Giuseppe Bailone,Tommaso Moro: la pace religiosa in Utopia

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“Le religioni sono diverse non soltanto nelle varie regioni dell’isola, ma anche nelle singole città. Alcuni venerano come dio il sole, altri la luna, altri ancora qualcuna delle stelle erranti. Ve ne sono alcuni che onorano non soltanto come dio, ma addirittura come sommo dio qualche uomo la cui virtù e la cui gloria rifulse nel passato. Ma la maggioranza della popolazione, che è anche la più saggia, non ammette nulla di tutto questo, ma crede ad un’unica divinità, inconoscibile, eterna, immensa, inspiegabile, che supera la capacità dell’intelligenza umana … Il dissenso sta nel fatto che alcuni affermano che sia una cosa, gli altri un’altra …

Ma tutti a poco a poco abbandonano la varietà delle superstizioni per quell’unica religione razionale. E senza dubbio la altre sarebbero finite da un pezzo se il loro timore religioso non attribuisse a un intervento del cielo, e non a puro caso, ogni disgrazia capitata a chi aveva intenzione di cambiar religione, come se la divinità il cui culto veniva abbandonato volesse vendicarsi di quell’empio proposito”.

Con i quattro marinai europei arriva sull’isola il cristianesimo, che subito sembra “molto vicino alle dottrine più diffuse tra di loro” e viene favorevolmente accolto da molti per “l’aver appreso che Cristo approvò la vita in comune dei suoi e che ciò si pratica tuttora nei più puri degli ordini religiosi”.

La nuova religione non incontra ostacoli: “Quelli che non hanno ancora abbracciato la fede cristiana, non ne distolgono gli altri, né ostacolano chi vi si accosta”.

Uno solo dei neoconvertiti finisce nei guai.

“Da poco battezzato, per quanto cercassimo di dissuaderlo – racconta Raffaele Itlodeo – costui parlava pubblicamente sul culto di Cristo con più ardore che prudenza, e si accalorò talmente da anteporre la nostra religione a tutte le altre, e da condannare queste una dopo l’altra, gridando che non sono che empietà e che i loro seguaci sono malvagi e sacrileghi, da condannare al fuoco eterno. Dopo che ebbe predicato a lungo queste cose, fu arrestato e portato via, non sotto l’accusa di spregio della religione, ma sotto quello di eccitamento alla sedizione, e condannato all’esilio; perché le antichissime istituzioni di Utopia dispongono che nessuno venga condannato per le sue credenze religiose”.

Infatti, nell’isola, chi voglia “convertire gli altri alla propria fede può soltanto illustrarne i motivi serenamente e senza passione, ma non attaccare aspramente le altre, se non riesce con la persuasione; né può usare le violenze e le ingiurie, perché chi suscita per fanatismo controversie religiose è punito con l’esilio o con la schiavitù”.

Utopo, il fondatore, dispose questi principi per assicurare la pace sociale, ma anche nell’interesse della stessa religione.

Infatti, sulla religione “non osò imporre nulla di preciso, ignorando se non sia Dio stesso ad ispirare gli uomini in maniere diverse, per ottenere varietà e molteplicità di culti. Pretendere con la violenza e le minacce che ciò che tu credi vero sembri tale a tutti è prepotenza e stupidaggine; se una religione è più vera delle altre, e queste prive di fondamento, allora – egli prevedeva – la forza della virtù si sarebbe alla fine imposta da sé, attraverso la persuasione e la moderazione. Se invece si fosse lasciata via alle contese con armi e tumulti, la religione più vera e più santa avrebbe finito con l’essere schiacciata dalle più note superstizioni; come méssi sta spini e sterpi, perché i peggiori sono sempre i più ostinati”.[1]

Queste cose Tommaso Moro le scrive nel 1515, in un libro che pubblica nel 1516, poco prima che l’Europa precipiti in conflitti religiosi lunghi e devastanti, di cui lui stesso cade vittima nel 1535.

Torino 7 febbraio 2011

[1] L’utopia, a cura di Leone Bortone, ed. Loescher 1974, pagg. 66-9.

Giuseppe Bailone,Tommaso Moro: la pace religiosa in Utopiaultima modifica: 2011-02-08T16:50:39+01:00da mangano1
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