Giorgio Israel, l fascismo e la razza

da IL MESSAGGERO

 

Il fascismo e la razza, nel libro di Israel
sostegno scientifico alle leggi antiebraiche
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di Giorgio Israel
ROMA (25 giugno) – È in libreria “Il fascismo e la razza. La scienza italiana e le politiche razziali del regime” di Giorgio Israel (il Mulino, 443 pagine, 29 euro). Israel, docente di Storia della matematica alla Sapienza di Roma, torna ad esplorare razzismo e antisemitismo durante il regime fascista che varò le leggi antiebraiche nel 1938. La tesi sostenuta e documentata con rigore nel libro, è che il razzismo di Stato trovò sostegno in alcune elaborazioni teoriche della scienza italiana, dall’antropologia all’eugenetica, alla demografia. Pubblichiamo uno stralcio del saggio di Giorgio Israel.

La fisica si è liberata senza problemi dell’idea di flogisto e chi riproponesse oggi il modello tolemaico verrebbe trattato come uno stravagante. Al contrario, chi ripropone il discorso sulla razza gode di una tolleranza sconosciuta in altri contesti. È vero: oggi è meno usuale parlare di razze e di teorie razziali, dopo quel che è accaduto con lo sterminio degli ebrei e con altre orrende stragi razziali, come la tragedia del Rwanda. Inoltre, le ricerche di Luigi Luca Cavalli Sforza hanno confutato il carattere scientifico del concetto di razza. Dovremmo quindi considerarci al riparo sotto ogni profilo: teorico e morale. Purtroppo non è così.

Se la parola “razza” è screditata e si fa il possibile per evitare di farne uso, l’ideologia che ne ha ispirato l’introduzione è sempre in agguato ed è pronta a riaffacciarsi. La tentazione di stabilire in termini “scientifici” le differenze mentali, psicologiche, culturali e sociali appare incoercibile, quanto lo è la tentazione razzista ovvero la tentazione di affermare la superiorità di un gruppo rispetto ad altri e il ricorso a un’oggettivazione di tipo biologico appare la via più comoda. Queste tendenze si riaffacciano ostinatamente perché nessuna delle confutazioni delle teorie razziali ha centrato la questione più importante, ovvero il fatto che la pretesa scientificità di queste teorie è soltanto uno schermo che serve a nascondere la loro natura puramente ideologica. (…)

Ogni analisi storiografica e concettuale delle concezioni razziali e delle loro applicazioni pratiche è fuorviante se non aggredisce a fondo la “questione scientifica”. Quel che si è in prevalenza fatto finora è di ignorare sostanzialmente tale questione, sia considerandola irrilevante (nelle storiografie prevalentemente politiche) sia considerandola “scontata”, in quanto appartenente a un altro contesto, quello scientifico per l’appunto, essendo compito dello storico del razzismo occuparsi soltanto delle implicazioni sociali e politiche delle teorie razziali. Occorre invece cessare di dare per acquisito che esista un fondamento scientifico di queste concezioni, o anche soltanto che esse abbiano mai avuto qualcosa a che fare con la conoscenza di fatti reali. Il problema è che ci si deve muovere su un crinale molto sottile che è determinato da un dato oggettivo e da un fattore soggettivo: le teorie razziali sono non scientifiche, secondo un criterio minimale di scientificità, al disotto del quale non ha senso neppure tentare di definire delle caratteristiche specifiche dell’attività scientifica; ma, al contempo sono sentite e presentate come tali da coloro che le coltivano. Pertanto la relazione con la scienza delle teorie razziali è interamente fondata sulla convinzione soggettiva della loro scientificità. Tale colossale manifestazione di illusione e giustificazione da parte dei protagonisti nei confronti di sé stessi e degli altri, deve essere presa sul serio e non bollata come truffa, espressione di pura malafede o paravento dietro cui viene veicolata un’intenzione meramente politica.

Se si parte da una premessa del genere si perviene alla conclusione che l’aspetto scientifico è irrilevante e di facciata e si costruisce un’analisi storiografica semplificata fino allo schematismo. Se invece si concede qualcosa alla loro scientificità oggettiva, si rischia di rendere impossibile la definizione di qualsiasi criterio di demarcazione dell’attività scientifica, sia pur vago e storicamente determinato, e di giustificare le teorie razziali molto di più di quanto sia ragionevole fare. In fondo, sono stati gli stessi protagonisti a incaricarsi di confutare entrambi questi punti di vista.

Prendiamo il caso del celebre statistico Giorgio Mortara. Egli fece ricorso al concetto di razza e, come è stato notato, «sotto la sua direzione, il «Giornale degli economisti» pubblicò nel 1927 articoli come quello del demografo Franco Savorgnan, uno dei futuri redattori del Manifesto degli scienziati razzisti, dal significativo titolo La composizione razziale della popolazione americana, nel quale i concetti di razza superiore e inferiore costituiscono la base dell’argomentazione». Tuttavia, come vedremo, quando Mortara dovette compilare la scheda predisposta dal regime fascista per accertare la razza dei professori universitari, vi appose l’osservazione che egli non poteva dichiarare di appartenere a una razza «della quale scientificamente nega l’esistenza». Insomma, sia pure tardivamente e sotto l’effetto dei provvedimenti razziali, Mortara si rese conto dell’inconsistenza scientifica, oltre della pericolosità, dell’indirizzo assunto dalla ricerca demografica.

Gran parte della storiografia è viziata dalla mancata decostruzione del significato ideologico delle concezioni razziali e dal fatto di dare per scontata l’esistenza di una loro relazione con la scienza, invece di riconoscere che questa relazione è piuttosto, ed esclusivamente, una relazione con lo scientismo. Soltanto un approccio di questo genere libero da soggezioni nei confronti di una scientificità inesistente può pervenire a interpretazioni fondate e utili a indicare la via per liberarsi dall’eterna riproposizione di uno dei più nefasti pregiudizi della storia.

Giorgio Israel, l fascismo e la razzaultima modifica: 2010-06-26T17:44:09+02:00da mangano1
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