Gianfranco Franchi, Il paese della paura

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“Il paese della paura”, Isaac Rosa ci spiega le radici della deriva “securitaria”
di Gianfranco Franchi – 09/01/2011

Fonte: secolo d’italia

Nelle società occidentali è più facile finire investiti da un’auto che essere picchiati, è più facile ritrovarsi senza casa che essere pugnalati, è più facile essere abbandonati dal proprio compagno che ritrovarsi la casa svaligiata. E tuttavia moriamo di paura: per le cose sbagliate. E tuttavia concentriamo le nostre inquietudini sull’angoscia d’una possibilità d’aggressione, di una rapina, di una violenza.
I media mainstream ci intontiscono con una pletora di dettagli e una valanga di piccoli aggiornamenti e di colpi di scena su drammatici episodi di cronaca nera che si ripetono una volta ogni tre anni: intanto ogni anno, per le strade, soltanto qui in Italia, muoiono 5mila persone. L’associazione italiana familiari e vittime della strada ricorda che 300mila sono i feriti, 20mila i disabili gravi. Se ne parla poco, quasi per niente. In compenso sappiamo tutto sul contesto, sulle armi e sui protagonisti di un delitto passionale o famigliare: certi giornali ci presentano addirittura i parenti dell’assassino e dell’assassinato, intervistandoli manco fossero scrittori, registi o cantautori. Questa sinistra e stupida agenda setting dei principali mezzi di informazione nazionali qualcosa muove, nella psiche degli spettatori o dei lettori.

Isaac Rosa, giornalista del quotidiano spagnolo Público, ha pubblicato un libro che sembra spiegare bene di cosa si tratti: paura. Il paese della paura (Gran Via, pp. 268, € 16,50) è un romanzo che, come ha rilevato Ana Ciurans su Edison Square, conferma che «la paura è il risultato di un disegno perverso del potere per provocare dipendenza e bisogno di protezione». È un romanzo che conferma che siamo stati addestrati ad avere paura di una valanga di cose per poter essere più facilmente sottomessi e controllati. Che dovremmo essere coscienti, come insegnava il professor Lars Svendsen nel suo Filosofia della paura, del fatto che la nostra paura non è un riflesso oggettivo della realtà e che ci sono grossi interessi a governarla. La paura è uno dei fattori di potere più importanti che esistono, e chi può governarla in una società terrà quella società in pugno, scriveva il filosofo norvegese: allora dobbiamo imparare a guardarci dentro per liberarci da questa zavorra, perché noi occidentali viviamo nelle società più sicure che siano mai esistite, dove i pericoli sono ridotti al minimo e le nostre possibilità di dominarli sono al massimo. Eppure è come se fosse esattamente il contrario. Carlos, il paranoico e angosciato protagonista di questo romanzo, ha capito che esiste una sorta di «nevrotica spirale securitaria»: fa aumentare all’infinito la necessità di protezione, perché tutte le soluzioni individuate man mano non fanno che generare altra paura: come quando in casa si passa dalla serratura blindata al nuovo sistema d’allarme, quindi alle grate alle finestre, infine alle telecamere e all’allarme telefonico collegato – chiaramente – alla polizia, e via dicendo. Carlos sa che entrati in quella spirale si finisce per perdere più di ciò che si è guadagnato: tanta fiducia e tanto denaro. La qualità della vita precipita. Così il conto in banca.
Più ancora, Carlos è riuscito a riconoscere l’esistenza di spazi che si configurano, semplicemente, come «luoghi della paura»: sono luoghi in cui non gli è mai successo niente, e niente dovrebbe accadergli. Ma quei luoghi sono stati fonte di ispirazione di tante finzioni creative, nei film o nei romanzi o nei videogiochi: ma la loro molto relativa pericolosità è stata, nel frattempo, ingigantita dai titoli dei giornali. Sono i parcheggi sotterranei, gli alberghi abbandonati, gli uffici chiusi, i sottopassaggi, le cantine: luoghi in cui «la solitudine, l’oscurità, la mancanza di testimoni fanno sì che chiunque possa essere rapinato, aggredito, cacciato, inseguito, colpito, accoltellato, strangolato, spinto sui binari, linciato, violentato, torturato, dissanguato, assassinato». Carlos ha capito che la paura tende a inglobare sempre nuovi territori, col passare del tempo: e che fa grande fatica a ritirarsi da quei territori. Nuovi territori e nuove forme, dunque: la fobia per la burocrazia, per tutti i guasti della macchina amministrativa statale. E così, tutte le volte che Carlos deve avere a che fare con un ufficio municipale, delle imposte o dell’assistenza sociale, «vi si reca con lo sguardo lucido e la voce nervosa di chi ha qualcosa da nascondere», preparandosi a essere sbaragliato. Ma la paura di Carlos conosce anche autentico classismo: corrisponde a certi quartieri. Sono quelli quartieri nei quali abitano i cittadini emarginati, i cittadini più poveri. Quelli che da un momento all’altro potrebbero decidere di sfogare contro di lui la loro rabbia sociale. Carlos si difende da loro chiudendosi, per quanto può, in un suo guscio. Ma anche lì nascono problemi. Essere marito, ad esempio, è un concentrato di paure. In un’intervista rilasciata a Renzo Brollo sul Mangialibri, Rosa ha spiegato: «Carlos ha paura di sua moglie, che lei scopra le sue debolezze, che sappia che lui non è all’altezza, che sappia che sta esponendo la sua famiglia a pericoli, che non è in grado di proteggerla. Una delle paure di Carlos è di non riuscire a ottemperare a quello che la società si aspetta da un uomo, da un maschio: essere forte, proteggere moglie e figlio, affrontare le minacce e sconfiggerle». La paternità sprigiona tutta una serie di paure e di inquietudini, a partire dalla gravidanza: «Man mano che il bambino cresce e acquista autonomia, molte delle paure iniziali svaniscono, alcune rimangono e si attenuano». E altre se ne formano. Nel romanzo la situazione deraglia quando Carlos e la moglie s’accorgono che il figlio è minacciato da un compagno, a scuola: la paura che potesse patire episodi di bullismo s’è materializzata.

Tecnicamente, Rosa gioca su un’interessante commistione di elementi narrativi puri e elementi saggistici. Buona l’integrazione, ad esempio, di comunicati stampa rilasciati dai ministeri spagnoli per dare consigli alle donne che vivono da sole in casa, avvertendole di qualche stratagemma da adottare per evitare di dare nell’occhio; oppure, inquietanti certi elenchi di “consigli” statali che sembrano, a ben guardare, minacce. Minacce o semi di autentica paranoia. Stilisticamente, in più di un frangente si ha la sensazione che l’esperienza ibrida dell’autore, giornalista e scrittore, vada amalgamandosi in una scrittura spesso più vicina alla saggistica d’inchiesta che alla narrativa pura. Sicuramente si tratta di una commistione promettente: niente di cui aver paura.
Gianfranco Franchi

Gianfranco Franchi, Il paese della pauraultima modifica: 2011-01-12T00:30:24+01:00da mangano1
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