Benedetto Vecchi ,La tigre E IL DRAGONE

DA il manifesto

Benedetto Vecchi
La tigre E IL DRAGONE

 

sinisrtra 016_99178_3231537_s.jpgL’India e la Cina aspirano a diventare le superpotenze del futuro. Una ambizione egemonica che cancella le diseguaglianze sociali cresciute in entrambe le società. Un’intervista con lo studioso indiano Prem Shankar Jha, in Italia per l’uscita del suo nuovo libro dedicato ai due paesi
Nel prossimo decennio, l’India avrà una crescita economica pari, se non superiore a quella della Cina. E questo perché ha un sistema politico democratico che consente la ricomposizione dei radicali conflitti sociali che caratterizzano una società fortemente stratificata, dove le diseguaglianze di classe si accompagnano a un sistema di caste che continua a persistere nonostante tutti i tentativi di superarlo. La Cina, dal canto suo, insegue il sogno antico di costruire uno stato etico che ha le sue radici nella filosofia politica confuciana. Prem Shankar Jha non usa mezzi termini per mettere a confronto il paese del drago con quello della tigre, anche se la sua analisi è tutto meno che trionfalistica. I due paesi, sostiene l’economista indiano, devono affrontare l’aumento delle diseguaglianze sociali che rendono la situazione esplosiva, nonostante i governi dei due paesi stiano cercando di introdurre meccanismi correttivi dell’economia di mercato. Non ha però dubbi nel ritenere che tanto l’India che la Cina siano forme specifiche di capitalismo che differiscono da quelle europee o statunitensi. In primo luogo, lo Stato centrale ha svolto un ruolo da protagonista nel favorire lo sviluppo capitalista basato sul libero mercato. Inoltre, il potere politico è sempre intervenuto per creare le condizioni necessarie per un regime di accumulazione che vede bassi salari, espropriazione delle terre – Cina e India sono ancora oggi paesi dove la maggioranza della popolazione è composta da contadini -. Ma mentre Pechino solo recentemente sta cercando di incentivare i consumi interni, New Dehli ha invece cercato di sviluppare una classe media, acculturata e da impiegare negli atelier locali dei servizi offerti al cliente dalle imprese multinazionali. E quando nell’intervista, condotta durante i lavori del Salone del libro di Torino, viene chiesto perché nel suo ultimo libro – Quando la tigre incontra il dragone, Neri Pozza, pp. 480, euro 22. Il volume sarà in libreria da domani – la crisi economica compare solo di sfuggita, risponde che l’economia mondiale è in crisi dalla metà degli anni Novanta del Novecento e che questo periodo ha visto gli Stati nazionali e organismi sovrananzionali, come il G8 o il G22, muoversi spasmodicamente per arginare gli effetti sociali di un bailout di cui non si vede la fine.
Nel suo ultimo libro, quando scrive della Cina un posto rilevante è assegnato ai conflitti tra il governo di Pechino e le autorità politiche locali. Quando invece è l’India il centro dell’analisi, sottolinea invece il conflitto tra una formazione sociale da lei definita «regime intermedio» e i nuovi imprenditori più orientati all’apertura dell’economia indiana al capitale straniero. In ogni caso, sono conflitti che hanno funzionato come spinta propulsiva dello sviluppo economico…..
In Cina, la polarità tra centro e periferia è poco evidente, visto che si esprime nei cinque livelli di potere politico esistenti e che spesso si sovrappongono. Nella Repubblica popolare spesso è stato spesso il centro a risultare vincente, ma da quando Pechino ha dato il via alle riforme economiche, alla fine degli anni Settanta del Novecento, i membri del parito comunista locale hanno acquisito sempre più potere, erodendo la legittimità dell’autorità centrale. Alcuni studiosi considerano i dirigenti del partito a livello locale una «nuova borghesia» che si contrappone al potere invasivo dello stato centrale. Un’analisi che non convince del tutto, perché non credo che si possano applicare meccanicamente categorie sviluppate per spiegare le realtà europea e statunitense a paesi che hanno avuto storie e tradizione politiche e economiche diverse, come quelle cinesi o indiane. Serve cioè un lavoro di adattamento di quelle stesse categorie alle storie di queste due due realtà.
Sono d’accordo con lei sulla necessità di un lavoro di traduzione di alcune categorie occidentali per adattarle alle realtà dei due paesi. Un lavoro però che è stato compiuto, dal loro punto di vista, dal partito comunista cinese e dalle leadership economiche e politiche indiane. Non crede?
Sicuramente va rifiutato qualsiasi pregiudizio esotico quando si analizzano le realtà indiane e cinesi. Pregiudizio invece molto presente in molti studi «occidentali» su questi due paesi. Nel mio lavoro mi sono soffermato su questo spostamento del potere dal livello centrale alla periferia della Cina, perché le riforme economiche varate nei primi anni Ottanta del Novecento prevedevano sì una cessione di potere del governo centrale a quello locale, ma in nome della rinascita della nazione cinese dopo il secolo dell’umiliazione e dopo la ricostruzione dell’unità nazionale attraverso la Repubblica popolare. Le «zone economiche speciali» nascono in questo contesto. Ciò che Pechino non poteva certo prevedere è che i benefici finanziari delle zone economiche speciali sarebbero rimastie nelle mani dei funzionari del partito locale per consolidare il loro potere attraverso politiche clientelari e financo nepotiste. Pechino ha poi cercato di riprendere il controllo. Talvolta riuscendovi, molte altre volte no. Possiamo dire che il conflitto tra centro e periferia ha dato via a una sorta di dinamica e potenzialmente esplosiva «gestione controllata del disordine».
L’India, invece, ha conosciuto, dopio la conquista dell’indipendenza, una panificazione economica spesso definita sovietica che ha favorito le imprese indiane, le classi medie, i contadini, alcuni settori della classe operaia e i funzionari statali. Tutto questo avveniva certo in un contraddittorio processo di modernizzazione della società, che non ha abolito le caste, ma che ha garantito una signifificativa mobilità sociale, esemplificata dall’accesso alle università di milioni di indiani.
Un aspetto comunque importante da sottolineare è la recente eclissi di questo «regime intermedio». Espressione che indica il blocco sociale che si è costituito in India a partire dalla conquista dell’indipendenza e che è stato fautore di un esasperato nazionalismo economico e di un contraddittorio welfare state a favore degli strati popolari della popolazione. Il partito che meglio rappresentava il «regime intermedio» è stato il partito del congresso, anche se a livello dei singoli stati, come nel Bengala, un ruolo rilevante nel sostenerlo è stato svolto dal partito comunista.
Con la globalizzazione tutto ciò entra in crisi e si fanno strada proposte che puntano all’apertura del mercato indiano ai capitali «stranieri». Da qui la deregolamentazione del mercato del lavoro, che crea un dualismo tra classe operaia sindacalizzata e tutelata e una classe operaia meno garantita costituita dai «migranti interni». Allo stesso tempo abbiamo assistito a privatizzazioni e fusioni di imprese indiane con imprese inglesi, statunitensi, giapponesi e australiane. Così come in Cina, anche in India c’è stato uno spostamento del baricentro del potere dal centro alla periferia.
La Cina è spesso descritta come la «fabbrica del mondo». L’india è stata invece dipinta come il paese scelto dalle imprese high-tech per le loro strategie di decentramento produttivo….
La Cina è la fabbrica del mondo, anche se stiamo assistendo a un fenomeno molto importante per valutare se riuscirà a rimanere tale. Le imprese tessili, quelle che producono componentistica elettronica «povera», come i microprocessori, hanno cominciato a preferire paesi, come il Vietnam, dove i salari sono più bassi che in Cina. Imprese di Taiwan, ad esempio, dopo aver aperto fabbriche che producevano microprocessori o componenti dell’elettronica di consumo in Cina, ora le stanno spostando in altri paesi sempre dell’area. Questo per dire che molte nazioni ambiscono a diventare la «fabbrica del mondo» e che la Cina dovrà in un prossimo futuro fronteggiare la loro concorrenza.
Una «fabbrica del mondo» basata su uno sfruttamento intesivo della forza-lavoro che ricorda la rivoluzione industriale in Europa. Giornate di lavoro che sai quando iniziano e non quando finiscono, salari al limite della sussistenza, assenze di garanzie sulla pensione o sulla copertura sanitaria, mentre il sindacato ufficiale ha garantito, con le buone o le cattive, la disciplina della classe operaia. Ora le autorità politiche di Pechino dicono di volere puntare sulla green-economy, l’alta tecnologia, il software, le telecomunicazioni, facendo leva su un nutrito esercito di laureati in materie scientifiche. Siamo ancora agli inizi del passaggio da un’economia vocata all’esportazione a una economia con intenzionalità egemoniche ed è difficile intravedere se i propositi di Pechino avranno successo. Mi limito quindi a sottolineare che gran parte delle risorse finanziarie affluite nei forzieri di Pechino o del potere locale vengono dalle concessioni delle terre alle imprese private.
Queste moderne enclosures hanno impoverito centinaia di milioni di contadini cinesi. Anche in questo caso, possiamo stabilire analogie con la rivoluzione industriale, evocando così le enclosures delle terre comuni nell’Inghilterra del diciottesimo secolo. Ma a differenza di allora, le terre sono state date alle imprese private per insediare fabbriche in cambio di indennizzi che il potere politico vuol investire in faraoniche opere che dovrebbero modernizzare il sistema dei trasporti, delle telecomunicazioni, dell’approviggionamento idrico. Questo vuol dire favorire economicamente le imprese tradizionali, come quelle delle costruzioni, dell’acciaio.
L’India non ha puntato sull’high-tech. Più prosaicamente, le imprese multinazionali l’hanno scelta come backoffice dei servizi offerti al cliente. Gli indiani parlano l’inglese e molti call center di imprese anglosassoni e statunitensi sono stati spostati nel mio paese perché i salari sono più bassi che altrove. Diverso è il caso del software, perché la fortuna del distretto di Bangalore deriva dal fatto che è in questa regione che si producono parte – alcune ricerche sostengono oltre il 65 per cento – dei programmi informatici delle software house globali. Detto questo, ho molti dubbi che l’India possa diventare la fabbrica del software del mondo.
Va cioè comunque specificato che la componentistica e il software prodotti in Cina o in India sono assemblati negli Stati Uniti o in altri paesi, che mantengono così il controllo del ciclo produttivo. Questo per dire che la crescita economica dei due paesi è stata sì significativa, ma dire che diventeranno le prossime due superpotenze rimuove il fatto che il potere a livello globale dipende anche da altri fattori, come la capacità diplomatica-militare di condizionare gli equilibri geo-politici. Non voglio certo negare uno spostamento di potere a livello mondiale. L’Urss è collassata e la Russia attuale deve la sua crescita solo grazie alle fonti energetiche nel suo territorio, gli Stati Uniti stanno vivendo una profonda crisi economica e sociale, L’Unione europea arranca. La possibile trasformazione dell’India o della Cina in superpotenze non è tuttavia un processo lineare. Ci sono fattori interni o esterni che la possono bloccare. In Cina, ad esempio, le «azioni di disturbo dell’ordine pubblico», cioè gli scioperi e le rivolte, sono diventate così frequenti che ormai anche Pechino le ammette apertamente per il timore che potrebbero far saltare il progetto di società armonica perseguito dal partito comunista cinese. In India, c’è una guerriglia naxalita che si sta estendendo a tutto il paese e che vede come protagonista un partito comunista che potremmo definire maoista.
I conflitti sociali e di classe potrebbero però favorire evoluzioni della situazione impensabili fino al giorno prima. Le imprese indiane e cinesi non hanno certo una grande capacità di produrre innovazione tecnico-scientifiche, di progettazione, di politiche tese a valorizzazione il brand. Inoltre, la divisione internazionale del lavoro non è un elemento statico, ma dinamico. I conflitti sociali potrebbero cioè accelerare alcune tendenze, come la scelta di Pechino di investire in settori come la ricerca scientifica, le biotecnologie, la microelettronica. Oppure costringere il governo di New Dehli a favorire settori come l’industria automobilistica, della cantieristica. Infine, la divisione internazionale del lavoro deve contemplare una variabile, quella del potere politico. Non crede?
Io dico che c’è un problema di democrazia. L’India ha un sistema politico democratico che potrebbe favorire un’evoluzione che garantisca una crescita economica maggiore di quella cinese. In Cina invece non c’è democrazia e i conflitti sociali non hanno il luogo per essere ricomposti. Ma c’è un aspetto che però accomuna i due paesi: la corruzione. Un fenomeno talmente diffuso che è diventato parte integrante dell’attività economica. Questo potrebbe far implodere i due paesi. Per il resto, penso che uno sviluppo economico di tipo capitalistico senza democrazia rischia di inaridirsi, perché la democrazia garantisce la circolazione delle idee, fattore sempre più importante nello sviluppo economico.

Benedetto Vecchi ,La tigre E IL DRAGONEultima modifica: 2010-05-27T14:22:04+02:00da mangano1
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