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Rom (popolo)
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La bandiera rom
Rom (plurale: Roma, in lingua romanes/romani: rrom) [1] è uno dei principali gruppi etnici della popolazione di lingua romanes/romani, (anche detta degli “zingari” o dei “gitani”) che si presume essere originaria dell’India del Nord.

La caratteristica comune di tutte le comunità che si attribuiscono la denominazione rom è che parlano – o è attestato che parlassero nei secoli scorsi – dialetti variamente intercomprensibili, costituenti appunto il romanes/romani, che studi filologici e linguistici affermano derivare da varianti popolari del sanscrito e che trovano nelle attuali lingue dell’India del Nord Ovest la parentela più prossima.[2]

I rom propriamente detti sono un gruppo etnico che vive principalmente in Europa, distribuiti in una galassia di minoranze presenti principalmente nei Balcani, in Europa centrale e soprattutto in Europa orientale, dove vive circa il 60-70% dei rom europei, benché la loro diaspora li abbia portati anche nelle Americhe ed in altri continenti. Non sempre si definiscono essi stessi rom, perché s’identificano con la patria d’immediata origine: è questo il caso soprattutto dei rom rumeni, radicati nell’attuale Romania da svariati secoli. Alcuni fra essi parlano la lingua romanes/romani oltre alla lingua dello stato di origine (nemmeno la metà dei rom rumeni è in grado di esprimersi in lingua romani, parlando solo il rumeno), diffusa soprattutto nell’Europa dell’Est.

I rom in Italia, nel linguaggio giornalistico ed in quello comune, vengono a volte erroneamente definiti “rumeni” o “slavi”, in realtà non esiste alcuna connessione tra il termine “Rom” e il nome dello stato di Romania, il popolo di lingua neolatina dei rumeni o la lingua rumena, mentre gli slavi appartengono a differenti gruppi etnici e linguistici.

Indice [nascondi]
1 L’etnia rom
2 Storia delle popolazioni Rom
2.1 Porajimos
2.2 Movimento politico
3 Il termine rom
4 Principali gruppi Rom
5 Struttura sociale
6 Religione
7 Lingua
8 I rom tra tolleranza e pregiudizio
8.1 Il dibattito sulla condizione di nomadismo
8.2 I rom della ex Jugoslavia e della Romania in Italia
8.3 La devianza minorile dei rom in Italia
9 Aspetti controversi
10 Note
11 Bibliografia
12 Voci correlate
13 Altri progetti
14 Collegamenti esterni
L’etnia rom [modifica]

Ragazze rom che danzano
Un dato costante della storia dei Rom va rintracciato nella persecuzione che hanno sempre subito, la riduzione in schiavitù, la deportazione e lo sterminio.

Lungo la storia che li accompagna fino ad oggi si è protratta nel tempo la diffidenza sorta al loro primo apparire nel Medioevo europeo: il nomadismo come maledizione di Dio; la pratica di mestieri quali forgiatori di metalli, considerati nella superstizione popolare riconducibili alla magia; le arti divinatorie identificabili come aspetto stregonesco, ecc. Di qui la tendenza delle società moderne a liberarsi di tale presenza anche a costo dell’eliminazione fisica. Tutti i paesi europei adottarono bandi di espulsione nei loro confronti, fino alla programmazione del genocidio dei rom, insieme a quello degli ebrei, durante il nazismo in Germania.

Si stima che nel mondo ci siano tra i 12 e i 15 milioni di rom. Tuttavia il numero ufficiale di rom è incerto in molti paesi.[3] Questo anche perché molti di loro rifiutano di farsi registrare come di etnia rom per timore di subire discriminazioni.[4]

In Italia, secondo lo European Roma Rights Centre si stima che ci siano tra i 90.000 ed i 110.000 Rom, Sinti, Camminanti, ed altre minoranze zingare, mentre secondo l’Opera Nomadi (ed altre organizzazioni di volontariato) sarebbero tra i 120.000 ed i 140.000, di cui circa 70.000 hanno la nazionalità italiana. I rom di antico insediamento sarebbero circa 45.000, di questi circa l’80% è discendente dalle popolazioni di lingua romanì migrate in Italia a partire dal 1400, mentre il restante 20% è costituito da rom provenienti dai paesi dell’Europa orientale.[5][6]

I rom di recente ingresso in Italia (giunti cioè a partire dagli anni novanta) provengono in primissimo luogo dalla Romania: essendo ad oggi i rom rumeni sul suolo nazionale 50.000, essi rappresentano un terzo e più della popolazione rom totale. Il flusso migratorio di questi ultimi verso l’Italia è notevolmente aumentato a seguito dell’ingresso della Romania nell’Unione europea, originando non poche tensioni politiche: si è particolarmente criticato il fatto che, diversamente da altri stati membri dell’Unione europea, l’Italia non abbia posto alcuna moratoria all’immigrazione rumena.

A seguito dell’ordinanza di protezione civile del 30 maggio 2008 di procedere all’identificazione di tutti coloro che vivono nei campi nomadi, partendo dalle Regioni Campania, Lombardia e Lazio, il Ministero dell’Interno ha costituito un gruppo di lavoro con le amministrazioni interessate (ministero dell’Interno, Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e UNICEF) con il compito di elaborare un piano di attuazione degli interventi successivi al censimento.

Sono stati individuati complessivamente 167 accampamenti, di cui 124 abusivi e 43 autorizzati, ed è stata registrata la presenza di 12.346 persone, tra le quali 5.436 minori. Il Ministro dell’Interno Roberto Maroni ha giustificato il basso numero di rom presenti nei campi dichiarando che “Almeno altrettanti nomadi rispetto a quelli censiti, circa 12.000, si sono allontanati dai campi dall’inizio di giugno 2008”.[7]

Storia delle popolazioni Rom [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Storia delle popolazioni Rom.

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Porajimos [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Porajmos.
Porajmos o Porrajmos (in Lingua romaní «devastazione», «grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio») indicano il tentativo del regime nazista di sterminare la popolazioni romaní durante la seconda guerra mondiale.

Movimento politico [modifica]
Dopo la seconda guerra mondiale ha preso forma un movimento che è arrivato in occasione del primo congresso nel 1971 a Londra alla creazione dell’Unione Internazionale dei Rom. Questa Unione mira al riconoscimento di un’identità e di un patrimonio culturale e linguistico nazionale senza stato né territorio, cioè presente in tutti i paesi europei.

In Italia, con compiti di mediazione culturale, è attiva l’associazione, eretta in ente morale, denominata “Opera Nomadi”.

Il termine rom [modifica]

E. Manet, “Gitana con sigaretta” , 1862, New Jersey, collezione Privata
Come per la storia delle origini delle popolazioni di lingua romanes/romanì, anche l’origine del termine rom è aperta a diverse ipotesi dibattute tra gli studiosi.

Rom è l’autonimo che la maggioranza della popolazione di lingua romanes/romani utilizza per denominare il proprio gruppo. Si ritiene che questo termine sia strettamente correlato all’etnonimo Ḍom/Ḍomba, la cui prima apparizione nei testi sanscriti risale al “Sádhanamálá” (VII secolo d.C.), dove viene narrata l’esistenza di un re Ḍom, Heruka.[8]

Questa ipotesi si basa sull’analogia tra la popolazione dei ḍomba o ḍomari (in sanscrito ḍoma, ma anche Domaki, Dombo, Domra, Domaka, Dombar e varianti dalla stessa radice), ed i dom, un gruppo etnico dalle caratteristiche sedentarie e nomadiche del Medio Oriente. Tra le varie ipotesi, una delle più suggestive indicherebbe nella radice sanscrita Ḍom, onomatopeicamente connessa al suono del tamburo, che in sanscrito corrisponde alla parola Ḍamara e Ḍamaru, l’origine del termine. Le donne Domba avevano un ruolo importante nelle pratiche tantriche perché considerate intoccabili ed immonde, inoltre era considerato degradante avere rapporti sessuali con loro, per questo motivo venivano selezionate per le pratiche tantriche di auto-umiliazione.[9]

I dom medio-orientali hanno una ricca tradizione orale ed esprimono la loro cultura e la loro storia attraverso la musica, la poesia e la danza.[10]

Nel nord-ovest dell’India, ancora oggi, numerosi Jati sono chiamate con il termine Ḍom, il che induce a ritenere che abbia avuto in passato lo status di un etnonimo. L’esistenza, inoltre, di rovine di antiche fortezze, chiamate “Ḍomdigarh”, costituirebbe una prova che sia effettivamente esistito il regno dei Ḍom/Ḍomba, in seguito distrutto dalla dinastia Gupta, evento che avrebbe provocato la perdita dello status etnico dei Ḍom e la loro riduzione in Jati di infimo ordine.

In base agli studi e le ricerche effettuate sui Ḍom/Ḍomba di oggi (sulla loro cultura, religione, etc.) si ritiene che essi appartengano ad una popolazione che aveva abitato l’India prima dell’invasione degli Arii (nel 1500 a.C. circa).

Le prime ipotesi sulla correlazione tra il termine “rom” ed i Ḍom/Ḍomba furono formulate dall’orientalista tedesco Hermann Brockhaus nel XIX secolo, ed in seguito riprese dall’indologo tedesco August Friedrich Pott (pubblicate in un testo che è considerato la base dei moderni studi sui rom (“Die Zigeuner in Europa und Asien”, 1845).

Hermann Brockhaus trovò il termine Ḍom/Ḍomba in due importanti testi di letteratura sanscrita bramina: nel Kathasaritsagara ( “Oceano di Storie”, una famosa collezione di leggende indiane scritta da Somadeva nell’XI secolo) e nel “Rajatarangini” (“Il Fiume dei Re” una collezione scritta da Kalhan, considerato il primo storiografo kashmiri). In entrambi questi testi i Ḍom/Ḍomba appartengono alla casta più bassa mentre gli autori appartenavano alla più alta casta, che considerava le popolazioni non arie come estranee al sistema Hindu, che era stato vittorioso sulle popolazioni dell’India.[8]

In alcune regioni dell’India di oggi (ad esempio a Benares), sono i Ḍom/Ḍomba che esercitano la funzione di cremare i morti, attività considerata degradante e “sporca”. Diversamente nel Rajasthan, nel Punjab e nell’Uttar Pradesh, molti Ḍom esercitano il mestiere tradizionale di musicisti e alcuni membri di questo gruppo sono considerati influenti.

In India, gruppi simili ai Ḍom/Ḍomba, per condizioni sociale e caratteristiche professionali, sono i gaḍe lohars (gaḍí: carro; lohár: fabbro), fabbri ambulanti; i Badis (tra i rom Badi/Bodi è uno dei cognomi più diffusi) suonatori di musica ed acrobati; i Badjos (Badžo è un cognome molto diffuso tra i rom dell’Europa dell’est) musicisti; i Banjaras che sono mercanti fuori casta.[8]

Nell’XI secolo Al Biruni in uno dei suoi scritti fa menzione dei Ḍom come musicisti.

Oggi, in lingua romanes/romanì, rom significa uomo, marito e designa l’etnia stessa solamente presso i rom propriamente detti.[11]

Principali gruppi Rom [modifica]

La gran parte dei Rom europei parla il Romanì (“romani chib”) e sono divisi in “sottogruppi” (“endaïa”):[12]

I diversi sottogruppi vengono individuati sulla base di un criterio principalmente ergonimico (fatta sulla base del lavoro svolto). Fra questi i più comuni sono:[13]

Khorakhané (“amanti del corano”) Shiftarija (albanesi). Sono mussulmani, provenienti soprattutto dal Kosovo, la regione della ex Jugoslavia , ma anche dalla Macedonia e dal Montenegro.
Khorakhané Crna Gora (Montenegro) sono i principali conservatori della tradizione della lavorazione del rame.
Khorakhané Cergarija (“quelli delle tende”) provengono dalla Bosnia (Sarajevo, Mostar, Vlassenica). Varianti fonetiche dei Khorakhané (trascritti anche come Xoraxane) sono Korane, Korhane.
Kanjarja cristiano-ortodossi. Provengono perlopiù da Serbia e Macedonia.
Rudari (“intagliatori”), cristiano-ortodossi. Parlano il rumeno. Apprendono il romani per frequentazione di altri gruppi Rom. Provengono perlopiù dalla Serbia.
Lovara, (dall’ungherese ló = cavallo), allevatori e commercianti di cavalli
Kaloperi (“piedi neri”) sono piccoli gruppi, questi ultimi mussulmani e provenienti dalla Bosnia.
Gagikane, cristiani ortodossi, provengono perlopiù dalla Serbia.
Căldărari (o anche Kotlar(i) o Kalderash o Kalderásha) originari dei Balcani tradizionalmente dediti al mestiere del ramaio;
Churára o čurára: affilatori di coltello (dal romaní čurín = coltello);
Làutari: originariamente suonatori di làuto (liuto o cordofono affine) e, per estensione, musicisti professionisti designati per l’intrattenimento di feste, matrimoni e ricorrenze;
Ursari, (dal rumeno urs=orso), vivono in Romania e in Moldavia;
Machwáya, Boyásha e altri.
Ad ogni sottogruppo si fa seguire una ulteriore divisione per nazionalità (nátsija), quindi per discendenza (vítsa) prendendo il nome del capostipite, quindi per famiglia, per arrivare all’individuo [13].

Nei Balcani ci sono gruppi gitani che si autodefiniscono Rom ma che non parlano il romani. Questi gruppi includono:

i Boyash (chiamati anche, a seconda del paese: Beash, Bayash, Banyash, Baiesi or Rudari), la cui lingua deriva dal rumeno gli ashkali, che parlano albanese.
Altri gruppi che hanno simili caratteristiche culturali e sociali con i rom, come gli egiziani del Kosovo (così si autodefiniscono perché ritengono di provenire dall’Egitto), e gli ashkali rimarcano fortemente le loro differenze etniche con il resto delle popolazioni rom.

I rom si distinguono inoltre da:

i calè che hanno perduto l’uso della lingua rom, si definiscono calé e vivono soprattutto in Spagna e vengono definiti gitanos dagli spagnoli (termine che significa “Egiziani”)
i sinti (o sinte), tra i quali si possono distinguere i sinti piemontesi e lombardi, la cui lingua è largamente influenzata dall’italiano e dal piemontese, e i Sinti del Nord, la cui lingua è influenzata dal tedesco e dall’alsaziano. Essi si definiscono Sinti e sono chiamati manouches dai francesi.
Struttura sociale [modifica]

La tradizionale struttura sociale dei Rom è rimasta intatta solo presso alcuni piccoli gruppi.

Il Porrajmos distrusse la gran parte delle organizzazioni sociali preesistenti tra i gruppi Rom e Sinti dell’Europa centrale ed orientale ed i sopravvissuti allo sterminio nazifascista non furono in grado di ristabilire una nuova identità Rom, a causa del trauma subito.

La politica di assimilazione forzata dei paesi ex socialisti, attraverso il coinvolgimento dei Rom nei Kolkhoz contribuì, infine, a mettere fine al carattere nomadico delle popolazioni rom ed alla struttura sociale che ne conseguiva.

Le differenze storiche e culturali sedimentatesi nel corso della diaspora delle popolazioni rom fino in Europa, durante i secoli precedenti, hanno portato ad una disomogeneità tra gruppi, principalmente tra i Rom ed i Sinti, che si è sviluppata in differenze linguistiche e sociali.

Tra i principali gruppi e sottogruppi Rom e Sinti è tuttavia possibile affermare che il sentimento di appartenenza sia principalmente esteso alla “famiglia”, prima che al gruppo in quanto tale.

A causa quindi dell’eterogeneità tra le comunità Rom, gran parte degli antropologi ed etnologi ritengono possibile indicare in dettaglio solo le dinamiche intra-gruppo che fanno da sfondo agli aspetti sociali ed organizzativi del “gruppo”: la consapevolezza di appartenere all’etnia Rom, il desiderio di essere indipendenti e dissociati dai Gadže (Gagé), l’adattabilità e la sopravvivenza alle condizioni che minacciano la propria identità etnica.[8]

La famiglia (padre, madre, figli) è la struttura base della comunità rom. Oltre essa si pone la famiglia estesa, che comprende i parenti con i quali vengono sovente mantenuti i rapporti di convivenza nello stesso gruppo, comunanza di interessi e di affari. Oltre alla famiglia estesa, presso i rom esiste la kumpánia, cioè l’insieme di più famiglie non necessariamente unite fra loro da legami di parentela, ma tutte appartenenti allo stesso gruppo ed allo stesso sottogruppo o a sottogruppi affini [13].

La struttura sociale del gruppo, in generale, è definita dalla “coscienza collettiva” determinata dai confini che vengono posti nei confronti dei Gadže (Gagé), così come nei confronti degli altri gruppi Rom e Sinti.[8]

Religione [modifica]

I rom non hanno una propria religione ma adottano la religione appartenente alle popolazioni locali fra cui vivono, perché considerano la religione come un elemento culturale che deve essere acquisito per realizzare una buona integrazione sociale. Nella tradizione rom il rispetto reciproco tra le persone e i gruppi, compresi i gruppi confessionali, è più importante che l’ideologia religiosa stessa.

Nei Balcani la maggioranza dei rom è ortodossa, in Italia sono soprattutto cattolici, come in Spagna e in America meridionale.

Lingua [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Lingua romaní.
In Italia, nonostante l’esistenza di una legge che tuteli le minoranze linguistiche (L. 482/1999), in applicazione dell’art. 6 della Costituzione italiana, i Rom non sono riconosciuti come minoranza linguistica. La comunità italiana più antica è il grande gruppo dei Rom dell’Italia centro-meridionale, giunti verosimilmente dai Balcani e insediatisi in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria fin dal XV secolo.

Il romanì parlato dai Rom italiani, fortemente influenzato dai dialetti regionali, oggi è quasi del tutto dimenticato e sopravvive pressoché esclusivamente nella memoria degli anziani e nell’uso comune di alcune frasi in gergo.

I rom tra tolleranza e pregiudizio [modifica]

« Ma quante sono le menti umane capaci di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni? »

(Primo Levi, “La tregua”)
La storia dei Rom e dei Sinti è una storia di soppressione che va dalla discriminazione quotidiana e persecuzione razzista fino al genocidio sistematico, perpetrato dai regimi nazisti e fascisti.

Fin dal loro arrivo in Europa gli “zingari” sono stati definiti “stranieri pericolosi” e sono stati accusati di spionaggio, stregoneria, di essere creature diaboliche e spaventose, così come di rifiutare di lavorare per la loro “predisposizione al furto”.[14]

Pregiudizi e stereotipi di tipo razzista si verificano frequentemente in Europa, in conseguenza di credenze popolari persistenti, spesso avallate dai mezzi di comunicazione di massa, che contribuiscono ad aggravare la discriminazione nei confronti dei rom.

Molti organismi di tutela dei diritti umani, nonché studiosi ed esponenti del mondo della cultura, hanno denunciato che nei media italiani l’immagine sociale degli “zingari” viene costruita quasi esclusivamente nel racconto di fatti di cronaca, quasi sempre “nera”, piuttosto che nell’ambito di una discussione sulla tutela di una minoranza etnica riconosciuta dall’ONU, con la rappresentazione dello “straniero lontano da Noi”, dello “straccione” e del “parassita”.

Le istituzioni che si occupano dei rom si trovano spesso ad affrontare il problema di una opinione pubblica ostile, orientata a considerare solo i “dati antisociali” e le “statistiche criminali”, con la conseguenza di individuare nella condizione dei Rom un fenomeno di devianza sociale.[15] Il modello “segregazionista” che ne consegue, che contempla disuguaglianze a livello della sfera pubblica, prosegue l’assenza di una politica di “reale integrazione”.

I rom vivono in due mondi diversi, due mondi che sono per alcuni aspetti incompatibili, per altri semplicemente paralleli. Il costante rapporto con i gagè è una relazione del tutto diversa con quella di altri popoli e minoranze etniche. Una relazione che non è di “confine”, in quanto non vi sono “territori rom” e “territori non-rom”; né può essere definita una relazione coloniale, in quanto i gagè non hanno mai conquistato i rom, né viceversa. Le popolazioni non-rom costituiscono l’ambiente sociale dove vivono i rom. I rom vivono in mezzo ai gagè, all’interno di una struttura che è destinata da un lato a resistere a tutti i tentativi di genocidio culturale (dopo essere sopravvissuti all’olocausto), dall’altro a sfruttare con successo le risorse economiche e territoriali dei gagè, convivendo in un’ostilità estrema e collocandosi in tutte le nicchie nelle quali intravvedono una possibilità.[15]

L’International Labour Organization (ILO), l’agenzia per il lavoro delle Nazioni Unite, nel suo rapporto sull’applicazione delle “Convenzioni e Raccomandazioni internazionali” del 6 marzo del 2009, ha condannato l’Italia per il “clima di intolleranza esistente”, creato dai “leader politici” italiani, rei di usare una “retorica aggressiva e discriminatoria nell’associare i rom alla criminalità, creando così un sentimento di ostilità e antagonismo nell’opinione pubblica”. Il rapporto chiede, inoltre, al governo italiano di eliminare il clima di intolleranza, violenza e discriminazione delle comunità rom, e di assicurare loro, sia legalmente che socialmente, i diritti umani fondamentali, facendo in modo che gli atteggiamenti discriminatori siano meglio identificati e condannati.[16]

Il dibattito sulla condizione di nomadismo [modifica]
I rom in Italia spesso vengono chiamati nomadi, benché la maggior parte di loro voglia radicarsi in un territorio, in conseguenza del venire meno, nell’economia contemporanea, del “prestigio sociale” delle attività professionali (giostrai, venditori di cavalli, arrotini, circensi, etc.) connesse alla loro secolare storia nomadica. La definizione, che contiene una “promessa della temporaneità e della estraneità della comunità dai residenti” costituisce un nesso inscindibile con la discriminazione che subiscono gli “zingari”, ed è utilizzata spesso anche da parte governativa. La Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI), nei suoi “rapporti sull’Italia”, ha invitato diverse volte ad abbandonare, nelle “politiche a riguardo di rom e sinti”, il “falso presupposto che i membri di tali gruppi siano nomadi”, in base ai quali viene attuata “una politica di segregazione dal resto della società”, con l’istallazione di “campi nomadi”, concepiti in base al principio della presenza temporanea dei rom, in molti casi senza accesso ai servizi più basilari, favorendo la deresponsabilizzazione delle amministrazioni locali dal dover fornire servizi scolastici e sociali finalizzati all’integrazione.[17][18]

Una analoga obiezione è stata mossa all’Italia anche dalle Nazioni Unite, da Doudou Diène, nel suo rapporto sull’Italia.[19]

Anche il Commissario Europeo per i diritti umani, in un rapporto del 2006, ha denunciato le condizioni dei campi rom.[20]

La politica segregazionista, è stato osservato, contraddice le stesse intenzioni degli attuatori, che spesso mettono l’accento sulle politiche di pubblica sicurezza e di controllo sociale degli “zingari”. L’isolamento e la scarsa visibilità dei campi favorisce “l’occultamento e la dissimulazione degli elementi pericolosi”, aggravando la situazione sia dal punto di vista della incolumità di chi vive nei campi, sia peggiorando il giudizio negativo su chi vive nei campi.[21]

Nel 1977 una risoluzione dell’ONU (Sottocommissione per la lotta contro le misure discriminatorie e la protezione delle minoranze) definiva gli “zingari” come la minoranza trattata peggio in Europa; mentre il Consiglio d’Europa ha più volte espresso allarmata attenzione al caso dei rom e dei sinti, con un susseguirsi di osservazioni critiche ai paesi membri dal 1969, fino ad oggi.[22] Lo status di minoranza etnica dei rom è definito, oltre che dalle comuni origini, da una lingua approsimativamente comune, dal nomadismo particato da lungo tempo, anche se oggi fortemente attenuato dalla condizione di degrado e marginalità nella quale sono costrette a vivere le comunità gitane.

Ciò nonostante, il nomadismo è stato utilizzato dal legislatore, in Italia, per escludere le comunità parlanti la lingua romanì, in Italia, dai benefici della legge n. 482 del 1999.[23]

I rom della ex Jugoslavia e della Romania in Italia [modifica]
Tra i rom provenienti dalla ex Jugoslavia, circa 30-40.000 unità, presenti in molti casi da più decenni in Italia, con una larghissima presenza di “immigrati di terza generazione”, ragazzi cioè nati in Italia da genitori, a loro volta nati in Italia, ad oggi una gran parte di loro non dispone di una autorizzazione stabile al soggiorno.

Al deflagrare della guerra civile nella Ex Jugoslavia, molti si trovavano già sul territorio italiano, altri invece sono emigrati successivamente per fuggire dalla guerra e dalle persecuzioni etniche, venendosi così a trovare in una condizione di apolidia di fatto, che nella stragrande maggioranza dei casi le autorità governative italiane non hanno inteso tutelare, violando gli obblighi derivanti dalla convenzione di Ginevra relativa allo status degli apolidi, obbligando i richiedenti ad esibire un certificato di iscrizione anagrafica nel proprio paese, condizione questa impossibile sia per la distruzione dei registri anagrafici in molte città della Bosnia Herzegovina e del Kosovo, sia perché rom nati in Italia.[24]

In Italia sono presenti un numero variabile tra i 30 ed 40.000 rom rumeni, arrivati negli ultimi anni, a partire dalla seconda metà degli anni novanta. Costretti alla sedentarizzazione durante il regime socialista. Durante le riforme economiche post-socialiste in Romania, i rom hanno perso i loro lavori nei kombinat industriali, ed hanno subìto fenomeni gravi di discriminazione: espulsione dei minori dalle scuole, roghi delle case, pestaggi; che hanno indotto ad un esodo verso i paesi dell’Europa occidentale di “zingari” che si erano sedentarizzati nel corso di 50 anni.

L’arrivo dei Rom in Italia dalla Romania è stato oggetto di diverse campagne mediatiche che facevano riferimento alla “invasione dei rom dalla Romania”, smentite dai dati del Ministero dell’Interno, che hanno dimostrato come in realtà il cosiddetto “nomadismo” dei rom rumeni riguardasse quasi sempre le stesse persone che facevano la spola tra l’Italia e la Romania, dopo l’ingresso di questo paese nell’Unione Europea, ritornando spesso nelle stesse città italiane.<[25]

La devianza minorile dei rom in Italia [modifica]
La persistenza di pregiudizi antizigani costituisce uno degli elementi della concatenazione di esclusione sociale e piccola devianza, da cui sorgono, oltre che comportamenti prevedibilmente speculari allo stigma sociale, una serie di leggende in parte infondate come quelle degli “zingari rapitori di bambini”, la cui casistitica, nell’intera storia della giurispudenza italiana, non trova conferma, mentre la statistica di casi di borseggi e furti, che vede coinvolti minori “zingari”, più che dimostrare “una propensione antropologica al furto” da parte dei rom, dimostrerebbe la loro natura di reati tipici “predatorii”. [26]

Tra i minori “zingari”, secondo i dati del Ministero di grazia e giustizia, circa il 37% dei segnalati risultano presi in carico dal servizio sociale di giustizia minorile, contro il 74% degli italiani ed il 54% degli stranieri.[27] Tale situazione riflette le caratteristiche del sistema giudiziario minorile italiano, basato sull’implementazione di pratiche particolari che risentono delle risorse rieducative (numero di operatori, comunità minorili, centri di aggregazione giovanile, progetti di inclusione sociale e recupero, etc.) di ogni singolo Tribunale dei minori.[28]

Ciò confermerebbe l’impossibilità o la particolare complicazione degli interventi “rieducativi”, dovuti a volte alle condizioni di arrivo del minore, spesso già recidivo all’arrivo in Italia, ma anche per il difficile ambiente di vita nei campi rom.[29]

Alcuni studiosi ritengono che il giustificazionismo culturale della devianza minorile dei rom sia la causa principale della deresponsabilizzazione degli operatori della giustizia minorale e dei servizi sociali, mentre l’incidenza dei reati, quali furto e borseggio tra i minori rom, andrebbe considerato come un fenomeno fisiologico alla formazione di una società multiculturale, al quale andrebbero corrisposti degli strumenti socio assistenziali calibrati sulle caratteristiche specifiche di marginalità sociale ed economica dei minori rom e sinti.[30]

Aspetti controversi [modifica]

Secondo l’antropologo Glauco Sanga ed il sociologo Marzio Barbagli (che nel suo libro “Immigrazione e sicurezza in Italia” cita a sostegno anche altri antropologi quali: Leonardo Piasere, Dick Zatta e Francesco Remotti) nelle comunità Rom, come anche fra altri gruppi di zingari, rubare ai Gage (i non zingari) è non solo ammesso ma considerato positivamente, mentre è vietato e disapprovato all’interno della comunità stessa, infatti sempre secondo Barbagli e Sanga il furto ai danni di un rom o la denuncia di un altro rom alle autorità sono considerate colpe molto gravi e ai bambini viene insegnato già da molto piccoli a chi è consentito e a chi è vietato rubare, a chi è bene e a chi è male parlare dei furti commessi.[31][32]
Nel libro “Comunità girovaghe, comunità zingare”, Leonardo Piasere, approfondendo l’organizzazione produttiva di un piccolo gruppo di rom Khorakhanè accampati presso Verona e dintorni, sostiene che i Khorakhanè provienienti dalla ex Jugoslavia non arrivavano in Europa occidentale per vendere forza lavoro manuale o intellettuale, né per investire un capitale produttivo, commerciale o finanziario ma al contrario con l’intenzione di vivere attraverso la mendicità e/o il furto.[33]
Glauco Sanga e Francesco Remotti, fanno inoltre un’analogia fra gli zingari e le antiche popolazioni di cacciatori-raccoglitori, evidenziando però che l’ambito della raccolta si è oggigiorno ampliato, i prodotti della raccolta non sono più solamente i prodotti della terra o dell’allevamento ma anche i prodotti dell’attività industriale, ed è appunto con questa teoria che Remotti spiega la mancanza di senso di colpa in coloro che si dedicano ai furti quotidiani.[34][35] Secondo Leonardo Piasere l’analogia tra gli zingari e le antiche popolazioni di cacciatori-raccoglitori è invece da abbandonare [36] .

Note [modifica]

^ In alcuni dialetti rom è sia singolare che plurale, in altri il plulare può essere roma (pronunciato ròma) o romá, a volte anche romi)
^ Leonardo Piasere, I rom d’Europa, pag. 17, Laterza, 2004, ISBN 978-88-420-7303-1
^ European effort spotlights plight of the Roma
^ It Now Suits the EU to Help the Roma. URL consultato il 2004-09-29.
^ Intervista a Alexian Santino Spinelli. URL consultato il 2008-05-15.
^ Paolo Morozzo della Rocca, La condizione giuridica degli Zingari in Marco Impagliazzo (a cura di) Il caso zingari, Milano, Leonardo International, 2008. p. 55 ISBN 978-88-88828-69-5
^ http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/speciali/censimento_nomadi/
^ a b c d e Rombase » Ethnology and Groups » General Topics » Rom / Ḍom in http://romani.uni-graz.at/rombase/
^ http://en.wikipedia.org/wiki/Domba
^ http://en.wikipedia.org/wiki/Dom_people
^ L’etimologia delle parole “zingaro” e “rom” di Lucian Cherata, pag.6
^ Roma and Travellers Division – Committee of Experts on Roma and Travellers, http://www.coe.int/T/DG3/RomaTravellers/Default_en.asp – Roma and Travellers Glossary
^ a b c Sito sulla storia delle popolazioni zingare
^ Michael Teichmann. Stereotypes and Floklorism.. gennaio 2003. URL consultato il 19-09-2009.
^ a b Michele Mannoia, “Zingari che strano popolo. Storia e problemi di una minoranza esclusa”, pag. 153-154, XL Edizioni Sas, 2007, ISBN 978-88-6083-006-7
^ International Labour Organization (ILO) , “Report of the Committee of Experts on the Application of Conventions and Recommendations” – Report III (Part 1A) General Report and observations concerning particular countries, pag. 644, 6 marzo 2009, ISBN 978-92-2-120634-7 – Disponibile al link http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—ed_norm/—relconf/documents/meetingdocument/wcms_103484.pdf
^ Commissione europea contro il Razzismo e l’Intolleranza, Terzo rapporto Sull’Italia, adottato il 16.12.2005, pubblicato a Strasburgo il 16.05.2006 (si veda paragrafo 95)
^ Rocca, op. cit., p. 57
^ ONU, Report of the special rapporteur on conteporary forms of racism, racial discrimnation, xenophobia and related intolerance, Addendum. Mission to Italy, Doc. A/HRC/4/19/Add.4 del 15.2.2007, (paragrafo 14)
^ Consiglio d’Europa, Rapport final del M.Alvaro Gil Robles, Commissaire aux droits de l’homme, sur la situation en mattiere de droits del l’homme des Roms, Sintis et gens du voyage en Europe, Strasbourg. 15.02.2006 (paragrafo 13)
^ Rocca, op. cit., p. 68
^ Rocca, op. cit.
^ Rocca, op. cit., p. 58
^ Rocca, op. cit., p. 61
^ Rocca, op. cit., pp. 64-65
^ Rocca, op. cit., pp. 70-71
^ Rocca, op. cit.
^ Michele Mannoia, “Zingari che strano popolo. Storia e problemi di una minoranza esclusa”, pag. 70-71, XL Edizioni Sas, 2007, ISBN 978-88-6083-006-7
^ Rocca, op. cit., p. 71
^ Michele Mannoia, “Zingari che strano popolo. Storia e problemi di una minoranza esclusa”, pag. 71-72, XL Edizioni Sas, 2007, ISBN 978-88-6083-006-7
^ Marzio Barbagli – Immigrazione e sicurezza in Italia – 2008 – Il Mulino (pag. 190)
^ Glauco Sanga, “Currendi libido” in “Comunità girovaghe, comunità zingare” (a cura di L. Piasere) 1995 – Napoli – Liguori Editore pag. 379
^ Leonardo Piasere – “Comunità girovaghe, comunità zingare” – 1995 – Napoli – Liguori Editore (pag. 347)
^ Glauco Sanga, “Currendi libido” in “Comunità girovaghe, comunità zingare” (a cura di L. Piasere) 1995 – Napoli – Liguori Editore pag. 367 – 385
^ Francesco Remotti, “La struttura sociale”, in E. Marcolungo, M. Karpati (a cura di), “Chi sono gli zingari?” – Edizioni Gruppo Abele – 1985- Torino pag. 41
^ Il prof. Leonardo Piasere, in una comunicazione pubblicata sulla pagina di discussione di questa voce ha chiarito che in riferimento al citato saggio “L’analogia coi popoli cacciatori-raccoglitori è stata fatta spesso a partire dagli anni sessanta, e forse prima, da molti autori, ma io una ventina d’anni fa la riprendevo parlando di una specifica, piccola, comunità rom, e per dire che era una analogia da abbandonare”
Bibliografia [modifica]

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Il Caso Zingari – Marco Impagliazzo (a cura di) – Leonardo International – Milano 2008 ISBN 978-88-88828-69-5
Un’inchiesta di Claudia Fusani su La Repubblica del 18 maggio 2007, che riporta dati dell’Opera Nomadi

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