Piero Sansonetti,Ma quale patto sociale?

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Ma quale patto sociale?
di Piero Sansonetti

Marchionnismo. Il patto sociale che propone Sergio Marchionne non è l’accordo tra due potenze che trovano un punto di equilibrio tra i propri interessi divergenti. Marchionne pensa a un patto che sia la definizione “della resa del movimento operaio e della eliminazione dei sindacati”.

Il patto sociale, nella storia delle relazioni sindacali, è un “oggetto” molto discutibile. Parti del movimento operaio sono sempre state contrarie al patto sociale, che – concettualmente – è il contrario del conflitto sociale. Molti esponenti della sinistra storica hanno sempre sostenuto che i rapporti tra capitale e lavoro devono svolgersi sulla base del conflitto sociale. L’assenza di conflitto sociale avvantaggia il capitale, cioè quelli che una volta si chiamavamo i padroni. Mi ricordo che quando ero giovane c’erano i gruppi vicini a Potere operaio che gridavano uno slogan che ebbe un grande successo: «Patto sociale – vince il capitale/ lotta di classe – vincono le masse». È vero però che un pezzo di movimento operaio, diciamo il settore riformista, ha visto invece sempre di buon occhio il “patto”. Specie negli anni Settanta e Ottanta, nel Pci e nella Cgil maturò una posizione con varie sfumature (più moderata e centrista quella di Luciano Lama, più di sinistra quella di Enrico Berlinguer) che imperniava sul patto sociale una strategia nazionale di avanzata del movimento operaio e delle riforme. Il problema, oggi, è che il patto sociale che propone Sergio Marchionne non è l’accordo tra due potenze che trovano un punto di equilibrio tra i propri interessi divergenti. Marchionne pensa a un patto che sia la definizione “della resa del movimento operaio e della eliminazione dei sindacati”. È chiaro che Marchionne pensa che una operazione di questo genere sia possibile solo con l’appoggio della sinistra politica. Il problema è che tutto fa immaginare che questa chimera non sia proprio un chimera e che esista una sinistra che non ritiene assurde le pretese della Fiat. Qual è la differenza dal patto sociale di Berlinguer (che è stato citato anche da Tremonti, e Tremonti è uno dei puntelli del marchionismo, e – paradossalmente – proprio sul suo marchionismo ha costruito la fronda a Berlusconi)? Berlinguer offrì una moderazione salariale e una richiesta di compressione dei consumi (eravamo in tempi di inflazione selvaggia, quindi in una congiuntura economica opposta a quella di oggi) in cambio di grandi riforme che andavano tutte nella stessa direzione: la riduzione delle distanze tra ricchi e poveri. O attraverso i servizi sociali, o attraverso l’innalzamento dei diritti e del livello del welfare, o grazie all’aumento della democrazia e dei diritti individuali sul lavoro. A realizzare questa contropartita collaborava la politica, cioè il governo (ma anche l’opposizione) e collaboravano gli imprenditori (i padroni…). In quegli anni, ad esempio fu firmato l’accordo sul punto unico della scala mobile, che era un meccanismo per avvicinare moltissimo i piccoli stipendi ai grandi stipendi (accordo firmato da un ministro democristiano, credo Donat-Cattin, da un sindacalista comunista, cioè Lama, e dal padrone dei padroni, cioè Gianni Agnelli in persona che era il presidente di Confindustria). E in quegli anni fioriva la democrazia sindacale, si ottenevano le 150 ore (sempre pagate dai padroni) cioè il finanziamento dell’istruzione, eccetera eccetera. Ecco, voi capite che tra il patto sociale degli anni Settanta (buono o cattivo che fosse) e quello che propone Marchionne, non è che c’è una differenza, c’è un abisso. Sono l’uno l’esatto contrario dell’altro. Allora dobbiamo dire che Marchionne è un padrone pazzo, che si inventa problemi per torturare la classe operaia? Non è così. Marchionne è semplicemente un padrone che fa l’interesse dei padroni. Come lo facevano Valletta, Agnelli, Romiti e tutti gli altri. Il problema è che di fronte alla crisi fortissima di questi anni, e dinnanzi alla novità devastante della globalizzazione, Marchionne è senza idee, senza pensiero e senza coraggio. Voglio dire che è chiaro che la crisi e la globalizzazione pongono l’impresa e il mercato di fronte a problemi inediti. L’enorme squilibrio del costo del lavoro nei vari Paesi in grado di servire nello stesso modo il capitale occidentale rivoluziona il rapporto tra capitale e lavoro. E rende molto più forte, sul piano della contrattazione, il capitale. Quando Marchionne dice: «È finita l’epoca del conflitto tra capitale e lavoro», intende esattamente questo. Cioè, pensa che il conflitto sia finito perché il capitale ha stravinto. E su questa base, anziché cercare un strategia per affrontare la crisi, si accontenta di trovare la soluzione nell’abolizione dei diritti sindacali e nel raddoppio, o più, del grado di sfruttamento dei lavoratori, rispetto a quindici anni fa. Marchionne pensa che questo sia un segno e una dimostrazione di forza. Io penso il contrario. È la prova di una fortissima debolezza. Cioè è la prova che la borghesia italiana non ha una idea di futuro. Cerca scorciatoie, non soluzioni. La strada per trovare delle soluzioni è complessa, e prevede un progetto di riforma del mercato, delle regole della concorrenza, dei rapporti tra impresa Stato e lavoro. Richiede pensiero politico e capacità di governare. Un’idea su nuovi meccanismi di redistribuzione della ricchezza. È molto più semplice, certo, la prova di forza da far pagare ai più deboli. Dà, nell’’immediato, buoni risultati. Sul medio periodo potrebbe comportare veri e propri disastri sociali e politici. E poi anche ritorcersi contro il capitale.

Piero Sansonetti,Ma quale patto sociale?ultima modifica: 2010-08-30T22:24:06+02:00da mangano1
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