S.Cappellini, Macello Dell’Utri

da IL RIFORMISTA

Macello Dell’Utri
di Stefano Cappellini
Gli errori dell’accusa. Il secondo grado e il primo gradino
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© Fabio Bucciarelli/LaPresse 4-12-2009 Torino cronaca Maxiprocesso al pentito di mafia Gaspare Spatuzza. Il pentito riporta le sue verit? sul senatore Marcello dell’Utri e sulle stragi mafiose. Marcello Dell’Utri ¿ stato condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in Cosa Nostra. nella foto: il Senatore Marcello Dell’Utri durante il processo Spatuzza nella ‘maxiaula 1′ del Palazzo di Giustizia di Torino © Fabio Bucciarelli/LaPresse 4-12-2009 Torino Maxi Mafia trial to Gaspare Spatuzza in the picture: the senator Marcello Dell’Utri during Spatuzza’s trial

Prima di aprire il dibattito, e in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, è bene partire da un dato: la Corte d’Appello di Palermo ha riconosciuto Marcello Dell’Utri colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa e lo ha condannato a sette anni. Intorno a questo fatto è inutile ragionare di stralci o differimenti temporali: la sentenza c’è, non può essere né ignorata né pignorata a colpi di interpretazioni speciose e selettive. Spetta ora alla Cassazione l’ultima parola, ma intanto appaiono del tutto fuori luogo i rallegramenti e l’esultanza di chi, vedi alcuni autorevoli esponenti del Pdl, si sono precipitati a commentare questo esito giudiziario come si trattasse di una assoluzione o comunque di una vittoria di Dell’Utri. Non lo è. E non lo può diventare.

Detto questo, la pubblica accusa dovrebbe interrogarsi a fondo sul perché questa sentenza di condanna si presti così bene, sia mediaticamente che politicamente, a somigliare a un’assoluzione, al punto da spingere qualcuno a usarla come una sconfessione dell’operato dei magistrati palermitani. C’è un momento preciso nel quale questo “equivoco” ha messo radici ed è il passaggio cruciale della requisitoria del procuratore generale Nino Gatto.

Esattamente quando, rivolgendosi alla Corte, Gatto ha spiegato che, nel processo Dell’Utri, «è il Potere a essere giudicato (…) Voi potete contribuire alla costruzione di un gradino, salito il quale forse, e ripeto forse, si potranno percorrere altri scalini che potranno fare accertare le responsabilità che hanno insanguinato il nostro Paese. Oppure lo potete distruggere, questo gradino».

Qui sta il passo falso dell’accusa: nell’aver voluto scientemente trasformare un «secondo grado» in un «primo gradino», con un casuale quanto rivelante lapsus lessicale. Con le sue parole, il pg ha voluto spacchettare il processo. Il secondo grado doveva – correttamente – giudicare della mafiosità di Dell’Utri. Il primo gradino avrebbe invece dovuto rappresentare – ben poco correttamente, dal punto di vista della procedura penale – una sorta di antipasto del Grande Processo sulla stagione delle stragi del 1992-93, della trattativa Stato-Cosa Nostra e della presunta nascita di Forza Italia come nuovo punto di equilibrio tra i palazzi romani e le cosche siciliane. Mezza sentenza avrebbe dovuto condannare il cofondatore di Forza Italia. L’altra avrebbe dovuto inchiodare Forza Italia tout court, e con essa il suo leader Silvio Berlusconi.
Non è andata così. Naturalmente – è bene ribadirlo – solo dopo le motivazioni sarà possibile commentare senza tema di smentita. Per questo è bene essere prudenti e non dare per scontato che il verdetto di ieri sia, tra le altre cose, la sconfessione definitiva di Gaspare Spatuzza, il pentito le cui dichiarazioni sono alla base delle nuove investigazioni di più Procure sulle vicende del biennio 1992-1993. Ma la scelta della Corte di tracciare una linea di confine temporale, appunto il 1992, così da giudicare Dell’Utri colpevole per i suoi rapporti con Cosa nostra precedenti a quell’anno e di assolverlo «perché il fatto non sussiste» per tutto quanto accaduto dopo – nell’era delle bombe e dei papelli – appare proprio una esplicita sconfessione di questa impostazione. Un’impostazione che non è azzardato definire suicida, e per più di una ragione.
La prima è che nelle aule di giustizia non si processa il «Potere». Si processano i cittadini. E si processano per reati ben determinati. La messa in stato d’accusa del Palazzo, seppure per tramite di qualche suo inquilino eccellente, non corrisponde né al primo né al secondo criterio. La responsabilità personale non dovrebbe mai essere confusa o sovrapposta a teoremi generali, di qualunque natura siano.

«Processualmente parlando Dell’Utri non ha favorito la mafia, ma questo non vuol dire affatto che ciò non possa essere accaduto in natura», ha affermato ieri Gatto nel deprecare il fatto che la Corte non abbia accolto la parte «politica» delle accuse al senatore del Pdl. Una battuta infelice. Un pm deve interessarsi solo alla verità processuale, non a quella naturale. La verità processuale può essere stabilita con regole certe. Quella “naturale”, ammesso che una ve ne sia, è terreno sul quale hanno facoltà di accapigliarsi politici, storici e persino filosofi, se ce ne sono ancora e ne hanno voglia. Ma anche una battuta autolesionistica, perché conferma indirettamente che la pubblica accusa si è mossa su un doppio binario, uno strettamente processuale, l’altro di indirizzo storico-politico-giudiziario. Lo spacchettamento di cui si diceva prima.

A una sentenza si possono chiedere molte cose: di essere dura, esemplare, di fare precedente. Non le si può chiedere di essere «primo gradino», come se l’esercizio della giustizia consistesse nella costruzione, dibattimento dopo dibattimento, piolo dopo piolo, di scalinate e trabiccoli per espugnare segrete stanze. Pretendere che le dichiarazioni di Spatuzza bastassero, oltre che a puntellare la condanna di Dell’Utri, a dimostrare processualmente la tesi che vuole Forza Italia nata per un patto mafioso sull’asse Palermo-Arcore non poteva che concludersi così, col rigetto del «teorema» e l’assoluzione in secondo grado di Dell’Utri per i fatti successivi al 1992. Vedremo se dai magistrati delle altre Procure al lavoro su quel biennio maledetto emergeranno altre e più significative novità o se – come appare probabile da ieri – saranno proprio loro i primi a inciampare sulle macerie del «primo gradino».

mercoledì, 30 giugno 2010

S.Cappellini, Macello Dell’Utriultima modifica: 2010-06-30T18:57:23+02:00da mangano1
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