Ennio Caretto, Pentapartito addio, disse la CIA

«Pentapartito addio», disse la Cia
di Ennio Caretto – 16/07/2010

Fonte: Corriere della Sera

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Già nel 1988 gli Usa consideravano logora l’ alleanza di governo

Nel crepuscolo della guerra fredda, grazie anche al dialogo apertosi tra gli Usa e l’ Urss sotto Reagan e Gorbaciov, la Cia cambiò gradualmente idea sui comunisti italiani. Documenti che vanno dalla fine dell’ 85 all’ inizio dell’ 88 svelano che per Washington il Pci si sta evolvendo in quel periodo «in un partito ragionevolmente moderato, di tipo occidentale, che pare accettare veramente il sistema di economia mista e l’ appartenenza dell’ Italia alla Nato». Un rapporto dell’ 88, intitolato «Potrebbe il Pci entrare nel prossimo governo?», segnala che l’ accesso al potere di quel partito non sarebbe più una calamità. Tuttavia, osserva il rapporto, «i comunisti, che si oppongono al ricorso alla forza e vogliono la riduzione degli armamenti dei blocchi, impedirebbero all’ Italia di fornire truppe per operazioni Nato fuori area, ad esempio nel Golfo Persico». Che cosa fece cambiare idea alla Cia? La constatazione che alla morte di Berlinguer, nell’ 84, il Pci non ne aveva ricusato l’ eredità, anzi su di essa aveva creato una nuova classe dirigente e una nuova politica. Il partito, scrive la Cia alla fine dell’ 85, è a una svolta, come la Dc. «Ha un’ ala marxista leninista guidata da Cossutta, un’ ala moderata guidata da Napolitano, un’ ala centrista guidata dal segretario Natta», ma l’ ala estremista verrà emarginata a poco a poco. E perché? Perché alle elezioni di primavera «il Pci ha subito una pesante sconfitta, e Natta ha colto l’ occasione per un salto generazionale nella sua direzione e per un mutamento di strategia: probabilmente i comunisti passeranno dall’ alternativa democratica al dialogo con la Dc». La sconfitta elettorale del Pci, conclude la Cia, è stata un bene per l’ Italia: ne ridurrà gli scontri politici. E per gli Usa: «Il Pci non è più stalinista». Secondo Washington, «la nuova élite comunista è molto meno proletaria che in passato, annovera meno leader nati in famiglie rosse e più leader del ceto medio, favorisce il dibattito interno a discapito del centralismo democratico, non è monolitica». I suoi esponenti più importanti sono Occhetto, il numero due, e D’ Alema, il primo dei giovani, gente che in politica interna «rispetta il pluralismo e si dimostra pragmatica, e in politica estera tiene le distanze da Mosca anche se continua a diffidare dell’ America». Ma la convergenza tra il Pci e la Dc non sarà facile, dice la Cia, perché «l’ ala moderata di Napolitano e del sindacalista Lama vuole invece la completa rottura con il Cremlino, più democrazia nel partito, e una stretta cooperazione col Psi di Craxi». Il futuro presidente della Repubblica italiana, «un socialdemocratico – si nota – non ha però dalla sua più di un quinto del partito». Il rapporto del marzo dell’ 88 rafforza questa analisi: «Occhetto, l’ erede apparente della segreteria (sarà eletto segretario in giugno, ndr), è propenso al lancio di un governo di salvezza nazionale con i principali partiti democratici che promuova le necessarie riforme istituzionali e socioeconomiche. Natta e Occhetto pensano che in questo modo isolerebbero Cossutta». La Cia ricorda che Natta ha incontrato il segretario democristiano De Mita e che a Palermo la Dc ha rotto con il Psi e si è alleata alla Sinistra indipendente. Registra che Craxi si è alleato con il Pci in varie città, ma sottolinea che lo ha poi aspramente attaccato. Sembra quasi rassegnata a una legittimazione dei comunisti: «Non saremmo molto sorpresi – afferma il rapporto – se il presidente Cossiga, solerte costituzionalista, chiedesse a De Mita o Andreotti, il suo rivale, di formare un governo di unità nazionale col Pci e il Psi, e se Craxi, un inveterato giocatore d’ azzardo, non vi aderisse nella speranza che crolli». Nel marzo dell’ 88 la Cia è del parere che il governo Goria, allora in carica, cadrà presto, e che il Pci «possa inserire nel governo successivo la sinistra indipendente». In questo caso, avverte, «verrebbero danneggiati immediati interessi americani come il trasferimento dello squadrone aereo tattico 401 dalla Spagna all’ Italia». Ma il danno sarebbe relativo, in quanto la Dc «non cederebbe ministeri chiave come gli Interni, gli Esteri e la Difesa». I servizi americani non scommettono più sul pentapartito: «Alla fine degli anni Settanta ha fermato i comunisti, ma adesso la sua sopravvivenza è in dubbio a causa della guerra tra i democristiani e i socialisti». Craxi avrebbe bloccato un governo De Mita o Andreotti, spiega la Cia, e avrebbe finito per stancare «persino i centristi della Dc come Gava e Forlani che lo avevano appoggiato». Forse a chiamare i comunisti al governo sarebbe stato Andreotti: «È abbastanza opportunista da farlo se non vedesse alternative». È uno sbaglio clamoroso, perché il 13 aprile dell’ 88, un mese dopo, il pentapartito, Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli, varerà il governo De Mita, a cui subentreranno i due ultimi governi Andreotti. Uno sbaglio sintomatico dell’ umore di Washington verso l’ Italia. Dopo avere puntato sulla Dc e sul Psi per arginare il comunismo, l’ America non sa più a quale partito rivolgersi. È delusa dei leader su cui aveva fatto affidamento, e non riesce a individuarne i successori, tanto da ammonire che l’ Italia, uno dei suoi più fedeli alleati, «adotterà una politica estera più indipendente, a esempio più filoaraba in Medio Oriente». La rassicurano solo l’ evoluzione del Pci in senso democratico, come indica il rispetto della Cia per Napolitano e per D’ Alema, e la evoluzione parallela del Cremlino sotto Gorbaciov. Un anno e mezzo più tardi il muro di Berlino crollerà, e sulla scia spariranno l’ impero sovietico e «il pericolo rosso» in Italia. Da quel momento l’ America accetterà serenamente i post-comunisti.

Ennio Caretto, Pentapartito addio, disse la CIAultima modifica: 2010-07-23T12:42:05+02:00da mangano1
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