Gilda Policastro a MaiGeneration

da L’Unità

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Gilda Policastro a MaiGeneration
«Attenti ai padri ‘assassini’ dei figli»
di Giuseppe Rizzo e Cesare Buquicchio

Ricercatrice, poetessa, narratrice, critica e polemista. Abbiamo cercato Gilda Policastro dopo aver visto esplodere sul suo Facebook una discussione sull’intervista che avevamo fatto a Aldo Nove qualche tempo fa. Lo scrittore parlava di una “giovane critica che ha saputo cogliere lo spirito dei tempi usando non tanto la propria immagine ma l’ambiguità della narrazione del proprio corpo (a latere del lavoro intellettuale) per vendere qualche copia in più, ma con risultati scarsissimi”.

L’autrice de “Il farmaco”, convinta della forza del proprio romanzo, «un libro “letterario”, unico nel panorama degli esordi», e attenta a trovare «una zona franca tra cultura e mercato, tra il luogo in cui si viene mummificati e il luogo in cui si viene usati e ricambiati continuamente», si chiedeva con chi ce l’avesse – e se non ce l’avesse proprio con lei. E giù commenti e invettive…

Fuor di retorica, ce l’hanno tutti con te o ti piace la provocazione?
Venendo alla rete da tutt’altro tipo di formazione (accademica, critica), sono spesso oggetto di attacchi indiscriminati che non hanno come obiettivo la mia persona, o almeno spero, quanto piuttosto il ruolo che incarno, ovvero “il critico”, un ruolo percepito come stantio, non al passo coi tempi. I miei interlocutori sono anche se non prima di tutto gli altri critici: e nella rete ce ne sono ancora pochi. Come in tv, fa audience la rissa, l’insulto.

E allora, se non usando il proprio corpo o la violenza verbale, con quali argomenti un intellettuale può far valere la sua voce oggi?
“Sabotando” e “smascherando” il senso comune, che in questi anni coincide sempre più con l’ideologia del dominio. Ma le idee dominanti non sono le idee migliori, ci hanno insegnato.

Due delle parole chiave dl Farmaco sono “veleno” e “rimedio”, termini molto presenti anche nel dibattito sull’Italia di oggi. Che Paese hai voluto ritrarre nel tuo romanzo – e perché proprio quello?
Ho voluto raccontare la malattia come un’allegoria del mondo in cui viviamo, costretti in ruoli che incarniamo come fossero un camice da ospedale, per l’appunto, sforzandoci di “collaborare” (un’altra delle parole chiave del mio libro), come di fatto i medici chiedono ai malati. Essere in salute vuol dire essere o pretendere di essere uguali, livellati, mentre invece lo specifico umano è proprio la differenza. Ecco, io ho cercato di raccontare, come mi sforzo sempre di fare, la differenza e lo specifico individuale.

In questa rubrica abbiamo l’ambizione di fare insieme agli interlocutori un passo oltre la semplice constatazione dolente dei malanni del paese. Quale contributo, idea, suggerimento Gilda Policastro affida alla causa?
A differenza della Gelmini, che rivendica l’importanza delle facoltà scientifiche e della formazione tecnica o economica a danno di quella umanistica, ripartirei proprio dalla formazione umanistica tradizionale, quella che comprendeva di necessità il latino e il greco, la storia dell’arte, la musica, oltre alla letteratura (o alle letterature, meglio) e ad almeno una lingua straniera. Poi bisognerebbe recuperare il senso della comunità e del confronto, che è venuto meno dalle stagioni delle grandi battaglie: gli studenti del nuovo movimento erano quasi del tutto apolitici, sicuramente apartitici, e questo non è secondo me un elemento positivo della tarda modernità.

Per restare alla Gelmini, come giudichi la sua riforma?
Una riforma coerente con l’attività di governo in ogni ambito: sciagurata. La Gelmini ha rivendicato la battaglia meritocratica, a scapito di una sinistra ritenuta a torto o a ragione baronale e feudale. Ma non c’è nessuna meritocrazia dove si riducono le opportunità per tutti: mi pare evidente. I concorsi attuali precarizzano ciò che ancora rimaneva da precarizzare, ossia il ruolo del ricercatore. Con evidenti danni complessivi per i singoli percorsi, come per la didattica e la ricerca in generale, che non si può concepire “a scadenza”, specie in ambito umanistico.

Christian Raimo, provocatoriamente, ha detto che i giovani dovrebbero provare a occuparsi degli anziani, sostituendo le badanti. Qual è la tua provocazione?
Visto che Raimo è uno scrittore, gli lancio a mia volta una provocazione, non diretta a lui ma al contesto in cui entrambi diversamente operiamo: e se al posto dei “giovani” mettiamo “gli scrittori” (o anche “i critici”), giovani o meno giovani, vale lo stesso principio? Io personalmente destinerei a lavori pratici e materiali molti di coloro che si dedicano alla letteratura senza farne una forma di interrogazione sul senso delle cose, ma per sola smania di apparire, di esserci, e cavalcando le forme e i temi in voga.

Ai ragazzi, invece, cosa dici? Qual è la patologia che affligge questa generazione?
L’ossessione di trovare un rimedio ad ogni male: anche questo ho provato a raccontare nel Farmaco. Dalla depressione all’impotenza sessuale, si è diventati incapaci di gestire la difficoltà e la differenza, e si cerca nella chimica il “rimedio”. Qualche volta è necessario attraversare la sofferenza senza rimedio, la vita stessa è, svevianamente se non leopardianamente, una malattia senza cura.

E qual è il difetto peggiore dei nostri padri?
La patologia di cui soffre il padre di Affabulazione di Pasolini, un edipismo rovesciato: vogliono rubare la fidanzata (e la virilità) al figlio, e magari anche ucciderlo.

Gilda Policastro a MaiGenerationultima modifica: 2011-02-08T16:35:48+01:00da mangano1
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