Francesco Lamendola, aFA

Afa, di Francesco Lamendola    SEGNALAZIONE DI ROBERTO TAIOLI
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> Fonte: Arianna Editrice
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> Una pesantissima coltre di umidità si è posata sulle nostre regioni e,
> sommandosi agli effetti del caldo, sta causando disagi e difficoltà
> che, nel caso delle persone anziane o affette da particolari
> patologie, stanno assumendo contorni sempre più drammatici.
> Ormai frequente, purtroppo, si fa il caso delle persone che vivono
> sole e del cui decesso, affrettato dalle condizioni climatiche, i
> vicini si rendono conto solo quando il loro corpo in decomposizione
> incomincia ad emanare uno sgradevole odore.
> Anche l’argomento che stiamo trattando è decisamente sgradevole, ce ne
> rendiamo conto; ma riteniamo che sarebbe ancora più sgradevole, per
> non dire colpevole, ignorarlo e fare finta di nulla, secondo il
> copione della società consumista che si preoccupa solo dei giovani e
> dei sani (e un esempio per tutti di questo atteggiamento è offerto
> dalla programmazione televisiva dell’estate, che, a dispetto del
> canone di abbonamento, è quanto di più deprimente si possa
> immaginare).
> Pare che senza il condizionatore d’aria non si possa più vivere: nelle
> case, nei negozi, negli uffici, nelle automobili. Un’amica mi dice
> che, se non lo avesse, il suo adorato cagnolino sarebbe già morto da
> un pezzo. E se ne abusa, al punto che lo shock termico da esso
> provocato è causa, a sua volta, di non poche malattie.
> Resta il fatto che non tutti se lo possono permettere, specialmente le
> persone sole e indigenti, anziane o non anziane. Per esse, la somma
> delle elevate temperature e dell’altissima percentuale di umidità
> atmosferica risulta veramente difficile da sopportare.
> Un tempo non era così; d’estate faceva caldo, ma non afoso fino a
> questo punto. Probabilmente è un effetto dei mutamenti climatici
> innescati nel corso degli ultimi decenni dall’inquinamento chimico,
> del surriscaldamento globale e dell’effetto serra.
> Comunque, il fatto è questo. Mentre tutti quelli che se lo possono
> permettere vanno in vacanza, le nostre città somigliano sempre più a
> dei fortini assediati dalla canicola e dall’umidità soffocante,
> arroventati da un sole spietato e svuotati di ogni presenza amica, in
> balìa del primo invasore che li voglia espugnare senza colpo ferire.
> Le persone che rimangono, sole e torturate dall’afa, si sentono
> derelitte, abbandonate da tutti.
> Anziani inchiodati sulle loro poltrone e badanti esasperate dalla
> lontananza dalle proprie case lontane paiono gli ultimi sopravvissuti
> di una catastrofe cosmica, di un’apocalisse da film di fantascienza.
> Davanti al loro sconforto e al loro abbandono, il consumismo mostra la
> vacuità delle sue promesse e la società edonista rivela tutta la sua
> inconsistenza e la sua miseria.
> Questo è il volto crudele dell’estate: solitudine, disagio, assenza di
> servizi pubblici, distrazione o peggio da parte di quanti dovrebbero
> ricordarsi dei più deboli, dai figli fino agli assessori comunali; un
> periodo che, per certe categorie di persone, è un’amara beffa chiamare
> «vacanza». A meno che si interpreti quest’ultima parola nel suo
> stretto significato etimologico: da «vacantis», participio presente di
> «vacare» (esser libero da impegni), correlato a «vacuus» e quindi a
> «vuoto»: vacanza, cioè, come luogo del vuoto, dell’assenza e, in
> definitiva, del nulla.
> Ed è così: vacua è una società che si dimentica, con tanta facilità,
> dei suoi componenti più fragili; vacui sono i miti di cartapesta che
> la alimentano, la suggestionano, la travolgono; vacuo è l’orizzonte di
> senso in cui si muovono i suoi membri, sempre più dimentichi
> dell’essenziale e sempre più ossessionati dall’effimero e dal
> superfluo.
> La solitudine e il senso di abbandono, poi, fanno da amplificatori di
> antichi e radicati disagi esistenziali: esasperano il ricordo penoso
> dei torti subiti, veri o presunti; rinfocolano rancori segreti e
> impossibili sogni di rivalsa; ulcerano l’amor proprio offeso e
> alimentano il vittimismo, la tristezza e l’autocommiserazione.
> La persona sola e abbandonata soffre due volte: per quello che patisce
> e per quello che crede di aver patito.
> Per lei, scoprire che qualcuno la pensa, si interessa ai suoi casi,
> può e vuole dedicare un po’ del proprio tempo, è come ricevere una
> fresca boccata d’aria pura e vedersi aprire il cielo davanti, mentre
> sta vegetando al chiuso ed al buio.
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> * * *
> Il periodo delle vacanze sarebbe davvero un momento formativo
> importante se ci aiutasse ad entrare, almeno un poco, nella solitudine
> altrui, per alleggerirla; e nella malattia altrui, per consolarla.
> Allora sì che cesserebbe di essere un tempo vacuo per diventare un
> tempo denso di verità e di significato.
> Andare incontro all’altro, è anche lasciarlo entrare; sostenerlo, è
> anche un lasciarsi sostenere; donare, è anche un ricevere: questa è la
> grande verità che solo praticandola si rivela a noi in tutta la sua
> forza ed evidenza, in tutta la sua bellezza.
> Anche in ciò si vede la differenza tra una visione riduzionista ed una
> visione olistica del reale: nel primo caso, si rimane rinchiusi nel
> cerchio stregato del proprio ego e si pensa che ogni cosa di cui ci si
> priva, a cominciare dal proprio tempo, sia perduta per sempre; nel
> secondo, si riesce ad afferrare tutta la pienezza e lo splendore della
> realtà a trecentosessanta gradi, dove ogni cosa è legata a tutte le
> altre e nessuna rimane isolata ed inerte.
> Ciò di cui abbiamo bisogno, è di tornare a gettare un ponte fra noi e
> gli altri. Scopriremo allora che un ponte è un passaggio che permette
> di andare nei due sensi; e che ogni passo fatto verso l’altro è
> accompagnato da un passo che l’altro fa verso di noi.
> Ma, per poter gettare dei ponti verso i nostri simili e, in genere,
> verso l’altro (quindi verso ogni essere vivente), dobbiamo prima
> liberarci dalla tirannia che le cose hanno preso ad esercitare su di
> noi, con il nostro consenso: perché la dove si adorano le cose e si
> insegue incessantemente l’accumulo di esse, l’anima dell’altro
> scompare dal nostro orizzonte di sensibilità e perfino dal nostro
> orizzonte di consapevolezza.
> Ora, è ben vero che anche le cose hanno un’anima; ma essa non è che il
> riflesso di coloro che le hanno create, coltivate, abitate con i loro
> sogni, le loro speranze e le loro emozioni. Non si possono anteporre
> le cose agli esseri viventi, quindi, senza invertire l’ordine
> ontologico e senza tradire la nostra vocazione all’essere.
> Infatti, noi siamo chiamati a partecipare a livelli sempre più alti di
> consapevolezza; non a collezionare oggetti più o meno costosi, più o
> meno superflui. Questo è il peccato mortale del consumismo.
> Così, ricordarsi delle persone che rimangono sole, in città, nel caldo
> torrido dell’estate, non è soltanto un dovere sociale e morale, cui
> obbedire per ragioni estrinseche; ma è anche un prendersi cura di se
> stessi, della parte più vera e profonda di sé.
> Se all’anima viene negato troppo a lungo questo tipo di nutrimento
> spirituale, essa avvizzisce e muore.
> Siamo noi, in definitiva che abbiamo bisogno degli altri, e
> specialmente dei più deboli, non meno di quanto essi abbiano bisogno
> di noi; e sono occasioni preziose, imperdibili, quelle che ci
> distraggono dalla nostra sconsiderata ossessione per le cose e ci
> rimettono sulla via maestra dell’ascolto dell’altro.
> Perché, ascoltando la voce dell’altro, è la voce più autentica di noi
> che finiamo per udire, nella grande sinfonia dell’essere.
> Ogni voce è una nota dell’armonia cosmica; gi unici suoni sgradevoli e
> stonati sono quelli prodotti dalla nostra inconsapevolezza, dalla
> nostra superficialità, dalla nostra fretta priva di senso e di una
> qualsiasi direzione.
> Gli unici suoni disarmonici sono quelli dell’anima che non si
> riconosce, che non si prende cura di se stessa e che disperde le sue
> energie migliori nella corsa verso le cose che non contano e non le
> possono fornire alcun aiuto.
> Nessuno potrebbe fare per noi più di quello che saremmo in grado di
> fare noi stessi, se solo imparassimo ad aprirci al mistero della
> grazia.
> E la via per arrivarci non passa attraverso i libri o la teoria, ma
> attraverso l’incontro concreto con il tu.
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> * * *
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> Tutta la bellezza e tutta la ricchezza della vita che ci si apre
> davanti consiste essenzialmente in questo: nel prendere le situazioni
> di difficoltà, di disagio e di sconfitta, nostre ed altrui, in
> altrettante occasioni preziose di crescita, di evoluzione, di
> progresso e non nel viverle come dei fastidi o delle sfortune che ci
> sottraggono qualcosa.
> Nessuno ci potrà mai sottrarre alcunché, se noi non abbiamo deciso di
> permetterglielo: ma, a quel punto, ciò che ci venisse rubato sarebbe
> davvero merce di poco valore. Nessuno potrebbe mai rubarci
> l’essenziale, perché l’essenziale non è qualcosa che si possa prendere
> o togliere, ma fa parte della nostra sostanza medesima.
> Ecco, dunque, una possibile traccia da seguire, una possibile risposta
> davanti alla domanda che queste giornate torride, fatte – per molti
> esseri umani – di angoscia e solitudine, stanno ponendo alla nostra
> mente e soprattutto al nostro cuore.
> Alle domande essenziali non si può rispondere solo con la mente, fosse
> pure la mente più acuta della Terra; bisogna permettere che ad essere
> interpellate siano anche le ragioni del cuore, come direbbe Pascal.
> Siamo ormai fin troppo abituati a rispondere ad ogni sorta di domanda
> con la sola mente, con il solo Logos razionale; ci siamo disabituati
> ad accogliere le domande con tutto il nostro essere: ragione,
> emozioni, sentimenti, immaginazione, ricordi.
> Abbiamo un po’ dimenticato di essere delle unità viventi, complesse e
> variegate, che possono abbracciare il mondo in un solo sguardo, purché
> mettano da parte l’atteggiamento strumentale e calcolante, proprio dei
> calcolatori elettronici.
> Noi siamo qualche cosa di più e di meglio della nostra tecnologia
> attuale, della quale andiamo tanto fieri; alla domanda di senso, alla
> domanda sull’Essere, non si può dare alcuna risposta in termini
> esclusivamente razionali.
> Non si può neppure eluderla, né mentire nelle risposte.
> La domanda di senso fa parte della nostra struttura ontologica: averla
> voluta ignorare, minimizzare, perfino deridere: questo è stato il
> grande errore, il grande delitto perpetrato contro la verità interiore
> di cui siamo depositari.
> La domanda di senso è la domanda sull’Essere; e non ci si può
> accostare ad essa, se non passando attraverso l’esperienza del tu,
> attraverso l’esperienza dell’altro.
> Solo quando l’io sa dire: «tu», solamente allora gli cadono i
> paraocchi e la verità emerge in tutta la sua forza, in tutta la sua
> luce.
> La verità, è l’Essere.
> E come potremmo noi accostarci al mistero dell’Essere, se non passando
> attraverso la rivelazione del tu, specialmente quando si tratta di un
> «tu» particolarmente fragile, esposto, bisognoso, nel cui riflesso ci
> è dato di scorgere la nostra stessa fragilità?
> Ecco perché donare qualcosa all’altro, significa ricevere almeno
> altrettanto: perché è a noi stessi che facciamo il dono, il dono della
> consapevolezza e della sollecitudine.
> Infatti, noi crediamo di essere dei buoni amici di noi stessi e di
> saperci prendere cura delle nostre vere necessità.
> Ma come è possibile che ciò accada, se rimaniamo legati al miraggio
> delle cose, alla catena delle cose, senza mai aprirci veramente,
> svelarci, esporci e metterci in gioco? Senza mai permetterci il lusso
> di essere realmente noi stessi?
> Ne abbiamo di cose da imparare su noi stessi, allorché ci mettiamo in
> cammino verso l’altro.
> La strada è ancora lunga; ma anche il tempo che abbiamo a
> disposizione, lo è: per chi incomincia a capire, il tempo non è più un
> tiranno, ma è sempre un amico, indipendentemente dalla sua durata
> quantitativa.
> Per cominciare a capire, non è mai troppo tardi.
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Francesco Lamendola, aFAultima modifica: 2010-07-21T17:02:44+02:00da mangano1
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