da “L’Avvenire dei lavoratori”

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L’AVVENIRE DEI LAVORATORI
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IPSE DIXIT
Al di là di ogni immaginazione – “La spudoratezza della finanza internazionale va al di là di ogni immaginazione. Gli stati hanno usato i nostri soldi per salvare i finanzieri. Ed era inevitabile (le banche erano troppo grosse per fallire). Ma i finanzieri non solo non ringraziano, non solo non fanno “autocritica”, non solo non riducono i loro immensi guadagni personali. . . No, usano i nostri soldi per speculare al ribasso contro i nostri stati e farli fallire”. – Ugo Intini

Amnesty International 
Rapporto Annuale 2010
“Le lacune della giustizia globale sono una condanna per milioni di persone”.
Nonostante il 2009 sia stato un anno fondamentale per la giustizia internazionale, le lacune esistenti nella giustizia globale sono state acuite dal potere della politica. È quanto affermato da Amnesty International, che ha presentato oggi il Rapporto Annuale 2010.
Nella sua analisi sulla situazione dei diritti umani nel mondo nel periodo gennaio – dicembre 2009,  Amnesty International segnala violazioni in 159 paesi e punta il dito contro quei governi potenti che stanno bloccando i passi avanti della giustizia internazionale, ponendosi al di sopra delle norme sui diritti umani, proteggendo dalle critiche gli alleati e agendo solo quando politicamente conveniente.
“La repressione e l’ingiustizia prosperano nelle lacune della giustizia globale, condannando milioni di persone a una vita di violazioni, oppressione e violenza” – ha dichiarato Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, nel corso della presentazione del Rapporto annuale (pubblicato in Italia da Fandango Libri), che si è svolta questa mattina presso l’Associazione della Stampa Estera di Roma.
“I governi devono assicurare che nessuno si ponga al di sopra della legge e che ogni persona abbia accesso alla giustizia, per tutte le violazioni dei diritti umani subite. Fino a quando i governi non smetteranno di subordinare la giustizia agli interessi politici, la libertà dalla paura e dal bisogno rimarrà fuori dalla portata della maggior parte dell’umanità” – ha affermato Weise.
L’organizzazione per i diritti umani ha pertanto rinnovato la richiesta ai governi di garantire che renderanno conto del loro operato, dare piena adesione alla Corte penale internazionale e assicurare che i crimini di diritto internazionale saranno sottoposti a procedimenti giudiziari ovunque nel mondo. Agli stati che rivendicano una leadership globale, tra cui quelli del G20, compete la responsabilità specifica di dare l’esempio.
Il mandato di cattura emesso nel 2009 dalla Corte penale internazionale nei confronti del presidente del Sudan, Omar Hassan Al Bashir, per crimini di guerra e contro l’umanità, è stato un evento epocale che ha dimostrato che anche un capo di stato in carica non è al di sopra della legge. Tuttavia, il rifiuto da parte dell’Unione africana di cooperare, nonostante la terribile violenza che ha colpito centinaia di migliaia di persone nel Darfur, è stato un crudo esempio di come i governi antepongano la politica alla giustizia.
A sua volta, la paralisi del Consiglio Onu dei diritti umani sullo Sri Lanka, nonostante il governo e le Tigri per la liberazione della patria Tamil si siano resi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e possibili crimini di guerra, è stata la prova dell’inazione della comunità internazionale nei momenti di bisogno. Infine, le raccomandazioni del rapporto Goldstone per accertare le responsabilità di quanto accaduto nel conflitto di Gaza attendono ancora di essere tenute in conto da parte di Israele e Hamas.
A livello mondiale, le lacune della giustizia hanno rafforzato un pernicioso reticolo di repressione. Le ricerche di Amnesty International hanno documentato torture e altri maltrattamenti in almeno 111 paesi, processi iniqui in almeno 55 paesi, restrizioni alla libertà di parola in almeno 96 paesi e detenzioni di prigionieri di coscienza in almeno 48 paesi.
Gli organismi per i diritti umani e le attiviste e gli attivisti che li difendono sono finiti sotto attacco in molti paesi, i cui governi hanno impedito loro di lavorare od omesso di fornire protezione.
Nella regione Medio Oriente e Africa del Nord, l’intolleranza dei governi nei confronti delle critiche è stata sistematica in Arabia Saudita, Siria e Tunisia e la repressione è aumentata in Iran.  In Asia, il governo della Cina ha esercitato ancora più pressione verso chi provava a sfidare la sua autorità, attraverso arresti e intimidazioni di difensori dei diritti umani. Migliaia di persone, a causa della forte repressione e delle difficoltà economiche, hanno lasciato la Corea del Nord e Myanmar.
Lo spazio per le voci indipendenti e per la società civile si è ridotto in alcune parti della regione Europa e Asia centrale: inique limitazioni alla libertà d’espressione hanno avuto luogo in Azerbaigian, Bielorussia, Russia, Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan. Il continente americano è stato tormentato da centinaia di omicidi illegali commessi dalle forze di sicurezza in vari paesi tra cui Brasile, Colombia, Giamaica e Messico, mentre negli Stati Uniti d’America è proseguita l’impunità per le violazioni dei diritti umani compiute nel contesto della lotta al terrorismo. Governi africani, come quelli di Guinea e Madagascar, hanno affrontato il dissenso con un uso eccessivo della forza e omicidi illegali, mentre le voci critiche sono state oggetto di repressione, tra gli altri, in Etiopia e Uganda.
Un impietoso disprezzo per le popolazioni civili ha caratterizzato i conflitti. Gruppi armati e forze governative hanno violato il diritto internazionale nella Repubblica Democratica del Congo, nello Sri Lanka e nello Yemen. Nel conflitto di Gaza e del sud d’Israele, le forze israeliane e i gruppi armati palestinesi hanno ucciso e ferito illegalmente i civili. Migliaia di persone hanno subito le conseguenze dell’escalation di violenza da parte dei talebani in Afghanistan e Pakistan, così come degli scontri in Iraq e Somalia. Nella maggior parte dei conflitti, le donne e le bambine sono state stuprate o sottoposte ad altre forme di violenza da parte delle forze governative e dei gruppi armati.
Tra gli altri dati che emergono dal Rapporto annuale 2010 di Amnesty International, si segnalano:
• gli sgomberi forzati di massa in Africa, come in Angola, Ghana, Kenya e Nigeria, che spesso hanno fatto sprofondare ancora di più le persone colpite nella povertà;
• l’aumento delle denunce di violenza domestica contro le donne, degli stupri, degli abusi sessuali, degli omicidi e mutilazioni successivi agli stupri in El Salvador, Giamaica, Guatemala, Honduras e Messico;
• lo sfruttamento, la violenza e le violazioni che milioni di migranti della regione Asia e Pacifico hanno subito in paesi come Corea del Sud, Giappone e Malesia;
• il profondo aumento del razzismo, della xenofobia e dell’intolleranza nella regione Europa e Asia centrale;
• gli attacchi compiuti da gruppi armati in alcuni casi apparentemente affiliati ad al-Qaeda, che in paesi come Iraq e Yemen hanno acuito l’insicurezza.
La dimensione globale di milioni di persone spinte nella povertà dalle crisi alimentare, energetica e finanziaria, ha dimostrato l’urgente bisogno di contrastare gli abusi che determinano la povertà.
“I governi devono essere chiamati a rispondere per le violazioni dei diritti umani che causano e aumentano la povertà. La Conferenza Onu di revisione degli Obiettivi di sviluppo del millennio, che si terrà a New York a settembre, costituirà un’opportunità per i leader del mondo per passare dalle promesse a impegni vincolanti” – ha proseguito Weise.
Sulle donne, in particolare quelle povere, si abbatte il peso dell’incapacità dei governi di realizzare questi Obiettivi. Si stima che le complicazioni legate alla gravidanza siano costate la vita a circa 350.000 donne. La mortalità materna è spesso la conseguenza diretta della discriminazione di genere, della violazione dei diritti sessuali e riproduttivi e della negazione del diritto alle cure sanitarie.
“Se vogliono fare passi avanti negli Obiettivi di sviluppo del millennio, i governi devono promuovere l’uguaglianza di genere e contrastare la discriminazione contro le donne” – ha sottolineato Weise.
Amnesty International ha chiesto agli stati del G20 ancora inadempienti (Arabia Saudita, Cina, India, Indonesia, Russia, Stati Uniti d’America e Turchia) di ratificare lo Statuto della Corte penale internazionale. La Conferenza internazionale di revisione sulla Corte, che inizia a Kampala, in Uganda, il 31 maggio, è un’occasione per i governi per dimostrare il loro impegno nei confronti della Corte.
Nonostante i gravi insuccessi registrati nel 2009 nei tentativi di assicurare giustizia, molti avvenimenti hanno fatto segnare dei progressi. In America Latina sono state riaperte inchieste su crimini coperti da leggi di amnistia, come dimostrano le epocali sentenze riguardanti l’ex presidente del Perù Alberto Fujimori, condannato per crimini contro l’umanità, e l’ultimo presidente militare dell’Argentina Reynaldo Bignone, condannato per sequestri e torture. Tutti i processi celebrati dalla Corte speciale per la Sierra Leone si sono conclusi salvo quello, ancora in corso, contro l’ex presidente della Liberia, Charles Taylor.
“Il bisogno di giustizia globale è una lezione fondamentale da trarre dallo scorso anno. La giustizia porta equità e verità alle vittime, è un deterrente nei confronti delle violazioni dei diritti umani e, in definitiva, conduce verso un mondo più stabile e sicuro” – ha concluso Weise.
VI

 

ItaliaOggi / ECONOMIA
Non solo tagli
Il rigore nei conti dell’Ue è un atto dovuto, sul quale pesa molto l’indecisione dei governi. Non si affronta la crisi solo con i tagli serve una lotta seria alla speculazione.
di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
Non sono state le affermazioni della cancelliera tedesca Angela Merkel su un euro ancora in pericolo a determinare l’ultimo crollo delle borse. Il rischio di una prolungata crisi dovrebbe essere qualcosa di cui essere consapevoli tutti. Non si è avuta cioè una «reazione psicologica dei mercati» all’ammissione di difficoltà nella gestione della crisi europea. Il duro attacco speculativo è stato invece una vera sfida ai governi europei, che poche ore prima avevano concordato di limitare lo strapotere degli hedge fund e gli spazi operativi dei derivati finanziari, quali i noti credit default swaps.
Il Consiglio europeo dei ministri delle finanze e lo stesso Parlamento europeo avevano appena presentato due progetti convergenti per regolamentare i comportamenti degli hedge fund e di altri istituti di private equity, creati dalle stesse grandi banche internazionali, spesso per aggirare i controlli e le limitazioni esistenti a cui esse dovevano sottostare. A Bruxelles si è registrata una sostanziale condivisione da parte di tutti i paesi. Contro è stato solo il governo inglese. Probabilmente il peso della City, dove ha sede l’80% di tutti gli hedge fund del mondo, conta non poco.
La Bafin, l’agenzia tedesca di controllo dei mercati finanziari, aveva già deciso di bandire fino al 31 marzo 2011 i contratti speculativi «nudi», cioè senza un sottostante reale, e «short», cioè al ribasso, su alcune obbligazioni di debito della zona euro. Queste misure riguardano anche i cds e le vendite short di azioni di una decina di banche e assicurazioni tedesche. Il provvedimento della Bafin è sostanzialmente un’anticipazione delle specifiche legislazioni in merito, che Berlino starebbe preparando per regolamentare i mercati di tutti i titoli tedeschi.
Gli hedge fund rappresentano un settore crescente della finanza internazionale con oltre 1.700 miliardi di dollari in asset. Operano essenzialmente sui mercati dei derivati Otc non regolamentati. Non sono interessati alle operazioni tradizionali di credito o alla produzione di beni reali, ma soltanto a manovrare «titoli sintetici», cioè derivati finanziari di vario tipo. Secondo l’Office of the Comptroller of the Currency, nel 2009 le banche americane hanno fatto registrare profitti per 22, 6 miliardi di dollari provenienti soltanto da operazioni in derivati. Questo mentre il bilancio americano chiudeva con un disavanzo dell’11% e il Pil si riduceva del 2,4%.
La Commissione Europea ha accertato che banche e istituti europei avrebbero almeno 2.000 miliardi di euro investiti in strumenti alternativi, come gli hedge fund. Evidentemente, l’America e l’Europa hanno le stesse sofferenze circa i problemi della «finanza globale».
La crisi sistemica, evidenziata in modo dirompente dal fallimento della Lehman Brothers e poi da quello del debito greco e dalla speculazione contro l’euro, non può che essere affrontata in sede di G20. È chiaro che devono essere i governi a fissare le regole del gioco e non il mercato. Negli Stati Uniti le banche e i signori di Wall Street hanno messo in campo i loro lobbisti per bloccare le riforme in discussione al Congresso. In Europa la finanza speculativa, soprattutto quella della City, aggredisce in modo violento i mercati europei con l’intento di destabilizzare e ricattare. Mai come ora gli Stati Uniti, l’Europa e i paesi del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina – ndr) hanno un interesse comune di definire le nuove regole per il       sistema finanziario. Il problema non è più rinviabile e le stesse resistenze inglesi non sono più giustificabili.
Il rigore dei conti pubblici dei paesi dell’Ue è senz’altro dovuto e opportuno per rendere stabile l’economia, ma le ultime drammatiche vicende della crisi molto probabilmente sono il frutto anche dell’indecisione dei governi circa le nuove regole, che sono state declamate ma non praticate. Se si pensa solo ai tagli di bilancio, senza effettivamente attaccare la speculazione e senza attivare un programma di rilancio a lungo termine dell’economia reale, si rischia di avere, oltre alla crisi finanziaria e di deflazione, anche quella sociale.
In Italia, inoltre, dovremmo sapere che la lotta all’evasione fiscale, alle frodi, al riciclaggio, al lavoro sommerso non può essere sbandierata come un impegno eccezionale motivato dalla crisi e dalle correzioni di bilancio, ma dovrebbe essere un elementare e costante dovere dello stato, indipendentemente dai governi che passano.
*)     Già sottosegretario economia nel governo Prodi
**)   Economista

 

Manovra
Condono
e fantasmi
Narducci (PD) un condono per gli immobili fantasma sarebbe un regalo alla criminalità organizzata.
“Una manovra che si inquadra nella crisi dell’euro” dice Berlusconi illustrando la pesante manovra economica che il Governo sta per sottoporre al voto del Parlamento.
“Meno male che fino a poco tempo fa Berlusconi diceva che la crisi non esisteva, e sembra quasi che le difficoltà derivino tutte dallo stipendio dei parlamentari, buttandola sul populismo, mentre non si tiene conto di tanti fattori che hanno contribuito ad accumulare gli sprechi certamente non a vantaggio dei più deboli. Berlusconi dice di non aver aumentato le tasse con la manovra da 24 miliardi di euro ma costringe a metterle agli enti locali tagliando loro i trasferimenti: forse pensa ad un federalismo senza i servizi!” Lo dichiara l’on. Franco Narducci (PD) commentando le affermazioni del Presidente del Consiglio alla presentazione della manovra economica.
“Sembra che ancora una volta, nel pieno della crisi – incalza Narducci – il Governo voglia lasciare da sole le famiglie dei lavoratori e dei pensionati già abbastanza in difficoltà come si può evincere dai dati del rapporto annuale Istat dal quale emerge preoccupante il fatto che oltre il 15% delle famiglie italiane vive in condizioni di disagio economico”.
“Sicuramente se bisogna fare dei sacrifici – afferma l’on. Narducci – occorre che li si faccia in maniera proporzionale e senza lasciar trasparire che si può derogare alla legalità con il condono per gli immobili fantasma; così si rischierebbe di fare un regalo prezioso alla criminalità organizzata, soprattutto in Campania: sono convinto che il Parlamento non potrà essere complice di un simile gesto!”
“Condivido quello che dice il Commissario europeo Rehn – conclude Narducci – quando afferma che “la spesa per le infrastrutture chiave, educazione, ricerca e innovazione sostengono la crescita, mentre le tasse sui redditi di impresa e sul lavoro la danneggiano” forse dovrebbe accorgersene anche il Governo che rischia di far morire anche il motore della ricerca in Italia”.
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VOCI DALL’EMIGRAZIONE ITALIANA – 1
PROVOCAZIONE
DEL GOVERNO
LA CAMERA APPROVA IL DECRETO SUL RINVIO DELLE ELEZIONI DEI COMITES E DEL CGIE
di Dino Nardi *)
Come noto lo scorso 23 aprile, alla vigilia della programmata assemblea plenaria del Cgie, il governo approvò il decreto (63/2010) per l’ulteriore rinvio al 2012 delle elezioni per il rinnovo dei Comites e del Cgie pur sapendo della contrarietà del Consiglio Generale e che il tema sarebbe stato all’ordine del giorno dei suoi lavori.
Nell’assemblea plenaria, come prevedibile, il Cgie criticò aspramente il decreto e la tempistica della sua approvazione avvenuta proprio a ridosso dei lavori del Consiglio anche con una forma di protesta inusuale come quella di uscire dalla sala nel momento della relazione del Sottosegretario Alfredo Mantica. Inoltre l’assemblea decise poi, di far anticipare la convocazione delle tre assemblee continentali (Europa-Africa del Nord a Francoforte; Paesi Anglofoni a Vancouver; America Latina a Buenos Aires) affinché si potessero tenere prima che il parlamento discutesse ed approvasse il decreto 63/2010. Tre assemblee i cui lavori, in questo caso, vista l’eccezionalità del momento, sarebbero stati aperti ai Comites, all’associazionismo ed alla comunità italiana per discutere  pubblicamente sia dei tagli del governo italiano al finanziamento delle politiche per gli italiani all’estero che della chiusura di importanti Uffici consolari, soprattutto in Europa, e del nuovo ed antidemocratico rinvio delle elezioni dei Comites e del Cgie.
Purtroppo il governo, e la maggioranza che lo sostiene in parlamento, tanto per dimostrare chi comanda, con la ormai nota arroganza e provocazione che lo distingue, ha già  fatto approvare dalla Camera dei Deputati, con il voto favorevole anche dei suoi eletti all’estero, il decreto del rinvio delle elezioni dei Comites e del Cgie nella seduta di lunedì  25 maggio. Ancora una volta, alla vigilia di una riunione del Cgie. In questo caso della Commissione Continentale Europa-Africa del Nord che si terrà a Francoforte in Germania proprio nei giorni 28/29/30 maggio prossimi, cioè questo fine settimana, e delle altre due che si terranno nelle settimane successive.
Complimenti al governo, alla maggioranza che lo sostiene e, soprattutto, ai deputati del centrodestra eletti nella Circoscrizione Estero che, ancora una volta, hanno dimostrato di saper predicare bene (con gli emigrati) ma di razzolare male (in parlamento)!
*) Coordinatore UIM per l’Europa, membro Cgie
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VOCI DALL’EMIGRAZIONE ITALIANA – 2
DISATTENZIONI
E IMMOBILISMO
DOCUMENTO CONCLUSIVO DELL’ASSEMBLEA DELLA CONSULTA NAZIONALE DELL’EMIGRAZIONE
L’Assemblea Generale della Consulta Nazionale per l’Emigrazione (CNE) esprime la sua forte preoccupazione per i ritardi  e le disattenzioni che si manifestano nel rapporto fra istituzioni e mondo degli italiani all’estero.
In particolare la CNE registra con grande preoccupazione il venire  avanti in Parlamento di provvedimenti di modifica degli organismi di rappresentanza e di consulenza che si collocano in modo  molto distante dalle effettive esigenze e necessità degli italiani nel mondo.
A fronte di un quadro  totalmente insoddisfacente anche dal punto di vista del contributo finanziario dell’Italia per le esigenze dei cittadini e delle comunità all’estero, l’Assemblea Generale esprime  una valutazione positiva  dell’impegno di tutto l’associazionismo per contrastare  il disinteresse e talora l’opposizione che da diverse parti vengono portate avanti contro la possibilità d’intervenire in termini di riforma anziché di stravolgimento e azzeramento dell’esistente.
L’Assemblea Generale, in particolare, esprime  la propria valutazione positiva sul lavoro svolto dall’Ufficio di Presidenza della CNE dall’ultima Assemblea ad oggi.
In questi ultimi anni, infatti, con il consenso di tutti, la CNE è stata in grado di porre al centro della discussione di ogni ipotesi di riforma del mondo dell’emigrazione proposte concrete e precise nelle quali è stata sempre presente la funzione essenziale delle associazioni, realtà radicata nelle comunità a garanzia della partecipazione democratica.
La CNE è stata in grado , in specie, di proporre puntualmente un modello di Comites e di CGIE rinnovati ma non depotenziati.
L’Assemblea da mandato all’Ufficio di Presidenza di promuovere, d’intesa con le associazioni aderenti, la costituzione della CNE nelle regioni ed all’estero.
L’Assemblea da mandato all’Ufficio di presidenza  di promuovere idonee iniziative atte ad evidenziare l’impegno degli italiani all’estero nella valorizzazione  dell’importanza dell’unità d’Italia nella ricorrenza del  150° anniversario della sua realizzazione.
L’Assemblea impegna  l’Ufficio di Presidenza a proseguire nella ricerca di una azione unitaria con le altre associazioni regionali e locali per trovare forme di coordinamento più impegnative.
L’Assemblea impegna l’Ufficio di Presidenza  a dare continuità al tavolo congiunto con le Regioni ed a richiedere  l’approvazione da parte del Parlamento del riconoscimento della natura di promozione sociale alle associazioni degli italiani all’estero.
L’Assemblea  fa infine appello a tutte le associazioni aderenti perché partecipino attivamente alle prossime riunioni continentali promosse dal CGIE come prima risposta all’immobilismo del presente.
(Fonte: Istituto Fernando Santi, Roma)
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VOCI DALL’EMIGRAZIONE ITALIANA – 3
No alla sospensione
della democrazia!
Prosegue con grande determinazione l’opera di demolizione delle politiche verso gli italiani all’estero, portata avanti sin dall’inizio di questa legislatura, dal governo Berlusconi e dalla maggioranza di centrodestra.
Nei giorni scorsi la Camera (con il voto favorevole dei deputati PDL e Lega, compresi quelli eletti all’estero), ha approvato il decreto-legge che rinvia al 2012 le elezioni per il rinnovo di COMITES e CGIE. Il rinvio viene motivato ancora una volta con la necessità di procedere preventivamente alla riforma delle norme istitutive dei due organi rappresentativi delle comunità italiane all’estero.
Con lo stesso pretesto i COMITES avevano già subìto una proroga dal 2009 al 2010. Questo ennesimo rinvio rischia di dare a questi organismi il colpo di grazia, minandone alla radice funzionalità e credibilità democratica.
Il voto alla scadenza ordinaria, oltre a rispettare le regole della democrazia, avrebbe costituito, in primo luogo per i COMITES, un’importante occasione di rinnovamento. Siamo convinti inoltre che il momento elettorale avrebbe dato maggiore impulso all’iter di riforma legislativa, che pure resta un passaggio importante ai fini di una complessiva ridefinizione della rappresentanza degli italiani all’estero.
Dopo l’elezione dei parlamentari della Circoscrizione estero, enfatizzata come grande conquista democratica che valorizza al massimo livello gli italiani nel mondo, va emergendo con sempre più chiarezza, da parte di questo governo e di questa maggioranza, il disegno di lasciar “morire di inedia” le istituzioni e i servizi degli italiani all’estero.
In questa linea si colloca anche la ristrutturazione della rete consolare, che si configura come un taglio indiscriminato dei servizi, che non tiene conto né della consistenza, né dei bisogni delle nostre collettività.
Altrettanto punitiva, oltre che miope, appare la drastica riduzione delle risorse alla lingua e alla cultura italiana, che determina la progressiva privatizzazione del servizio scolastico, i cui costi vengono caricati sempre più massicciamente sulle famiglie degli alunni.
Da tempo sosteniamo che le politiche per gli italiani all’estero debbano essere ricalibrate sulla base di una lettura aggiornata delle nostre comunità, dei loro bisogni e soprattutto delle enormi potenzialità che derivano dalla presenza capillare del patrimonio di lingua e cultura da esse veicolato in tutto il mondo. Non è però tollerabile che l’esigenza di rinnovamento diventi il pretesto per smantellare il complesso dei servizi costruiti da e per gli italiani nel mondo.
Al contrario è indispensabile garantire le risorse necessarie al funzionamento dignitoso dei servizi e il rispetto per le rappresentanze democratiche. Lo smantellamento dei servizi va fermato! La democrazia va ripristinata anche tra gli italiani all’estero! La manovra finanziaria di questi giorni rischia di accelerare drammaticamente l’opera di demolizione in atto.
Per queste ragioni come Sinistra Italiana in Svizzera aderiamo alla mobilitazione degli italiani all’estero, a partire dalla manifestazione del prossimo 29 maggio a Francoforte!
La Sinistra italiana in Svizzera (Basilea)
V

da “L’Avvenire dei lavoratori”ultima modifica: 2010-05-29T19:39:35+02:00da mangano1
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