificati” si sono trovati in buona compagnia nello sbagliare ogni previsione intorno alle sorti della formazione sociale moderna.

Per questi motivi divento urticante quando ancora una volta leggo di “profonda crisi del capitalismo”, espressione che sento ripetere dal 1953 quando divenni comunista. Se uno si guarda il mio saggio per il centenario della nascita del mio Maestro Pesenti – che io, affettuosamente, chiamavo “revisionista”, mentre lui mi rispondeva dandomi dell’“estremista” – vedrà come i suoi scritti fossero pieni di profonde e irreversibili crisi del capitalismo; formulazioni del tutto comprensibili a quell’epoca (anni ’50 e ’60). Questa idea della “profonda crisi” è la foglia di fico per nascondere non solo l’incapacità, ma la stessa poca voglia di studiare attentamente le caratteristiche della formazione sociale contemporanea. E’ più semplice ripetere banalità, non affaticandosi sulla scienza che richiede rigore, pazienza, tanti insuccessi nell’approssimarsi ad una nuova concezione; meglio rimasticare vecchi cibi già vomitati da altri.

Torniamo ai nostri marxisti effettivamente rivoluzionari e alle ripetute delusioni procurate loro dalla Classe, in sé (pre)destinata alla trasformazione rivoluzionaria. L’in sé non era null’altro che l’errata interpretazione della conclusione tratta da Marx dall’analisi del presunto modo di produzione capitalistico, osservato in Inghilterra alla fine della prima “rivoluzione industriale”, una forma capitalistica da considerare storicamente come un bambino in procinto di divenire adolescente. Già sappiamo che, per Marx, era l’operaio combinato (lavoro intellettuale e manuale uniti in cooperazione), e non certo la “classe operaia” nella sua accezione marxista (kautskiana) corrente in tutto il XX secolo, il soggetto della rivoluzione e transizione al socialismo e comunismo. Dato che questo soggetto (in sé rivoluzionario) non si decideva ad agire secondo i dettami della teoria, Lenin organizzò un gruppo rivoluzionario pensato quale avanguardia rappresentante la coscienza (il per sé) della Classe.

Tale “trovata” però non bastò. Fu necessario l’evolversi degli eventi verso lo scontro policentrico acuto – quindi l’aspra lotta tra dominanti ben prima di quella “di classe” – a creare le condizioni della rivoluzione. Tuttavia, questa non si presentò nei paesi a capitalismo più avanzato, bensì nel più debole e arretrato paese/potenza appena agli inizi dello sviluppo capitalistico. Da qui la tesi rilevante dell’anello debole e della rivoluzione che si accende prioritariamente non laddove sono più robuste (nella pura immaginazione di un marxista) le forze della rivoluzione (la Classe, l’in sé, per l’appunto) bensì dove i dominanti sono più deboli e scompaginati dallo scontro con i più forti. Tuttavia Lenin continuò a pensare che tali condizioni fossero necessarie solo per l’innesco della rivoluzione; dopo di che essa avrebbe ripreso il suo andamento “normale”. Ed infatti abbiamo già visto che cosa scrisse alla fine del suo opuscolo su Kautsky. Invece, malgrado la Germania sconfitta si trovasse in condizioni sociali ed economiche terribili, con reale fame per consistenti quote di popolazione, la rivoluzione “proletaria” fu rapidamente sconfitta a riprova netta che la Classe non aveva alcun in sé da spendere rivoluzionariamente. Quando poi la presunta occasione si ripresentò a causa della grave crisi del ’29 (e delle condizioni iugulatorie imposte alla Germania), la Classe di fatto appoggiò un altro tipo di rivoluzione; comunque questo è un altro discorso.

Piuttosto, non fu sufficiente la nuova teoria dell’avanguardia, dell’anello debole (dove la reazione è più debole e non la rivoluzione più forte). Per sostenere l’innesco rivoluzionario in un paese quasi precapitalistico, con scarsa “classe” operaia, era comunque necessaria l’estensione del concetto di proletariato alla gran massa dei contadini, la cui analisi “di classe” fu molto succinta, basandosi sulla tripartizione poveri/medi/ricchi. L’alleanza propugnata fu logicamente tra operai e contadini poveri, spinta fino agli strati inferiori dei medi. Tutto ciò sulla carta perché poi la rivoluzione fu una “guerra (sociale) di movimento”, in cui la confusione e interpenetrazione tra raggruppamenti sociali diventa notevole. Nessuno ha dati sulla partecipazione dei contadini alle armate (e “masse in movimento”) “rosse” e “bianche”, ma credo che molti strati poveri e medio-inferiori fossero tra i bianchi, almeno in dati periodi e in certe zone.

In ogni caso, quella che doveva essere un’alleanza per la “detonazione”, con successivo svegliarsi della Classe in occidente, divenne in realtà qualcosa di permanente con non facili problemi di mantenimento della stessa durante il periodo di accumulazione originaria socialista, a tappe forzate, con pianificazione fortemente centralizzata e dure repressioni di “boicottaggi” da parte della “reazione in agguato”. A parte lo svisamento ideologico della realtà – non si trattava di boicottaggi e non erano traditori al servizio dell’imperialismo esterno a compierli – resto convinto della “giustezza” storica delle repressioni. Non ci sarebbe nemmeno la Russia odierna senza quelle drammatiche necessità. I dirigenti politici, che restano nella Storia, devono essere pronti ad azioni di alta criminalità. Solo i miserabili e meschini si dedicano a piccole truffe e maneggi da “mercato delle vacche”. Le “mani pulite” sono solo quelle dei servi, che tuttavia partecipano alla criminalità dei padroni, di quelli che pensano in grande; anche al posto loro, miserabili esecutori di ordini. Meglio Macbeth, e perfino Jago, piuttosto che Arlecchino e Pulcinella. Shakespeare li fece finire male; ma in realtà, il più delle volte, sono i vincitori, i creatori di “vasti imperi”. In senso politico come economico; anche il geniale imprenditore (innovatore e soprattutto stratega) è di questa stessa pasta.

10. In definitiva, è ormai indispensabile un passaggio teorico radicale. Non il solo marxismo, anche tutti gli altri “ismi” sono fermi da due secoli o quasi. Sono stati rivisti nella forma espressiva – il marxismo, quasi quasi, meno di tutti – ma la sostanza è tutto sommato la stessa. Il liberalismo resta di fatto fermo alla “mano invisibile” di Smith. Le formulazioni relative al presunto “monopolio” (od oligopolio), nella loro impoverita forma economicistica, mascherano solo le fasi di monocentrismo, quando esiste, sia pure molto imperfettamente, un qualche centro coordinatore mondiale o d’area (come l’Inghilterra per qualche decennio nell’800; o gli Stati Uniti nel “campo capitalistico” durante l’epoca bipolare e in senso globale per circa un decennio o poco più dopo il crollo dell’Urss). Il cosiddetto keynesismo – e non voglio per carità invadere il campo di coloro che hanno dibattuto se Keynes fosse sostanzialmente un neoclassico “riveduto e corretto” oppure un più radicale innovatore; non è “campo mio” – si è comunque tradotto solo in una forma di statalismo, basato semplicemente sulla domanda (spesa) pubblica con crescita di parassitismi vari e arretramento dei paesi che l’hanno veramente applicato – creando lo Stato detto sociale, divenuto in effetti puramente assistenziale – rispetto al paese predominante.

Quanto al marxismo, allontanatosi fra l’altro sempre più da Marx, ho già detto abbastanza in questa prima parte; e ancor più vi insisterò nella seconda, dato che si tratta della mia teoria di riferimento. Esso è comunque ormai ossificato, ridotto o a gretto economicismo con la formulazione di demenziali leggi, che dovrebbero predire il sempre imminente crollo della società moderna (detta capitalistica, e non so più con quanta precisione); oppure a conflitto sociale che, malgrado la differenziazione terminologica, rinvia sempre al presunto antagonismo radicale tra ricchi e poveri, tra dominanti e dominati, tra oppressori e oppressi, tra capitale e lavoro, tra dittatura e democrazia, tra gruppi di potere e popolo e così vaneggiando in un’orgia di vergognoso appannamento del pensiero (che pensa e dunque crea problemi, non semplificazioni oltraggiose per qualsiasi cervello ancora funzionante); oppure ancora a generica filosofia dell’Uomo, della salvazione dello stesso dall’alienazione (carattere tipico di questi “alti pensatori”, che confondono se stessi con l’intero “genere umano”). Ormai, il povero marxismo è stato reso inservibile se non per giustificare tradimenti ignominiosi, passaggi di campo o, nel migliore dei casi, ritiro nel proprio campetto di studi agognando qualche cattedra universitaria, qualche offa mediatica ed editoriale quale premio per i propri servizi di annientamento di un pensiero già rivoluzionario.

Passiamo oltre e andiamo alla successiva parte in cui, avverto il lettore, vi saranno ripetizioni del già detto; e non sempre per il principio repetita juvant. Il procedere su questi percorsi, poco battuti, non è né semplice né tanto meno rettilineo.

PARTE SECONDA

E adesso la teoria in senso proprio

1. Marx – come ho già chiarito in altre occasioni – ha operato un importante disvelamento, un mettere la “terra che gira intorno al Sole” e non viceversa. Al contrario delle sciocchezze propalate persino da uno storico marxista come Hobsbawm, il mercato e la sua globalizzazione sono il regno dell’eguaglianza degli individui, pur se soltanto in senso formale. Nella sostanza, proprio la generalizzazione della forma di merce – che si verifica quando diventa merce la forza lavoro venduta da chi è comunque libero da ogni vincolo di dipendenza personale rispetto al capitalista – nasconde lo sfruttamento, l’estrazione di pluslavoro nella forma generale del valore (quindi plusvalore). Questo processo dipende dal fatto che i mezzi di produzione sono proprietà del capitalista, il quale ha perciò il “diritto” (garantito dalle regole giuridiche del libero contratto, la cui applicazione è difesa dallo Stato e dai suoi apparati) di acquistare la forza lavoro di chi possiede solo quest’ultima, di impiegarla nella sua “impresa” con la clausola che tutto ciò che è prodotto in essa, e poi venduto nel mercato, gli appartiene perché l’impresa è messa in piedi con i suoi capitali. Tuttavia, il valore di questi prodotti è dato da una quantità di lavoro prestata dal venditore della propria capacità lavorativa (non solo quella del braccio, ma anche quella della mente) superiore a quella necessaria a produrre i beni atti a mantenere detto venditore nell’ambito della società, tenendo conto quindi dell’avanzamento della stessa, della crescita dei bisogni, del tenore di vita, ecc.

Il rapporto tra capitalista e operaio non è quindi semplicemente quello economico, non si svolge nello stretto ambito del processo di lavoro (di fabbrica, in particolare, per quanto riguarda la teorizzazione marxiana); è un rapporto sociale. Chi si ferma solo all’aspetto produttivo in senso stretto, a quello tecnico-organizzativo dei processi lavorativi, magari con l’aggiunta – che complica il quadro senza alterare il nocciolo della questione – del finanziamento di cui abbisogna il capitalista imprenditore nella produzione, delle “tecniche” di vendita nel mercato per realizzare il valore (e plusvalore come profitto), ecc., non ha capito il carattere sociale del rapporto tra capitalista e operaio (non solo il lavoratore strettamente manuale, come più volte considerato). Marx non è economicista in questo senso così meschino e ristretto; lo sono poi divenuti alcuni marxisti, anzi molti marxisti, quasi tutti quelli che non hanno dissolto Marx nell’aura dell’umanesimo, dell’alienazione, della “infelicità” sociale (quali, tra i due tipi di distruttori di Marx, siano i peggiori è a mio avviso come scegliere tra la bugia e la menzogna).

E’ vero che occorre il processo (di erogazione) di lavoro affinché si produca l’effettiva estrazione del pluslavoro/plusvalore, oggi nella sua forma decisamente preminente, quella relativa, legata alle innovazioni nelle tecniche e nell’organizzazione lavorative. Tuttavia, tale plusvalore è già implicito – quindi è già deciso; non nella sua quantità, che dipende ovviamente dal concreto svolgersi del processo di lavoro – nello stabilirsi del rapporto sociale a causa del quale il proprietario delle condizioni oggettive della produzione ha il “diritto” di acquistare, e poi impiegare come vuole, la forza lavoro di chi possiede solo quest’ultima. L’importante è che non tenti di costringere con la forza il possessore della capacità lavorativa a cedergliela a condizioni da lui imposte in virtù di un rapporto di tipo servile o schiavistico o comunque improntato alla semplice autorità.

Deve sussistere la parità di diritti e la libertà di vendere questa capacità di lavoro a chi offre di più. E di fronte alla centralizzazione dei capitali, è “giusto” venga concessa anche ai lavoratori la libertà di associazione per accrescere la propria forza di contrattazione. Assicurate queste condizioni di base, il rapporto sociale di tipo capitalistico è “ben formato”; ed è questa “buona forma” che garantisce lo sfruttamento in quanto estrazione di pluslavoro/plusvalore. Il processo di lavoro non fa che attuare ciò che il rapporto sociale di forma capitalistica garantisce (naturalmente, la quantità precisa di plusvalore estratta è decisa nel processo di lavoro con la sua tecnica/organizzazione); la vendita del prodotto sul mercato realizzerà poi il tutto, darà insomma il finish al processo.

In ogni caso, per Marx, il rapporto sociale fondamentale riguarda le condizioni oggettive della produzione e riproduzione delle “basi essenziali” della vita in società. La proprietà, in quanto potere di controllo (e non semplice forma giuridica) dei mezzi di produzione (e della terra), attribuisce predominanza al capitale nel rapporto che è sociale. Da qui l’idea della base e delle sovrastrutture, da non intendersi affatto nel semplice senso del determinismo causale; ogni critica a Marx in tal senso è semplicemente dovuta a superficialità, a incapacità di scendere alle profondità di questo pensatore. Ci si semplifica allora il compito affermando sciocchezze destituite di fondamento. Invece, è senz’altro vero che il rapporto sociale ritenuto più rilevante, quello di maggior peso (da cui la famosa “determinazione in ultima istanza”), è quello esistente nella produzione e riproduzione di quanto si ritiene fondamentale per il vivere sociale. D’altra parte, sarebbe ben strano sostenere che così non è; sarebbe come sostenere che noi potremmo pensare senza avere un cervello. Impossibile; la migliore dimostrazione è nei critici superficiali di Marx, ma pure nei suoi apologeti altrettanto superficiali, che in effetti non pensano non avendo cervello. Quel che pensiamo non è determinato strettamente dalla struttura anatomica, fisiologica, ecc. del cervello (dai suoi chimismi, impulsi elettrici, e via dicendo); se però questa struttura manca, addio pensiero. Se viene lesa una sua parte, addio certe possibilità di pensiero e movimento.

Con il concetto di modo di produzione (il cui aspetto principale è quello dei rapporti sociali di produzione), Marx pensò quindi di stabilire null’altro che l’astrazione più pura, scientifica, il “moto rettilineo uniforme” (o la curvatura dello spazio). Poi, ogni analisi concreta del moto esige che si considerino corpi specifici, posti in relazione specifica, ecc.; ma intanto si stabilisce la “legge generale”, nel suo più “astratto” significato. Senza questa, ci si disperde nella descrittiva casistica dei tanti movimenti empirici, creando il solito pasticcio, nel cui ambito si muovono meglio i praticoni, gli imbroglioni, cioè gli economisti e sociologi odierni, alcuni dei quali si danno arie di marxisti, non avendo capito un bel nulla della scienza di Marx.

2. Due sono gli snodi salienti di una teoria sociale. Il primo è proprio quello di Adam Smith: non ci si deve aspettare la buona carne dalla benevolenza del macellaio, ma dal suo egoistico interesse. Anche in tal caso, un nugolo di critici superficiali si è dedicato a ricordare che, in concreto, i capitalisti, inseguendo il profitto, ci danno spesso, per non dire sempre, carne adulterata, “sofisticata”, ottenuta in allevamenti “in batteria”, ecc. ecc. Banali come al solito, alla guisa dei critici di Marx. L’affermazione di Smith, pensatore fra i più concreti che si possano immaginare, non significa inneggiare al “buon” capitalista, che persegue il profitto essendo tuttavia rispettoso delle leggi. Questa è la mentalità del liberale d’oggi, scatenato contro alcuni, che aggirano la legge, per renderli capri espiatorî e poter dichiarare che la società liberale è sostanzialmente sana, è in grado di disfarsi di queste “pecore nere”. Il più delle volte, poi, queste ultime sono designate per puri motivi di lotta politica, avvalendosi dei “corpi dello Stato” che si fingono preposti allo scopo con spirito super partes. L’esempio classico di questa finzione è quanto vediamo oggi in Italia.

Smith voleva dire tutt’altra cosa. Smascherava l’ipocrisia dei moralisti, delle dottrine sociali in commistione e fusione con quelle delle varie religioni, dove si pretenderebbe di sostituire l’etica agli interessi che muovono individui, gruppi sociali, interi paesi o nazioni, ecc. Il liberale Smith fa riferimento soprattutto all’individuo (il macellaio), ma il discorso va applicato più generalmente. La religione, e in generale ogni morale, è ideologia, è una “sovrastruttura”. Non è certamente puro orpello, non è sempre semplice menzogna per mascherare l’azione degli “attori” in quanto “portatori soggettivi” di “processi oggettivi”. Non è però questo il problema. Se sfrondiamo l’azione sociale (o individuale, per un liberale) di tutto ciò che empiricamente si congloba o intreccia in essa, se andiamo all’astrazione scientifica più “pura” (al “moto rettilineo uniforme”), l’impulso fondamentale è l’egoismo. Nella concretezza, funzionano senza dubbio anche altri motivi: magari solidarietà, filantropia, alleanza (spesso per necessità al fine di realizzare meglio i propri scopi), orgoglio di essere i migliori, ecc. Nella sua purezza, quella cui mira l’astrazione scientifica, l’impulso oggettivo di cui ci si fa portatori soggettivi è però l’egoismo, scevro dalla morale delle religioni o, nei casi peggiori e “volgari”, dei politici imbroglioni.

Marx va oltre questo punto di vista perché prende in considerazione l’azione sociale, cioè in realtà la “legge” tipica di ogni forma (storica) di società, dei cui rapporti specifici i portatori soggettivi sono maschere. Gli individui agiscono come tali, giacché sono attori con le loro attitudini particolari, perché non hanno coscienza, se non superficiale, dei loro condizionamenti sociali. Capiscono quelli più superficiali ed evidenti – se uno si trova nella calca o nel traffico automobilistico non può non sentirsi condizionato da altri, tutti però eguali a lui – ma non quelli del rapporto “storicamente determinato” individuato dalla scienza. Nel capitalismo, gli individui sanno ovviamente di essere limitati dagli altri nel “gran traffico” del mercato. Tutti si sentono però sostanzialmente liberi. Quando non lo sono nemmeno nel mercato, data la coscienza ormai comune dell’uomo nel capitalismo, protestano e cercano di cambiare la situazione. Se però vi è una sufficiente libertà nel mercato, così come nel recarsi a votare nelle elezioni “democratiche”, tutto funziona e nessuno si sente conculcato. Al massimo, in certe contingenze, si avverte l’impedimento nei propri movimenti a causa della “calca”, ma come tutti gli altri; “mal comune……”.

Marx smitizza questa libertà e questa eguaglianza. La sua teoria del valore e plusvalore ha solo questo sostanziale significato. Forse Marx, e i marxisti veri, si sono mai sognati di pensare che, con questa teoria in pugno, avrebbero liberato definitivamente dallo sfruttamento l’umanità? Forse pensavano di “istruire” i poveri derelitti con Il Capitale in mano (a guisa di libro religioso)? O magari utilizzando i dibattiti sulla caduta tendenziale del saggio di profitto e sulla trasformazione dei valori in prezzi di produzione? O invece le “dotte disquisizioni” sull’alienazione e il ritrovamento di una nuova autenticità nella frugalità e parsimonia, predicando l’anticonsumismo, la decrescita, ecc.? La teoria del valore e plusvalore, che ha a suo fondamento il modo di produzione con i suoi rapporti sociali storicamente specifici, è la scoperta di un’astrazione scientifica a partire dalla quale è poi possibile “misurare” le condizioni esistenti socialmente in congiunture particolari. Ed è in queste congiunture che si valutano effettivamente le concrete possibilità di movimento, la necessità di ritirarsi o di avanzare verso rotture di maggiore o minore portata rivoluzionaria o invece riformatrice, ecc.

Sostituire all’“analisi concreta della situazione concreta” le giaculatorie sullo sfruttamento dei lavoratori è tipico di ingenui seguaci (i fedeli) di Marx o di mestatori in cerca di bande di miserabili da muovere per loschi scopi. Rimettersi tuttavia alla concretezza empirica senza alcun orientamento teorico, stabilito nella sua astrazione più pura, rischia di condurre proprio all’inesatta valutazione dei reali rapporti di forza tra gruppi sociali, o anche tra individui (a seconda delle teorie impiegate). L’importante è non applicare l’astrazione scientifica direttamente – estraendone conclusioni per pura deduzione – all’analisi dell’empiria né tanto meno cercare di brandire tali conclusioni quali strumento di agitazione e propaganda per l’azione nella congiuntura data. La teoria è semplice strumento per l’analisi, e per condurre l’azione in base all’analisi; sapendo però che è soltanto una bussola d’orientamento. Se mi indica il tale o tal’altro punto cardinale, non significa che io abbia già in mano tutto ciò che mi occorre per intraprendere un cammino, per risolvere tutti i problemi che mi capiteranno lungo la strada intrapresa; può capitare che un ostacolo incontrato mi costringa a tornare indietro e a provare verso un altro punto cardinale.

Smith in senso individuale, Marx in senso sociale (indicando negli individui i portatori di rapporti e processi oggettivi), sono comunque due “trincee” da cui non indietreggiare; sono la “Linea della Marna” da cui non retrocedere. Tuttavia, la battaglia della Marna (settembre 1914) segnò anche la fine, per ben quattro anni, della guerra di movimento (in effetti fu appunto di trincea). Da Smith e anche da Marx è passato molto più tempo. Dobbiamo ancora restare in trincea? Politicamente siamo addirittura in ritirata; almeno teoricamente, non accettiamo questo “Fato”. Rilevo intanto che non ho usato a caso Smith (vero pilastro del liberalismo) e Marx (che ha svelato lo sfruttamento nascosto dietro i peana innalzati alla libertà individuale).

Il marxismo non voleva annullare l’individualismo; voleva dare un fondamento sostanziale a quanto il liberalismo affermava in senso solo formale. Nessun annullamento dell’individuo in una comunità “da caserma”; suo massimo sviluppo invece, liberandolo dal predominio di chi aveva il controllo reale delle condizioni oggettive di base della produzione e riproduzione della società. Non si è realizzato nulla di tutto questo per ragioni che innumerevoli volte, e anche in questo saggio, ho messo in luce. Tuttavia, ci mancherebbe altro che tornassimo a concezioni di dissoluzione dell’individuo in comunità organiche. Essere contro Popper e la sua liberale “società aperta” non può significare una simile capitolazione. Certamente, ci sono nel mondo molte culture, non riducibili alla nostra “occidentale”. Tuttavia in quest’ultima l’individualismo va salvato comunque; chi predicasse contro di esso sarebbe in ogni caso sconfitto definitivamente. Del resto, siamo sicuri che, al momento, la formazione sociale dei funzionari del capitale (di matrice Usa) non abbia un certo numero di chances, predicando e diffondendo tale cultura? Io credo che l’individualismo sia da tenere da conto così come fece Marx.

3. Ho in passato, in anni e anni di studio e in centinaia (e più) di pagine, mostrato come l’aver puntato sul modo (pur sociale) di produzione (con i suoi fondamentali rapporti) – costruito attorno al concetto di proprietà (in quanto potere reale di controllo, in ogni caso non solo giuridica) o non proprietà dei mezzi di questa produzione – abbia infine condotto nell’impasse il marxismo e la sua capacità conoscitiva e di “guida” della prassi nel mondo onde trasformarlo e non semplicemente interpretarlo. A monte della proprietà sta ben altro processo, di cui tale potere di controllo sui mezzi produttivi è strumento ai fini della conquista di una supremazia. Si presuppone quindi che la società sia una rete di conflitti, per i quali vengono utilizzate opportune strategie: quella serie di azioni guidate da un sapere razionale ma che non si limita esclusivamente all’applicazione del principio (economico) del minimo mezzo (o massimo risultato). Il sapere strategico è notoriamente diverso, subordina a sé anche il sapere del minimo mezzo (diciamo minimax), pur esso quindi strumento di finalità più ampie che lo ricomprendono in sé.

Un conto è però il sapere strategico in una partita a scacchi, con due giocatori soltanto in conflitto per acquisire la vittoria; un altro, più complesso, è quello necessario al gioco plurimo, di molti attori, ognuno dei quali, anche attraverso alleanze con altri, tenta di acquisire la supremazia “ultima”, definitiva. Si tratta di un gioco complicato, talmente indeterminato, che, quando si arriva al punto culminante del conflitto, le alleanze si fanno più ampie e più strette al fine di ridurlo, nella sostanza, allo schema duale dell’individuazione del nemico per eccellenza. I nemici, in ultima analisi, diventano due, nel senso ovvio che ognuno è nemico per l’altro. E’ a questo punto che la politica si trasforma in vera guerra (la clausewitziana continuazione della politica con altri mezzi). Fin quando non si arriva al punto culminante, la politica continua con mezzi diversi (un cui aspetto visibile è la diplomazia; poi c’è l’attività di Intelligence e altre), proprio perché si tratta di un gioco conflittuale tra più giocatori (o più gruppi di giocatori, che costituiscono fra loro alleanze, spesso assai labili).

Non si può entrare veramente in guerra se un giocatore (in genere un gruppo alleato di giocatori) non ha davanti a sé un altro giocatore che è il nemico, quello per eccellenza e unico nella congiuntura data. Altrimenti, si hanno scontri minori, con nemici di volta in volta mutevoli, in un gioco ambiguo di subdole alleanze estremamente fragili e aperte allo scioglimento, al passaggio di campo di vari giocatori, ecc. Nella vera e propria guerra, le alleanze sono più stabili (salvo alla fine, nella sconfitta di una delle due alleanze, quando qualcuno cerca di evitare la batosta definitiva). Tuttavia, anche all’interno di ogni alleanza si tramano mosse varie, per trovarsi a fine guerra in posizione di vantaggio. Nello stesso tempo, continuano pure i rapporti con il nemico, in genere con i vari membri dell’alleanza contrapposta presi separatamente l’uno dall’altro. In ogni caso, tutte queste considerazioni sono ben note, non rappresentano alcuna vera rappresentazione teorica in quanto, come già detto, quest’ultima serve esclusivamente da bussola orientativa. In tutti i giochi i vari giocatori si presentano quali attori. Ognuno di loro si sente soggetto e agisce convinto di essere libero di decidere le sue azioni, ovviamente sapendo di avere un limite nelle (re)azioni di tutti gli altri.

In fondo, si tratta della stessa situazione di una impresa – “concorrenziale” o “monopolistica”, nulla vi è di sostanzialmente diverso, salvo il numero e la consistenza degli avversari – in azione nel mercato. Anzi, va detto che l’impresa è l’ultimo soggetto arrivato in quello che possiamo indicare sinteticamente quale conflitto strategico (abbreviazione di “conflitto tra strategie di diversi attori/giocatori in gara per la supremazia”). La storia della società ha sempre conosciuto tali conflitti; per un lunghissimo periodo questi hanno interessato la sfera politico-militare e quella ideologico-culturale. Con l’affermarsi del capitalismo, si è avuta l’estensione del “gioco” alla sfera economica suddivisa, nel mondo della forma di merce generalizzata, in produttiva (in senso stretto e della vendita mercantile) e finanziaria. Nel capitalismo, quindi, l’intera società è attraversata dal gioco conflittuale con i suoi scontri aperti, alleanze, manovre di aggiramento e diversive, ecc.

In ogni caso, Stati, apparati vari, gruppi sociali, politici e culturali, individui, agiscono alla guisa di “attori”. Si ha un gioco di estrema complessità – nel capitalismo, dove tale rete di conflitti ha invaso la certo rilevante sfera economica, tale complessità (anzi vera complicazione) è massima – che viene solitamente seguito con difficoltà, utilizzando una serie di tecniche di generalizzazione con indicazione di tendenze, ecc. al fine di districarsi in una congerie di fenomeni. E sempre arrivando al massimo della concentrazione delle forze spese nel gioco quando si arriva al punto più alto, la guerra, dello scontro; concentrazione che consente finalmente la semplificazione (apparente, per quanto detto sopra circa i vari giochi interni alle due alleanze in lotta) del quadro complessivo del gioco conflittuale.

Siamo così arrivati al “fondo” della questione, del problema? Per null’affatto. Se ci si limita a questo – ed è quanto appunto fa la concezione atomistica liberale, seguita però anche dalle dottrine religiose, che aggiungono semplicemente all’attore individuale la “responsabilità morale”, peggiorando, non migliorando, il liberalismo – si ha una visione distorta della società, in quanto assimilata ad una sorta di “gas”, i cui atomi si muovono caoticamente pur raggiungendo, in virtù del loro limitarsi reciprocamente tramite gli urti casuali, determinati (e statisticamente constatabili) livelli di pressione e temperatura. Precisamente per questi motivi, la concezione religioso-etica peggiora ulteriormente quella liberale; essa resta infatti ancorata ad una visione meramente intersoggettiva della società, cercando di sottomettere gli individui ad una coesione soltanto ideologica (non inessenziale o irrilevante, ma che non raggiunge mai lo scopo in modo duraturo) tramite la responsabilità morale che rinvia poi ad un rapporto fondamentale di ogni “atomo” (individuo) con Dio, entità di inesprimibile esistenza effettiva e la cui rappresentazione soltanto ideologica non basta a vincere una “forza” assai più cogente che permea la società degli uomini. I quali sono, sì, attori ma in quanto portatori soggettivi di questa “forza” che attraversa la “realtà” rappresentata dai rapporti sociali e rende gli “attori”, in definitiva (“in ultima analisi”), le marxiane “maschere” degli stessi. Insomma, si tratta di attori nel mondo concreto, quotidiano, del vivere sociale; superati però in energia da questa “forza” (più “profonda”, che agisce “da dietro”, si scelga la metafora preferita) che fa emergere, nel lungo periodo (un’epoca storica), un risultato delle azioni dei molteplici giocatori non voluto né progettato e nemmeno previsto da alcuno di essi.

4. Si tratta allora di capire o intuire questa “forza”. Che è un presupposto per la costruzione della “bussola orientativa” (teoria) dell’azione in società. Come tutti i presupposti, è bene non attribuirle ingenuamente una reale esistenza, non pensarla quale mera “riproduzione del concreto nel cammino del pensiero” (Marx, Introduzione del 1857). Non pensiamo più questo e, tuttavia, riteniamo indispensabile tale orientamento, pena il credere che gli individui si muovano in modo perfettamente cosciente, da autentici attori soggettivi; e che i risultati delle loro azioni corrispondano tutto sommato ai loro progetti, desideri, volontà. Certamente, c’è la via di uscita tipica dei metodi soltanto empirici (tecnici, non scientifici nel senso indicato da Marx: scoprire la realtà “profonda” che sta dietro quella “apparente”, che non è irreale, sia chiaro). Via di uscita che suggerisce di considerare il risultato delle azioni dei vari giocatori (gli attori appunto) quale vettore di composizione delle forze in campo. In altre parole, la “forza” che sembra imporsi ai singoli attori non sarebbe allora altro che il risultato (“composto”) delle loro reciproche attività, a volte convergenti, altre (la maggior parte) divergenti.

In effetti, quando si analizzano concrete congiunture, è del tutto lecito procedere nel modo appena detto. Se studiamo quanto sta accadendo in questa fase storica, con riguardo a quest’ultima nel suo complesso o a sue singole “parti” (ad es. la crisi libica), è praticamente indispensabile rendersi conto, nel più preciso dei modi e raccogliendo il maggior numero di informazioni, delle azioni dei vari giocatori nello scacchiere complessivo. La stessa cosa dicasi per studiare singole situazioni all’interno delle diverse formazioni particolari (paesi o aree mondiali ristrette tipo Unione Europea, ecc.), in cui si muovono determinanti gruppi attivi di maggiore o minore forza. Tuttavia, resta da spiegare come mai – malgrado la ripetuta speranza di poter giungere infine ad una prevalente cooperazione tra uomini, che Marx pensò essere ormai il risultato della dinamica oggettiva del modo di produzione capitalistico comportante la formazione del lavoratore collettivo e l’instaurarsi di un governo dei produttori associati (e controllori in comune dei mezzi di produzione) – abbia sempre prevalso l’aspetto del conflitto, da cui poi deriva la prevalenza della razionalità strategica rispetto a quella del minimo mezzo, che dovrebbe condurre al massimo di produzione e di soddisfacimento dei bisogni con la riduzione del tempo di lavoro obbligato e il fiorire di mille iniziative dovute alle molteplici preferenze individuali nel tempo liber(at)o a disposizione.

Per spiegare questo risultato, che nessun “soggetto” (Stato, gruppo sociale, individuo), nemmeno quello dotato di maggior potere, persegue per semplice istinto malvagio, non c’è che una supposizione “essenziale”, “pura”, quella dell’astrazione scientifica del tipo già descritto (“moto rettilineo uniforme”, ecc.): la “realtà”, da noi conosciuta sempre tramite ipotesi relative al movimento di “corpi” vari in essa presenti – “corpi”, la cui individuazione concreta dipende sempre dal “taglio della realtà” da noi effettuato e dalla rete teorica, a maglie di varia larghezza, che noi gettiamo per afferrarla – è permeata da un costante squilibrio. L’attività degli individui (nei gruppi), dei gruppi sociali (nelle formazioni particolari), di queste ultime (con i loro Stati, con gli organismi detti internazionali, ecc.) nel mondo, tende sempre a cristallizzare la “realtà” (una specifica realtà) in un dato equilibrio, perché ogni azione, sempre preceduta da un progetto e dalla fissazione degli obiettivi da perseguire, ha bisogno di procedere in una situazione di stabilità.

Noi perseguiamo quindi sempre il fine di agire secondo una serie successiva di “stati di quiete”, che aggiorniamo via via in periodi successivi; in certi casi molto brevi, ad esempio nella vita individuale di tutti i giorni, altre volte assai lunghi, anche riguardanti intere fasi o epoche storiche. Gli ordinamenti giuridici, le Costituzioni, ecc. appartengono a questa, necessitata, modalità d’azione. Eguale affermazione va fatta per la costituzione degli Stati moderni (il termine stato è molto appropriato), per la rete di apparati creati secondo una determinata architettura che varia da paese a paese, da un periodo storico all’altro. La creazione di un’impresa nella sfera economica corrisponde allo stesso bisogno. L’azione di più giocatori, che è movimento, esige il suo contrario: lo stabilire uno stato di quiete, che è il campo dell’azione. Così come le squadre di calcio, sport di chiaro movimento, hanno bisogno del campo di gioco che è lo stato di quiete. I costumi, le consuetudini, l’“abitudine”, la morale in particolare, appartengono alla stessa modalità d’azione in un campo che noi crediamo di poter stabilire in quanto stato di quiete.

Insomma, la cultura di una data formazione sociale è questo stato di quiete, assai viscoso nel tempo, quasi sempre rappresentante un forte ostacolo al cambiamento, a tutto vantaggio degli individui (in un gruppo), dei gruppi (in una formazione particolare), di una formazione particolare (in un contesto globale più vasto), che hanno consolidato quello stato di quiete perché in esso giocano in posizione di vantaggio rispetto agli altri attori. La lotta che periodicamente si acuisce, poiché nuovi “soggetti” (attori) intendono rovesciare la preminenza dei precedenti, si sviluppa appunto attorno agli stati di quiete (duraturi da più o meno tempo). In questo senso Marx parla di rivoluzioni, provocate da “sottostanti” movimenti nella base oggettiva, che tuttavia si combattono nelle sovrastrutture politiche (con il prolungamento bellico) e ideologiche (culturali). Le sovrastrutture sono in definitiva gli stati di quiete, i campi di gioco; e gli attori combattono in essi la loro lotta per mantenere o sovvertire (o semplicemente modificare), cercando di spostarli, di dissodarli, di trasformarli nelle loro “qualità pedologiche”. Ma tali lotte nelle sovrastrutture (gli stati di quiete, i campi) hanno una loro base oggettiva negli squilibri prodottisi e che sono sempre incipienti, pronti a precipitare in tempi brevi o lunghi, provocando mutamenti leggeri o grandi rivoluzionamenti.

Quando Marx, all’inizio del Manifesto (del 1848), parla delle classi in lotta, egli privilegia l’antagonismo dei gruppi sociali – nella formazione presa in generale come società di una certa forma: schiavistica, feudale, capitalistica – rispetto a quello tra gli individui nei gruppi e tra le formazioni particolari in un contesto più vasto o globale. E’ interessante notare che i gruppi individuati – patrizi e plebei, proprietari feudali e servi della gleba, mastri artigiani e garzoni, borghesi e proletari – lo sono in base ad un collegamento più o meno diretto con il controllo dei mezzi di produzione (e della terra, condizione oggettiva generale della stessa). Egli è convinto di vedere la realtà così com’essa è. La sua analisi procede quindi dal presupposto di poter individuare la caratteristica generale della “realtà” sociale, in quanto reale struttura di rapporti della società in quella data “epoca della sua formazione economica” (Prefazione del 1859). Da qui procederà poi tutta l’analisi successiva del modo di produzione capitalistico, con le sue dinamiche intrinseche e i supposti sbocchi necessitati di queste ultime, sbocchi di cui la rivoluzione si fa “levatrice” (di un parto ormai giunto alla sua maturazione). Al massimo, con Lenin, si poté pensare ad un parto appena anticipato (un “settimino”, diciamo), attuato con “taglio cesareo” (violenza rivoluzionaria), con relativa “incubatrice” (“accumulazione originaria socialista”, industrializzazione a tappe forzate mediante pianificazione fortemente centralizzata).

Come si vede la rottura, così radicale e da nemico contro nemico, tra socialdemocrazia “revisionista” (in realtà la vera ortodossa) – che voleva attendere i “nove mesi” (e perfino la maggioranza dei bolscevichi ebbe dubbi sullo scatenare subito la rivoluzione contro la Duma borghese di Kerensky) – e Lenin, che propugnava il “parto cesareo” anticipato, era assai meno pronunciata, dal punto di vista strettamente teorico (scientifico), di quanto non sia poi stata enfatizzata per motivi politico-ideologici. Ed infatti, in pratica fino alla morte di Lenin, di fatto si continuò, sia pure sempre più labilmente, a sostenere, malgrado i fallimenti delle rivoluzioni in Germania e in Ungheria, che la rivoluzione russa serviva da detonatore per la rivoluzione proletaria più generale. Con Stalin si ha di fatto l’abbandono di questa speranza; abbandono benefico – per cui, mi dispiace, ma approvo pienamente, dal punto di vista storico, la dura sconfitta impartita a Trotzky – ma certamente con il grave limite, foriero di tutta la successiva pluridecennale degenerazione, di una lotta sempre condotta in base alla falsa ortodossia, ormai pura ideologia e semplice copertura delle esigenze politiche di fase in fase. Il reale apporto di Lenin fu teoricamente inconsapevole, preso per pura necessità pratica della congiuntura. Esso consistette fondamentalmente nella tesi dell’anello debole e nella scelta dell’alleanza operai-contadini.

5. Che significa anello debole? Dal punto di vista della congiuntura non vi sono grandi considerazioni teoriche da fare, data la loro autoevidenza. Tuttavia, qualche conclusione più generale può essere tratta. Lenin (come poi Mao) affermò che la rivoluzione avviene laddove le forze reazionarie sono più deboli, non dove sono più robuste quelle che la perseguono e la realizzano. In teoria (seguendo Marx), la rivoluzione sarebbe dovuta essere più forte (ormai matura come il famoso parto a “nove mesi”) laddove si veniva formando una forte classe operaia (che tuttavia, lo sappiamo, in Marx era l’operario combinato, non il lavoratore esecutivo come in Kautsky, seguito però in questo da tutto il marxismo del ‘900), mentre il capitale sarebbe infine divenuto patrimonio di rentier, mera finanza (e sul punto vi era l’analisi di Hilferding, presunto continuatore de Il Capitale). Ed è qui che si innestò l’aspra critica socialdemocratica ai bolscevichi: perché imporre le sofferenze della rivoluzione violenta quando il tempo lavorava progressivamente per la rivoluzione proletaria se intesa come operaia? La risposta fu l’accusa di autentico rinnegamento della rivoluzione rivolta dai leninisti ai revisionisti, resa tanto più realistica dal laido tradimento delle risoluzioni di Zimmerwald, che impegnavano l’Internazionale ad opporsi al bagno di sangue, in cui furono gettati i popoli dalle borghesie imperialiste in conflitto per la supremazia mondiale.

L’anello debole significa però di più. Innanzitutto, non esiste equilibrio che tenga. La “realtà” – che noi obbligatoriamente ci rappresentiamo mediante successivi stati di quiete (i campi su cui i vari attori, i “soggetti”, giocano le loro partite) – non conosce invece mai riposo; e in questo incessante suo muoversi non conosce equilibrio, se non in quanto instabile reggersi su forze contrastanti per periodi di tempo imprevedibili. Qualsiasi istante – anche se questo ha concretamente lunghezze variabili a seconda della scala dei fenomeni; nel cosmo, ad es., i movimenti degli astri sembrano, alla stregua della vita dell’umanità (non soltanto dei singoli individui), eterni nel loro seguire dati percorsi – è squilibrio. E quest’ultimo provoca azioni contrastanti dei vari “attori”: di mantenimento del precedente stato di quiete (campo) da parte di alcuni di essi, di mutamento, rovesciamento, trasformazione di questo stato da parte di altri.

L’importante è capire che, per quanto lungo possa apparire un determinato equilibrio con il suo stato di quiete (lo ricordo: costumi, abitudini, cultura, morale, Stato, apparati vari, associazioni, imprese economiche, ecc.), si tratta sempre di un insieme sistemico di azioni e reazioni. Come quando un individuo si tiene fermo in piedi, con una serie di movimenti contrastanti dei muscoli e quindi dei fasci nervosi e dei comandi centrali (magari “automatici”, non consapevoli); quando s’invecchia e i muscoli perdono robustezza ed elasticità, non a caso si cade spesso, ci si regge in piedi con maggiore difficoltà.

Da questo punto di vista, ogni anello può essere debole di volta in volta. La debolezza rappresenta solo la particolare situazione in cui trovasi, nella rete dei “corpi” (o attori) individuati per gli scopi della nostra analisi, uno o alcuni di essi rispetto agli altri a causa dello squilibrio che produce alterazione di quelli che credo si possano definire, in senso generale, rapporti di forza, rapporti appunto nell’ambito dell’incessante spinta squilibrante (nell’esempio fatto del reggersi in piedi fermi, il gioco dei vari muscoli, ecc. può essere definito, per analogia, nei termini dei rapporti di forza tra di essi; anche i muscoli, ecc. sono dunque attori, “soggetti”, pur se in senso diverso dagli individui umani).

Anello debole fu pure la Germania, dopo la sconfitta, ed in essa infatti scoppiò la rivoluzione, che tuttavia fu rapidamente sconfitta. Eppure in Germania, uno dei paesi a maggior sviluppo capitalistico, sede inoltre della classica analisi hilferdinghiana del capitale finanziario, esisteva una forte classe operaia. In Russia, con pochi nuclei operai (pochissimi anzi), e con una marea di contadini – spesso in zone di arretratezza del tutto precapitalistica e con usi e costumi arcaici – l’anello debole significò riuscita, pur non facile né breve, della rivoluzione presa (erroneamente) per detonatore di quella che doveva portare al governo dei “produttori associati” (“dall’ingegnere all’ultimo manovale”). La teoria (congiunturale) dell’anello debole doveva dunque essere completata con quella della rivoluzione compiuta non dove le forze ad essa favorevoli sono più forti, ma dove quelle contrarie sono più deboli.

In verità, invece, le forze della rivoluzione erano più deboli in Russia solo per l’errata considerazione, mutuata dal marxismo tradizionale (quello kautskiano confuso con quello prettamente marxiano), della classe operaia (proprio quella in senso stretto, di fabbrica) quale “soggetto” decisivo della trasformazione. Nessuna rivoluzione operaia è mai stata compiuta in paesi a capitalismo avanzato, nei quali, fra l’altro, tale classe cominciò, ad un certo punto, ad essere in diminuzione relativa rispetto ad altri settori del lavoro subordinato e fondamentalmente esecutivo. Le rivoluzioni presunte comuniste sono avvenute i paesi a maggioranza contadina. Nei paesi a capitalismo avanzato sono avvenute altre rivoluzioni prese semplicisticamente, ed in modo errato e fortemente ideologico, o come pretta reazione della parte più arretrata del capitale o come movimento di indistinte “classi medie”.

D’altronde, nella fase attuale, in una serie di paesi a non alto sviluppo capitalistico – promosso assai disordinatamente da gruppi dominanti, strettamente intrecciati con gli apparati statali e mai divenuti vere classi egemoni borghesi o dei funzionari del capitale – si sono andati formando raggruppamenti di una certa consistenza etichettati sotto la denominazione di “classi medie”, denominazione che è soltanto un grosso contenitore di fenomeni sociali indistinti. I movimenti in questi paesi, promossi da simili “calderoni in ebollizione”, si dimostrano tutt’affatto che realmente rivoluzionari, cinghia di trasmissione invece di gruppi capitalistici situati in altri paesi (in specie in uno, quello predominante).

Ci si trova oggi in presenza di un radicale e generale fallimento di tutti gli “ismi” del passato, retti in qualche modo da teorie che, come tutte, non potevano espungere un loro lato ideologico, ma erano comunque tese a fissare alcuni caratteri generali dell’analisi, così come accade quando si procede secondo modalità scientifiche. Oggi, non si tenta nemmeno più di arrivare ad una qualsiasi teoria. Si procede in modo abborracciato, sulla base dell’analisi del momento. I più onesti dichiarano almeno la loro presa di posizione e quindi indagano il campo, e i mutamenti di campo, secondo quest’ultima. La maggior parte degli analisti prende posizione nascostamente, al riparo di presunte oggettività, che sono quelle del tutto consone al predominio di chi li “paga”. Tutto ciò nemmeno avviene sempre in piena consapevolezza, semplicemente con un lasciarsi andare alla piega che via via prendono gli avvenimenti. Quando tuttavia avvengono reali crisi, in cui il prepotente gioco dei predominanti si fa smaccato e viene a galla, si falsificano con totale e consapevole mala fede gli accadimenti, li si inventa addirittura di sana pianta, giungendo a reali livelli di delinquenza intellettuale. Oggi, una gran parte dei sedicenti intellettuali – da quelli “generalisti” agli specialisti tecnici – deve essere parificata a bande di malfattori. Se veramente si potesse istituire un giusto tribunale per “crimini contro l’umanità”, ad esso dovrebbe essere tradotto il 99% degli specialisti e il 90% degli intellettuali “generalisti”, da quelli dediti all’informazione a quelli che si atteggiano a scienziati o a filosofi.

6. Arriviamo allora a porre alcuni punti fermi, di carattere solo iniziale. L’elemento “puro”, relativo all’astrazione scientifica, viene trattato quale squilibrio, in quanto presupposto di ogni successiva teorizzazione. Lo squilibrio è alla base delle attività contrastanti (azioni e reazioni) degli attori, visti come soggetti, che sono però portatori di processi la cui oggettività esercita un’incessante pressione nei confronti di quegli equilibri – stati di quiete, campi – che detti attori si sforzano di fissare per poter operare in una situazione atta a consentire certezze solo relative, e tuttavia indispensabili per non agitarsi alla guisa di masse d’atomi in collisione disordinata e casuale.

Lo squilibrio spiega il motivo per cui, malgrado i desideri e le aspirazioni degli umani, il conflitto (con il corredo delle strategie, cui è subordinata la razionalità del minimo mezzo) è l’elemento dominante nelle azioni dei “soggetti” (individui, gruppi sociali, formazioni particolari), mentre la cooperazione esiste solo in quanto funzionale alla lotta. Lo squilibrio situa ogni “soggetto” in posizione dissimmetrica rispetto agli altri quanto a rapporti di forza, generando reazioni tese a recuperare la simmetria. Ogni alterazione dell’equilibrio, che i “soggetti” si erano illusi di stabilire, suscita subito sospetti, diffidenze; si pensa immediatamente che l’altro, o gli altri, abbiano agito subdolamente, per raggiro, non mantenendo fede alla propria parola, ecc. E si pongono in essere le contromisure. Poiché questo avviene incessantemente, senza sosta, alla fin fine, in nessun momento dato, vi è un qualche “soggetto” che agisca con sincerità, in modo aperto; ognuno ha dal suo punto di vista ragione a vedere nell’altro (negli altri) solo falsità e menzogna, sorriso e disponibilità all’accordo mentre si preparano pugnalate alle spalle, per cui ognuno è convinto di stare agendo per semplice contromisura, di essere pienamente giustificato nel comportarsi secondo le stesse modalità di ogni altro. Naturalmente, si cercano le alleanze (sempre aperte allo scioglimento e a possibili cambi di campo) per premunirsi da quelle che vengono avvertite come congiure di nemici in combutta tra loro; i quali si adoperano ovviamente nello stesso senso per i medesimi motivi e preoccupazioni.

Marx sapeva tutto questo, non s’illudeva su generiche aspirazioni umane al Bene e al Giusto. Non era limitato e ingenuo come certuni lo dipingono. Pensava, non a caso, ad una generale “preistoria” dell’umanità (compresa quella che chiamiamo storia), che sarebbe finita solo con il comunismo. Commise però due “errori”. In realtà gli errori li possiamo constatare noi oggi. Sono semmai i superstiti “marxisti” che commettono tutti gli errori (o assai peggio) tipici di quelli che restano fedeli al loro “profeta”. Chi sa che Marx era uno scienziato serio parla di errori in senso improprio, come tesi da correggere, di cui mostrare i limiti, se necessario anche da rigettare e da sostituire.

Innanzitutto egli, pensando secondo l’impostazione tipica della sua epoca, era convinto, come già fatto rilevare, che il pensiero potesse riprodurre la realtà. Non invece che essa viene indagata secondo determinati tagli. E nemmeno tale indicazione è molto precisa; perché si pensa allora la “realtà” come qualcosa di dato da osservare secondo un certo orientamento, un punto di vista. L’idea del punto di vista non è impropria, essendo tuttavia ben consapevoli che la realtà è movimento di cui supporre parti in relazione interattiva fondata sul conflitto a causa dello squilibrio sempre immanente. In Marx, queste parti sono i gruppi nell’ambito di una data “forma di società storicamente determinata”. In base alla decantazione, in corso in quell’epoca all’interno del Terzo Stato, tra borghesia (capitalisti) e proletariato (operai), egli fu convinto si trattasse di due classi fondamentali in lotta antagonistica come in altre epoche storiche (da cui “i patrizi e i plebei”, i “proprietari feudali e i servi della gleba”, ecc.).

La forma storica di società era il capitalismo, osservato nel punto del suo più alto sviluppo di allora, che si supponeva si sarebbe progressivamente espanso in tutto il mondo, essendo la società più potente dal punto di vista dell’“efficienza” produttiva (coadiuvata, ma solo coadiuvata, dalla politica, dall’azione dello Stato, ecc.). Era però il capitalismo, non il semplice mercato, ad espandersi globalmente; solo chi di Marx non capisce nulla può pensare alla globalizzazione mercantile, che è semplice risultato della prevalenza via via acquisita da questa forma dei rapporti sociali. E nemmeno si tratta propriamente di capitalismo – “base economica” più “sovrastrutture” – bensì del modo di produzione capitalistico, che in Lenin, attivo in una società a capitalismo poco sviluppato, divenne la formazione economico-sociale, un complesso di più modi di produzione articolati attorno ad uno di essi dominante (quello capitalistico appunto, che si sarebbe ampliato a detrimento degli altri). In ogni caso, il marxiano modo di produzione, come la leniniana formazione economico-sociale, rappresentavano nulla più che “l’anatomia e fisiologia” della società nel suo complesso (con tutte le sue “sovrastrutture”), dove la metafora è quella del corpo umano con il suo scheletro e gli apparati nervoso e circolatorio, “ricoperti” da altri tessuti, in relazione con una molteplicità di organi (polmoni, fegato, apparato digerente e così via).

La società, così sezionata, era creduta essere la realtà così com’essa è; il pensiero marxista era convinto di riprodurla nella sua esatta strutturazione essenziale, cui era solo da aggiungere il complesso di dettagli di volta in volta osservati in ogni determinata congiuntura storica. E’ indispensabile abbandonare, così come si è fatto da parte di molti epistemologi, la convinzione di “riprodurre la realtà” così com’essa è, prendendo invece atto che essa – sempre indagata attraverso successione di ipotesi sottoposte al vaglio della loro congruità nell’azione, che non significa in ogni caso l’attività immediata nel mondo a noi circostante, dato che assai poco di questo è investito dal nostro agire effettivo – viene supposta in incessante moto e “fibrillazione” secondo un indefinito prodursi di squilibri, origine del conflitto tra attori che diventano i suoi portatori soggettivi. Importante è tuttavia pure un altro atteggiamento, sempre improntato alla schematizzazione tipica di ogni pensare scientifico.

I “soggetti” in interazione conflittuale, “causata” dallo squilibrio, non sono semplicemente i gruppi sociali; e questi ultimi non sono le classi disposte in verticale (dominanti e dominati, oppressori e oppressi, sfruttatori e sfruttati, ecc.) secondo un pensiero semplicemente, e semplicisticamente, duale. I “soggetti” sono, come sopra già segnalato, gli individui nei gruppi, i gruppi nelle formazioni particolari (paesi o aree a “struttura” considerata sufficientemente omogenea), queste ultime nell’arena globale, cioè nella formazione mondiale. Il liberalismo pensa la successione, in ordine di importanza e rilevanza dell’azione, partendo dagli individui e “risalendo” ai gruppi, alle varie formazioni particolari e infine al mondo. Il marxismo parte dai gruppi, visti appunto come due classi antagoniste fondamentali in ogni “epoca della formazione economica della società”; il che comporta fra l’altro, pur trattandosi in ogni caso di rapporti sociali (non di quantità economiche, di possibile analisi secondo mere relazioni matematiche), la preminenza assegnata sempre – la ben nota “determinazione d’ultima istanza”, mantenuta pure dagli althusseriani come generico e discutibilissimo omaggio all’ortodossia – alla sfera economico-produttiva della società.

Indispensabile è passare all’almeno tendenziale preminenza delle formazioni particolari, dove lo squilibrio (intuito da Lenin con la tesi dello sviluppo ineguale dei diversi capitalismi) non può mai essere ridotto allo schema duale, salvo che nel momento culminante del conflitto quando si formano le due “alleanze” fondamentali in scontro mondiale per la supremazia. Partendo dalla (solo tendenziale) preminenza di tali formazioni – in quanto trattasi dei più ampi raggruppamenti di “attori” (portatori soggettivi dei processi oggettivi nati dallo squilibrio) – non si è autorizzati a pensare i gruppi sociali, in conflitto all’interno di ognuna d’esse, secondo l’altrettanto semplicistico schema delle due classi antagonistiche, mentre tutto il resto sarebbe costituito da ceti sociali che si interpongono fra queste (gli strati-cuscinetto intermedi di cui parla Marx ad esempio nel vol. II delle Teorie sul plusvalore); salvo che, anche in tal caso, non si formino all’interno di una certa formazione particolare, in dati periodi, due fondamentali blocchi sociali, ma di saldezza differenziata a seconda dei diversi gradi raggiunti dall’acutezza dello scontro.

7. Il secondo “errore”, sempre con linguaggio improprio, è quello relativo alla dinamica del modo di produzione capitalistico, così come analizzato in Inghilterra. Già ne ho parlato più volte per cui mi limito a ricordare che si sarebbero dovute formare le classi fondamentali dei rentier (proprietà finanziaria del tutto separata dalle potenze mentali della produzione e dunque vista come solo parassitaria, quasi signorile) e del lavoratore collettivo, potenze mentali ed esecuzione in stretta collaborazione in quanto lavoro salariato. O progressivamente e in modo pacifico (socialdemocrazia) o con la violenza (comunismo leninista) sarebbe stato tolto alla classe parassitaria lo “scudo coercitivo” dello Stato e, in definitiva, ci si sarebbe avviati verso la società senza più classi sociali antagonistiche, solo composta da gruppi con differenziazioni di competenze specifiche.

Per di più, l’enorme sviluppo delle forze produttive, che si pensava sarebbe stato conseguenza della trasformazione del rapporto della proprietà (controllo) privata in uso collettivo dei mezzi produttivi, avrebbe consentito a tutti i membri della popolazione di lavorare il minimo indispensabile, dedicandosi per il resto a coltivare le proprie predisposizioni individuali differenti. Non a caso il principio base del comunismo era definito: “a ciascuno secondo i suoi bisogni”; non solo materiali evidentemente e tenendo conto delle differenze tra individuo e individuo, mai omologabili tra loro, mai appiattiti l’uno sull’altro secondo una visione che rappresentò poi un tradimento del pensiero marxiano. In questo senso, Marx poté dichiarare che il comunismo avrebbe fornito una base sostanziale, reale, a quell’eguaglianza tra individui che il liberalismo affermava e garantiva solo formalmente. L’eguaglianza comunistica, esattamente come quella liberale, non intende dunque annullare affatto la distinzione interindividuale né l’indipendenza degli individui; avrebbe invece voluto che fossero garantite realmente, mediante controllo collettivo dei mezzi produttivi, mentre il liberalismo si limita ad affermarle secondo semplici regole giuridiche, senza dare loro alcun fondamento sostanzialistico.

Purtroppo, lavorando solo sulla proprietà (sia pure come controllo reale) delle condizioni oggettive di produzione, non si tocca minimamente la condizione base, lo squilibrio, del conflitto tra “soggetti” (attori, portatori soggettivi di processi oggettivi). E tale squilibrio, con le sue inevitabili conseguenze, rende impossibile la condizione base dell’eguaglianza interindividuale pur nella salvaguardia della distinzione e differenziazione tra individui. In Marx, una volta verificatesi le condizioni fondamentali per la trasformazione del rapporto sociale di produzione – trasformazione della proprietà (controllo) dei mezzi produttivi da privata in collettiva, dunque trasformazione del rapporto nella sfera sociale della produzione in quanto base economica – cessava la divisione della società in classi antagonistiche, pensata come l’unica causa della conflittualità tra “soggetti” vari, tra cui gli individui veri e propri. Non poteva quindi che fiorire – oggettivamente, non per buona volontà degli uomini, non per la loro aspirazione alla giustizia e al bene – la cooperazione comune, che sarebbe divenuta fra l’altro il modo migliore per applicare il principio (efficienza) del minimo mezzo, che pure per Marx era il principio cardine del modo di produzione capitalistico, in esso applicato per conseguire il massimo profitto tramite i metodi del plusvalore relativo. Il principio si sarebbe trasferito pari pari nel socialismo a vantaggio di tutta la collettività e avrebbe consentito il raggiungimento del massimo sviluppo delle forze produttive per dare infine a ciascuno secondo i suoi bisogni.

Insomma l’“errore” di Marx fu di considerare preminente il conflitto tra gruppi nella formazione sociale nel suo insieme, sempre più omogeneizzata in base all’estensione mondiale del modo di produzione capitalistico che, a differenza degli altri modi di produzione, aveva una fortissima spinta all’accrescimento della produzione (certo di merci) e avrebbe quindi vinto ogni altra forma sociale produttiva unificando il mondo. Solo che i gruppi in conflitto sarebbero stati, in ogni formazione sociale, essenzialmente due classi antagonistiche, distinte fra loro in base al controllo dei mezzi produttivi. Una volta eliminata questa distinzione (di proprietà), le classi, e quindi i gruppi, si sarebbero sciolti nell’insieme degli individui umani cooperanti, non più conflittuali.

Non essendoci più conflitto (salvo banali “incomprensioni” risolvibili tramite discussioni) tra gruppi, essendo sparite le classi, non vi sarebbe più stato bisogno dello Stato che il marxismo pensava quale macchina statale dotata di poteri coercitivi “d’ultima istanza” (o di “egemonia corazzata di coercizione”). Lo Stato, per il marxismo (quello serio), sarebbe organo (sistema di apparati) politico. La politica esiste tuttavia fin quando vi è lotta, conflitto (appunto il nemico). Non esiste politica se non vi è conflitto. Uno Stato che non debba servire a questo conflitto, cioè alla politica, è semplice strumento utile all’amministrazione di affari generali di una collettività composta da individui sostanzialmente cooperanti. Qui non c’è più alcuno Stato perché non vi è politica. I “marxisti” che cianciano di Stato pensando ad una società senza antagonismi effettivi (non banali “liti da cortile”) non solo non sanno ciò ha detto Marx (e il marxismo serio), ma nemmeno sanno che cos’è la politica, e il conflitto di cui essa si occupa, perché la politica esiste solo se vi è conflitto.

In Urss e nel “socialismo reale”, lo Stato non poté esaurirsi, né tanto meno lo fece quindi la politica; si pensò il contrario poiché si era convinti che i gruppi in conflitto nel capitalismo fossero le due classi fondamentale (capitalisti e operai), che la loro differenza sostanziale consistesse nella proprietà (controllo) dei mezzi produttivi. Stalin ebbe l’intuizione dell’esistenza di altri “soggetti” (attori), attribuendola però all’accerchiamento del paese del socialismo (in costruzione) da parte degli altri capitalistici, con tutto il corteggio, per null’affatto sostenuto in mala fede, dei sabotatori, degli agenti dell’imperialismo esterno, ecc. L’unica proprietà alternativa a quella capitalistica – mancando la base sostanziale dell’estinzione dello Stato, costituita dalla più volte ricordata dinamica interna al modo di produzione capitalistico – divenne quella statale, una proprietà puramente formale, senza connotati sostanziali. Una proprietà come quella dei liberali (pur se pensata in termini collettivi e non individuali), e come questa fonte di mascheramenti ideologici con effetti sostanziali deleteri, che contraddicevano il principio formalmente affermato.

Nei liberali, la proprietà è pomposamente dichiarata garanzia di una sfera individuale intoccabile; per cui ogni individuo sarebbe salvaguardato dalla truffaldina invasione di campo di altri individui. In realtà, il diritto di proprietà sancisce il controllo reale dei mezzi produttivi da parte di gruppi particolari che acquisiscono dunque, nella sfera economica della società, un potere preminente. Marx considerò questi gruppi come borghesia capitalistica, che si poneva in posizione di predominio sulla classe operaia (sappiamo che cosa questa è poi divenuta nel marxismo posteriore, sistematizzato da Kautsky). Si pensò dunque alla messa fuori gioco della prima classe con il “suo” Stato. Qui vi fu un primo errore giacché, nella supposizione di Marx (e Kautsky fu in tal senso il vero ortodosso), questa classe avrebbe esaurito progressivamente la sua funzione storica proprio nella sfera economica, a causa della dinamica intrinseca al modo di produzione capitalistico comportante la separazione delle potenze mentali produttive dalla proprietà.

In Urss – formazione economico-sociale con più modi di produzione, fra cui quello capitalistico di Stato – si dovevano reprimere, mediante il potere mantenuto sotto forma di una coercitiva “dittatura del proletariato”, più strati di borghesia (vera o presunta), anche quella ancora dotata di potenze mentali, vista però, in omaggio alla trasformazione kautskiana del marxiano operaio combinato in operaio in senso stretto (esecutivo), quale insieme di specialisti borghesi. Con Lenin, si dovette utilizzarli, perché erano gli unici capaci di dirigere e rendere efficienti iniziative altrimenti mal condotte e scarsamente produttive; tuttavia, come Lenin sostenne, dovevano lavorare con il fucile degli operai puntato alla schiena. Con Stalin furono spesso creduti autentici sabotatori da fucilare direttamente; ed in effetti lo erano, soggettivamente presi, perché non potevano non intaccare certi principi “collettivistici” se volevano utilizzare le loro competenze specifiche.

Allora, anche il marxismo, a causa dei suoi errori previsionali, finì in uno svisamento e mascheramento ideologici del principio della libertà individuale, di fatto annullandola. Per i liberali, come sopra considerato, è sufficiente garantirla giuridicamente (formalmente) ad ognuno prescindendo dalla “distribuzione” della proprietà (controllo) dei mezzi produttivi. In Urss – e negli altri paesi socialisti fu ancor peggio; anche perché quelli non occupati dall’Armata Rossa, e dove vi furono rivoluzioni effettive, erano puramente contadini e a pressoché nullo sviluppo capitalistico – si dovette dichiarare intanto la proprietà statale (o collettiva nelle campagne) dei mezzi di produzione; una proprietà formale quanto quella individuale dei liberali. Nell’idea di Marx, con la proprietà collettiva dei produttori associati e il fiorire impetuoso delle forze produttive, ogni individuo avrebbe infine potuto far emergere le proprie prerogative e predisposizioni individuali. Nella proprietà statale (o collettiva colcosiana) sovietica, chiunque avesse una sua iniziativa personale, perfino vantaggiosa per l’insieme, veniva a scontrarsi con il regime esistente di proprietà, veniva necessariamente considerato un pericoloso eversore, uno che voleva di fatto appropriarsi di quote individuali di mezzi produttivi. Qualche piccola “proprietà” fu tollerata in campagna, pena un crollo verticale dell’approvvigionamento delle città (e degli operai, ecc.). Il resto era sabotaggio, subdolo tentativo di far tornare il capitalismo; ma chi ormai poteva volerlo se non era al servizio dei capitalisti degli altri paesi?

Si formò quel blocco sociale, studiato da Bettelheim, tra “bisonti” del partito, i portatori del reale controllo dei mezzi produttivi, e i più bassi livelli esecutivi dei ceti operai – sostanzialmente inetti perché privi delle famose potenze mentali – la cui fedeltà al partito, cioè ai veri dominanti della situazione, era garantita lasciandoli lavorare a ritmi del tutto blandi. Quelli che avevano, o avrebbero avuto, viste particolari, predisposizione a sviluppi produttivi magari innovativi, ecc. erano scoraggiati, perfino repressi se insistevano. Solo nei settori militari – indispensabili giacché quel tipo di potere era comunque avversato realmente dagli Stati capitalistici tutti intorno – furono impressi impulsi adeguati, conseguendo indubbi successi.

Nella produzione detta civile, però, quegli avanzamenti non potevano diffondersi, non potevano essere introdotti. Sarebbe stato necessario dare libero sfogo alle predisposizioni individuali, di cui parlava Marx come caratteristica del comunismo; ma un simile processo avrebbe messo in discussione la proprietà statale, quindi il controllo dei mezzi produttivi da parte del reale nuovo gruppo dominante. Inoltre, poiché non ci sono predisposizioni individuali senza la collaborazione, all’interno del marxiano “lavoratore collettivo cooperativo” (operaio combinato), tra le potenze mentali e il lavoro esecutivo – e d’altronde il gruppo dominante nel partito-Stato aveva convenienza a mantenere il blocco sociale già indicato, lasciando indisturbata l’inettitudine e infingardaggine di gran parte degli esecutivi – non si vede come potessero fiorire nuove iniziative dotate di efficienza e innovazione produttive. L’involuzione, l’impasse, infine il crollo, erano inscritti in quella specifica formazione sociale, dichiarata ideologicamente di transizione al socialismo.

8. In definitiva, è indispensabile lasciar perdere tutta una serie di angoli di osservazione marxiani (e ancor più marxisti). Ne viene recuperata l’importanza per l’avanzamento scientifico da compiere solo se si comprende che si trattava appunto di fasci d’osservazione orientati secondo specifiche direzionalità. Va abbandonata l’idea di stare riproducendo la realtà. Lo squilibrio è pensato quale presupposto di ogni indagine della “realtà” sociale e viene ipotizzato come soggiacente ad essa, comunque noi la ritagliamo per i nostri scopi pratici (di pratica teorica e di pratica pratica). Nel contempo, dobbiamo essere consapevoli della necessità scientifica di schematizzazioni, cioè di una serie di reti da gettare sulla “realtà” impigliandola e tenendola ferma (nella nostra mente perché essa non si fa mai “prendere” e fissare come fosse possibile arrestare il suo inesausto moto) secondo “strutture” a maglie più o meno grosse.

Nella società individuiamo, grosso modo, tre sfere o settori: economica (produttiva e finanziaria nel capitalismo), politica (con il suo prolungamento bellico), ideologica-culturale. In ognuna di esse, il moto produce squilibrio ed in esso si formano i “soggetti” che agiscono fra loro in conflitto: sono apparentemente (non irrealmente, non immaginariamente, sia ben chiaro) attori eppure, nel contempo, vanno considerati quali portatori di processi oggettivi. Anche questi attori, per comodità (e congruità) teorica devono a mio avviso essere tripartiti: 1) gli individui in conflitto nei gruppi sociali; 2) i gruppi sociali (essendosi ormai dimostrata errata la loro riduzione a due classi antagonistiche) in conflitto nelle formazioni particolari; 3) queste ultime in conflitto fra loro nel contesto globale.

L’aver posto alla base la sfera economica, e quindi la proprietà (controllo reale) dei mezzi produttivi in essa, ha condotto il marxismo in una direzione non totalmente errata, ma troppo ristretta temporalmente e spazialmente (ponendo il capitalismo inglese quale paradigma di ogni società capitalistica, e da qui risalendo al concetto generale di modo di produzione in quanto struttura portante di ogni forma storica di società). Dalla forma di proprietà capitalistica è derivato sia il mercato, quale luogo della concorrenza tra capitalisti (in definitiva i proprietari di quelle che in seguito furono dette imprese, di cui Marx non ebbe il concetto), sia lo spazio sociale della lotta antagonistica tra due classi fondamentali, pensate in base alla proprietà o non proprietà dei mezzi produttivi.

Partendo dall’idea più generale di squilibrio, in quanto “forza” che permea e preme ogni ambito della “realtà” sociale, comunque divisa e tagliata secondo fasci d’osservazione ritenuti opportuni per l’esercizio delle nostre pratiche, il mercato viene sostituito dal conflitto strategico (ricordo il suo significato di “progettazione e applicazione di strategie al fine della lotta per la supremazia condotta da molti attori”) che non riguarda infatti la sola sfera economica, ma tutte le sfere sociali: quindi, secondo la schematizzazione in uso, anche quella politica e quella ideologico-culturale, senza che si possa stabilire, in via generale e di principio, quale sfera è la più rilevante nella lotta in questione. Si conclude però, come corollario di tale impostazione del problema teorico, che la politica – non la sfera sociale indicata con tale termine, ma la sequenza di strategie facenti parte del “gioco conflittuale” tra più attori nelle diverse sfere sociali (il manager dei vertici supremi di una grande impresa è un politico più che un imprenditore come lo si dipinge solitamente) – è la pratica dominante nell’ambito della società.

Tale politica, in quanto conflitto strategico, si situa al livello di astrazione del mercato in Marx. Il mercato aveva come soggiacente il problema della proprietà (e conseguente non proprietà) dei mezzi produttivi e quindi l’estrazione di pluslavoro (nel capitalismo plusvalore) da una classe, di lavoratori, da parte di un’altra. Per quanto mi concerne, non nego affatto l’esistenza del pluslavoro/plusvalore, che tuttavia assume la funzione, utilizzando un’analogia già adottata, del cervello in relazione al pensiero. Non si può pensare senza la base costituita dal cervello, e tuttavia la complessità del pensare non viene certo indagata tramite il puro studio del cervello. Se qualcuno spera di ricostruire ragionamenti scientifici o filosofici, ecc. tramite indagine del cervello (magari con qualche tomografia), ritengo fallirà reiteratamente. Di conseguenza, è del tutto semplicistico voler analizzare la complessità delle azioni sociali sulla base della teoria del valore marxiana. Non mi sembra che Marx abbia mai avuto una simile pretesa, che è di schematici e limitati marxisti posteriori. Il pluslavoro è una base per il funzionamento generale di una società divisa comunque in raggruppamenti; tuttavia, non si può analizzare lo scontro sociale dividendo la società semplicemente in riferimento alla proprietà o meno dei mezzi produttivi e a chi produce pluslavoro e a chi se ne appropria.

Se ci spostiamo in direzione del conflitto strategico (l’aspetto di “superficie”) – cui è soggiacente lo squilibrio immanente alla “realtà”, non conosciuta per ciò che essa è realmente poiché noi sempre fermiamo in istantanee, di quiete, quanto è invece in movimento continuo – noi dobbiamo andare oltre la proprietà o meno, oltre la teoria dello sfruttamento (che significa esclusivamente estrazione di pluslavoro). Proprio per questo, innanzitutto, non possiamo limitarci, se non per semplificazione ai fini di date analisi, al dualismo dominanti/dominati (quindi oppressori/oppressi, sfruttatori/sfruttati). E’ solo ovvio che, in una determinata società, in una sua specifica fase storico-concreta, esistono attori – in quanto i soliti portatori (soggetti) di processi oggettivi (provocati dallo squilibrio) – con differenti capacità decisionali. Sempre per semplificarci i compiti dell’analisi, in dati contesti è lecito quindi effettuare la divisione duale decisori/non decisori; cum grano salis, consapevoli che è una semplificazione estrema, utile a certi fini.

Provocano quindi in me il riso, perché mi fanno il solletico con le loro epidermiche considerazioni e confutazioni, coloro che protestano in quanto non prenderei in considerazione i poveri reietti, gli oppressi, i diseredati, sfruttati, dove per sfruttamento simili decerebrati intendono quello che costa sangue e sudore, il lavoro sotto la frusta del negriero, ecc. Perfetti ignoranti, che nulla hanno a che vedere con Marx. Quest’ultimo, in ogni caso, sapeva che lo sfruttamento è possibile nel più asettico degli ambienti, con il più dolce e morbido ritmo lavorativo (magari assegnato totalmente alle macchine nel caso di completa automatizzazione dei processi). Lo sfruttamento esiste pure se i lavoratori contestano duramente il presunto “padrone”, in certi casi poi lo sostituiscono completamente nel possesso delle potenze mentali della produzione, da essi vendute comunque dietro salario, cui si accompagna sempre, nell’analisi marxiana, l’estrazione di pluslavoro (semplice differenza tra lavoro, intellettuale e manuale, erogato e lavoro contenuto nei beni necessari al sostentamento storico-sociale dei lavoratori).

Quando Marx scrisse Le lotte di classe in Francia (quelle del 1848), la Guerra civile in Francia (la Comune di Parigi), il 18 Brumaio di Luigi Napoleone, ecc., non si sognò certo di dedurre la sua analisi politica dall’estrazione di pluslavoro in base alla semplice divisione della società in sfruttatori e sfruttati, in dominanti e dominati, ecc. Solo gli sciocchi odierni, tornati ai nefasti del “comunismo pietistico”, possono arrivare a simile stoltezza. Sono soltanto ignoranti di marxismo e di scienza, inutile concedere loro un qualsiasi ascolto. Siamo perfettamente consapevoli di essere in diretta “discendenza” da Marx; solo cerchiamo una strada per prendere atto dei fallimenti del comunismo, quindi di una serie di previsioni marxiane in merito alla dinamica del modo di produzione capitalistico.

9. Lo squilibrio è a fondamento del (è soggiacente al) conflitto strategico. Gli attori sono maschere di rapporti sociali segnati dal conflitto, ma comunque agiscono sempre nell’ambito di detti rapporti e quindi non possono non sentirsi “soggetti attivi”. Per agire hanno bisogno di fissare stati di quiete, quindi campi di lotta in cui sviluppare le loro strategie. Lo svolgimento di strategie è politica; lo è nella sfera detta politica (Stato e suoi apparati, partiti e lobby, associazioni nate per influenzare la lotta in tale sfera, ecc.), nella sfera economica (imprese che si confrontano nel luogo denominato mercato), in quella ideologico-culturale (con i vari apparati che la caratterizzano e i suoi particolari ambiti e metodologie di confronto-scontro). Noi trattiamo, sempre per scopi pratici, lo Stato come un “soggetto”, ma in realtà in esso si confrontano vari centri di elaborazione di strategie in urto fra loro. Lo stesso vale per le imprese, trattate abitualmente quali entità unitarie, mentre il vero fulcro di tale loro unitarietà si situa nei centri direzionali di vertice addetti all’espletamento della politica (strategie per il conflitto), dalla quale deriva la funzione di attori da esse esplicata nel mercato.

Poiché la politica (da non confondersi con la sfera sociale così denominata) è “al posto di comando”, lo Stato è un’unità sui generis; tende a presentarsi come soggetto compatto (un attore) per le esigenze della lotta nel suo campo specifico (contro altri Stati). Più o meno la stessa necessità che ha un’impresa nel suo scontro contro le altre nello spazio denominato mercato. Sia nell’arena della politica internazionale, dove si muovono gli Stati, sia nel mercato, dove si muovono le imprese, il “calcolo razionale”, cui si sostiene siano subordinate le mosse degli attori (Stati, imprese, ecc.), è invece l’aspetto superficiale messo in mostra da questi ultimi. Per questi motivi, essi fanno spesso grande sfoggio di “saggia collaborazione”, sostenendo che quest’ultima corrisponderebbe ai fondamentali interessi di ognuno d’essi in quanto funzionale a quello di tutti, nel senso dell’ottenimento del massimo risultato attuando il minimo sforzo. Questi “buoni propositi”, definiti razionali, sono vanificati dal fatto di essere presi nello “stato di quiete” (campo) stabilito per l’azione pratica; poi lo squilibrio si fa valere e ognuno – come sopra rilevato – pensa sia stato l’altro a non mantenere i patti. Allora, sia pure attraverso lo strumento delle alleanze, ci si lancia nel conflitto. In realtà, dunque, la razionalità suprema è quella delle strategie per acquisire la supremazia; il minimo mezzo viene tenuto in conto, ma è in realtà sempre subordinato allo scopo primario di conseguire la vittoria.

Nessuno vuole rassegnarsi alla razionalità delle strategie di conflitto, cioè allo squilibrio sempre immanente. Tutti “piangono” sulla presunta irrazionalità delle “umane genti” che periodicamente “si menano”. Ogni attore, anzi ogni individuo che pensa, è convinto di poter perseguire i suoi scopi calcolando “razionalmente” i suoi sforzi, certo tenendo pure conto dell’esistenza degli altri. Molto spesso, anzi, quest’ultima è creduta, assai superficialmente, la causa dell’incapacità di evitare la lotta. Ognuno infatti attribuisce agli altri la colpa di aver fatto saltare gli accordi. Già un po’ meno insensati sono coloro che si appellano al Destino (“cinico e baro”). In realtà, il “difetto sta nel manico” come suol dirsi. Non si può agire (“giocare”) se non si stabilisce (e sceglie) un campo di gioco, e se non lo si tiene come qualcosa di fermo e stabile su cui compiere le proprie mosse di attori (di soggetti). In realtà, il campo è sempre in moto, in sconvolgimento; ma chi lo ha fissato come proprio campo di azione non se ne accorge, semplicemente vede ogni elemento (attore), in relazione con ogni altro in detto campo, trovarsi in una posizione non prevista se non per periodi brevi (talvolta più lunghi, altre volte brevissimi). Bisogna allora mutare campo, e questo avviene nel conflitto con altri che vorrebbero sceglierne di diversi; e se pure si trova nuovamente l’accordo su uno di questi, dopo periodi di varia lunghezza si ripresenta la medesima situazione. Alla fine, il conflitto aperto esplode.

Se la politica, retta dalla superiore razionalità strategica, è la spinta determinante alla costituzione degli attori in gioco conflittuale, è allora indispensabile appurare quali sono i più “potenti” fra questi, quelli cui lo squilibrio “assegna” (in certo qual modo) i compiti principali, quelli che si muovono nei campi più vasti. Come per le necessità pratiche dell’analisi, e dell’azione susseguente all’analisi, dividiamo la società nelle tre sfere fondamentali più volte indicate, così per i medesimi scopi pratici effettuiamo una tripartizione degli attori, anch’essa già segnalata: 1) gli individui in conflitto nei gruppi sociali; 2) i gruppi sociali in conflitto nelle formazioni particolari; 3) queste ultime in conflitto nella formazione mondiale. In realtà, alla tripartizione degli attori corrisponde quella dei campi – gruppi, formazione particolare e quella globale – in cui essi svolgono la loro attività. Sempre ricordando che i campi sono stati di quiete stabiliti per essere in grado di giocare in qualità di attori.

Se ci immergessimo nel moto caotico dello squilibrio incessante, dovremmo lasciarci trascinare passivamente e accettare supinamente un ruolo di meri portatori del movimento. Nemmeno il surfista si fa trasportare senza attività alcuna dall’onda che cavalca. In realtà, ha in testa il traguardo da raggiungere e quindi, per quanto in successione tanto rapida da apparire una continuità, fissa anche lui una serie di campi o stati di quiete cui adeguare i movimenti dei suoi muscoli con lo sguardo fisso all’obiettivo. Lo stesso accade ad un duellante, di cui si dice che vince se sa anticipare il movimento della spada altrui; talvolta si sostiene anzi che dovrebbe seguire la sua spada, lasciarsi guidare da essa. Si tratta di modi di dire impropri per segnalare che la successione dei campi o stati di quiete – sempre indispensabili a qualsiasi movimento si voglia compiere in qualità d’attore – è di una rapidità tale che, come nel Nerone di Petrolini, dopo una giusta successione di “Bravo, grazie”, il ritmo diventa talmente frenetico da trasformarsi nel “Grazie, bravo”, con quell’inversione di causa/effetto che provoca l’effetto comico.

10. Il liberalismo pone in primo piano gli individui immaginando gruppi, formazioni particolari, formazione mondiale come semplice somma di individui in reciproca interazione; un’interazione instauratasi però in seguito all’attività principale dell’individuo, che è quella di perseguire un dato obiettivo seguendo il principio razionale del minimo mezzo o sforzo. Tutta l’economia tradizionale è fondata sul principio della massimizzazione del soddisfacimento dei propri bisogni con dati beni a disposizione e del conseguimento della produzione massima utilizzando una data quantità di fattori produttivi.

Il marxismo portò al primo posto i gruppi secondo lo schema duale antagonistico delle classi definite in base alla proprietà o meno dei mezzi produttivi, con le conseguenze già illustrate. Svanì la differenza tra formazione particolare e mondiale, nel senso che il tempo (evoluzione storica) si sarebbe incaricato di uniformare la seconda alla prima nella forma (modo di produzione) dei suoi specifici rapporti ormai dominante e tendenzialmente vincitrice su tutte le precedenti. La società sarebbe in definitiva divenuta una e mondiale. Già prima di questo risultato, ritenuto ineluttabile, la classe operaia (il lavoratore collettivo in Marx, quella degli esecutivi di fabbrica in Kautsky, il marxismo che infine si affermò come quello “vero”) l’avrebbe anticipato con il suo internazionalismo proletario in grado di abbattere ogni particolarismo nazionale, ogni differenziazione d’area socio-culturale e politica.

Lenin rimase impigliato nella tradizione marxista (non semplicemente marxiana) per i motivi più volte considerati (tradimento della socialdemocrazia, seconda guerra mondiale, processi rivoluzionari tumultuosi in spostamento verso l’oriente “socialmente arretrato” ma “politicamente più avanzato”, com’egli sostenne). Tuttavia, l’intuizione lo guidò verso le soluzioni migliori. Lo sviluppo ineguale ha una qualche vicinanza teorica con la tesi dello squilibrio quale forza prevalente ed onnipervasiva del moto sociale. Il riconoscimento della rilevanza del conflitto tra potenze per le sfere d’influenza nel mondo – pur subordinato al carattere monopolistico della formazione sociale in generale, in omaggio alla tesi marxiana tradizionale della centralizzazione capitalistica quale spinta propulsiva principale cui soggiace la dinamica sociale, con la specifica divisione in classi che essa comporterebbe – situa in realtà il più vasto campo del conflitto nel mondo intero in cui si affrontano le formazioni particolari; resta quindi di fatto la distinzione tra queste e quella mondiale quale arena del loro scontro globale.

L’anello debole e l’innesco della rivoluzione non nella formazione particolare in cui più forte è la classe (operaia) teorizzata quale suo soggetto per eccellenza, bensì in quella in cui la classe dominante è divenuta più debole (a causa del conflitto mondiale tra formazioni particolari) – con implicito riconoscimento della scarsa propensione rivoluzionaria dei gruppi operai e della indispensabile alleanza tra questi e le assai più vaste masse contadine (quelle povere in particolare), cui si aggiunse l’obbligatoriamente complementare tesi dell’avanguardia rivoluzionaria della classe operaia, del partito, cioè in effetti di un distaccamento speciale di uomini fortemente organizzati in grado di attuare le strategie adeguate alla presa del potere, assumendo la guida del movimento tumultuoso nato dallo sgretolarsi e perdita di egemonia e forza coercitiva degli apparati del gruppo fino ad allora dominante – sono il concreto disconoscimento dello schema duale antagonistico e l’ammissione che vari sono i gruppi in conflitto all’interno di una formazione particolare.

E’ esattamente questa lezione che dovremo in futuro portare al centro dell’attenzione per l’elaborazione di una teoria delle società adeguata alla conoscenza accumulata disordinatamente soprattutto a partire dal XX secolo. Non c’entra nulla la critica degli imbecilli che, invischiati in una teoria ormai vecchia, fallimentare, completamente destituita di fondamento, si agitano lamentandosi del nostro presunto privilegiare la geopolitica, del nostro dimenticare le masse e i popoli. Non hanno nemmeno più il coraggio di parlare, salvo minuscoli drappelli di scervellati totali, di classe operaia, anche se si trincerano spesso dietro il generico conflitto capitale/lavoro, che può coprire una qualsiasi diatriba sorta tra una qualunque azienda e i lavoratori in essa assunti – e talvolta in procinto di perdere il posto – per difendere quest’ultimo, per migliorare le condizioni di lavoro e di retribuzioni, ecc. Lotte più che giuste, sacrosante, da appoggiare per semplice senso di giustizia redistributiva, per normale difesa del più debole, ecc.; ma che non hanno nulla a che vedere con i grandi problemi posti nell’800 dal movimento operaio in crescita, nulla a che vedere con i grandi sconvolgimenti mondiali e le grandi rivoluzioni del XX secolo, nulla a che vedere con le nubi temporalesche che si addensano nuovamente nel mondo. Ormai i residui rancidi del marxismo e del comunismo, come spesso accade nella storia, sono i più reazionari; in grado al massimo di formare alcuni manipoli di criminali per conto non “del capitale”, semplicemente dei peggiori gruppi di prepotenza mondiale, fra i quali si trovano gli Usa in primissima posizione.

11. Invece dell’individuo (liberalismo) o dei gruppi sociali del marxismo (per di più schematizzati in classi antagonistiche di cui una sarebbe stata la negazione dell’altra e avrebbe portato al superamento comunistico della società capitalistica secondo una concezione di necessità storica ineluttabile), si deve concepire la formazione mondiale (nient’affatto omogeneizzata dallo sviluppo di una formazione capitalistica in espansione globale) quale campo più esteso del conflitto tra più formazioni particolari. La geopolitica serve semmai allo studio specifico di questo campo e del come agiscono i vari attori, le formazioni particolari appunto, in esso. E’ comunque la teoria generale della società, una volta posto alla sua base (a suo fondamento) lo squilibrio, a suggerirci la rilevanza di questo campo mondiale della lotta; che tuttavia, come ogni altro campo, è trattato dai vari attori quale stato di quiete per periodi più o meno lunghi.

Se quest’ultimo, in specie in determinate epoche storiche (da me definite policentriche, quelle del tipo dell’otto-novecentesco imperialismo), diventa tumultuoso, attraversato da generali e locali sconvolgimenti, l’atteggiamento degli attori segue comunque le sue linee generali: si devono in ogni caso fissare campi (di gioco), quindi fissare delle staticità, se si vuole operare. Semplicemente, questa fissazione diventa più frequente, dura per periodi assai più brevi; esattamente come accade quando, dopo essersi a lungo assestato e attrezzato ad una guerra di trincea, un esercito decide che è giunta l’ora di scatenare l’offensiva. Non semplicemente si studiano le mosse e contromosse dell’avversario; lo stesso campo, e dunque l’analisi del campo e delle forze in campo, muta con maggiore frequenza.

In una fase storica di eventuale monocentrismo (difficilmente, direi mai, perfetto), può tornare in auge l’attenzione prevalente ai conflitti dei vari gruppi in determinate formazioni particolari; per il solo motivo che, allora, il campo (mondo) del conflitto tra formazioni particolari è relativamente stabile. Quando il movimento “sussultorio” globale si accentua e lo squilibrio sale fino in “superficie” a modificare incessantemente i cosiddetti “dati del problema”, voler continuare a mettere in posizione prevalente i conflitti “interni” (alla formazione particolare) è attitudine suicida oppure comporta il servizio reso ai gruppi dominanti di una o più formazioni particolari, preminenti nella loro lotta per la supremazia. Esempio tipico quello delle sedicenti “sinistre” italiane (partiti e sindacati) – ammucchiate di rinnegati e traditori postisi al servizio degli Usa già dagli anni ’90 – nel momento in cui si comincia ad indebolire il predominio Usa e la lotta tra formazioni particolari rende più cangiante il campo mondiale del loro conflitto.

Non solo, quindi, si deve procedere in senso inverso a quello del liberalismo: dal conflitto tra formazioni particolari a quello tra gruppi (in ognuna di queste formazioni) a quello interindividuale (nei gruppi). E’ ormai pure obbligatorio abbandonare ogni visione duale di classi antagonistiche in contrasto. Abbiamo già detto che solo in momenti culminanti e decisivi di uno specifico conflitto si possono formare due “alleanze” di formazioni particolari per l’affrontamento mondiale; oppure due blocchi sociali di gruppi per la resa dei conti sul piano “interno” (sottinteso: ad una formazione particolare). In generale, il conflitto è plurimo, i giocatori “in campo” sono molti. Esistono certamente alcuni attori predominanti e altri subordinati (altri in via di mezzo).

Di conseguenza, esistono formazioni particolari predominanti, altre subordinate o dipendenti oppure subdominanti, ecc. Così pure “all’interno” sono presenti gruppi decisori o non decisori, a diverse gradazioni di sovra o sottodeterminazione reciproca. Tuttavia, guai a voler stabilire una netta, e nettamente contrapposta e antagonistica, separazione tra i gruppi, dividendoli in due classi omogenee opposte l’una all’altra e in singolar (e finale) tenzone. La teoria dello sfruttamento (estrazione di pluslavoro/plusvalore) resta base del funzionamento generale delle società, così come il cervello è base del funzionamento del pensiero. Tale teoria serve inoltre alla demistificazione dell’eguaglianza (formale) degli individui e gruppi nel capitalismo; e all’individuazione della diseguaglianza reale in ogni forma di società finora conosciuta.

Volerne però trarre indicazioni più sottili e raffinate in merito ai conflitti sociali di vario genere, qui indicati per schema (tripartizione) di massima, rappresenta ormai o pura idiozia oppure volontà di mascherare i termini reali dei vari conflitti, oggi soprattutto mondiali; da affrontare, innanzitutto, con una giusta prospettiva (teorica, scientifica) d’analisi. I pasticcioni che a ciò si rifiutano, fingendosi difensori dei diseredati, dei popoli, delle masse, dell’umanità ecc. sono superficiali oppure individui consapevoli del servizio che rendono ai predominanti. Tertium non datur; nessuna scusa più per simile impostura. Anche perché, come ogni successiva crisi mondiale si sta incaricando di dimostrare, i superficiali si trasformano, per ondate successive, in consapevoli servitori.

12. Non il solo marxismo, ma quasi tutte le principali correnti di pensiero degli ultimi due secoli hanno posto la centralità della società moderna nella sfera dell’economia. Per reazione ci sono state alcune correnti spostatesi verso la predominanza di quella politica, altre hanno enfatizzato la rilevanza di quella ideologico-culturale. In linea generale, però, tutte hanno caratterizzato il capitalismo mediante le forme dell’impresa e del mercato, cioè degli attori e del campo della loro lotta nella sfera economica di questa società. Il movimento comunista, fin dalla prima presa del potere in Russia, una volta assestatasi la situazione con la scelta della “costruzione del socialismo in un paese solo”, ha poi tentato di superare queste forme, ha in definitiva represso, ma non veramente soppresso, il mercato tramite la pianificazione statale centralizzata. A mio avviso sono ancora importanti gli studi di Bettelheim che hanno segnalato il fallimento di simili sforzi. Oggi nessuno oserebbe sostenere che nei paesi già socialisti, e perfino in Cina dove permane al potere un partito che porta ancora l’etichetta di comunista, siano state superate le forme suddette; al contrario esse sono oggi poste in rilievo sotto il mascheramento ideologico del “socialismo di mercato”.

Sia che liberisticamente si inneggi alle smithiane virtù del libero mercato – tesi del resto sostenuta da chi desidera instaurare un sistema mondiale (ormai fallito) di monocentrico predominio di un paese (formazione particolare) – sia che si affermino i motivi prettamente politici di un sistema multipolare, in ogni caso con l’intenzione di arrivare ad un effettivo policentrismo, nessuno ha messo in dubbio lo schema teorico fondamentale degli attori in lotta in un dato campo; nessuno si è sognato di sollevare qualche obiezione alla tesi secondo cui le forme fondamentali in atto nella sfera economica sono le imprese (attori) e il mercato (campo della loro azione). Le discussioni intorno alla dominanza di questa o quella sfera sociale non inficiano tale modo di trattare la questione. Anche il più moderato statalismo socialdemocratico (che si è rifatto, così come almeno si è voluto sostenere, al keynesismo) non ha modificato realmente il quadro teorico secondo cui il capitalismo è superiore perché caratterizzato dalla predominanza della sfera economica e dell’impresa e del mercato quali forme specifiche di tale sfera.

In quest’ultimo caso, si è semplicemente trattato di una moderazione (dall’alto dello Stato in quanto presunto centro unitario di potere in una formazione particolare) della libera iniziativa privata (individuale ed egoistica), per ricondurla verso improbabili e ideologici interessi collettivi; eliminando o moderando nel contempo quei gravi sconquassi del capitalismo “liberale” che sono le grandi crisi economiche, trasformandole in più blande recessioni. Ho illustrato più volte, e qui non mi ripeto, che tale visione risentiva sia di una falsa rappresentazione del superamento della grande crisi 1929-33 (risolta dalla seconda guerra mondiale) sia dell’incomprensione che certi “successi” ottenuti dipendevano dall’applicazione delle “ricette” dette keynesiane in uno dei due campi del mondo bipolare, dove il sistema capitalistico tradizionale (quello dei funzionari del capitale) era nella situazione di monocentrismo con prevalente coordinamento orientato dagli Usa. Appena crollato il campo avverso – malgrado i dementi, fra cui il primo segretario del Pci diventato Pds e vendutosi agli avversari, predicassero un millennio di prosperità e cooperazione universale – il disordine si è reimpadronito del sistema mondiale con crisi sia economiche e politico-militari di sempre maggiore acutezza; proprio perché lo squilibrio, sempre in azione, ha trovato meno ostacoli ai suoi effetti nell’ambito di un campo unificato, popolato da molti attori, piuttosto che nel precedente mondo diviso, nella sua porzione principale, in due fondamentali campi, ognuno dotato di un attore di forza prevalente.

Ciò che è restato dell’epoca bipolare è uno statalismo detto sociale, trasformatosi in assistenziale; e non semplicemente in Italia, dove forse tale trasformazione (nell’ambito dei più sviluppati paesi capitalistici) si è presentata in stadio più avanzato, bensì un po’ dappertutto nei paesi già succubi (o subdominanti) del campo capitalistico dominato dagli Usa, dove invece lo Stato ha assunto e svolto le sue “normali” funzioni politico-militari. La crisi economica, non più “recessione”, è ridiventata grave e di portata mondiale; lo statalismo detto sociale permane ancora nei paesi (formazioni particolari) subdominanti, ma sempre più asfittico, sbrecciato, insostenibile, causa dell’avanzare di una crisi economico-sociale e politica ben più grave (“epocale”), che incombe sull’Europa. La nostra area è devitalizzata, “colma” di ceti improduttivi e veri parassiti, creati da una visione di socialità, degenerata poi in effettivo assistenzialismo clientelare (elettorale); essa è a rischio di collasso e di incipiente dilagare di nuove forze, che condurranno alcuni paesi nei “gironi infernali” mentre consentiranno (si spera almeno) ad altri di “risorgere” a nuova vitalità non più subordinata o subdominante.

E’ rimasta questa visione del capitalismo quale forma di società caratterizzata dalle forme dell’impresa e del mercato, tipiche della sfera economica. Anche chi ha creduto di essere innovativo, spostando la dominanza nelle sfere politica e culturale, è comunque caduto nella visione di un capitalismo rappresentato dalle forme in questione, caratteristiche della sfera economica. Non sono pochi gli autori che, soprattutto con riferimento all’oligopolio, hanno trattato di conflitti in qualche modo strategici. Tuttavia, sempre con una curvatura assai economica e mai perdendo di vista la preminenza del principio del minimo mezzo (l’efficienza economica). Quest’ultimo è stato magari attenuato facendo riferimento alla sua applicazione in una visione di lungo periodo; oppure alla limitata conoscenza di tutte le variabili necessarie alla sua esatta valutazione; oppure alla capacità innovativa imprenditoriale che irrompe nel “flusso circolare” – cioè in quella data situazione nell’ambito della quale era stato calcolato il minimo mezzo – comportando mutamento del sistema delle suddette variabili, ma sempre ricordando che si procede appunto per stati di quiete, per posizione di campi indispensabili a svolgere le operazioni degli attori.

L’impresa è considerata attore nel suo complesso; e nella sua unità d’impresa. Esattamente come, più in grande, lo Stato con tutti i suoi vari apparati, svolgenti differenti funzioni. D’altronde, come sopra rilevato, chi ha preteso di andare oltre l’economicismo ha appunto considerato lo Stato quale attore più potente che impone le sue decisioni alle imprese; dando quindi preminenza alla sfera politica rispetto all’economica. Altri, gli intellettuali “puri” (in genere gli “umanisti”) hanno preferito ingigantire il loro ruolo assegnando la prevalenza alla sfera culturale. Lasciando da parte la cultura (e l’ideologia che essa trasmette spesso in forma di Verità), importante nell’egemonia ma solo se “corazzata di coercizione”, l’impresa così come lo Stato non sono effettivi attori nell’insieme che viene compreso sotto questi termini. I veri attori sono quelli predominanti nelle imprese e nello Stato, sono i centri da cui promanano le strategie del conflitto per la supremazia, centri che cambiano a seconda dei differenti campi posti per giocare strategie diverse.

Le strategie conflittuali sono la politica, che non va confusa con la sfera così denominata. Questa politica permea l’intera società, perché il vivere sociale, a causa dello squilibrio sempre in moto permanente, è ricco di conflitti, da cui nascono le alleanze (e le amicizie interindividuali) tra diversi attori, nelle varie sfere e nei diversi “strati” dell’agire: tra individui nei gruppi, tra gruppi nelle formazioni particolari, tra queste nel campo globale (che non sempre è l’intero mondo, sia chiaro). Ma le alleanze, sia chiaro, nascono in funzione del conflitto. Se tra individui possono talvolta sorgere amicizie solide (e tuttavia quanto soggette a mutamenti ed usura), tutto è assai più labile tra i gruppi (al cui “strato” appartengono le imprese o meglio i centri di vertice che in essa attuano la politica) e ancor più labile tra le formazioni particolari, al cui “strato” appartengono gli Stati, o meglio i centri (sempre di vertice) che svolgono la loro politica.

13. Non è però possibile realizzare alcuna politica se non fermando il movimento, lo squilibrio che sempre incombe; perfino nello scatenamento del conflitto più acuto e acceso – tra individui, tra gruppi, tra formazioni particolari – siamo obbligati a fermare l’“attimo fuggente”. In certi frangenti arrestiamo quest’ultimo con sempre maggiore frequenza, le nostre “istantanee” assomigliano magari a quelle di un film per la rapidità della loro successione, ma non sfuggiamo mai a questa necessità. Salvo che in filosofie esoteriche, che non mi consta abbiano mai dominato nel mondo e non credo domineranno per tutto l’orizzonte temporale prevedibile. Tuttavia, quando formuliamo modelli matematici per certe nostre strategie – e qui, a mio avviso, siamo nel campo delle tecniche, non della scienza con le sue concezioni teoriche di base – essi funzionano solo perché noi abbiamo comunque supposto, sia pure per istantanee successive, che lo squilibrio funzioni orientando il moto, e dunque la successione dei conflitti, in una ben determinata direzione.

Ad un certo punto ci troviamo spiazzati, sorge una “crisi” – attribuita ad una delle sfere in cui suddividiamo per comodità la società: economica, politica, culturale – del tutto imprevista, che noi viviamo come terremoto, catastrofe, mutamento epocale, ecc. Ci troviamo impreparati a fronteggiarla e tanto più allora, con il passare del tempo, ci incattiviamo: individuo contro individuo, gruppo contro gruppo, formazione particolare contro altre. I modelli matematici costruiti diventano inservibili, altri occorrono. Solo che per costruirli dobbiamo presumere quale altro orientamento lo squilibrio ha impresso al moto della “realtà” (lo ripeto: non conoscibile per ciò che essa è realmente, ma solo tramite appunto le presunzioni possibili, che mostreranno nel prosieguo del tempo la loro bontà o meno).

Tuttavia, se non accettiamo la tesi relativa allo squilibrio (nel presupposto ch’esso è il fondo o base del problema), se continuiamo a credere alla bella fiaba che in definitiva sarà conveniente per tutti mettersi d’accordo e cooperare in (pur relativa) armonia, non saremo mai preparati ad accettare la netta superiorità della razionalità strategica – applicata al conflitto – su quella del minimo mezzo. La prima ci apparirà come mondo dell’insensatezza della disarmonia conflittuale: non soltanto si penserà di contravvenire al Bene, al Giusto – cui, secondo certi filosofi, l’Uomo tenderebbe per sua “naturale” disposizione – ma si sarà pure convinti di sprecare i nostri sforzi per procurarci reciprocamente danno mentre con l’accordo raggiungeremmo la massima “economia”, utile a tutti. Siccome questi propositi sono mal posti, in quanto non possono proprio essere realizzati per l’intrinseco carattere squilibrato della “realtà”, ecco allora spuntare i filosofi pessimisti, che attribuiscono il Male alla “natura” dell’Uomo. Poveraccio, sempre schiacciato da paroloni enormi, quando potrebbe disfarsene e cominciare a sentire meno il peso di tutte le terribili responsabilità che gli vengono caricate sul groppone.

Non capiremo mai il fondo del problema finché non accetteremo l’idea che la nostra razionalità di grado superiore è quella strategica, quella quindi del conflitto, dunque della politica. Non si tratta della superiorità dello Stato rispetto all’economia, ma nemmeno del contrario; e tanto meno della centralità dell’egemonia culturale sul resto. Si ha più semplicemente a che fare con la superiorità della razionalità utilizzata nel necessario conflitto; il quale non sarà mai eliminato da alcuna razionalità cooperante, utile soltanto per compiti sussidiari, quelli stessi che spingono alle alleanze in funzione del conflitto. Dobbiamo accettare quest’ultimo come nostro orizzonte permanente e lavorare a smussarlo. Non potremo mai nemmeno avvicinarci alla realizzazione di tale scopo, se non ci mettiamo in testa che lo squilibrio è sempre all’opera, muta casualmente orientamento al moto in periodi imprecisati senza tanti preavvisi; e noi non siamo in grado di conoscerlo nel suo andamento continuo, dobbiamo sempre fissare gli stati di quiete, i campi, per condurre il conflitto anche nel caso in cui intendiamo rivolgere i nostri sforzi a smussarlo. Prima il conflitto, la presa d’atto della sua obbligatorietà; poi il tentativo di attenuarlo, di impedirne la trasformazione in vera guerra.

Evidentemente ciò non dipende dalla nostra semplice volontà soggettiva di attori. E’ necessario accettare pienamente il presupposto dello squilibrio con tutte le conseguenze già indicate; dobbiamo cercare di seguire, consapevoli che saremo sempre in ritardo, i suoi mutamenti purtroppo solo leggibili mediante la nostra conoscenza, per istantanee, della diversa disposizione assunta dagli eventi nelle diverse (tre per schematicità) sfere della società e nella differente dimensione dei campi (individui nei gruppi, gruppi nella formazione particolare, ecc.) in cui si svolgono, graduando quindi la rilevanza delle loro influenze e analizzando l’intreccio tra queste.

La nostra ricerca non è neutra, non ricerca l’oggettività degli interessi generali di intere collettività (ad esempio “i popoli”). Se il conflitto è ineliminabile – se lo squilibrio ci conduce, volenti o nolenti, ad essere portatori del conflitto (in generale, anche se poi assume ovviamente svariate forme di manifestazione concreta) in quanto appunto “maschere di rapporti sociali” – non è possibile evitare che da portatori noi ci trasformiamo in attori con le modalità già viste della posizione dei campi in cui lottare, analizzando le forze in campo e i loro reciproci rapporti, ecc., secondo quanto esposto ormai più volte. Nella sostanza ciò corrisponde a quanto genericamente affermato da Marx (Prefazione a Il Capitale) quando, dopo aver affermato ch’egli “tratta delle persone soltanto in quanto sono…..incarnazione di determinanti rapporti e di determinanti interessi di classi” conclude che il “suo punto di vista” non rende “il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura [è appunto portatore; ndr], per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi” [diventare attore; ndr.].

Ho cercato solo di spiegare in che senso lo squilibrio rende diversi i “soggetti” (non solo i singoli individui umani) portatori di rapporti sociali, sempre però nell’ambito di un immanente conflitto che detto squilibrio porta con sé; nel contempo i vari “soggetti” si elevano “al di sopra” della propria condizione di portatori (in sé solo passiva) mediante la rappresentazione degli stati di quiete (campi) e delle forze (con i loro reciproci rapporti) che ivi si costituiscono in attori in conflitto, studiando e applicando varie strategie all’uopo adeguate. Ogni altra razionalità è subordinata a quella strategica. Quella del minimo mezzo, in particolare, non eleverebbe per nulla il portatore (la “maschera” di rapporti sociali) “al di sopra” dei suoi condizionamenti. Il minimo mezzo deve adattarsi alle risorse esistenti in ogni dato momento. L’innovazione (in specie di prodotto) supera simile staticità, ma sempre nell’ambito di un rimescolamento e riconfigurazione nell’uso delle risorse a disposizione. Solo il conflitto, conseguente a quanto già argomentato in lungo e in largo a partire dalla presupposizione dello squilibrio, spiega l’accumulo di tensioni ed energia che poi si sprigionano con trasformazioni “epocali”: nel senso delle varie “epoche della formazione, non soltanto economica, della società”, per parafrasare Marx, mutando segno però a quella che lui riteneva essere la base (economica) dei rapporti sociali, non a caso definiti di produzione.

14. La dominanza non spetta a questa o quella delle tre sfere, in cui per comodità dividiamo la società. Al primo posto viene lo squilibrio, che ci renderebbe solo portatori del moto sociale. Esso tuttavia modifica i rapporti di forza tra i vari “soggetti” – pur essi divisi per comodità schematica in tre tipologie: individui (nei gruppi), gruppi (nelle formazioni particolari), queste ultime (in aree globali) – costringendoli allora al conflitto, nel cui ambito essi si erigono in attori mediante la politica (insieme di strategie per il conflitto). Tale teoria non vuol essere neutra; è mossa dall’esigenza, d’ultima istanza, di analizzare le condizioni di una rivoluzione nei rapporti sociali. Non si può però pretendere quest’ultima con pura smania soggettiva. Si deve intanto formulare una teoria che serva da bussola orientativa nell’indagine dei vari campi e delle forze in campo; sarebbe errato trarre immediatamente dalla teoria generale semplici deduzioni dalle premesse alle conclusioni. Lo svolgimento dell’analisi non consente l’applicazione diretta, deduttiva appunto, della teoria; occorre prestare la massima attenzione alla congiuntura specifica.

E’ precisamente tale analisi ad essere intanto necessaria per considerare la diversa influenza esercitata dai differenti campi: i gruppi in cui lottano gli individui, le formazioni particolari in cui lottano i gruppi, l’area globale (al limite il mondo) in cui lottano le formazioni particolari. Questa tripartizione – per una teoria del conflitto pur tesa, senza finzione di neutralità bensì assumendo un’esplicita presa di posizione o di partito, all’analisi delle condizioni di una rivoluzione – è decisamente più rilevante della tripartizione delle sfere sociali in economica, politica, ideologico-culturale. Proprio perché è solo la politica – che permea ogni sfera, non decidendo in generale e per ogni congiuntura la dominanza di questa o di quella – a consentirci di elevarci “al di sopra” della condizione di portatori (di “maschere”) di rapporti sociali, divenendo attori.

La teoria non ci dice però in anticipo chi sono i soggetti di un’effettiva rivoluzione, che sia tale e non semplicemente il famoso “tutto deve cambiare per restare com’è”. La teoria ci segnala però quali sono i conflitti maggiormente influenti per il campo d’azione in cui si svolgono. Indubbiamente il conflitto tra individui nei gruppi è assai meno rilevante di quello tra formazioni particolari in un’area globale, tendenzialmente nel mondo. Tuttavia, ogni analisi concreta delle concrete fasi storiche ci ha sempre mostrato finora che nessuna formazione particolare (nemmeno l’Urss per non so quanti decenni ritenuta patria di un fantomatico “socialismo”) può essere considerata attore di una rivoluzione sociale. Più semplicemente – come ben intuito da Lenin con lo sviluppo ineguale, la lotta tra potenze per le sfere d’influenza, l’anello debole, ecc. – il conflitto tra formazioni particolari nell’arena mondiale va situato in prima posizione quanto ad influenze esercitate sul complesso dei vari conflitti provocati dallo squilibrio; senza dedurne alcunché di diretto e immediato in merito ad una autentica rivoluzione.

La teoria ci orienta ancora impedendoci di vedere nell’estrazione del pluslavoro/plusvalore l’indicazione di presunti “soggetti” (attori) decisivi per la rivoluzione. Lo sfruttamento – nel suo senso scientifico marxiano, significante appunto tale estrazione – non implica immediatamente qual è la specifica oppressione esercitata da certi gruppi su certi altri in una formazione particolare (e non comunque nella società in generale, quella mondiale, secondo l’ideologia dell’internazionalismo proletario); non indica neppure una schematica divisione duale tra dominanti e dominati, mentre ogni analisi concreta deve invece meglio guardare all’individuazione dei maggiori gruppi di decisori e alla loro reciproca lotta, quasi sempre in collegamento con quella tra formazioni particolari (e i gruppi decisori al loro interno) in differenti posizioni di dominanza o subordinazione in un’area globale o nel mondo. Lo schema duale diventa tendenzialmente corretto soltanto nei momenti culminanti del conflitto, quando si raggruppano le alleanze (tra formazioni particolari), si formano i blocchi sociali (tra gruppi). E naturalmente può servire per comodità d’analisi in molti casi, così come in altri è pure comoda l’utilizzazione di determinanti “soggetti” quali Stati, imprese, ecc. La teoria serve però ad avvertirci che stiamo appunto applicando uno schema semplificativo, cui non soggiacere passivamente pena l’accumularsi di errori d’analisi.

Chi ha capito quanto qui detto comprenderà pure la rozzezza, ed erroneità sostanziale, dello schematismo duale capitale/lavoro, masse di dominati contro i dominanti, popolo contro il dittatore, ecc. Chi usa simili categorie, come anche quella di “democrazia”, è incapace di procedere ad una corretta ricerca intorno alle caratteristiche della fase o congiuntura; è un superficiale oppure un mestatore che intende pescare nel torbido. Nel secondo caso, è un nemico acerrimo, uno fra i peggiori; nel primo caso è “emendabile” ma con “riserva”. Egli è comunque inabile a comprendere che non sempre i lavoratori – in conflitto con singoli gruppi di attori nella sfera decisionale dell’impresa (questo è in realtà “il capitale” di cui cianciano simili stolti) – contribuiscono all’avanzamento di una situazione rivoluzionaria o si oppongono ad una involuzione reazionaria. Simili “superficiali”, o mestatori, non capiranno mai che i lavoratori, o i “dominati” in genere, possono anche essere combattuti: come si fece con i vandeani, con i contadini nelle armate “bianche”, con i marinai di Kronstadt, ecc. Solo l’analisi concreta ci può suggerire le soluzioni opportune. La teoria generale della società, va ripetuto fino alla noia, è solo un orientamento alla complessità del conflitto e del gioco strategico degli attori di vario tipo in esso.

Ultima avvertenza. Si deve smetterla con la considerazione di un capitalismo in base alle forme (della mera sfera economica) dell’impresa e del mercato. L’impresa – in quanto unità complessa vista invece come semplice unità dedita al conseguimento, con tutti gli “attriti” possibili, del principio del minimo mezzo – non è affatto l’attore nel campo del conflitto denominato mercato; e il mercato è sempre sovradeterminato comunque dalla politica, sia dei vertici imprenditoriali (i reali attori nell’impresa) sia dei gruppi dominanti che si erigono ad attori nell’ambito del conflitto (del “livello superiore”) tra formazioni particolari; per cui non esiste, in senso proprio, un “mercato mondiale” se intendiamo con mercato la semplice arena di scontro tra attori che seguono il solo principio del minimo mezzo (con tutti gli “attriti” limitanti che si vogliano; tipo le teorie alla Simon, che per simili banalità ha avuto il premio Nobel). Nemmeno sono valide le teorie che fanno dell’impresa una rete di rapporti mercantili (Coase-Williamson), dimenticando il vertice dell’impresa, attuante la politica, l’effettivo attore in gioco conflittuale strategico, quello che assicura l’unità della complessità strutturata dell’impresa.

In definitiva, come minimo, non esiste un capitalismo ma diverse formazioni sociali nel tempo storico del loro sviluppo (ad es. formazione borghese e dei funzionari del capitale) e in differenti spazi definiti dal campo del conflitto su scala mondiale. Alla differenziazione spazio-temporale delle formazioni, definite capitalistiche per le loro caratteristiche nella sola sfera economica, deve esser dedicata molta attenzione. Ed eguale attenzione è necessaria nella trattazione di altri problemi relativi, ad esempio, alla semplicistica identificazione tra Stati e formazioni particolari; quando sia gli uni che le altre sottintendono al contrario una strutturazione assai più complessa e funzionalmente articolata. In ogni caso, qui interessava soprattutto impostare i termini per una differente e nuova teoria generale della società. Da qui spero che si possa ripartire insieme (almeno in un gruppetto di lavoro).

Gianfranco La Grassa, Un panorama teoricoultima modifica: 2011-03-14T16:59:19+01:00da mangano1
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