Giulio Sapelli, Milano è già nel futuro globalizzato. Ma ha perso la coesione sociale

IL MANIFESTO, L’ORGOGLIO E IL CORAGGIO CIVICO
Milano è già nel futuro globalizzato. Ma ha perso la coesione sociale
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Il «Manifesto per Milano, Il coraggio e l’orgoglio» e soprattutto il dibattito che ne è seguito, mi induce a dare un modesto contributo alla discussione. Io credo che i problemi di Milano non siano i problemi di una città in decadenza e in declino, ma quelli, invece, di una città in transizione e in evoluzione verso un futuro sovradeterminato dalla globalizzazione e dal modo in cui le città nella stessa globalizzazione si inseriscono grazie al loro passato storico. Se si effettua una riflessione comparata sulle città europee si rimane sorpresi dal fatto che Milano resiste in modo molto più significativo alle sfide della globalizzazione di quanto non accada altrove. In primo luogo perché è un nodo polisettoriale di una rete globale profondamente inserita in Europa, grazie alla sua spiccata eterogeneità economica, all’elevata concentrazione dei servizi finanziari e alla rete fittissima di scambi internazionali. Milano, ed è questo che non si legge nel Manifesto, rappresenta un modello misto e composito di transizione al post-industriale con una terziarizzazione molto più spinta che altrove e con una delle percentuali di occupati nel mondo della finanza che è tra le più alte al mondo. Il dato straordinario di Milano è che a fianco di ciò essa ha sviluppato un’industria creativa export-oriented tra le più raffinate al mondo, conservando nello stesso tempo un’economia urbana caratterizzata da un tessuto diffuso di industria manifatturiera, di piccole e medie attività commerciali e artigiane. Milano ha evitato così il destino delle città legate a un singolo settore economico, che si sono rivelate molto più vulnerabili alle oscillazioni delle forze economiche globali. La vera questione su cui riflettere è come ciò sia potuto accadere. La ragione di ciò è la trasformazione che è avvenuta alla fine del XX secolo sia nel settore industriale sia in quello terziario grazie a una forte integrazione tra terziario avanzato, industria e servizi.

Milano produce un decimo del Pil italiano, la sua provincia, con quella di Monza e Brianza, è la prima area per produzione di ricchezza, oltre a essere la prima in termini di Pil pro capite con il 50% in più rispetto alla media nazionale. Non capisco come si possa affermare che ci stiamo allontanando dall’Europa quando deteniamo il 20% dell’import e il 12% dell’export italiano complessivamente considerato in valore. Infine, Milano concentra l’industria finanziaria del Paese, con il 17% delle banche con sede nel territorio italiano, il 18% dei depositi e il 29% degli impieghi. Nulla dico sul fatto, che pur vorrà dire qualcosa, che Milano ospita uno dei principali centri fieristici mondiali, sia per quota di manifestazioni sia per quota di visitatori.

Il destino di Milano quindi è il destino dell’Europa nella globalizzazione perché Milano è l’interfaccia tra l’universo economico e sociale italiano e il sistema sovranazionale. E questo interfaccia è l’ordito del tessuto urbano, che è altresì caratterizzato dalla percentuale elevatissima di imprese a partecipazione estera

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Milano è stata definita da studiosi attenti come Mauro Magatti e Costanzo Ranci come una «World City». Questo perché non si tratta solo di competitività internazionale definita su contenuti tecnologici medio alti, che sono predominanti a Milano, ma anche per l’incrocio di interconnessioni diversificate che sono state alla base di una transizione post-industriale specialissima e significativa, con una forte struttura universitaria. Comprendere questo vuol dire, però, uscire dai luoghi comuni, come quello della carente connessione trasportistica di Milano. Secondo le statistiche su Milano più avvedute, la nostra città è tra le meglio interconnesse dal punto di vista del trasporto aereo a livello internazionale, con una forte capacità manifesta di reagire alle oscillazioni di un’industria aerospaziale che ha subito rilevanti trasformazioni (si pensi, ad esempio, al modo straordinariamente efficace con cui Malpensa ha reagito all’abbandono dei voli Alitalia spingendo verso la liberalizzazione). Le carenze, semmai, sono da riscontrare sul piano della intermodalità dal punto di vista del rapporto tra Milano e il suo hinterland, per problemi di governance deficitaria e di scarsa fiducia nell’apertura al mercato sul piano del finanziamento delle opere infrastrutturali. I veri problemi di Milano non sono evocati nel Manifesto. Quali sono?

Il primo di essi è l’enorme disuguaglianza sociale. L’1% della popolazione possiede il 40% della ricchezza milanese e Milano è tra le città più disuguali al mondo. Il secondo problema è l’impoverimento relativo delle classi medie in questo ultimo ventennio. Le classi medie milanesi, infatti, più che l’impoverimento assoluto subiscono una deprivazione relativa, perché le disuguaglianze e le distanze sociali tra i ceti aumentano notevolmente da molti anni. Questo fenomeno, unito all’abbassamento dei salari delle popolazioni operaie, crea una pericolosa disconnessione tra l’alta competitività economica della città e la sua bassa coesione sociale. Milano è città di universi segregati, che quando comunicano tra di loro lo fanno troppo spesso non per una reale cura dell’altro, ma per esigenze di spettacolarizzazione e di falsa coscienza. Questi sono i veri grandi problemi milanesi a cui si aggiunge il lento e inesorabile sgretolamento della sua borghesia civile e intellettuale. Infine, il problema della politica. Il lamento consueto del dominio romano su Milano è insostenibile. Questi ultimi anni, semmai, sono stati gli anni della marcia su Roma dei milanesi: deputati, ministri, primi ministri, addirittura un partito old fashion come la Lega integralmente lombardo al governo del Paese. Oltre all’ala portante del Partito delle Libertà. Anche il ceto politico di opposizione non difetta di rappresentanti e di rappresentanze che si fregiano di una spiccata milanesità. Certo, c’è un problema di etica pubblica e di morale privata. Ma questo è un problema nazionale, anzi— pensiamo alla truffa contabile della Grecia! —, europeo e mondiale. La decadenza dello spirito pubblico è forse il vero spirito dei tempi, unitamente, però, all’incessante, felice fiorire del non profit, della cooperazione, del volontariato. Diceva Charles Peguy che «la speranza è una virtù bambina». Basta prenderla per mano e camminare con essa.

GIULIO SAPELLI
22 maggio 2010

Giulio Sapelli, Milano è già nel futuro globalizzato. Ma ha perso la coesione socialeultima modifica: 2010-05-22T17:29:26+02:00da mangano1
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