Laura Manassero, Mi dia la nota

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UNA CITTÀ n. 162 / 2009 Febbraio

Intervista a Laura Manassero realizzata da Gianni Saporetti

MI DIA LA NOTA
Giovani che intuiscono ma non memorizzano, che ti seguono dove vuoi ma che poi hanno un’altra vita che tu non conosci, al contrario dei giovani stranieri che vogliono imparare, hanno una memoria di ferro e cercano un adulto che li guidi; l’utilità della punizione che responsabilizza e “libera” anche. Intervista a Laura Manassero.

Laura Manassero insegna alla Scuola Media Croce-Morelli di Torino.

Vorremmo tornare a parlare del tema dell’autorità, un parola che dopo il 68 è diventata quasi tabù. Non c’è il rischio che quel movimento nato all’insegna di un antiautoritarismo sacrosanto in realtà abbia finito per fare una vera tabula rasa?
Per molto tempo la parola autorità è sparita dalla nostra generazione, si parlava al massimo di autorevolezza, ma tutto ciò che andava anche un pelino più in là era già autoritarismo ed eri rovinato.
Io nel ’68 facevo il ginnasio, quindi ho vissuto solo lateralmente quel periodo. Ricordo però che già alla fine del liceo noi eravamo costernati perché eravamo entrati col grembiule nero e uscendo ci incrociavamo con ragazzine che arrivavano a scuola con gli hot pants, insomma ci fu un attimo di sbandamento perché si percepiva che si era passati, come dire, da un estremo all’altro: sembrava di essere a cavallo di un secolo.
Anche come insegnante ho avuto un’esperienza particolare perché ho iniziato in una scuola ancora estremamente autoritaria rispetto all’università da cui ero uscita, dopo aver resistito eroicamente quattro anni come borsista. Pur piacendomi molto quello che studiavo, antropologia, non avevo nulla a che spartire con quel mondo che era poi lo stesso di oggi, un ambiente fatto di baronie, di scarse competenze, di impiegati tenaci divenuti docenti e di splendide teste buttate al macero.
Così, in qualche modo ho deciso di “declassarmi” perché mi interessava di più un insegnamento che avesse a che fare con il sociale. Ho insegnato prima alle superiori, ma ancora non era il mio ambiente, per poi fermarmi alle medie. Torino in quegli anni era un laboratorio: pedagogie nuove, didattiche nuove, nuovi modi di essere.
Io ho sempre lavorato in barriere, in periferie. L’unica volta che sono andata fuori Torino sono finita in una scuola in cui insegnavo ai ragazzi di un collegio per poveri e quindi ero in barriera lo stesso. Dal ’92 a oggi ho sempre insegnato in scuole con forte presenza di stranieri, per scelta.
La mia ultima classe a prevalenza italiana mi aveva sconcertato e molto deluso: io spero fosse un incidente di percorso, anche se le colleghe mi dicono che il trend è questo. Comunque per la prima volta mi sono trovata in forte difficoltà, non dal punto di vista dell’autorevolezza o se preferisci dell’autorità, perché in realtà loro mi rispettavano, di più: loro andavano molto d’accordo con me, ero io che non andavo d’accordo con loro. Perché i loro modelli di adulto non erano lontani, erano proprio un altro pianeta rispetto ai miei. Io ero abituata a un lavoro in cui l’insegnante era una figura di riferimento importante e in virtù di questo si creava una forte relazione che era alla base dell’apprendimento. Una relazione che era anche affettiva, senza per questo dover abdicare al ruolo di guida, di modello, ma certamente l’elemento affettivo rimaneva alla base. Ecco, nell’ultima classe di studenti italiani che ho avuto mi sentivo più un poster che una persona, non c’erano problemi disciplinari, ma la sensazione era di non incidere mai, di non agganciarli mai veramente. Ho delle colleghe che lavorano in situazioni apparentemente più serene della mia (le scuole con stranieri sono considerate difficili) che però confermano questa condizione: con questi ragazzi hai all’apparenza un bel rapporto, ti seguono, li trascini dove vuoi dal punto di vista culturale, ritieni anche di avere un dialogo, ma poi non ne conosci mai le pieghe profonde, usciti di classe loro possono tranquillamente sdoppiarsi, avere una vera e propria doppia vita. Il ragazzo di Torino che ha fatto il video su YouTube con l’handicappato preso a calci era allievo di una mia amica ed era un ragazzo che di anomalo aveva solo il fatto che sembrava perfetto. Non so se mi spiego.
Ecco, nella mia scuola non ho problemi di questo tipo, perché l’insegnante è ancora un riferimento, e se è credibile, se c’è complicità, automaticamente autorevolezza e autorità viaggiano insieme.
Io poi ho anche molti ragazzi soli, per i quali l’adulto è il surrogato del vuoto che hanno alle spalle. Quello che rilevo è che i ragazzini stranieri hanno un’idea della scuola che collima abbastanza con quella che avevamo noi da piccoli, in cui l’insegnante era l’insegnante, in cui l’adulto è l’adulto. Punto.
Io ricordo ancora adesso quando da bambina, avevo sette anni ed ero ipereducata, un giorno sotto casa venni sgridata da un signore perché ero seduta su un gradino. Io non l’avevo mai visto, ma per tre giorni me lo sono sognato questo qua… Era così. Lo sconosciuto in quanto adulto poteva intervenire. Immaginati oggi!
Ecco, i ragazzini stranieri sono portatori di una cultura scolastica che ha ancora questa figura dell’autorità, ma anche dell’autoritarismo, tutto insieme. La maggior parte di loro viene da una scuola che picchia, oppure che ha dei meccanismi di autoritarismo che passano attraverso convenzioni sociali a noi sconosciute. Il padre di un allievo, che in Cina faceva l’ispettore scolastico, mi confessò il suo stupore per il comportamento dei ragazzini nelle nostre scuole, perché da loro c’erano queste classi di 45-50 allievi assolutamente impettite. E mi disse che la punizione peggiore per questi ragazzini era essere mandati in corridoio, perché eri esposto al ludibrio del pubblico. Figurati adesso!
Ora, è vero, noi abbiamo messo in discussione questo, e secondo me giustamente, perché all’insegnante non può bastare la qualifica, dev’essere credibile, competente, capace, magari anche carismatico. A parte il carisma, tutto il resto si impara, bisogna conquistarselo.
D’altra parte parliamo di un mestiere non semplice e spesso frustrante. Io conosco molti colleghi che sono all’apice della carriera e sono molto frustrati da un percorso che magari li ha logorati e di cui però loro stessi sono molto delusi. Tieni conto che è un lavoro che richiede un’energia pazzesca, non proprio come i minatori ma quasi, poi è un mestiere che di per sé non produce un prodotto finito, hai sempre un margine di incertezza sul risultato. Ora se il risultato è biecamente di apprendimento, di sciorinare le cose a pappagallo, vabbé puoi anche avere la certezza, ma mediamente insegnare non significa questo, soprattutto oggi.
Fare l’insegnante in questo senso è un po’ destrutturante perché devi avere a monte un’idea di insegnamento diversa da quella che avevi quando hai iniziato a farlo. I ragazzi sono cambiati moltissimo, non sono quelli di vent’anni fa, neanche quelli di dieci anni fa. Stanno cambiando gli stessi meccanismi dell’apprendimento: hanno delle capacità di intuizione notevoli e però non sanno più memorizzare. Questo anche per colpa nostra perché la memoria è stata considerata una cosa pre-sessantottina, reazionaria. Poi, però, con gli allievi stranieri ti accorgi di cos’è la memoria, la memoria di un cinese che ha dovuto imparare a memoria l’alfabeto cinese, che poi sono ideogrammi, la memoria di un ragazzino arabo che si impara il corano a memoria…
Una volta si diceva che ogni 5-10 anni ci si trova davanti a una generazione modificata, adesso ogni tre anni cambiano, a volte le classi che entrano non le capisci, non trovi il bandolo…
Tra l’altro adesso stanno di nuovo entrando insegnanti giovani, ma c’è stato un lungo vuoto, per cui il gap generazionale è aumentato.
Ecco, se mettiamo insieme la difficoltà di relazionarti con delle generazioni che sono altre, la perdita di prestigio sociale, una certa stanchezza, il non sapere dove si va, il fatto che la scuola non rappresenti più un riscatto sociale, al fatto che secondo me la scuola è rimasta l’ultima agenzia educativa che ha tenuto, allora il discorso non è semplice.
Il problema dell’esercizio dell’autorità ha portato con sé anche il rifiuto del giudizio, della punizione…
C’è stata una fase della nostra vita scolastica in cui si è temuto che porre dei limiti fosse da conservatori, peggio, che il “no” creasse una tale frustrazione, per cui il malcapitato sarebbe rimasto scioccato tutta la vita. Per non parlare della punizione, ma lo stesso voto, o il giudizio sembrava potessero rovinare la vita del poveretto.
In realtà non è vero, ce ne siamo accorti tutti: quando cresci ti confronti comunque con il no, con i limiti, con la frustrazione, e soprattutto, secondo me, la punizione toglie l’ansia di aver sbagliato, allevia il senso di colpa…
Il giudizio, a sua volta, non è la competizione sfrenata, bensì il giusto compenso per l’impegno che tu ci metti. Dopodiché bisogna anche far capire che esiste l’uguaglianza nella disuguaglianza, che ciascuno può avere un giudizio personalizzato. Io sono convinta di questo, soprattutto in realtà complesse e difficili come la mia, dove anche l’aspetto sociale pesa, perché il minore solo non può certo essere considerato come il ragazzino iperprotetto o ipercurato, anche se stai pur tranquillo che non sarà il minore solo quello che protesta, anzi…
Poco per volta si sono riprese queste tematiche. Negli ultimi anni sono comparsi questi libercoli su come si educa il bambino… prima era una bestemmia. Per anni Benjamin Spock è stato un vero vate, quando poi ha detto: “Scusate, mi sono sbagliato”, siamo rimasti tutti un po’ così.
Quando io ho cominciato, ero molto criticata da due dei miei colleghi giovani, miei amici, perché nelle mie classi regnava il silenzio e tutti parlavano uno alla volta. Io patii moltissimo, mi sentii scoperta, provai a giustificarmi dicendo che io ero fatta così… ci ho messo anni a capire che non era una questione solo di carattere, era il fatto che comunque io ritengo giusto che una società civile si costruisca parlando uno per volta, non urlando, non alzandosi, non insultandosi, cioè il caos, tanto spesso scambiato per fantasia e libertà, secondo me non lo è proprio.
Detto questo, io non credo che quello antiautoritario sia stato un movimento di per sé sbagliato perché era la giusta risposta ad un momento. Io ho avuto degli insegnanti meravigliosi ma anche delle persone piuttosto squallide dal punto di vista dell’umanità, e questi era giusto tartassarli in quel momento. Poi le situazioni cambiano si evolvono, si modificano. Tant’è che effettivamente sembra ci sia stato un ribaltamento, e l’assenza di autorità da parte delle figure adulte si è rivelata altrettanto problematica.
Noi oggi ci troviamo sempre più spesso a costruire dei “no” per dei ragazzini a cui fino a quel momento non è stato negato nulla, il che è evidentemente complicato. Tant’è che talvolta si rivolgono a noi gli stessi genitori.
Un’altra constatazione che ho maturato in questi anni (per quanto l’avessi già letto nei libri) è che l’adolescenza è proprio una nostra intenzione. Hai visto come sono piccoli i ragazzini italiani? Dimostrano tutti meno della loro età. Per carità, non voglio dire che bisogna saltare le tappe, però questo fatto che non crescono più fisicamente secondo me la dice lunga. Abbiamo ragazzini italiani che in prima ti arrivano all’ombelico, e ragazzini stranieri che sono alti quattro volte, tant’è che spesso questi ultimi fanno resistenza: “Io non sto coi bambini!”. Gli stranieri poi sono più grandi anche per altri motivi, alcuni si prendono cura dei fratellini…
Noi, come ho già detto, abbiamo una frangia di minori che sono qua da soli, che quindi si mantengono. Qualche anno fa un’assistente sociale mi sgridò moltissimo perché non avevo denunciato il lavoro minorile di un ragazzino straniero pescato a lavare i vetri il sabato. Ci fu uno scontro durissimo perché questa signora ci accusava di non prestare sufficiente attenzione ai minori.
Noi, figurati, morivamo dal ridere, perché non sapeva di cosa parlava. Comunque non riuscendo a farci capire, mandammo a chiamare il “pargolo”, che aveva sedici anni e mezzo, ed era alto un metro e ottanta, con due spalle così; un ragazzone meraviglioso, sereno, con quattro fratelli più piccoli, sempre pulito, che assieme a un cugino più o meno della sua età, manteneva tutti; erano il massimo dell’orgoglio per la famiglia, e per loro stessi. La signora non si fece più vedere.
Gli stranieri tengono al risultato, vedono la scuola come una cosa seria. Non c’è il rischio che sia invece la scuola a non prenderli sul serio? Alcuni anni fa, in un’intervista, Giorgio Bezzecchi, uno zingaro di Milano, mediatore culturale, portavoce di una famiglia molto importante e diffusa in tutta Europa, raccontò di aver ritirato i suoi bambini dalla scuola e averli messi in un istituto privato per via di un insopportabile paternalismo: “Gli danno una pacca sulla spalla perché sono due zingarelli, e io questo non lo posso accettare. Non impareranno niente”.
Lavorare con gli stranieri mette in luce i pregiudizi che abbiamo, brutalmente, in un senso e nell’altro. Mette in risalto il buonismo che li spinge in una specie di nicchia e così di fatto li mette in un’altra isola, ma mette in risalto anche le nostre paure, la paura del diverso, del cambiamento, “i nostri figli cosa faranno se questi sono così forti?”, cioè c’è di tutto.
Indubbiamente però la critica che ci viene fatta di più dagli stranieri, dai genitori, ma anche dai ragazzini è che non siamo abbastanza severi, che non li facciamo lavorare abbastanza.
Qui un problema c’è. Anch’io, che sono una da barriera, a fine anno un margine di frustrazione personale ce l’ho, ed è sui bravi. E’ vero che i bravi, per loro fortuna, sono sempre bravi, indipendentemente dagli insegnanti, che non riescono a rovinarli più di tanto. Però io mi domando sempre se non avrebbero potuto avere di più. Io credo di avere fatto l’impossibile per le fasce problematiche medio-basse, ma per quelli che arrivano già tendenzialmente medio-bravi il dubbio -potevo fare di più?- ce l’hai.
Poi in realtà vanno al liceo e tornano felicissimi perché comunque hai lavorato su altre cose, capacità, competenze, e quindi va bene così, ma il dubbio ti rimane. Se poi a farlo rimarcare sono sempre di più queste madri moldave laureate che fanno le badanti, o le rumene, allora un poco ci rifletti.
A me fanno molto pensare anche queste ragazze, che sembrano avere una forza, una determinazione, ma anche una serenità e un equilibrio di fondo, una maturità… Dopodiché guardi i nostri e vedi che si sfasciano, che vanno in crisi per delle nullità, che hanno meno armi nella vita, per lottare.
Insomma, io me lo chiedo se è soltanto l’insegnamento della vita quello che fa sì che uno sia più forte, o se ci sia dell’altro.
Ti faccio un esempio, noi siamo a ridosso di un quartiere di immigrazione difficile dal sud, per cui abbiamo ancora alcune delle famiglie difficili. Bene, noi siamo sempre molto attenti se c’è una storia di carcere o di alcolismo, abbiamo un occhio di riguardo sul processo educativo quando si parte da questi elementi. Poi ti arrivano i rumeni, che sono perfetti, ineccepibili, educatissimi, serissimi, bravissimi, molto maturi, molto forti, dopodiché scopri che sono stati abbandonati dai genitori da piccolissimi e magari non li hanno più visti, hanno alle spalle situazioni per cui noi grideremmo al disastro, e invece… Senza parlare dei cinesi, che vivono in queste famiglie allargate in cui non si capisce se ci sono o meno i loro genitori, o ancora i minori soli.
Una volta c’era un’alleanza quasi ferrea tra professori e genitori, tant’è che aleggiava sempre la paura che il professore potesse stancarsi e chiamare i genitori. Oggi i genitori sono sempre più “sindacalisti” dei figli…
Io penso che questo sia molto evidente nelle classi sociali più alte, oppure in una sottocultura tremenda, parlando sempre di ragazzi italiani. Per esempio, se tu lavori in un liceo e hai a che fare con i genitori che ritengono di essere in una scala sociale otto volte superiore alla tua, perché guadagnano otto volte, allora questo è ancora molto forte, però non vale da noi con i ragazzi stranieri, anzi c’è una delega totale…
Questo secondo me consente ai ragazzi di sentirsi protetti. Noi vivevamo questo come un “accerchiamento”, per loro vale il contrario.
Negli anni 70 io facevo judo e ricordo il mio maestro che sosteneva che noi sbagliavamo tutto, e noi indignati: “Come ti permetti?”. Lui, che era una persona colta, un ex partigiano, sosteneva di trattare la figlia con molta durezza “perché voglio che impari a ribellarsi, se no rimane una debole”. Non sai le discussioni, le sere passate a litigare, perché il nostro modello vincente era la “mamma per amico”, il papà che ti chiede il giaccone firmato per uscire con i suoi amici…
L’ho incontrato vent’anni dopo e lui, ricordando quelle discussioni, mi ha dato una pacca sulle spalle e mi ha detto: “Allora, come la mettiamo?”. Io avevo già fatto l’esperienza in questa borgata di immigrazione durissima, in un quartiere satellite, che mi aveva insegnato un sacco di cose, e ho ammesso trangugiando che forse su alcune cose c’era stato un errore…
Ma siamo di nuovo lì: noi cercavamo un dialogo perché l’educazione a quel tempo era “obbedisci!”. Dopodiché però c’erano varie sfumature…
Negli ultimi anni ho visto spesso genitori in crisi, in forte difficoltà, venire a chiedere aiuto a scuola. Questo vuol dire non giocare più alla pari nell’educazione; altro che l’adulto che ti sgrida! Le donne secondo me sono molto in difficoltà, soprattutto perché fanno fatica a conciliare il ruolo di madre e il ruolo di donna che lavora; temo che i sensi di colpa siano ancora forti, siamo una società neonata da questo punto di vista, di qui la stanchezza, l’esasperazione anche: corri dal mattino alla sera, e quando arrivi a casa cedi, magari non hai voglia di impiantare ogni volta delle discussioni, e questo fa sì che però i ragazzi non si sentano più liberi, ma più soli.
Probabilmente molte delle loro reazioni forti da pseudo-bullo sono poi rivolte all’adulto. Ho detto “bullo”, ma è una parola che non amo, non credo ci sia un rigurgito di bullismo, almeno da me non lo vedo, vedo le prevaricazioni di sempre. Può darsi però ci sia una tendenza sociale che io non conosco perché è più presente in quella fascia che dicevamo prima, quella socialmente più alta. Io conosco l’altra, quella del capetto del quartiere, ma hanno matrici diverse.
La punizione è importante per far capire che ti sei assunto la responsabilità, nello stesso tempo bisogna capire perché le persone fanno certe cose. Come si possono conciliare queste due cose?
Punire spesso è bruttissimo. Io mi vanto di non dare note, ma a volte ho la netta impressione che il ragazzino che ho davanti invece si aspetti proprio la nota. Mi è successo un paio di volte che davanti alla frase: “Benissimo, adesso tu ti siedi al mio posto e mi dici io che cosa devo fare”, a sorpresa m’hanno detto: “Mi dia la nota”, e io gliel’ho data. Dopodiché ho aggiunto: “Guarda, io non avrei fatto così, secondo me bastava sgridarti”, e lui m’ha risposto: “No no, ci voleva proprio la nota!”.
Io lavoro molto su questo scambio di ruoli, sulla consapevolezza, e in un paio di occasioni ho capito che loro si aspettavano da me un intervento che era altro dal mio modo di fare, e io l’ho portato fino in fondo. Ma ci sono stata male, perché non era nella mia indole. Insomma, il discorso della punizione è complesso, non si tratta di tornare ad alzare le mani, però credo che si debbano trovare delle soluzioni.
Ho in mente un ragazzino, secondo me geniale, di quelli che definiamo ipercinetici, perché non hanno confini, non hanno limiti, ed è un problema serissimo sia per i genitori, che per lui, che non si contiene, perché spreca un sacco di potenzialità. Qualche tempo fa mi ha detto con grande tristezza: “Sono stato messo in punizione”, e io: “Si vede che i tuoi hanno ritenuto opportuno eccetera eccetera… cos’hai fatto?”, “Ho fatto questo e quest’altro”, “Che punizione ti hanno dato?”, “Per una settimana non esco di casa”. Dico: “Ah, brutta punizione, ma hai capito il motivo?”, risponde: “Sì, ma secondo me è stupido, avrei preferito uno schiaffo, perché mi avrebbe fatto male, io mi sarei ricordato, ci avrei pensato su e non l’avrei rifatto. Invece così mi arrabbio sempre più, sono sempre più triste…”.
A volte mi capita di andare per strada e vedere queste bambine che piangono disperatamente perché vogliono l’ennesimo gelato, e la madre dice no e poi le lascia piangere dieci minuti e intanto parla ai giardini con l’amica. Io penso che questo atteggiamento equivalga a un non voler dare una punizione, a non voler mettersi in relazione con il figlio che intanto si arrabbia sempre di più, si sente sempre più solo, ha un crescendo di ansia, di angoscia. Ecco allora che, forse, un no detto bene, una sorta di dimostrazione di forza in cui però ci sia anche la spiegazione di questo no, un’assunzione di responsabilità, mi sembra sarebbero più efficaci. L’impressione è che spesso noi adulti non ci prendiamo la responsabilità di essere adulti, mentre loro invece se l’aspettano.
Questi ragazzini oggi sembrano crescere privi di paletti e di certezze, non c’è mai una delimitazione netta tra quello che si fa e quello che non si fa, così diventa tutto un grande pastrocchio ineffabile all’interno del quale in teoria puoi fare tutto ma in pratica poi non è vero. Di qui anche un certo disorientamento. Infatti sovente secondo me queste bravate non sono neanche una provocazione, una contestazione, sono gesti che accadono tra la noia e il “non ho il senso di quello che sto facendo”.
Anche questa ossessione iperprotettiva certo non aiuta. Qualche anno fa avevo assistito, inorridita, a una trasmissione su un asilo bene di Milano, in cui c’era un albero bellissimo, secolare. Un giorno un bambino era andato a sbattere contro questo albero perché correva guardando all’indietro. Ebbene, i genitori avevano fatto una petizione per farlo abbattere. I miei ragazzini stranieri fanno quello che facevano i nostri genitori, i nostri nonni: prima di venire a scuola portano a scuola i fratelli piccoli. E tu li vedi con questa nidiatina… Mentre noi li accompagniamo all’infinito, li ipervalorizziamo, li iperproteggiamo, li carichiamo di ansie anche. Che non vuol dire che ce ne occupiamo.
Prima hai parlato di carisma. Ora sta andando in pensione una generazione di insegnanti anche molto idealista. Un insegnante giovane che arriva oggi in queste classi non rischia di essere schiacciato? Quanto conta il carisma in questo mestiere?
Io all’inizio lavoravo in una scuola pubblica che aveva una preside di ferro, una donna ebrea molto colta che, come compito per le vacanze, mi aveva mandato a fare le 150 ore in un quartiere bene; il corso però era frequentato da ragazzi che venivano portati dal vicino quartiere di casi popolari.
Erano tutti maschi e queste classi erano diventate ingestibili, non si riusciva più a venirne a capo. Bene, la preside mandò me. Io cercai di convincerla in tutti i modi: “Ma mi ha guardato? Ho venticinque anni…”, ma non ci fu niente da fare, lei era convinta che ci fosse proprio bisogno di una figura altra.
Lì c’erano casi terribili, ragazzini dal Ferrante Aporti, storie di vita tremende. Ricordo che una sera una banda di un altro quartiere “caldo” arrivò con un camion a lanciare piccole balle di carta infuocate… Davvero, sembrava di essere in un film. E nota che io non sono cuor di leone.
A lungo mi sono chiesta perché avesse mandato me. Oggi credo che probabilmente quello che lei aveva visto in me era che io ci credevo e avrei giocato tutte le mie carte, che probabilmente non avrei avuto troppa paura e che non avevo troppi preconcetti. Era la famosa scuola in cui gli amici mi contestavano, perché non essendoci caos voleva dire che ero un’insegnante autoritaria.
Col senno di poi, ho capito che il mio approccio era stato efficace anche perché in quel contesto vigeva una cultura di mafia che com’è noto ha bisogno di autorità, ma questo l’ho imparato dopo. Non a caso la prima cosa che mi fu spiegata da un ragazzetto fu: “Se un’insegnante non sa fare il capo, può anche cambiare mestiere”. Ora, quella parola non faceva parte del mio vocabolario, ma era evidente che avrei dovuto inventarmi delle cose che li affascinassero, credo di aver bleffato clamorosamente raccontando imprese mirabolanti di judo…
Allora, io non credo che noi si sia tutti obbligati ad avere carisma, che tra l’altro è una qualità rara, individuale, che non si impara. L’autorevolezza invece uno se la può costruire perché è un misto di competenza e di credibilità come adulto.
La credibilità poi ha a che fare con il senso di giustizia, di cui loro hanno un gran bisogno. Ad ogni modo i ragazzini credono in te perché sei attendibile nelle cose che dici e nelle cose che fai. Io lavoro in una fascia di età in cui conta quello che fai, piuttosto che quello che dici, se poi le due cose collimano ti credono.
Anche i tre anni con gli psicotici, se da un lato mi hanno ulteriormente destrutturata, dall’altro mi hanno aiutata a togliermi una serie di certezze pedagogico didattiche che alla prova dei fatti non funzionavano.
Il bello è che tu studi un sacco di anni per imparare quello che devi fare, dopodiché ce ne metti altrettanti per capire che non è vero che dovevi fare così, ma che devi di volta in volta applicare delle cose mediate da te.
Allora, io non ho la ricetta, però penso che chi entra oggi nella scuola dovrebbe innanzitutto crederci. Purtroppo c’è anche chi ci arriva come ripiego, perché l’offerta di lavoro oramai è quella che è. Soprattutto alle superiori mi è capitato di vedere in particolare uomini molto frustrati in quanto erano finiti lì perché non erano riusciti a fare i professionisti affermati. Però se ci credi fino in fondo, hai voglia di spenderti, di dedicarti, e di farti delle competenze che non sono fisse ma che cambiano all’infinito, in una realtà sempre più composita, allora secondo me ce la fai.
Rispetto alle nuove generazioni di insegnanti, devo dire che ci capita spesso di avere dei giovani che entrano con un aspetto molto alternativo, come immagine, e che poi si rivelano di una rigidità agghiacciante.
C’è questo stereotipo per cui se uno si veste in un certo modo dovrebbe essere progressista, ecc., invece in realtà magari propongono delle cose molto controcorrente, hanno quest’atteggiamento da compagnone, ma poi li scopri durissimi, ti attaccano dicendo: “Io non capisco perché non li bocciate”. Non so, forse la scuola ha bisogno anche di quello. A volte ci penso: magari abbiamo fatto il nostro tempo, può darsi che chi arriva porti una ventata d’aria nuova, anche se l’impressione è che siano molto rigidi. Magari sono anche molto preparati, però più impietosi.
Ma la formazione è adeguata?
Purtroppo essendo la formazione in mano all’università c’è poco da sperare, perché l’università raramente è in grado di concepire i cambiamenti della realtà. Se la formazione sull’intercultura, apparentemente di altissimo livello, cita autori americani degli anni ’50, non c’è niente da fare. A volte a sentire questi sedicenti esperti ti viene da dire: “Senta, lasci perdere”. Eppure i modi ci sarebbero.
Un paio d’anni fa sono capitata per caso in un corso per “esperti del settore”, gente che lavorava in questo campo, con ruoli differenti, dalla psicologa all’antropologa, in cui con un banalissimo giochino di ruolo, in cui si simulava una situazione banale, ben descritta emotivamente, grazie a un provocatore bravissimo, venivano smascherati tutti i nostri pregiudizi e contropregiudizi. Io ho riso tutto il tempo ma ho imparato moltissimo.
Devo dire che la mia generazione è stata fortunata, perché oltre alla formazione in università, oltre al sapere didattico, abbiamo lavorato molto su di noi: siamo una generazione che lavorava molto sul teatro, sull’improvvisazione, sul sociale. Dopodiché io sono una che si sporca le mani, che ama stare coi ragazzi e che ha la fortuna di insegnare in una scuola dove sono in molti a condividere questa passione.
Quindi per concludere: come possiamo definire la differenza tra autorità e autoritarismo?
Ho avuto una lunga discussione l’altra sera con un vecchio amico con cui ho lavorato molti anni fa. Lui mi faceva notare -a parole- che io credo all’autorità a scuola, anche se non credo all’autoritarismo. Lui, che è un ottimo insegnante, invece nega l’autorità e sostiene -a parole- che è l’autorevolezza che diventa autorità. Mentre invece io dico che i ragazzi hanno bisogno di una figura che in qualche modo incarni delle certezze sociali, che io chiamo autorità, che ti faccia capire che esistono dei limiti, delle leggi, delle norme, che puoi discutere, ma io ci credo a priori. Lui invece non ci crede più. Alla fine della discussione io ho pensato che sono proprio solo parole.
Io non credo sia sbagliato -e lo sto imparando dagli stranieri- che i ragazzini abbiamo delle certezze, perché la scuola comunque è un esempio di società in cui c’è un’autorità. Se poi l’autorità non è all’altezza perché non è autorevole, non è credibile, è giusto contestarla.
Allora, per concludere, io non credo all’autoritarismo, però è probabile che io creda in una società che pone dei paletti, dei limiti e che ti rassicura. Perché l’autorità è rassicurante, se è quella antropologica di chi accetta di ricoprire un ruolo e si assume le responsabilità. L’importante, ripeto, è che sia contestabile.

Laura Manassero, Mi dia la notaultima modifica: 2010-07-31T16:41:56+02:00da mangano1
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