Giuseppe Bailone, Viaggio nella filosofia: Lutero

thumbnail.aspx.jpegMARTIN LUTERO

Nel 1517 Martin Lutero, un monaco agostiniano tedesco, inizia una polemica destinata a dividere profondamente l’Occidente cristiano, già diviso da mezzo millennio dall’Oriente ortodosso.

A Wittemberg, il 31 ottobre, affigge sulla porta della chiesa del castello un manifesto contro la vendita delle indulgenze. In 95 tesi denuncia lo scandalo e apre una controversia teologica sui meriti umani e sui poteri del papa.

L’anno prima ha tenuto lezioni sulla Epistola ai Romani ed ha approfondito il significato del passo, per lui decisivo, in cui Paolo dice che “il giusto vivrà per fede”. Ha ormai chiaro che l’uomo è del tutto incapace di acquisire meriti e di concorrere alla propria salvezza. La sua sfiducia nell’uomo è totale, ma non è disperato: il passo paolino gli ha rivelato l’autentico significato della buona novella cristiana: la salvezza c’è e viene dalla grazia.

Vuole ritornare al Vangelo. Respinge la filosofia scolastica medievale. Dei grandi filosofi medievali apprezza solo Occam che delle grandiose costruzioni scolastiche lavora alla demolizione.

Il ritorno alle origini lo accosta alla cultura umanistica, ma, la sua visione dell’uomo lo mette in aperto conflitto con essa.

Odia Aristotele e respinge l’eredità greca.[1]

Pensa, seguendo Agostino nella polemica contro Pelagio, che il peccato di Adamo abbia rovinato radicalmente la natura umana rendendola del tutto incapace di fare il bene. Vede negli sforzi umani di acquisire dei meriti di fronte a Dio ai fini della salvezza eterna solo peccati di orgoglio, d’ipocrisia e di vanità. Pensa che solo la grazia divina possa restaurare la natura umana e rimetterla in condizioni di fare il bene: come un albero dà buoni frutti solo se è un albero buono, così l’uomo fa opere buone solo se già redento dalla grazia. Le opere buone non sono meriti umani, ma effetti dell’azione della grazia divina. La teologia di Lutero è radicale e molto lontana dalla teologia delle molte mediazioni che il Medioevo ha prodotto per facilitare la salvezza all’interno della Chiesa e sotto la sua autorità. Contesta i poteri spirituali sempre più ampi che il papa si attribuisce. La durezza dello scontro lo porta in poco tempo ad elaborare la tesi del sacerdozio universale che rende impossibile ogni ricomposizione del conflitto: se ognuno è sacerdote di se stesso, perché il suo rapporto con Dio è diretto, cade il sacerdozio stesso come istituzione.

Ma, torniamo al suo punto di partenza!

Che cosa sono le indulgenze?

Le indulgenze sono una realtà che si è venuta affermando nel corso dei secoli medievali, contemporaneamente all’affermarsi del purgatorio. Presuppongono l’idea che l’uomo, sostenuto dalla grazia divina e con la mediazione della Chiesa, possa acquisire dei meriti con le opere buone e collaborare alla propria salvezza.

Il fedele, che da solo non può salvarsi, trova nella Chiesa ciò che gli manca: ottenuto nel sacramento della confessione il perdono dei suoi peccati, trova nelle indulgenze la valorizzazione dei meriti acquisiti con le opere buone. La dottrina delle indulgenze sostiene, infatti, che la Chiesa può aiutare i fedeli ad alleggerire le pene del purgatorio aggiungendo ai loro meriti limitati una parte di quelli infiniti acquisiti da Cristo, dalla Madonna e dai santi, di cui essa sarebbe depositaria.

Si entra nella Chiesa con il battesimo che cancella il peccato originale, ci si salva dalla dannazione eterna con i sacramenti della confessione e dell’estrema unzione e si evitano o si riducono con le indulgenze anche le pene del purgatorio.

Nel 1300, in occasione del giubileo, Bonifacio VIII offre indulgenze plenarie ai molti pellegrini che arrivano a Roma. E’ un momento importante di legittimazione e di rilancio della nuova istituzione.

Col tempo s’impone anche la pratica di fruire delle indulgenze per conto terzi, devolvendole ai defunti già in purgatorio. In tal modo la “domanda” di indulgenze si dilata a dismisura.

Col tempo s’impone la pratica di considerare meriti spirituali non solo i pellegrinaggi, la partenza per le crociate, l’assistenza ai poveri e ai malati, i digiuni e le diverse opere di bene, ma anche la libera offerta di denaro alla Chiesa.

Presto, poi, si afferma il malcostume di vendere le indulgenze.

Un malcostume aggravato dalla non sempre chiara distinzione tra assoluzione dei peccati e indulgenza delle pene, col risultato di ridurre spesso la salvezza eterna ad una questione solo di soldi.

In Germania, al tempo di Lutero, il malcostume delle vendite delle indulgenze è più diffuso che altrove ed ha una forte accelerazione nei primi anni del Cinquecento, per sostenere grandiose costruzioni come quella della nuova basilica di san Pietro in Roma. Il papa Leone X e, in Germania, il vescovo di Magonza Alberto di Brandeburgo si segnalano per particolare disinvoltura nella pratica scandalosa. Di fronte al fiume di denaro tedesco che le indulgenze indirizzano a Roma l’ira teologica di Lutero, che trova nella recente invenzione della stampa uno straordinario mezzo di diffusione, riscuote consensi tra i principi tedeschi e diventa bandiera ideologica di incontenibili tensioni sociali: la Germania s’incendia.

Lutero precisa il suo pensiero teologico e ne fissa i cardini:

·      La giustificazione per la sola fede: l’uomo deve perdere ogni fiducia in se stesso e affidarsi solo alla grazia di Dio.

·      Il libero esame delle Scritture: ogni fedele prenda in mano il Vangelo e ne colga il senso con l’aiuto della grazia, senza le mediazioni ecclesiastiche e le complicate interpretazioni che si sono sovrapposte nei secoli: “Io grido: Vangelo, Vangelo! Ed essi uniformemente rispondono: Tradizione, Tradizione! L’accordo è impossibile”.

·      Il sacerdozio universale: ognuno è sacerdote di se stesso: fine del clero!

·      La dottrina dei sacramenti: li riduce di numero e ne vincola il valore alla fede di chi li riceve.

·      La sottomissione dei fedeli all’autorità politica.

L’ultimo punto scaturisce dall’antropologia pessimistica di Lutero (l’uomo, se non è redento dalla grazia, è malvagio e socialmente pericoloso) e matura nel corso dei conflitti sociali scatenati dalla sua rivolta religiosa. Infatti, i cavalieri, i contadini e i principi, le tre grandi componenti del mondo tedesco messo in agitazione dalla sua battaglia teologica, hanno interessi e progetti incompatibili:

·      I cavalieri, membri della piccola nobiltà in crisi, sognano il recupero di privilegi medievali;

·      I contadini in miseria tendono a tradurre in termini sociali ed economici l’egualitarismo religioso luterano;

·      I principi vedono, invece, nel messaggio di Lutero la legittimazione della ricostruzione del loro potere in termini moderni, anche sfruttando le grandi risorse che l’attacco luterano alle istituzioni tradizionali della Chiesa “libera”.

Lutero approfondisce in modo irrimediabile la rottura con Roma, abbandona i cavalieri al loro destino di perdenti, condanna con parole violente i contadini in rivolta e sceglie i principi. La sua teologia che i contadini stavano interpretando come teologia della liberazione sociale e politica si chiude in teologia della subordinazione al potere politico. 

Rompe anche con la cultura umanistica in uno scontro frontale con Erasmo sulla questione della libertà e dignità dell’uomo.

Nel 1525, alle tesi del libero arbitrio e della dignità dell’uomo, sostenute l’anno prima dal grande intellettuale umanista, oppone la sua totale sfiducia nelle possibilità umane con il De servo arbitrio, il libro in cui più si riconosce e il solo che avrebbe voluto che gli sopravvivesse.

In esso la volontà divina viene sottratta ad ogni criterio e misura  razionale, in linea con il volontarismo più radicale.[2]

La polemica con Erasmo sul tema della libertà umana chiarisce che il libero esame non va inteso come espressione di autonomia umana e delle capacità razionali dell’individuo. Non è il valore umano individuale a rendere superfluo il magistero della Chiesa: le sacre scritture sono chiare, si rivelano da sé senza bisogno di alcun interprete, ed è la grazia della fede a fare la luce necessaria. Il pessimismo antropologico e l’esaltazione del ruolo della grazia divina collocano la tesi luterana del libero esame agli antipodi dell’idea rinascimentale dell’uomo artefice del proprio destino.

La ragione umana, corrotta dal peccato originale, non è in grado di arrivare alla verità, così come la volontà umana senza il dono della grazia non può fare il bene.

Lutero ed Erasmo mettono entrambi direttamente nelle mani del fedele il testo evangelico, grazie anche alle nuove possibilità offerte dalla stampa a caratteri mobili, ma lo fanno con spirito diametralmente opposto: non è la fiducia nell’individuo ma la fede nella grazia e l’odio per il clero e per il papa che muovono Lutero.

L’antimedievalismo luterano non è per nulla umanistico. E’ rifiuto del millenario tentativo medievale di coniugare fede e ragione, messaggio evangelico ed eredità classica. E’ la completa deellenizzazione del cristianesimo, proposta proprio nel tempo della riscoperta della cultura classica greca e latina.

Anche il rifiuto[3] di Lutero a Worms, nel 1521, di piegarsi a Carlo V, il neoimperatore che vuole farlo a rientrare nei ranghi, va visto alla luce del suo antiumanesimo. Non si tratta di rifiuto dell’autorità in nome della libertà individuale di coscienza e di pensiero, bensì di obiezione di coscienza per obbedienza assoluta alla parola di Dio.

Torino 21 febbraio 2011

[1] In uno scritto del 1520, Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca, contro la corruzione papale ed ecclesiastica prospetta un piano di riforma radicale in 27 punti. Al punto 25 scrive: “Anche le Università abbisognano di una buona e radicale riforma … Tutto quello che il papa ha ordinato e istituito è invero diretto ad accrescere il peccato e l’errore. Che sono le Università? Almeno finora per nient’altro sono istituite che per essere, come dice il libro dei Maccabei, «ginnasi di efebi e della gloria greca», nei quali si conduce una vita libertina, poco si studia della S. Scrittura e della fede cristiana, e solo vi regna il cieco e idolatra maestro Aristotele anche al di sopra di Cristo. Mio consiglio sarebbe che i libri di Aristotele, Physica, Metaphisica, De anima ed Ethica, che finora son reputati migliori, fossero aboliti con tutti gli altri che parlano di cose naturali … Mi fa male al cuore che quel maledetto, presuntuoso ed astuto idolatra, abbia traviato e turlupinato con le sue false parole tanti tra i migliori cristiani; Dio ci ha inviato in lui una piaga per punirci dei nostri peccati. Infatti quello sciagurato insegna nel suo libro migliore De anima, che l’anima muore col corpo, sebbene molti con inutili parole abbiano voluto salvarlo; come se non possedessimo la S. Scrittura nella quale veniamo abbondantemente ammaestrati in tutte le cose delle quali Aristotele non ha mai avuto il minimo sentore. Pur tuttavia quel morto idolatra ha vinto e cacciato e quasi calpestato il libro del Dio vivente; talché, se ripenso a simili sventure, altro non posso credere se non che lo spirito del male abbia escogitato lo studio a tale scopo. Il medesimo vale anche per libro dell’Ethica, più tristo d’ogni altro, che è del tutto opposto alla grazia divina ed alle virtù cristiane, e tuttavia va per la maggiore. Oh lungi, lungi dai cristiani codesti libri.” In Scritti politici ed. UTET 1949, pag. 206.

[2] Perché Dio ha permesso la caduta di Adamo e ci ha fatto nascere tutti macchiati dal suo peccato? “A ciò si risponde: egli è Dio e per la sua volontà non esiste nessuna causa o ragione che possa essergli prescritta come regola o misura, dato che nulla è a lui uguale o superiore, ma è proprio la volontà divina ad essere la regola di ogni cosa (sed ipsa est regula ommium). Se infatti per essa esistesse una qualche regola o misura o causa o ragione, non potrebbe più essere la volontà di Dio. (Si enim esset illa aliqua regula vel mensura aut causa aut ratio, iam nec Dei voluntas esse potest). Ciò che Dio vuole è giusto non già perché deve o ha dovuto volere così; ma al contrario: ciò che accade deve essere giusto perché egli vuole così. Si può prescrivere una causa e una ragione alla volontà della creatura, ma non alla volontà del Creatore, a meno che tu non gli anteponga un altro creatore”. (De servo arbitrio, WA, XVIII, 712)

[3] “Se non sarò convinto mediate le testimonianze della Scrittura e chiare motivazioni razionali – poiché non credo né al papa né ai concili da soli, essendo evidente che hanno spesso errato – io sono vinto dalla mia coscienza e prigioniero della parola di Dio a motivo dei passi della Sacra Scrittura che ho addotto. Perciò non posso né voglio ritrattarmi, poiché non è sicuro né salutare agire contro la propria coscienza. Dio mi aiuti. Amen”.

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Giuseppe Bailone, Viaggio nella filosofia: Luteroultima modifica: 2011-02-23T17:11:28+01:00da mangano1
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