Claudio Fava, Il silenzio dei padri

agosto 002.jpg
-mi arriva dalla Sicilia

Vi raccomando di leggerla per intero ed inviarla ad altri

sciascia jpeg.jpegIl silenzio dei padri per le notti di Arcore (Claudio Fava)

Non solo il cavaliere, non solo le ragazzine, non solo le maitresse e gli adulatori, non solo gli amici travestiti da maggiordomi, le procacciatrici di
sesso, i dischi di Apicella e la lap dance in cantina: in questa storia da basso impero ci sono anche i padri. E sono l´evocazione più sfrontata, più
malinconica di cosa sia rimasto dell´Italia ai tempi di Berlusconi. I padri che amministrano le figlie, che le introducono alla corte del drago, le
istruiscono, le accompagnano all´imbocco della notte. I padri che chiedono meticoloso conto e ragione delle loro performance, che si lagnano perché la  nomination del Berlusca le ha escluse, che chiedono a quelle loro figlie di non sfigurare, di impegnarsi di più a letto, di meritarsi i favori del vecchio sultano. I padri un po´ prosseneti, un po´ procuratori che smanacciano la vita di quelle ragazze come se fossero biglietti della lotteria e si aggrappano alle fregole del capo del governo come si farebbe con la leva di una slot machine…
Insomma questi padri ci sono, esistono, li abbiamo sentiti sospirare in attesa del verdetto, abbiamo letto nei verbali delle intercettazioni i loro pensieri, li abbiamo sentiti ragionare di arricchimenti e di case e di esistenze cambiate in cambio di una sveltina delle loro figlie con un uomo di settantaquattro anni: sono loro, più del drago, più delle sue ancelle, i veri sconfitti di questa storia. Perché con loro, con i padri, viene meno l´ultimo tassello di italianissima normalità, con loro tutto assume definitivamente un prezzo, una convenienza, un´opportunità.

Ecco perché accanto ai dieci milioni di firme contro Berlusconi andrebbero raccolti altri dieci milioni di firme contro noi italiani. Quelle notti ad  Arcore sono lo specchio del paese.
Di ragazzine invecchiate in fretta e di padri ottusi e contenti. Convinti che per le loro figlie, grande fratello o grande bordello, l’isola dei famosi, l´importante sia essere scelte, essere annusate, essere comprate. Dici: colpa della periferia, della televisione, della povertà che
pesa come un cilicio, della ricchezza di pochi che offende come uno sputo e autorizza pensieri impuri.
Balle.
Bernardo Viola, voi non vi ricordate chi sia stato. Ve lo racconto io.
Era il padre di Franca Viola, la ragazzina di diciassette anni di Alcamo che, a metà degli anni sessanta, fu rapita per ordine del suo corteggiatore respinto, tenuta prigioniera per una settimana in un casolare di campagna e a lungo violentata. Era un preludio alle nozze,
nell´Italia e nel codice penale di quei tempi. Se ti piaceva una ragazza, e tu a quella ragazza non piacevi, avevi due strade: o ti rassegnavi o te la
prendevi. La sequestravi, la stupravi, la sposavi. Secondo le leggi dell´epoca, il matrimonio sanava ogni reato: era l´amore che trionfava, era il senso buono  della famiglia e pazienza se per arrivarci dovevi passare sul corpo e sulla dignità di una donna.

A Franca Viola fu riservato lo stesso trattamento. Lui, Filippo Melodia, un picciotto di paese, ricco e figlio di gente dal cognome pesante, aveva offerto in dote a Franca la spider, la terra e il rispetto degli amici. Tutto quello che una ragazza di paese poteva desiderare da un uomo e da un matrimonio nella Sicilia degli anni sessanta. E quando Franca gli disse di no, lui se l´andò a prendere, com´era costume dei tempi. Solo che Franca gli disse di no anche dopo, glielo disse quando fece arrestare lui e i suoi amici, glielo urlò il giorno della sentenza, quando Filippo si sentì condannare a dodici anni di galera.

Il costume morale e sessuale dell´Italia cominciò a cambiare quel giorno, cambiò anche il codice penale, venne cancellato il diritto di rapire e
violentare all´ombra di un matrimonio riparatore. Fu per il coraggio di quella ragazzina siciliana. E per suo padre: Bernardo, appunto. Un contadino semianalfabeta, cresciuto a pane e fame zappando la terra degli altri. Gli tagliarono gli alberi, gli ammazzarono le bestie, gli tolsero il lavoro: convinci tua figlia a sposarsi, gli fecero sapere. E lui invece la convinse a tener duro, a denunziare, a pretendere il rispetto della verità. Tu gli metti una mano e io gliene metto altre cento, disse Bernardo a sua figlia Franca.
Atto d´amore, più che di coraggio. Era povero, Bernardo, più povero dei padri di alcune “squinzie” di Arcore, quelli che s´informano se le loro figlie sono state prescelte per il letto del drago. Ma forse era solo un´altra Italia.

Claudio Fava – 24 gennaio 2011

Claudio Fava, Il silenzio dei padriultima modifica: 2011-02-25T17:10:53+01:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento