Petronilla Bonavita ,Fuoco, azione e rêverie

Il vaso di Pandora
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Fuoco, azione e rêverie
per evadere dalla realtà
di Petronilla Bonavita
La parabola di un’utopia politica  
ed esistenziale: intenso romanzo
targato Tullio Pironti Editore

«Chi sono? Uno che non ce l’ha fatta, che non è riuscito a farsi riconoscere dalla sua città. Che ha dovuto accettare di stare lontano dalla sua città per quasi metà della sua vita. Ho sbagliato. E per sopravvivere mi sono spinto, e poi perso, nei libri, nel mondo delle immagini».

È l’epilogo della vita di un ex sessantottino, Giacomo Molino, detto Comò, che l’urbanista Attilio Belli racconta al suo esordio in narrativa. Fuoco ai Quartieri spagnoli (Tullio Pironti Editore, pp. 174, € 12,00), ambientato nella Napoli contemporanea, si snoda lungo l’esperienza dell’ex militante, in un crogiolo di giovani dei centri sociali, terroristi e camorristi. Attraverso differenti forme di violenza, tutti si scoprono vogliosi di rinnovare la città, pronti ad affidarsi a Comò, che torna dopo venticinque anni di esilio volontario a Parigi.

La rêverie del protagonista
Alla fine degli anni Settanta, il giovane militante di Lotta Continua ed esponente dei Nap (Nuclei Armati Proletari) aveva capito che a Napoli non c’era più spazio per lui. Il terrorismo delle Brigate Rosse, insignificante e pieno di violenza, non era fatto per un rêveur. Comò è un sognatore. A Parigi era considerato un idealista incapace di mettere in pratica ciò che teorizzava. Era una condizione frustrante. Egli avrebbe affidato al fuoco la sua rêverie. Il fuoco, e la sua potenza purificatrice e distruttiva, lo ossessionano da sempre.

In Francia, sfuggito alle esecuzioni politiche e sganciatosi dagli altri membri della guerriglia, aveva collezionato valanghe di libri, tutti ispirati alla mitologia del fuoco. Comò ne scopre la valenza civilizzatrice, legata al Mito di Prometeo, origine del progresso e dell’evoluzione della società. Il suo fuoco è diverso da quello delle Brigate Rosse, è un percorso di vita. E i suoi libri lo deputano eroe salvifico della sua città.
Torna in una Napoli il cui destino avverte intimamente intrecciato col suo. Sente, come gli accadeva da giovane, il fuoco che lo chiama. È il suo turno. Trova una città sfrontata e sporca, piena di nuove forme di terrorismo, diverse da quelle che aveva conosciuto. Solo un grande sacrificio può salvare Napoli, «e per il sacrificio serve il fuoco».

L’isola di Comò
La sua rêverie gli consente di rifugiarsi in una realtà “altra”, evitando di scegliere tra pensiero e azione. È quello che gli viene rinfacciato più spesso. Gli autori e i libri conosciuti durante la militanza non lo avevano più abbandonato, ed erano diventati la sua salvezza e la sua prigione. Nel piccolo appartamento napoletano, Comò realizza una biblioteca-isola, uno spazio vitale, un luogo dove trincerarsi quando sente crescere l’insoddisfazione per la propria esistenza e per il mondo che lo circonda. Avrebbe scritto un libro, illustrando il suo piano per incendiare un monumento simbolo di quella città in crisi, il fuoco ne avrebbe decapitato i responsabili.

Terrorista o poeta maledetto?
A Napoli conosce Sara, ricercatrice in Sociologia, la cui intraprendenza lo convince a coinvolgerla nei suoi progetti. Anche lei, come gli altri, lo mette di fronte alla sua incapacità di passare dai libri alla pratica. Forse avrebbe dovuto essere uno scrittore piuttosto che un terrorista. D’altronde, anche negli anni Settanta non era riuscito a coniugare pensiero e azione. Si era rifugiato in Francia perché era un estremista “moderato”. Sara invece ama il rischio e le emozioni forti. Non tollera la sua immobilità.

Una galleria di personaggi rintracciano e si confrontano con Comò. Abbas, un iraniano conosciuto a Parigi, che lo contatta e tenta di coinvolgerlo: la sua militanza non sembra troppo distante dalla fede musulmana di Al-Qaeda nel martirio. Poi Gennaro, un giovane di un centro sociale: «Comò era il compagno giusto per accendere i fuochi nella periferia». Ed ancora il boss della zona: anche lui tenta di arruolarlo, stavolta tra le file della camorra. E neppure gli ultras del Napoli restano indifferenti al suo arrivo in città. Una passerella di individui che attraversano la quotidianità di Comò, sconvolgendola ogni giorno di più. Ma nessuno di loro resta soddisfatto nell’incrociarlo: è un rivoluzionario senza coraggio, un intellettuale “tutto fumo e niente arrosto”. Poi è la volta dell’ingegnere Gildo, affascinato dal suo progetto visionario, pertanto disposto a finanziarlo.
Per tutti, e principalmente per Sara, quei fuochi sono e resteranno per sempre nella testa del rêveur, senza mai tradursi in un atto concreto.

Il riscatto della Fenice
«Azione e fuoco; fuoco è azione. Come per la Fenice, occorreva usare, volere la fiamma, e non subirla: preparare la culla con estrema cura […] e poi scatenare il fuoco vero. Napoli doveva essere la sua culla. Qui […] doveva risvegliare la gloria del Prometeo di Eschilo, l’uomo esaltato nell’esistenza titanica che conquista a viva forza la civiltà». È così che Comò decide di riscattarsi. Come l’Araba Fenice risorge dalle sue ceneri, così pure si augura che avvenga Comò: sceglie di sacrificarsi, annullandosi, bruciando vivo, nella speranza che il suo gesto possa in qualche modo dare il via a quel Cambiamento e a quella Purificazione che tanto aveva agognato.
In realtà, il suo è probabilmente un sacrificio inutile, in grado soltanto di dare pace alla sua anima tormentata di “poeta maledetto”.

Petronilla Bonavita

(www.excursus.org, anno II, n. 15, ottobre 2010)

Petronilla Bonavita ,Fuoco, azione e rêverieultima modifica: 2010-10-01T16:05:25+02:00da mangano1
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