Bruno Accarino,Sovrani SENZA TERRA

da IL MANIFESTO

 

 

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LE SCORRIBANDE DI UN RIBELLE PER CASO
Sovrani SENZA TERRA
Un sentiero di lettura sulla figura del pirata. Da combattente mercenario a espressione della crisi del diritto internazionale e della dissoluzione dei paradigmi basati sulla sovranità nazionale
Le metafore viaggiano a volte per conto proprio, intensificando e portando a verità le intenzioni di chi le usa. Quando per gli speculatori le cui malefatte ci allietano da mesi venne spontaneamente fuori l’epiteto di pirati della finanza internazionale, i riflettori erano puntati solo sulla loro libertà di scorreria monetaria e sulle conseguenze sociali che oggi sono sotto gli occhi di tutti e nella carne di molti. Forse in quel momento non sovvenne, però, il significato letterale della pirateria, che in greco è quello dell’esposizione al rischio, dell’azzardo e dell’avventura. La metafora aveva lavorato sotto traccia: per un verso il sistema bancario riesce a sopravvivere solo se dà quotidiana e generosa ospitalità al rischio, per un altro verso il rischio stesso è di sicura origine marittima, sino ad avere un sinonimo inglese come cliff e un sinonimo tedesco come Klippe (scogliera). La chance deriva dalla cadentia dei dadi, in un gioco in cui, così come si moltiplicano le spinte esplorativamente spregiudicate, si apparecchiano anche i primi strumenti di copertura e di assicurazione del rischio. Rimane da capire, naturalmente, dove vadano a finire, nel caso degli intrepidi eroi della finanza d’assalto, l’epopea originaria del rischio e le sue propaggini di fascinosa trasgressività, quando in America, e meno vistosamente in Europa, si programmano e si realizzano salatissimi salvataggi di organismi bancari e finanziari stutturalmente votati a delinquere. Con o senza occhio bendato, presenza iconica fissa come il piede caprino del diavolo.

Mercenari del potere
Oggi la storia e i significati della pirateria vengono ricostruiti con una dovizia di documentazione che mette un po’ i brividi, quasi ci si volesse rammentare che la paciosa convivenza quotidiana non solo è in ogni momento revocabile, ma è come in attesa del ritorno di fiamma di fenomeni che erano stati consegnati all’innocuità di tempi andati. Ciò che colpisce chi, come chi scrive, non ha dimestichezza con la storia del diritto, è il tenace lavoro di calligrafia concettuale e definitoria che giuristi di altissimo rango allestiscono attorno alla fisionomia dei pirati. Un animo semplice si sarebbe accontentato di vederli classificare come praedones e latrones, come bucanieri e magari come masnadieri delle acque, ma le cose non sono mai state così lineari. Si presta un’attenzione spasmodica anche alle virgole, e non è che a dirimere le questioni si sentano convocati giovani precari o disoccupati in vena di esercitazioni su un tema esotico: sfilano i più prestigiosi giuristi, da Emer de Vattel a Ugo Grozio, da Francisco de Vitoria a Christian Wolff.
Uno dei problemi più scottanti fu offerto dalla distinguibilità dei corsari (da cursum, rotta navale) dai pirati: alla fine del Medioevo i pirati ingaggiati in nome e negli interessi di uno Stato si videro riconoscere una collocazione inequivoca nel campo del diritto pubblico, il che fu già un passo ulteriore rispetto alla figura dei privateers (corsari legali). La guerra da corsa è, né più né meno, uno dei mezzi di condurre la guerra e non viola il diritto internazionale. Prima ancora che arrivasse, nel XVIII secolo, una sorta di legittimazione giuridica ufficiale (non riferita ai mezzi, che rimanevano privati, ma alla guerra, che da privata era diventata pubblica), la licenza di razzia e di saccheggio era assicurata da due generi di «lettere» di cui i corsari erano latori: nel primo caso si rilasciavano a singoli mercanti lettere che permettessero loro di salvaguardare transazioni altrimenti passibili di essere messe a repentaglio; nel secondo caso si operava una brusca politicizzazione (corrispondente, in realtà, ad uno stato di guerra, così come nel primo caso si presupponeva uno stato di pace) e si autorizzava a commettere depredationes, rapinae e quant’altro.
Di fatto è qui che prende corpo il contributo indiretto che tutta questa vicenda fornisce alla storia del concetto di asilo. Il termine greco, con valenza privativa (da sylon o dal verbo sylan), significa il contrario dell’esser derubati, depredati o sequestrati: indica sicurezza e non-violabilità. Nell’antichità l’asilo aveva, come luogo di rifugio, un’impronta politica, giuridica e sociale molto particolare. A prescindere da eventuali valenze cultuali e religiose, esso era il luogo al quale si dirigevano fuggiaschi, perseguitati, schiavi e criminali, e chi violava questo luogo intoccabile commetteva un sacrilegio che le leggi, ma soprattutto gli dèi, punivano duramente.

Il paradigma di Guantanamo
L’asilo è quindi un termometro della vigenza del diritto: non solo un luogo senza diritto, ma un luogo di annullamento del diritto che ospita i giusti e gli ingiusti e nel quale non si viene difesi per il tramite della legge, ma per legge si è protetti dalla legge, e nel quale tutte le differenze (cittadini, criminali, perseguitati) vengono superate. Tutto ciò è pensabile solo perché il termine positivo, sylan, è, come scrive Daniel Heller-Roazen, «predazione approvata, saccheggio concesso, e perfino prescritto dalla legge». È come se i pirati, anche in mare aperto, fossero titolari di un diritto permanente di asilo, pur essendo classificati come cacciatori di preda.
Con il fardello di tutte queste ambiguità irrisolte, era inevitabile che il pirata fornisse materia prima alla storia del concetto di nemico e di ostilità: non potendo essere riconosciuto, con il suo profilo di antagonista improprio, come nemico pubblico, viaggia verso uno statuto di «nemico comune di tutti» e di «nemico del genere umano». Con gli effetti tristemente noti: ovunque si possa assimilare il nemico al bandito e al fuorilegge, o qualificare un’azione politica come atto di pirateria, scattano i meccanismi dell’annientamento e della messa tra parentesi di ogni garanzia. A Guantanamo la pratica della tortura, giuridicamente insostenibile, trovò una pezza d’appoggio quando il «memorandum sulla tortura» dell’amministrazione Bush assimilò i prigionieri afghani ai vecchi pirati: né criminali né nemici, ma combattenti di una terza categoria dai contorni sfumati. In ogni caso, combattenti nemici illegittimi.
Mai e poi mai, comunque, i pirati avrebbero potuto riconoscere alcuni criteri dello ius in bello, quell’insieme di regole e di prescrizioni che dovrebbe presiedere, e non c’è mai riuscito, al contenimento della guerra e alla salvaguardia della popolazione civile e dei non-belligeranti: erano tagliati fuori tanto dall’esposizione della bandiera, prevista per rendere inequivocabile l’identità statuale o territoriale di appartenenza, quanto dall’accoglimento degli uomini dell’equipaggio della nave avversaria, a tacere della gestione dei prigionieri catturati. La questione affiorò, è il caso di dire, con la nuova tecnologia bellica dei sottomarini e, in termini di risonanza, con l’affondamento del transatlantico inglese Lusitania il 7 maggio 1915: oggi forse ricordiamo meglio, anche grazie a Il passo del gambero di Günther Grass, la vicenda della Gustloff, la nave passeggeri tedesca carica di feriti affondata, nel gennaio 1945, da un sottomarino sovietico. Nemmeno un filibustiere, si osservò durante la prima guerra mondiale, ha mai affondato un vascello senza far evacuare i passeggeri. In una notte frenetica, quella tra il 9 e il 10 marzo 1916, Max Weber, che era nazionalista ma non sanguinario né bellicista ad oltranza, scrisse un articolo che metteva in guardia dall’inasprimento della guerra sottomarina e che profetizzava conseguenze che a uno come lui, malato di lungimiranza, apparivano ovvie: il ricorso della Germania ad un’intensa guerra sottomarina avrebbe propiziato l’intervento americano e il dilatarsi dei tempi del conflitto, con una scia di sofferenze, anzitutto tedesche, che avrebbe fatto pentire gli entusiasti della nuova arma. Fu questo uno dei passi irreversibili, insieme con le prime armi chimiche, verso la guerra totale e di sterminio.

I partigiani del mare
Superata la soglia tra la pirateria indirizzata a bottini più o meno privati, o commissionati, e la belligeranza tra Stati, si aprì il vaso di Pandora. Il peggio (in tempo di pace) doveva infatti ancora arrivare, e qualche esempio in Italia è stato vissuto in diretta. Il 7 ottobre 1985, tra Alessandria e Porto Said, il mare e il cielo si allearono nella tragedia: una nave italiana fu sequestrata da quattro palestinesi e un cittadino americano fu ucciso a bordo. Dopo molte trattative e altrettanti colpi di scena, i caccia americani seguirono l’aereo (fornito dalle autorità egiziane) con a bordo i palestinesi fino alla base italiana di Sigonella. Proprio in ossequio all’accusa di pirateria, Reagan avrebbe voluto, e Craxi si oppose fermamente, prelevare i sequestratori e sottoporli alla giustizia americana. Ma la controversia giuridica non si fece attendere: mancavano quasi tutti gli estremi della pirateria, a cominciare dal furto e dal saccheggio – figuriamoci se ai palestinesi sarebbe venuto in mente di asportare anche solo un posacenere dalla nave.
Insolitamente imbarazzato – per un compiaciuto cesellatore di concetti e di definizioni come lui – era apparso anche Carl Schmitt, che definì il pirata un «partigiano del mare», ma poi decise, contro ogni evidenza etimologica, di ascrivere il rischio al partigiano e non anche al corsaro e al pirata. Sembra in realtà che, almeno fino all’inizio della modernità, i pirati fossero visti, e anche iconograficamente rappresentati, come esseri anfibi, piuttosto che come i protagonisti di eventi totalmente privi di un’identità terranea, la quale si imponeva almeno per la vendita del bottino o come luogo di ritiro e di pausa dalle scorribande.
Se si potesse azzardare una sintesi teorica capace di tenere insieme i sobbalzi repentini della pirateria finanziaria e le nuove figure irregolari di combattente, si dovrebbe andare alle radici del senso di anomia che ormai si respira ovunque. Non tanto perché il diritto viene spesso mortificato a tampone di falle già aperte, o ad inseguitore perennemente in ritardo di fatti già accaduti e già regolati con la forza o in via extragiuridica, quanto perché la logica della polizia internazionale e delle guerre cosiddette asimmetriche è più diffusa e pervasiva di quanto si sia disposti a credere, perfino quando non sfiora le armi. Lo è, per esempio, in tutti i casi in cui si aggirano o si violano assetti costituzionali consolidati, sulla base della capacità delle istanze private di tracimare nel pubblico e di imporgli una griglia nuova. In questa confusione i pirati di una volta sguazzavano vincenti e irridenti, e forse fanno altrettanto quelli di oggi. Magari qualche capo di governo, quando si mette la bandana con la scusa del trapianto di capelli, vive un trip di proiezione identificativa nelle epoche in cui si scialava.

Bruno Accarino,Sovrani SENZA TERRAultima modifica: 2010-06-25T16:33:57+02:00da mangano1
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