Gianfranco La Grassa, Sempre meno peli sulla lingua

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SEMPRE MENO PELI SULLA LINGUA (di Giellegi, 26 dic 10)

Arrivata la “sorpresa” che doveva sorprenderci – conclusasi il 14 dicembre con la confusa fiducia al Governo – la situazione, com’era prevedibile, è abbastanza ridicola, pur se non divertente. La finzione, di tutti gli ambienti legati alla sedicente politica e ai media che fingono di rappresentarla, è sempre più evidente. Non c’è nemmeno più la normale “distorsione” ideologica, che mai può mancare anche in chi cerca l’oggettività, poiché in ognuno di noi è costante una scelta, una presa di posizione, un punto di vista, ecc. Qui siamo però oltre, si mente con tranquilla e “sincera” spudoratezza. Nemmeno la coerenza, pur nella consapevole menzogna, viene minimamente rispettata. Si “spara” quella che di giorno in giorno – meglio, di ora in ora, di minuto in minuto – sembra sia la “balla” più utile e più credibile per il “poppolo” (o la “ggente”).

Mi sembra si possa avanzare, proprio nel momento in cui l’“assalto alla diligenza” (governativa) è fallito, l’ipotesi che ci si avvia verso la fase finale dell’era berlusconiana. Difficile adesso prevedere la durata effettiva di questo declino per il semplice motivo che la sedicente opposizione – questa accozzaglia che, al di là delle etichette, non ha più alcun orientamento politico definibile – è del tutto indecente. Fossimo in un paese normale, sarebbero già finiti e dimenticati. Qui siamo tanti Pulcinella o Arlecchino, inutile aspettarsi la benché minima coerenza e decisione di far pulizia. Per decenni si sono gonfiati ceti sociali inutili inaffiandoli di spesa pubblica. I tipici difetti italiani non potevano che risultarne esaltati. Si sono trattati da geni i vari “dottor sottili”, i vari “esperti” che ci hanno portato in Europa (e all’euro) con manovre disastrose. Qualcuno è morto e per rispetto non ne parliamo male. Altri però ancora vivono (disgraziatamente) e continuano a pontificare mettendo in mostra la loro ignoranza e nullità al servizio di gruppi dominanti, e non dirigenti, solo dediti a depredare milioni di cittadini operosi, non dotati della sottigliezza indispensabile a capire con che razza di parassiti e succhiatori di sangue hanno a che fare.

Comunque, appare sempre più chiaro, pur se siamo comunque costretti a supposizioni, che all’epoca del colpo di Stato in salsa giudiziaria, certi settori, legati all’industria ancora pubblica e poi in gran parte svenduta ai mandanti reali di quell’operazione detta con involontario umorismo “mani pulite”, non trovarono di meglio che convergere con gli interessi di un imprenditore di nuova leva. Credo si trattasse senz’altro di una scelta all’epoca obbligata, ma la situazione venutasi a creare con il crollo del mondo bipolare, seguito da oltre un decennio di monocentrismo imperiale statunitense, ha reso l’Italia territorio di scontro tra bande al servizio di gruppi stranieri, consentendo al Cavaliere di permanere semplicemente contrapponendosi all’informe ammasso di ex comunisti, di cattolici moralisti ipocriti, di laici “azionisti” (i falsi antifascisti del tradimento dell’8 settembre e i loro ancor peggiori eredi), ecc.; molte “riforme” sono state promesse, ma non si sono viste, salvo il galleggiamento nell’ambiguità e nelle reciproche accuse che nulla hanno in comune con la benché minima progettualità politica.

Gli “alleati” leghisti, pur scalpitando e rendendosi conto dell’assurdità degli “equilibri” (instabili e putridi) venutisi a creare, oscillano (e sembrano pure divisi al loro interno) tra chi vorrebbe dare infine una spallata e altri che la temono a causa della loro monomaniacalità in tema di federalismo, cui sembra si possa sacrificare la soluzione delle elezioni che, per quanto insufficiente, si imporrebbe almeno nel breve periodo. E’ del tutto evidente come l’intero quadro di riferimento continui a marcire, e senza che nessuno abbia un colpo di reni e dica infine la verità al paese, smascheri cioè la lotta in corso tra bande al servizio di ambienti statunitensi e di quelli economico-finanziari interni, asserviti ai primi per i propri interessi di mere sanguisughe.

Il “cavaliere” sta ormai in sella in modo tutto sommato maldestro pur se si sforza d’essere furbo. I suoi sostenitori, anche quelli che imperversano nei pochi media non ancora al servizio dei suoi nemici, fingono adesso, dopo aver superato per un pelo la prova del 14 dicembre, che sia possibile raggiungere un appeasement con gruppi di oppositori “moderati”; e addirittura con il presdelarep. Chi non è sciocco si rende conto che, una volta persa quella puntata alla roulette, conviene al coacervo antiberlusconiano non cercare l’immediata rivincita; la migliore soluzione è logorare il nemico, cuocerlo nel brodo che egli tenta di far diventare troppo lungo per assoluta incapacità di visione strategica. Il presdelarep è di lunga scuola in un partito che di politica, in una situazione come quella imposta dai “patti di Yalta”, se ne intendeva. Non vi è alcun dubbio che egli sia dalla parte di coloro che intendono far fuori il premier per eliminare ogni intoppo ad una politica estera di pieno appoggio all’atlantismo (nel 1978, guarda caso, Napolitano fu il primo “ambasciatore” del Pci ad andare negli Usa; e qui già si aprirebbe un lungo discorso su quegli anni in quanto preparazione a ciò che avvenne dopo il crollo del “socialismo” e dell’Urss: la Bolognina, il cambio di nome del “grande partito”, l’accordo con la Confindustria agnelliana e con gli Usa del “pentito” Buscetta, “mani pulite”, ecc.).

Lo schieramento che ormai accerchia il premier è sempre il solito: “sinistra”, che gioca il ruolo di truppa d’assalto, il “centro”, che finge disponibilità alternata ad opposizione calcolando di non far cadere subito il maneggione, il presdelarep che recita il “buon papà” (anche ricevendo gli studenti, cui dice che “non può” favorirli pur se li comprende nelle loro ambasce per il futuro: quello dei loro prof. e di tutte le mene di questi ultimi per devastare l’“istruzione” a loro esclusivo vantaggio). Dietro a tutti, stanno Confindustria e grandi banche in combutta con gli ambienti statunitensi più drasticamente e frettolosamente imperiali, che vogliono completare l’opera di asservimento del popolo produttivo italiano iniziata con il già ricordato colpo di Stato giudiziario e lo sventramento dell’industria “pubblica”; grazie pure, come mossa minore certo, a benevoli atteggiamenti verso la mafia (di cui si accusano gli “altri”), venuti alla luce tramite le dichiarazioni di Conso, Ministro di Giustizia nel Governo Ciampi.

La risicata maggioranza (a parte la Lega che scalpita), l’opposizione ormai nel pallone, il presdelarep ci raccontano che è meglio evitare le elezioni in un momento di così grave crisi. Quando faceva comodo, quest’ultima era trattata con l’ottimismo di facciata dei perfetti irresponsabili; adesso è interesse generale, con esclusione leghista, renderla sempre “immanente” per evitare le necessarie soluzioni improcrastinabili. Poiché il “poppolo” è credulone, tutti ripetono da perfetti idioti che si devono evitare traumi al paese; si parla delle elezioni, sempre dichiarate essenza della “democrazia”, come di una soluzione dolorosa da evitare. Un normale cervello comprende, innanzitutto, che questa crisi durerà a lungo poiché è l’effetto di una situazione mondiale con lineamenti simili a quelli dell’“epoca dell’imperialismo” tra guerra franco-prussiana e prima guerra mondiale. Se si devono evitare traumi, e se le elezioni sono considerate dai “grandi democratici” di ogni schieramento un grave choc, è meglio dichiarare che non si andrà più alle urne per un bel pezzo; altro che 2013, in cui ci troveremo ancora nella prima fase di tale tipo di crisi.

In secondo luogo, perfino il classico “cervello di gallina” dovrebbe comprendere che continuare in questo pasticcio indescrivibile serve proprio ad aggravare – “congiunturalmente” e con riguardo al nostro paese – questa crisi generale e di lunga durata. Solo la Lega lo dice pur se per evidenti motivi di interesse suo proprio (è l’unica in condizioni di avvantaggiarsi con il voto), senza tuttavia l’energia richiesta ad un organismo con effettiva visione di lungo periodo e non particolaristica, bensì allargata agli interessi di tutta la nazione. Basta con questi indecenti mentitori; non sanno come cavarsi d’impaccio e stanno solo studiando il modo di logorarsi reciprocamente in base ai meschini interessi di un ceto politico incapace di assolvere i propri compiti (nemmeno quelli di servi quali sono).  

Non è credibile che Berlusconi abbia potuto galleggiare per tanto tempo da solo, senza l’appoggio di alcuni gruppi dominanti sia pure indeboliti dall’operazione politica mascherata da giustizia. Ritengo a questo punto evidente che quest’uomo non ha mai veramente sfruttato altre possibilità oltre a questo semplice galleggiamento. Nel frattempo, è però andata mutando, e muterà sempre più, la configurazione degli squilibri mondiali. Si stanno verificando i tipici giochi tra i vari gruppi dominanti di paesi diversi e si è entrati in quella che dal 2007 vado “predicando” essere non un 1929 bensì una lunga fase di stagnazione, che sarà ricca di trasformazioni fondamentali di vario genere; una fase storica che andrà seguita passo passo perché si verificheranno continui, e talvolta subitanei, sbalzi e “cambiamenti di fronte” in ambito internazionale con precisi riflessi al nostro interno. E’ fondamentale ripensare la storia della precedente fase similare – del declino inglese, dello scatenamento del conflitto imperialistico, dell’ascesa del movimento operaio, che non ha prodotto alcun rivolgimento di formazione sociale, avvenuto invece nell’ambito della conflittualità intracapitalistica (e tra paesi e nazionalità diversi) mentre la sedicente rivoluzione proletaria (guidata da élites ben preparate all’uopo) si spostava verso l’oriente contadino e non produceva perciò alcun comunismo, creduto tale solo per pura distorsione ideologica – cogliendo nel contempo le notevoli diversità dell’oggi e l’incipiente nuovo cambiamento di formazione sociale.

Nel mentre occorre senz’altro un ampio e lungo percorso di ripensamento sia teorico che storico, si deve in qualche modo, pur per approssimazioni successive, avvicinarsi all’essenziale del tumultuoso decorso di questi anni con particolare riferimento a quanto avviene in casa nostra; con la precisa consapevolezza, però, che gli avvenimenti interni sono in un paese come il nostro sempre profondamente influenzati dal contesto internazionale. Dobbiamo abbandonare gli attardati che ancora insistono con vecchi miserabilismi, con il falso “amore verso il popolo”, che ha ormai bisogno di meno amore e di “incontrarsi” con gruppi organizzati in grado di orientarsi assai meglio in un “mondo di lupi” (tanti, troppi, travestiti da agnelli misericordiosi). E’ ora di finirla con i “piedi scalzi” (in realtà sempre muniti di calzature “firmate” e finte grossolane). E’ necessario che chi continua a stare dietro le quinte sia costretto a venire sempre più allo scoperto; e se non lo fa, va comunque individuato. In questa fase storica, ci sono molti demagoghi che assolvono una funzione di scatenamento delle “masse” – solo gruppi minoritari, apparentemente numerosi perché rumorosi, divisi in fazioni violente e pacifiche, complementari fra loro e, alternativamente, alla guida di azioni di caos e disgregazione della società in paesi “di frontiera” (com’è in fondo pure il nostro) – per opporsi all’autonomia di tali paesi e ricondurli sotto la vacillante egemonia degli Usa.

La pericolosità di simili movimenti “da Vandea” in Italia dipende dall’incompiutezza del passaggio dalla formazione capitalistica borghese a quella dei funzionari del capitale. Da noi il ’68 – che si è protratto con strascichi melmosi fino ad oggi – è stato un mutamento di certi costumi (preso per modernizzazione) accompagnato dal dilagare di un moralismo ipocrita, tipico di certi strati piccolo-borghesi, ma che ha infettato e corroso pure quelli medio-alti della vecchia formazione in decadenza e conseguente decomposizione. Non si sono compiutamente formati – quelli in formazione sono stati combattuti, e infine indeboliti, appunto con l’intervento della “manina d’oltreoceano” – nuovi gruppi di agenti (strategici) capitalistici così com’è accaduto in altri paesi (a partire dagli Usa, arrivati alla nuova struttura sociale parecchi decenni prima che altrove). La società italiana, priva dell’apporto di nuova linfa, è quindi entrata in disfacimento; era facile trovare al suo interno i gruppi reazionari schierati per la subordinazione al paese predominante, in specie dopo la seconda guerra mondiale e ancor più dopo la dissoluzione del presunto “socialismo”, che non si è capito affatto essere solo una trasformazione incompiuta ad altra formazione non socialista, quella trasformazione che sembra in atto – ma bisogna ancora studiarla adeguatamente – nella Cina post-maoista e nella Russia odierna, una volta superato il burrascoso e devastante periodo gorbacioviano ed eltsiniano (l’uno è stato solo il prodromo dell’altro, ma si è trattato dello stesso processo).

Siamo in ritardo spaventoso. Non abbiamo capito nulla di questo passaggio da un capitalismo all’altro, bloccatosi in Italia ed entrato in un processo di putrefazione, di cui il ’68 è stato il sintomo iniziale, seguito dall’orrendo ’77 e dal trentennio successivo di totale degenerazione sociale e culturale attribuita, senza adeguato contrasto, all’azione di un individuo, il “volgare Berlusconi”. Questi era invece il prodotto del corrompimento morale (non a caso intriso di moralismo, che è la forma principe di tale corrompimento) e intellettuale della presunta “rivoluzione proletaria”, con i suoi “cantori” (anche violenti), “accarezzati” da una classe dirigente moribonda ma non ancora morta, divenuta semplice appendice, e quinta colonna, del più robusto capitalismo statunitense predominante. E’ certo questione di tempo – perché, come già detto, tutto ciò che avverrà qui da noi sarà influenzato dallo svolgersi del conflitto multipolare – ma alla fine o degenereremo totalmente oppure avverrà finalmente la “catastrofe”, nel senso positivo della rigenerazione e dell’eliminazione del cancro che ci corrode. Ci sono buone speranze che, nel medio periodo, ciò avvenga; non però se si crede ancora ai metodi indolori. Le forze che fin qui sono state timidamente dietro a Berlusconi – credo ormai insoddisfatte di lui eppur incapaci di trovare una ben più valida alternativa – dovranno convincersi circa lo stato d’eccezione ed usare la violenza necessaria a ripulire infine l’ambiente.

Si deve eliminare, e non metaforicamente, quell’insieme di forze che stupidamente abbiamo continuato a denominare “sinistra”, cui si sono affiancati finti “centristi” e finti “destri”. Si consente a simile gentaglia innominabile di disorientare parte della popolazione sostenendo di essere il “polo della salvezza nazionale”, quando sono l’ultima spiaggia della “semiborghesia” (incapace di divenire funzionari del capitale), marcia e debosciata (quale emblema migliore della faccia cadente e da ganimede in disarmo di “Monteprezzemolo”?), la cui unica risorsa sta nel legarsi allo straniero; che oggi non sono nemmeno più gli Usa nel loro complesso, poiché anche lì si sta producendo una divisione, magari tattica, sulla cui analisi siamo ancora una volta in arretrato in quanto appesantiti da uno stuolo di intellettuali che, pur se in modi diversi e apparentemente opposti, impediscono la presa di coscienza della vera lotta in corso, che è nazionale epperò strettamente connessa a quella internazionale. E ci sono ancora gruppi (per fortuna modesti, ma pur sempre causa di ritardi non indifferenti) di illusi circa la centralità della lotta dei dominati contro i dominanti, del popolo contro i suoi oppressori, dei diseredati contro gli sfruttatori imperialisti.

Dobbiamo però renderci conto che la transizione interrotta o abortita – da formazione sociale borghese a quella dei funzionari del capitale – ha prodotto pure l’enorme clientelismo e assistenzialismo, con il fenomeno dell’abnorme espansione della spesa pubblica, effetto del patologico ampliamento di strati sociali fondamentalmente parassitari. Ribadisco quanto già detto in altra occasione: sono parassiti non perché svolgano sempre lavori inutili (anche questi però ci sono e si collocano proprio nell’ambito di iniziative che si pretendono culturali!), ma perché in ogni caso sono in elevato soprannumero rispetto alle esigenze di queste attività. Semiborghesia, ormai marcita per la lunga non riuscita trasformazione, assieme a questo suo sottoprodotto, gli strati del lavoro inutile e parassitario, sono il vero ostacolo da rimuovere.

Questa nostra particolare configurazione sociale – che è anche purtroppo “regionale”, il che getta ombre sull’unità del paese – è la vera causa delle difficoltà italiane ad affrontare la lunga crisi di stagnazione, e trasformazione, mondiale; ecco il perché dei nostri minori incrementi del Pil, sempre visti in chiave puramente economicistica, mentre la causa è eminentemente sociale (strutturale) e non può essere rimossa con metodi indolori e “pietistici”. Altro che “democratiche” elezioni! Occorre quel radicale mutamento dei rapporti sociali che i semiborghesi, con il loro seguito di servi nei ceti inutili e in quello intellettuale (non a caso prodotto della concomitante degenerazione del “sessantottismo”), continuano ad esorcizzare. In ciò però seguiti, perché in fondo succubi, anche da politicanti e intellettuali (minoritari) della sedicente “destra”, che paventano persino la rivoluzione, magari addirittura “comunista” (coglioni emeriti!). Si tratta invece solo della necessità di drastiche misure al fine di completare la transizione intracapitalistica.

Prima di capire la nuova struttura sociale, molto diversa nelle varie aree mondiali e resistente ad ogni semplificazione indebita, è indispensabile afferrare le trasformazioni dei rapporti tra capitalismi (o apparentemente tali) e la lotta tra di essi; con i gruppi subdominanti che giocano da quinte colonne a favore dei predominanti di alcune potenze (più o meno globali o regionali). E dobbiamo comprendere le specificità italiane. Abbandonando la vergognosa, rozza, ignorante, polemica condotta da “raffinati intellettuali” di quella che si definiva la grande cultura di sinistra, ormai totalmente rimbambiti (tutti abbiamo in testa i loro nomi poiché questi dementi e disonesti sono ogni momento in TV, incapaci di ammettere di essere ormai puri ebeti, privi di ogni comprensione dei processi in corso), che hanno ormai solo la fissazione di Berlusconi. E dall’altra parte, subordinata com’è all’egemonia di questi rincoglioniti, si risponde alla stessa maniera, semmai in simmetrica opposizione: pro laddove gli altri dicono contro, bianco laddove gli altri sbavano nero.

“Tutti insieme appassionatamente”, però, nell’esorcizzare il cambiamento necessario nella fase attuale: i funzionari del capitale al posto di ormai marci e disfatti borghesi. Ma in questa fase storica – in un paese in cui un processo, già avvenuto altrove da decenni, è ancora in parziale apnea – non si può procedere se non con misure d’eccezione. Ed è ovvio che il processo deve essere preso in mano da gruppi che vadano organizzandosi con maggiore prossimità alla sfera delle decisioni politiche in grado di avviare la trasformazione. Anche i gruppi sedicenti economici, quelli delle imprese di punta – attaccate non a caso dalla moribonda e marcia semiborghesia (attorniata dai servi politicanti e intellettuali già indicati), che si rende così complice delle peggiori frazioni dominanti della potenza ancora in preda a smanie imperiali – devono collegarsi e favorire la crescita di tali nuclei di decisori politici d’eccezione. Altrimenti non se ne va fuori! Prima lo si capisce, meglio sarà per tutti.

Oggi invece, tutti quelli che vediamo all’opera, dal più alto vertice dello Stato all’ultimo gradino della scala politica, stanno confondendo le acque (e la coscienza della popolazione) con banalità mistificatorie evidenti (tipo la crisi che sconsiglia le elezioni e altre “amenità” varie”), nel mentre sobillano gruppi sociali rumorosi e violenti per battaglie di retroguardia, in grado però di aumentare il caos e il disfacimento. E’ necessaria una nuova forza e che sia infine veramente forte ed estremamente decisa a fare piazza pulita di questo quadro politico e sociale. Altrimenti basta menzogne: da Berlusconi e i suoi come dai fetentoni del PAB. La verità è che saremo finiti come paese con un minimo di indipendenza e dalla crisi usciremo assai malconci; non per la crisi in sé, bensì per l’incapacità di completare una “rivoluzione mancata”; nient’altro, al momento, che una transizione intracapitalistica. E rifiutiamo anche chi si attarda sulla “lotta di classe” (quella operaia contro la capitalistica) o, in versione soft, sul “conflitto tra capitale e lavoro”. Simili lotte possono essere, nella contingenza odierna e nel nostro paese, solo di complemento; vanno quindi appoggiate con la coscienza della loro subalternità ed inserimento in una visione del tutto diversa, che è quella appena accennata in questo scritto, ma ormai posta all’attenzione degli “onesti” da anni e in innumerevoli scritti e interventi.  

Gianfranco La Grassa, Sempre meno peli sulla linguaultima modifica: 2010-12-27T00:17:42+01:00da mangano1
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