Peppe Giudice, Teoria del complotto e sindrome giustizialista

circolo Rosselli calimero.jpg

Ho avuto modo di leggere il famoso “Piano di Rinascita Democratica” della P2. Non l’avevo mai letto prima. L’ho trovato su Internet e gli ho dato una occhiata.

Fu trovato in un sottofondo della valigia portata dalla figlia di Gelli nel 1982, ma secondo gli esperti esso è datato 1976 e pare sia stato materialmente steso dal senatore Cosentino della DC (credo affiliato alla P2).

In quel documento (che è strutturato come un agglomerato di appunti) ho ritrovato il pensiero tipico della destra democristiana degli anni 70 (condiviso da settori del PSDI e dal PLI) di una svolta in senso conservatrice e di tipo neo-gollista della democrazia italiana (condiviso apertamente allora da uomini come Indro Montanelli ad esempio). Un programma conservatore che puntava, allora, ad esempio, a spaccare l’unità sindacale mediante scissioni a destra nella Cisl e nella UiL (ma allora c’erano la Cisl di Carniti e la Uil di Benvenuto – artefici dell’unità sindacale), a regolamentare il diritto di sciopero. Ma non era un programma apertamente reazionario e fascista ( sul modello del regime franchista o della dittatura dei Colonnelli in Grecia).

Io credo che a questo “piano” sia stata data una importanza esagerata, come se esso fosse stato l’elemento regolatore della politica italiana da 40 anni ad oggi.

Intendiamoci la P2 era una cosa maledettamente seria. E non era una “Loggia deviata”. Era una Loggia Coperta ( come risulta dagli atti della commisione parlamentare) i cui scopi erano apertamente sostenuti ed appoggiati dalla Massoneria ufficiale. Io ho una profonda avversione per le massonerie e per tutte quelle forme di associazionismo segreto con caratteristiche mistico-iniziatiche.

E l’Italia è sempre stato un paese in cui i poteri occulti ed invisibili hanno contato più rispetto ad altri paesi europei. Non dimentichiamo che l’Italia era e resta un paese di frontiera (fino all’89 tra est ed ovest e dopo di esso tra Nord e Sud del Mediterraneo). La posizione geografica della nostra penisola al centro del Mediterraneo ci consentì 2000 anni fa di divenire , e per lungo tempo, la più grande potenza mondiale. Ci ha portato dopo la sconfitta nella II guerra mondiale ad essere terreno di esercitazioni di poteri occulti e di trame dei servizi segreti dell’ovest e dell’est. Gelli stesso è stato collaboratore sia della Cia che del Kgb.

La collocazione internazionale dell’Italia ha quindi condizionato notevolmente la nostra politica interna.

Ma da qui a pensare che la storia repubblicana sia stata permanentemente una storia di complotti dirette da forze demoniache ce ne corre. Non solo; ma chi la pensa in questi termini svaluta tutta la nostra storia democratica e rivaluta surrettiziamente il fascismo.

C’è chi di fatto ha immaginato (e qui ci sono i Travaglio – che essendo amico di Montanelli avrebbe essere d’accordo con il piano della P2 – i Gherardo Colombo, ed in genere tutti i sostenitori del giustizialismo) che l’Italia è pressappoco come la California di Zorro, degli inizi dell’800. Allora essa apparteneva al Messico (non ancora indipendente – si chiamava Vice-Regno della Nuova Spagna). E la storia di Zorro, come tutti sappiamo, era la storia di questo nobile spagnolo-messicano (Don Diego de la Vega) che lottava contro i ricchi proprietari che da un lato sfruttavano i contadini e dall’altro organizzavano complotti per svendere la California a potenze straniere.

Ora la storia di Zorro (come quella di Tex Willer) è bella e appassionante, carica di valori etici (magari la facessero vedere ai bambini di oggi), ma non è certo un paradigma di storia della II metà del 900.

Io appartengo ad una generazione di socialisti che, grazie a Dio, non ha mai accettato Claudio Martelli ed ha subito nella loro formazione una certa influenza di Marx ed Engels (come tutti i socialisti da Turati a Craxi stesso), non certo del Marx dogmatico e autoritario della III Internazionale, ma di quello critico e democratico (di Mondolfo e Otto Bauer). Chi è cresciuto in una certa scuola di pensiero (e naturalmente di altri pensatori che rifiutano schematismi) sa bene che ogni rappresentazione unilaterale  e riduttiva dei fatti storici è fuorviante.

Prima ho fatto la caricatura di un certo pensiero, ma al di là delle esagerazioni che vi ho impresso, non c’è dubbio che, soprattutto dopo l’89, un modo schematico e tendenzioso di guardare alla realtà storica è servita a giustificare una ideologia profondamente giacobina ed antidemocratica (come diceva Proudhon, il giacobinismo è la variante moderna dell’assolutismo politico) di un progetto salvifico gestito dai demiurghi del “bene, dell’onestà, della trasparenza”. Come ogni progetto salvifico esso non tollera contraddittorio, è integralista. Vuole salvare il paese dalla corruzione, dal ceto politico (ma poi anch’esso diventa ceto politico) dal ritorno alla I Repubblica. Demonizza la politica ed il suo ruolo in economia (fattore di corruzione) ma poi pretende l’acqua pubblica    (contraddizione più forte  non ne ho mai vista).

E’una ondata antipolitica che con gradazioni diverse e spessori molto diversi accomuna Occhetto e Veltroni, Santoro e Gherardo Colombo, Di Pietro e Grillo. Già Occhetto e Veltroni. Qualcuno potrebbe obbiettare: ma che centrano.

In una nota passata parlai della riflessione che fece Claudio Signorile (una riflessione più da storico, perché è da anni fuori della politica attiva) sulla doppia mutazione ideologica nel PSI e nel PCI alla fine degli anni 80. La vedeva nel PSI nelle tesi neoliberali e neoutlitaristiche (anglosassoni) di Martelli – una secca rottura con la tradizione socialista precedente (compreso Craxi). La vedeva nella idea del contestuale superamento della socialdemocrazia e del comunismo, un superamento che non contemplava la ricerca su un nuovo socialismo (del III millennio) ma sfociava in un giacobinismo salvifico ed integralista: l’ideologia della salvezza della nazione dai poteri occulti – una forma di populismo postmoderno

Naturalmente in Occhetto e Veltroni l’elemento integralista è molto meno forte rispetto a Colombo o a Grillo.

La più grande falsificazione di questa ideologia è nella esaltazione di una presunta  democrazia partecipativa (contro quella dei partiti) che è in totale contraddizione con la sua esaltazione del leader carismatico ed assoluto che “manda a fare in …… il mondo intero” . Per cui la partecipazione si riduce tutta ad un fenomeno da tifoseria calcistica di scalmanati che urlano sempre più forte ad ogni vaffanculo pronunciato dal leader. La democrazia partecipativa è ovviamente tutt’altra cosa: è un rapporto aperto a due vie tra dirigenti che hanno il senso del limite ed una base pensante e raziocinante. E’ vero che questo qualunquismo è il prodotto della degenerazione dei partiti attuali. Ma esso è un rimedio peggiore del male. Non dobbiamo dimenticarlo. Ovviamente quando parlo di forme lideristiche non penso affatto a Vendola. Chi mette sullo stesso piano Vendola con Grillo e Di Pietro è un imbroglione. Vendola esprime concetti e valori, rivendica istanze politiche basilari per la sinistra come la centralità della giustizia sociale. Ha una funzione di supplenza rispetto al nullismo del PD che richiede una certa fase di personalizzazione per accedere ai mass media. Il  suo è un progetto (che va reso rigoroso su alcuni punti) ma che esprime valori forti e positivi: nulla a che vedere con il nullismo plebeo e sguaiato di Grillo e Di Pietro.

E se andiamo ad analizzare in profondità la stessa speculare sguaiatezza plebea e pecoreccia nonché lo stesso integralismo salvifico lo troviamo in Berlusconi (“salverò il paese dal comunisti e dalle toghe rosse” – chi non la pensa come lui è inevitabilmente comunista e toga rossa.)

La lotta contro questa destra e contro quella ancora peggiore di Marchionne (che sopravvive a Berlusconi) non sarà vinta dai falsi Zorro o dai falsi Tex Willer (il quale ha comunque un senso della giustizia tale da non permettergli di diventare un “politicante” e ritornare dopo ogni avventura con Carson nella riserva Navajo).

Contro questa destra non servono le alchimie delle alleanze, non serve ovviamente il nullismo del PD (la nascita di questo partito è stata un vero disastro), occorre ricostruire una cultura ed un progetto chiari della sinistra a ispirazione socialista (al di fuori di recinti identitari). Un processo che non può fermarsi ad ogni scadenza elettorale, ma che deve essere cosciente del fatto che tali scadenze non saranno affatto risolutive e bisogna guardare oltre esse. IL network che nascerà subito dopo le feste, mettendo in rete le idee ed il lavoro di coloro che credono che anche in Italia ci possa essere una sinistra larga di ispirazione socialista, tende a guardare oltre. Anche oltre la attuale configurazione dei soggetti politici, consci della transitorietà, ma con in testa ben chiaro l’obbiettivo: il socialismo del XXI secolo come bussola della nuova sinistra.

Ora dobbiamo ben sapere che cosa oggi può essere d’ostacolo a questo progetto, soprattutto nel caso di elezioni anticipate.

1)      una alleanza del PD con il III Polo che in pratica comporterebbe il suo ulteriore spostamento al centro e la rottura con SEL.

2)      Una alleanza tra Vendola e Di Pietro come conseguenza di tale scelta del PD

Entrambi questi scenari sono deleteri. A meno che SeL non voglia andare isolata (ma la legge elettorale è infida e costringe in questo sciagurato caso a fare alleanza con Di Pietro). Sel per limitare i danni potrebbe fare un forte pressing per favorire una scissione a sinistra del PD (su questo bisogna puntare se il PD fa tale scelta) ed andare alla trattativa con Di Pietro da posizioni di forza (comunque oggi SeL sorpassa l’IDV – che da un po’ di tempo arretra).

Io credo che alla fine il III polo non farà l’alleanza con il PD. Fini non può accettarla. E Casini non credo che possa rompere con esso. Penso che vogliano piuttosto usare il III Polo per non far prendere la maggioranza a Berlusconi al senato ed essere quindi condizionanti nella prossima legislatura. E quindi si potrebbe prefigurare un asse PD-SEL-IDV (più minori : P.Rad. Ps Fed sin). Ma qui occorre dare al rapporto PD-SEL il ruolo di motore dell’alleanza ed emarginare Di Pietro.

Poi è possibile lo scenario (che forse oggi Berlusconi preferisce) che allontana le elezioni. Casini gli tira le castagne dal fuoco (ed in tale quadro può rompere con Fini); occorre vedere la reazione  di Bossi che vedrebbe ridimensionato il federalismo.

In ogni caso le ragioni forti della debolezza politica e culturale della sinistra resteranno anche dopo questi vari scenari. Marchionne certe cose le può fare perché vede questa debolezza.

La crisi della sinistra italiana è di gran lunga peggiore rispetto a quella del resto d’Europa. Sia perché comunque lì ci sono partiti che hanno il 25-30% (i socialisti) , poi i verdi e le sinistre minoritarie. Sia perché la memoria socialista di questi partiti ha permesso loro di superare lo sbandamento degli anni 90 in senso liberale.

In Italia la memoria socialista è stata cancellata da un pezzo consistente del PDS che è rifluito sul nuovismo veltroniano (alla base del PD), sia dalla distruzione del PSI e dalla sua demonizzazione in cui l’integralismo antipolitico ha fatto la parte del leone. Insomma per costoro il PSI (sulla base degli schematismi e delle ottusità proprie di questa subcultura) degli anni 80 era una associazione a delinquere e Craxi era il male assoluto (al servizio delle trame più assurde).

Ora se un pezzo di quello che si definisce sinistra che pretende di essere tale e stare con Di Pietro e Grillo giudica i socialisti con tale metro, ogni interlocuzione con tra l’area socialista e costoro è impossibile. E non serve in questo caso dire: “Pertini era un vero socialista, ma Craxi era un criminale” dimenticando che Pertini diede l’incarico a Craxi per ben due volte di fare il governo e dopo il 1985 si iscrisse al gruppo socialista al senato. Quindi Pertini (che qualche dissenso con Craxi lo ha pure avuto) non considerava affatto Craxi un criminale, ma un socialista con cui certo poteva avere dissensi, ma sempre sul piano rigorosamente politico. Insomma Pertini non considerava Craxi “un pericolo per la democrazia” come incautamente disse Berlinguer (certe parole non soppesate fanno guai per anni).

Poi tanti socialisti come me hanno fatto e faranno le proprie critiche politiche a Craxi (come poi le hanno fatto a D’Alema). Ma tenendo presente che né Craxi né D’Alema sono fenomeni criminali. Anche considerando le condanne che Craxi ha avuto ( voglio sottolineare a proposito che il finanziamento illecito ai partiti è sempre legati a fatti corruttivi – di “corruzione ambientale” come si diceva. Le aziende non danno i soldi per beneficienza ma per avere dei favori dai partiti. Qui c’era la “corruzione ambientale”. Del resto Gerardo D’Ambrosio ha escluso che Craxi si sia arricchito personalmente (e D’Ambrosio le carte se le è lette tutte) – forse altri sì nel PSI.

E del resto la storia politica di Craxi non è riducibile a Tangentopoli.

In  conclusione non ci sarà “pace” vera a sinistra se non si tornerà a ragionare sul versante della politica. Se uno sostiene che il PSI era una associazione a delinquere non basta poi dire “però Pertini o Peppe Giudice (scusatemi la autocitazione) sono bravi”. Pertini e Peppe Giudice erano o dei cretini o dei complici se il ragionamento è corretto. Quante volte mi hanno detto: “si ma tu sei un socialista onesto”. No! Gli ho detto: “ se voi ritenete il PSI un covo di ladri io sono loro complice e non sono affatto onesto e per bene. E preferisco essere disonesto piuttosto che ipocrita”

Che in un partito ci possano essere fenomeni degenerativi e da noi nel PSI ce ne sono stati, eccome, come coloro che avendo pienamente acquisito la mutazione generica “martelliana” stanno organicamente con il PDL, questo non autorizza ad assumere atteggiamenti di integralismo stupido ed ottuso. Integralismo che è oggi il frutto di quella antipolitica che in parte è anche di una deformazione del pensiero di Berlinguer (che Grillo esalta. Ma a Berlinguer tale esaltazione non credo sarebbe piaciuta).

Non parlo con la mente rivolta al passato, perché tale sub-cultura è viva e presente. O la si combatte seriamente in profondità facendone emergere la erroneità o quel poco di sinistra che resta sarà travolta dall’antipolitica.

Oggi l’avversario della sinistra di governo non è il vecchio massimalismo (Turati apparirebbe come un pericoloso estremista per Casini) ma è da un lato il moderatismo e l’opportunismo del PD e dall’altro l’integralismo giustizialista – furbacchione in Di Pietro – e col complesso del giustiziere in De Magistris.

Ovviamente una sinistra di governo di ispirazione socialista non può derubricare la questione morale. Ma essa non si affronta con gli epigoni di Zorro. Ma attivando forti strumenti di prevenzione e soprattutto oggi con l’eliminazione degli sprechi enormi determinati dai costi impropri della politica assolutamente non giustificabili. Sarebbe stato interessante se SeL avesse preso iniziative in tutte le regioni ove è presente per ridurre indennità ed eliminare tutte le società miste inutili.

Buon Natale

Peppe Giudice

Peppe Giudice, Teoria del complotto e sindrome giustizialistaultima modifica: 2010-12-29T00:08:15+01:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento