M.Bernardi Guardi, Pound e Marinetti

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Quei due poeti nel vortice del Novecento
di Mario Bernardi Guardi – 13/02/2011

Fonte: secolo d’italia

«Futuristi inglesi… Non siamo futuristi, in primo luogo non siamo futuristi – mi interrompe irruente un uomo biondo e alto, con lunghi capelli scarmigliati, i tratti del volto spigolosi, il naso forte e gli occhi luminosi che non sorridono mai. È Ezra Pound, un americano anglicizzato. Insieme con il francesizzato Wyndham Lewis è il principale ispiratore del nuovo movimento. Ezra Pound mi conduce verso una parete dove sono appesi dei manifesti preparati per Blast, la prima raccolta programmatica dei nuovi poeti ed artisti. Mi indica le parole: Marinetti è un cadavere».
Questo l’incipit di un’intervista rilasciata da Ezra Pound a Zinaida Vangerova e apparsa sull’Arciere di Pietroburgo nel 1915 (Cfr. Aa. Vv. Ezra Pound 1972-1992, a cura di Luca Gallesi). Vale la pena rileggerla, adesso che la mostra “I vorticisti: artisti ribelli a Londra e New York, 1914-1918”, è stata inaugurata nei giorni scorsi alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, dove rimarrà aperta aperta fino al 15 maggio. In mostra opere come “Martello pneumatico” del 1913-1915, rifacimento dell’assemblaggio originale, con l’aggiunta del torso in bronzo di Epstein, “Fanghi” del 1914 di Bomberg, “Testa ieratica” di Ezra Pound del 1914 (copia autorizzata del 1973) di Gaudier-Brzeska e “La folla” sempre del ‘14 di Wyndham Lewis.
La mostra ripropone il dibattito sul movimentismo “incendiario” dei primi decenni del secolo scorso e in particolare sulla “madre” di tutte le avanguardie: il futurismo. Ebbene, quali furono i rapporti fra Pound e Marinetti? Davvero Uncle Ez giudicava “un cadavere” il vitalissimo Filippo Tommaso che col suo “Manifesto”, lanciato nove anni prima dalle colonne di Le Figaro, andava allegramente all’assalto del cielo? Indubbiamente Pound ci tiene a marcare il territorio e a difendere un’identità. «Loro (i futuristi) – proclama – vogliono cancellare e superare le parole già dette. Questo è il loro pathos. Noi siamo vorticisti, e in poesia siamo imagisti». Già, ma che cosa vuol dire? Su Blast: a rewiew of the Great English Vortex è apparsa una sua poesia, “Frates minores”, che gioca al tempo stesso sul lessico quotidiano, sulle immagini violente e sulle suggestioni culturali “trasversali”. Leggiamo: «Le menti tremebonde sui testicoli/ Certi poeti qui e in Francia/ Ancora sospirano su fatti noti e naturali/ Già da tempo trattati da Ovidio./ Urlano. Si lagnano in cadenze delicate e stanche/ Perché la contrazione di tre nervi addominali/ È incapace di produrre un durevole Nirvana» (Cfr. Ezra Pound, Opere scelte, a cura di Mary de Rachewiltz, “I Meridiani”, Mondadori). Ovidio, il Nirvana… La poesia classica dell’Occidente, la sapienza ancestrale dell’Oriente…Strane le risonanze antiche in questi spericolati avanguardisti. Che sono blast – e cioè maledetti – ma forse inseguono una primogenitura bless – e cioè benedetta. Il tutto col contrassegno del “vortex-vertex”, gorgo turbinoso e purissima vetta. Senza contare che il futurista Umberto Boccioni aveva parlato dell’arte come di un “vortice” di emozioni da tradursi in vorticose forme. «Ci vogliamo concentrare – spiega Pound nell’intervista (ma più che spiegare suggerisce ai pochi che hanno orecchie per intendere) – sulle immagini che costituiscono l’elemento primordiale della poesia, il suo pigmento, su ciò che ha in sé tutte le possibilità, tutti gli esiti e tutte le correlazioni, ma che ancora non si è incarnato in una correlazione determinata, in un confronto, e quindi non è morto. La poesia passata viveva di metafore. Il nostro vortice, il nostro “vortex”, è il punto della rotazione in cui l’energia si imprime nello spazio e gli dà forma». Il “vortex” si tuffa nel caos e plasma immagini, il passato non può essere aggredito con furia iconoclasta ma non deve condizionarci coi suoi gravami “sentimentali”, nello slancio verso il futuro c’è una tendenza all’ottimismo che si rivela inutile e dannosa. Non abbiamo niente a che fare con i futuristi, insiste Pound, che si appella a un presente «non sottomesso alla natura, non avidamente attaccato alla vita, non limitato alle percezioni del concreto, ma che crea da sé una nuova astrazione vivente». Che è poi l’eterno spirito primordiale, riattivato dai vorticisti, i nuovi “egos”, alfieri “primitivi e selvaggi” di un “umorismo tragico” antireazionario e antiprogressista. E, va da sé, aristocratico e antiegualitario, ma senza sottrarsi al campo aperto della storia, della vita e della modernità, dove irrompe con libertaria freschezza, diciamo con il “di più” del suo sovraccarico umorale e creativo. Distanti da Marinetti certe idee e certe prospettive? Diremmo proprio di no, considerando tra l’altro che, al pari dell’ interventista-intervenuto Filippo Tommaso e di tanti altri futuristi, anche per buona parte dei “vorticisti” (pur con la significativa eccezione proprio di Ezra Pound, “uomo di pace”), la spinta dell’individualismo anarchico si coniuga con l’estetismo “armato” della patria, della guerra e, se occorre, della “bella morte”.
Ad esempio, lo scultore Henri Gaudier-Brzeska cade in combattimento nel 1915, dopo aver inviato dal fronte delle lettere in cui nel conflitto si celebra una forza che “intensifica” l’esistenza, mettendo l’uomo di fronte a sé e quindi sfidandolo a dimostrare quel che vale in un momento estremo. E lo scrittore e pittore Wyndham Lewis, l’altro “dioscuro” del vorticismo insieme a Pound, pur detestando Marinetti e contrapponendo alla «masnada rumorosa e inconcludente» dei futuristi, l’esperienza vorticista, esaltatrice «del formalismo e dell’ordine, a spese del disordine e dell’incontrollabilità» (Cfr. Maurizio Serra, L’esteta armato, Il Mulino, 1990), fu un bellicista convinto al pari di Filippo Tommaso e compagni. Infatti si batté con coraggio, consacrò all’esperienza della guerra memorie e disegni di forte originalità e sbeffeggiò in più occasioni i pacifisti. Non solo: fu per tutta la vita un “anarchico di destra” ad alto tasso provocativo, autore nel 1930, di un pamphlet, Hitler, dai toni decisamente simpatizzanti. Ma torniamo al rapporto Pound-Marinetti. Scrivendone con cognizione di causa, Claudia Salaris nel saggio Pound e Marinetti: l’occhio e il ciclone (Cfr. ancora Ezra Pound 1972/ 1992), lo ricostruisce nelle sue principali sequenze. Si parte da una città “emblematica”: Venezia. Ez, “chierico vagante” , nel 1908 vi aveva soggiornato, e qui aveva pubblicato a proprie spese il primo volume di versi A lume spento. Marinetti e i futuristi vorrebbero distruggere l’incanto della più romantica tra le città, trasformandola «in un gran porto mercantile con treni e tramvai sfreccianti sulle vie costruite al posto dei canali»? Ebbene, Pound ironicamente annota: «Quando Marinetti e i suoi amici saranno riusciti a distruggere quell’antica città, noi la ricostruiremo sulle pianure fangose del Jersey e l’useremo come sala da tè».
Tuttavia, quando nel 1914 FTM, che ha già compiuto numerose incursioni in territorio inglese con esposizioni, conferenze, declamazioni ecc., si reca a far visita a William Butler Yeats (collaboratore della rivista Poesia che Marinetti aveva diretto dal 1905 al 1909), insieme a lui c’è Ez, a fargli da interprete. E se, poco dopo, i vorticisti di Blast, Pound in testa, si proclamano “distinti e distanti” dai futuristi, è innegabile che è da lì, dalla “fucina marinettiana” che prendono le mosse. Vero è, comunque, che “Vortex”, anche qui Pound in testa e più che mai, non vogliono far piazza pulita del passato. Scrive Ez: «Il vortex umano ha in pugno la TRAMA del futuro. Tutto il passato che è vitale, tutto il passato capace di vivere nel futuro è pregno nel vortex, ADESSO». E poi, ricorda la Salaris, l’arte vorticista ci tiene ad essere «astrazione viva nel presente» ed è «scevra di quell’ottimismo fideistico ed eccessivamente terreno, “troppo umano” , che condiziona Marinetti come una pesante zavorra». Tuttavia le distanze non sono siderali. Anzi, FTM ed Ez partecipano dello stesso clima. E quando Marinetti, nel 1920, riprende le pubblicazioni di Poesia, c’è ampio spazio per i versi di Pound. Insomma, ha ragione il critico Carlo Linati ad affermare che «verticismo e imagismo sono probabilmente polloni germinati dal tronco futurista». Ed anche se in seguito si riproporranno i distinguo più o meno polemici, FTM ed Ez diventeranno amici. Profondamente legati anche dalla scelta politica e da una “vicinanza” di destino. Entrambi libertari, entrambi fascisti, entrambi aderenti alla Repubblica Sociale. Marinetti, già presago della fine, sua e del fascismo, muore il 2 dicembre del 1944, dopo aver scritto quel febbricitante “Quarto d’ora di poesia della X Mas”, in cui saluta un gruppo i giovani volontari, incoraggiandoli nella prova estrema. A sua volta, Pound rende omaggio all’amico, che gli si presenta davanti con una richiesta appassionata («Non voglio andare in Paradiso, voglio combatter’ ancora./ Voglio il tuo corpo, con che potrei ancora combattere»), dicendogli che no, non può soddisfarlo, ma qualcosa può fare: «Già vecchio il mio corpo, Tomaso/ E poi, dove andrei? Ne ho bisogno io del corpo./ Ma ti darò posto nel Canto, ti darò la parola, a te./ Ma se vuoi ancora combattere, va; piglia qualche giovinotto./ ‘Pigliate hualche ziovinozz’ imbelle e imbecille/ Per fargli un po’ di coraggio, per dargli un po’ di cervello,/ Per dare all’Italia ancora un eroe fra tanti/ Così puoi rinascere, così diventare pantera».
Il poeta americano rimarca la sua distanza dalle “esagerazioni” marinettiane, dallo spirito esuberante e chiassoso dei futuristi, così lontano dalla placida serenità “confuciana” di Ezra: «Sovra-voler produce sovra-effetto», dice. Ma poi subito riconosce in qualche modo la “complementarietà” di azione e contemplazione, di guerra e pace, di se stesso e di Marinetti: «Io – scrive Pound rivolto al suo alter ego artistico e umano Filippo Tommaso – cantai la guerra, tu hai voluta pace, orbi ambedue!».

M.Bernardi Guardi, Pound e Marinettiultima modifica: 2011-02-14T17:07:39+01:00da mangano1
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