Stefano Pistolini,Ma chi ha ucciso Malcolm X?

Ma chi ha ucciso Malcolm X?
di Stefano Pistolini – 28/04/2010

Fonte: Il Foglio

 

 

 

 

MALCOM X.pngEsce dal carcere il reo confesso, ma l’omicidio del leader afroamericano resta un mistero

La notizia che arriva da New York e spinge a rispolverare questa vicenda vecchia di quarantacinque anni, è che il sessantanovenne Thomas Hagan, ex militante della Nazione dell’islam, condannato come uno dei tre assassini di Malcolm X e unico ad aver confessato il delitto, usufruirà dal 28 aprile della libertà condizionale negatagli nei precedenti 16 appelli.
Hagan venne ferito subito dopo la sparatoria alla Audubon Ballroom di Washington Heights, il 21 febbraio del 1965, nella quale Malcolm “X” Little fu colpito e ucciso da 16 proiettili sparati da armi diverse, davanti agli occhi della moglie e dei quattro figli.

Hagan viene sottratto dai poliziotti alla folla inferocita e in sede processuale ammette la sua responsabilità nel delitto, scagionando gli altri due imputati (Muhammad Abdul Aziz alias Norman 3X Butler e Khalil Islam alias Thomas 15X Johnson), comunque condannati anch’essi all’ergastolo, ma presto scarcerati (Islam nel 1987 e Aziz due anni prima). Nel 1998 Louis Farrakhan, capo della Nazione dell’islam, nominò Aziz capo della sicurezza nella moschea n.7 di Harlem, la stessa in cui predicava Malcolm. Fin dal 1988 anche Hagan è autorizzato a lavorare fuori dalla prigione, con l’obbligo di passare due giorni alla settimana in un carcere di Manhattan, per il resto guadagnandosi la vita in un fast food. All’epoca del processo, Hagan proclamò d’aver ucciso il leader della lotta per i diritti dei neri perché lo riteneva un “ipocrita”, un traditore del leader spirituale della Nazione dell’islam, Elijah Muhammed. Ma la storia, come tutti i grandi misteri americani, è ben più complicata. Cerchiamo di riprenderne i fili e di aggiungere qualche particolare poco noto.

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Un documento imperdibile per comprendere l’atmosfera di insicurezza che regnava nell’entourage di Malcolm X nei giorni del suo assassinio è la testimonianza resa al gran giurì da sua moglie Betty Shabazz. Eccone la trascrizione:
“D: Signora Shabazz, lei era sposata con Malcolm X, giusto?
R: Sì.
D: Il 21 febbraio 1965 lei si è recata alla Audubon Ballroom di New York?
R: Sì.
D: Ricorda che ore fossero?
R: Non esattamente, ma prima delle tre.
D: E’ arrivata con suo marito, sola o con qualcun’altro?
R: Con qualcun’altro.
D: Vuole dirci con chi?
R: Preferirei non dirlo.
D: Comunque era accompagnata anche dai suoi figli?
R: Sì, tutti e quattro.
D: Si è seduta all’interno della sala?
R: Sì.
D: Dove?
R: Davanti, in un palco.
D: Guardando il palco, da che lato?
R: A destra.
D: Il primo palco accanto al palco?
R: Il secondo.
D: Chi c’era con lei nel palco?
R: Solo io e i bambini.
D: Quando si è seduta chi stava parlando sul palco?
R: Benjamin Goodman.

D: Ricorda di aver sentito la fine del suo discorso.
R: Sì.
D: Cosa avvenne quando finì di parlare?
R: Entrò mio marito.
D: Si avviò al podio?
R: Sì.
D: E disse qualcosa?
R: Sì, non ricordo cosa, gli abituali ringraziamenti.
D: Poi cosa avvenne?
R: Pochi istanti dopo qualcuno sul lato sinistro, non troppo indietro, si alzò in piedi e con voce forte ed eccitata disse una cosa tipo: “Levami le mani dalle tasche” o “non toccare le mie tasche”, o qualcosa del genere.
D: Quando ha sentito quelle urla s’è girata?
R: Sì, mi sono voltata e ho guardato.
D: Cosa ha visto?
R: Ho visto un uomo in piedi, di schiena, con una giacca color ruggine. Guardava alla sua sinistra.
D: Poi?
R: Ho sentito mio marito dire: “E’ tutto a posto, è tutto a posto”. Quelli della sua scorta intanto si avvicinavano per vedere cosa stesse succedendo.
D: Parla degli uomini incaricati di proteggere suo marito, giusto?
R: Sì.
D: Quelli che stavano in piedi davanti al palcoscenico?
R: Sì.
D: Dice che si mossero verso i disordini, verso il pubblico?
R: Sì.
D: E dopo che si mossero cosa è successo?
R: Ho sentito una serie di spari.
D: Cosa ha fatto?
R: Ho creduto che fosse quella gente lì in mezzo, e ho visto che tutti si buttavano per terra e allora mi sono abbassata pure io e ho tenuto giù i bambini, spingendoli sotto i sedili e proteggendoli col mio corpo.

D: Quindi ha smesso di guardare e s’è preoccupata di proteggere i bambini. Giusto?
R: Sì.
D: E quando si è tirata su e ha ricominciato a guardare, gli spari continuavano?
R: No.
D: E ha visto in faccia l’uomo con la giacca color ruggine?
R: No, l’ho visto solo di spalle.
D: Ora le mostro le foto di tre uomini e le chiedo di dire se riconosce quell’uomo.
R: Non sono in grado di dirlo.
D: Quindi non può dire se uno di questi uomini fosse quello con la giacca ruggine?
R: Non posso, ma non era un uomo molto robusto e perciò questo qui lo escluderei.
D: Lei esclude che l’uomo di questa foto possa essere la persona di cui stiamo parlando.
R: Sì, non è lui. Quell’uomo non era così grosso.
D: Quindi conferma di non poter identificare quella persona in una delle fotografie che le ho mostrato?
R: E’ così.
D: Almeno riconosce qualcuno dei tre uomini nelle fotografie che le ho mostrato?
R: Non ne conosco i nomi ma li ho visti in giro. Conosco questo qui. Quando ero una Black Muslim l’avevo incontrato. Da due anni non sono più una Black Muslim.
D: E lo aveva visto nella moschea n.7?
R: Sì”.

“E’ il tempo dei martiri e io sarò uno di loro, per la causa della fratellanza: l’unica cosa che può salvare la nazione”. Questa frase preveggente viene pronunciata da Malcolm “X” Little due giorni prima di essere colpito sul palco della sala da ballo Audobon.
Malcolm ha solo trentanove anni, è nato nel Nebraska, a Omaha, nel 1925, figlio del reverendo Earl Little, ministro battista e attivista di Marcus Garvey e dell’Unia (la Universal Negro Improvement Association). La famiglia Little si trasferisce presto a Lensing, nel Michigan, dove la casa del reverendo viene bruciata, probabilmente dal Ku Klux Klan. Lui ne costruisce una nuova a East Lensing. Nel 1931, dopo una lite con la moglie, Earl s’allontana da casa. Lo ritroveranno morto alcune ore più tardi, vicino alla ferrovia urbana, col corpo dilaniato dalle ruote del treno. Le autorità parlano di suicidio, ma nella comunità nera si è certi della responsabilità dei razzisti bianchi. La madre di Malcolm alcuni anni dopo finisce in manicomio e il ragazzo comincia a vagabondare tra orfanotrofi e riformatori. Dopo aver fatto numerosi lavoretti ed essersi spesso imbattuto nella legge per una serie di piccoli reati, Malcolm viene infine arrestato per possesso di arma da fuoco. In carcere si converte all’islam e aderisce al movimento dei musulmani neri della Nazione dell’islam. Comincia la leggenda, il cui atto finale consiste nell’assassinio nel 1965 e nelle complesse successive ripercussioni sociopolitiche.

***

Anche la casa di Malcolm viene distrutta da una bomba incendiaria, una settimana prima del suo omicidio. Ma perché quel giorno all’Audubon Ballroom i poliziotti letteralmente spariscono? Perché il completo fallimento nella protezione di Malcolm X? Perché non ci sono perquisizioni all’entrata? Perfino le sue guardie del corpo non portano armi. Manning Marable, docente di Studi afroamericani alla Columbia University, autore della nuova biografia “Malcolm X. A Life of Reinvention”, attesa per novembre e annunciata come piena di rivelazioni, sorprende quando dichiara che, alla fine, si dimostrerà come non ci sia stata una vera e unica cospirazione per uccidere Malcolm, quanto piuttosto una convergenza d’interessi nella sua eliminazione.
Ascoltandolo si comprende la plausibilità della sua tesi. Il primo a beneficiare dell’intrigo mortale, secondo Marable, è il dipartimento di polizia di New York e la sua sezione politica, il Boss (Bureau of special services), un ufficio che ha degli infiltrati sia nell’organizzazione di Malcolm sia nella Nazione dell’islam. Anche l’Fbi è interessata all’eliminazione di Malcolm X Little: voleva toglierlo di mezzo il più presto possibile e lo marcava stretto. Basti dire che Gene Roberts, uno dei responsabili della sicurezza di Malcolm X, era un poliziotto sotto copertura, descritto quel giorno mentre fa la respirazione bocca a bocca al leader rantolante.

Secondo il procuratore distrettuale, all’Audubon Ballroom nell’occasione sono presenti almeno altri tre poliziotti in incognito. Chi sono gli altri due? Non c’è mai stata una risposta.
Anche la Nazione dell’islam vede con favore la dipartita del leader nero. Lynwood X, uno dei leader del New Jersey della Nazione, siede in prima fila alla Audubon Ballroom. Arriva presto, per assistere alla manifestazione, e viene preso da parte da Benjamin 2X, stretto collaboratore di Malcolm, e da Ruben X Francis, capo della sicurezza. Lynwood dirà di aver parlato solo dell’imminente discorso di Malcolm. Ma Marable sostiene che il suo ruolo quel giorno sia più rilevante di quello di un semplice spettatore. Thomas Hagan, l’uomo che sta per essere scarcerato, viene colpito con un colpo di pistola da Ruben X, mentre fugge dopo aver sparato a Malcolm X: anni dopo confesserà al suo imam, in prigione, che il fatale appuntamento alla Audubon Ballroom fu preceduto da una meticolosa preparazione di una settimana. Alcuni membri della Nazione dell’islam conoscono nei minimi particolari i preparativi fatti dalle due organizzazioni di Malcolm per la manifestazione. Infine c’è un terzo “polo” interessato alla morte di Malcolm: alcuni membri delle stesse organizzazioni di cui è alla testa. Diversi di loro sono contrariati dai cambiamenti introdotti. Ci sono tensioni tra Oaau (Organization of Afro-American Unity) e Muslim Mosque Incorporated.

Molti uomini e donne hanno lasciato la Nazione dell’islam per seguire Malcolm, la cui evoluzione politica, però, è in un’accelerazione difficilmente condivisibile. A fianco ai temi dell’autodeterminazione e del nazionalismo nero, Malcolm adotta una prospettiva panafricana e internazionalista e abiura dalle posizioni di radicale sessismo patriarcale che ha sostenuto come membro della Nazione, promuovendo ora l’avanzamento delle donne nella leadership della Oaau. I fratelli della Muslim Mosque non lo possono permettere: non gradiscono donne ai vertici della Oaau. Malcolm, del resto, è ormai la figura più importante prodotta dalla cultura afroamericana nel Ventesimo secolo. E’ il simbolo dell’America nera urbana, della sua indignazione contro il razzismo strutturale della società. Condivide con Garvey l’impegno per la costruzione di solide istituzioni nere e con Martin Luther King Jr. l’impegno per la pace e la libertà delle minoranze razziali. E’ il primo personaggio di rilievo ad attaccare il ruolo degli Stati Uniti nel sudest asiatico, e si oppone alla guerra del Vietnam già nel ’64, prima della maggior parte degli americani.
In sostanza, il biografo Marable si dice convinto che Norman Butler e Robert Johnson, catturati quel giorno insieme a Hagan, non c’entrino niente. Che i veri assassini di Malcolm X non siano stati né individuati, né condannati. E che sia indispensabile vengano resi pubblici i documenti governativi ancor’oggi secretati al riguardo.

E la collaborazione tra Alex Haley e Malcolm X per realizzare la sua celebre autobiografia, destinata a diventare un perenne bestseller? Come vanno le cose? Come mai Malcolm X sceglie questo giornalista free lance, all’epoca di scarso successo, ma che dall’“Autobiografia di Malcolm X” decollerà per il successo planetario di “Radici”? E’ sempre il professor Marable a fornire interpretazioni al riguardo. Secondo le quali l’accordo di collaborazione tra Malcolm e Haley copre circa un anno e mezzo. In genere s’incontrano a casa di Haley, o in un hotel, e Haley lo intervista. Malcolm parla, Haley prende appunti. Malcolm mette giù annotazioni e Haley le raccoglie al termine delle discussioni. L’obiettivo di Malcolm, nell’idea che si fa Haley, è quella di rientrare nella Nazione dell’islam, e possibilmente assumerne il comando. Pensa che può cominciare elaborando una qualche pubblica dichiarazione di fedeltà a Elijah Mohammad, rientrando così nelle grazie dell’organizzazione.

L’obiettivo di Haley è diverso. Lui è un nero repubblicano, a favore dell’integrazione. E’ contrario al nazionalismo nero. Vuole dimostrare come il separatismo razziale della Nazione dell’islam sia qualcosa di patologico, l’estremizzazione di una condizione di esclusione e isolazionismo. Vuole mostrare la negatività della Nazione. E che Malcolm, sia pure col suo carisma, riassuma in sé questi tratti negativi. Haley crede di poter creare un forte argomento a favore dell’integrazione razziale, mostrando all’America bianca le conseguenze del separatismo, che finisce per produrre solo odio. I due uomini, dunque, collaborano, ma con motivazioni assai diverse. Fin dall’inizio Haley si consulta con l’editore e il suo avvocato riguardo alle cose che Malcolm gli dice. E’ preoccupato, per usare il suo linguaggio, del presunto antisemitismo di Malcolm X. Comincia a riscrivere passaggi del libro, all’insaputa di Malcolm. Vuole pilotare la biografia, per conseguire i propri obiettivi politici. Provando a rispettare quelli di Malcolm.

***

Dopo l’assassinio di Malcolm X, un gruppo di ricche attiviste, tra le quali c’è Juanita Poitier (moglie dell’attore Sidney), fonda il Comitato madri preoccupate, raccogliendo fondi per comprare una casa e pagare le spese dei figli di Malcolm e Betty, che nel frattempo ha dato alla luce i due gemelli di cui era incinta al momento dell’attentato. Viene comprata una grande casa a Mount Vernon e Betty si dà da fare per garantire ai figli la migliore adolescenza possibile. I ragazzi vengono su in un ambiente benestante e confortevole, e frequentano scuole e circoli esclusivi, per lo più bianchi. Nel 1994, per la prima volta, Betty attacca apertamente la Nazione dell’islam per l’omicidio del marito. Louis Farrakhan respinge le accuse e chiede agli americani di considerare l’atmosfera di ostilità razziale come principale causa di morte di Malcolm X. Nel gennaio dell’anno successivo, la figlia di Betty e Malcolm, Qubilah Shabazz, viene accusata dalle autorità di Minneapolis d’aver tentato di assoldare un killer per uccidere Farrakhan, come vendetta per l’assassinio del padre. Il killer si rivela essere un informatore dei federali ma, tra la sorpresa generale, Farrakhan assume le difese di Qubilah, sostenendo che la donna sia stata manipolata dai federali per seminare tensioni nella Nazione dell’islam e in genere nella comunità afroamericana. Nel maggio del 1995 Betty Shabazz acconsente a una pubblica riconciliazione con Farrakhan, stringendogli la mano sul palco dell’Apollo Theater di Harlem, nel corso di un evento organizzato dalla Nazione, come raccolta fondi per la difesa legale di Qubilah.

Quella sera Farrakhan ammette per la prima volta il coinvolgimento della sua organizzazione nell’omicidio di Malcolm X, chiamando a corresponsabilità il governo e accusandolo d’aver strumentalizzato “l’ignoranza e il fanatismo nei ranghi della Nazione dell’islam e degli stessi seguaci di Malcolm” e di aver così creato “un clima che ha permesso che venisse ucciso”. Un tentativo di minimizzare il suo ruolo nell’assassinio che però mal si concilia coi tremendi attacchi che la Nazione dell’islam aveva rivolto a Malcolm, allorché si era staccato per fondare la Oaau e la Mulsim Mosque Inc., nel tentativo di sensibilizzare i neri sulle responsabilità del governo nel sabotaggio della loro lotta di liberazione. Più delle tardive ammissioni di Farrakhan, merita attenzione ciò che egli stesso scrisse sul giornale della Nazione dell’islam dieci settimane prima dell’uccisione di Malcolm X: “Solo coloro che vogliono finire all’inferno, o andare incontro alla rovina, possono dar retta a Malcolm”. Farrakhan e gli altri leader della Nazione nei loro discorsi aggredirono Malcolm. Nelle settimane precedenti all’assassinio, diversi componenti del suo team subirono aggressioni e alcuni vengono uccisi. Malcolm esce dalla Nazione dopo essere venuto a conoscenza dei costumi sessuali corrotti e degli interessi personali coltivati da Elijah Muhammad, capo della Nazione dell’islam. Subito dopo la morte di Malcolm, Muhammad lo apostrofa come un’ipocrita che ha avuto ciò che meritava. Le dichiarazioni di Farrakhan del ’95 vanno perciò lette come un tardivo tentativo d’agganciarsi all’aura che da anni circonda Malcolm X, in particolare tra i giovani. Le motivazioni sono chiare: nei suoi discorsi, Malcolm andava oltre i temi di rivendicazione razziale avanzati dalla Nazione, parlava dei popoli oppressi dentro e fuori gli Stati Uniti e invitava a quella partecipazione alla politica attiva da cui la Nazione si asteneva, in segno di rifiuto sociale. Un’imbarazzante ritrattazione, quella di Farrakhan, a prova della sua impotenza nel tentativo d’evitare che l’albatros – il cadavere di Malcolm X – soffochi il crescente oscurantismo della Nazione dell’islam.

Nell’ottobre del ’95, tuttavia, Betty Shabazz è tra gli oratori della Marcia di un milione di uomini organizzata da Farrakhan. Qubilah alla fine evita il carcere e accetta di sottoporsi a un trattamento psicologico e alla rieducazione per gli eccessi di droghe e alcol. Durante il ricovero, il figlio di Qubilah, il dodicenne che porta il nome del nonno Malcolm, va a vivere nell’appartamento di Betty, a Yonkers. Il finale di questa vicenda è fatale e abbacinante: a scriverlo è, ancora una volta, il fuoco. Il primo giugno del ’97 il piccolo Malcolm Shabazz dà alle fiamme l’appartamento della nonna. Betty soffre ustioni sull’ottanta per cento del corpo. Viene ripetutamente operata nel tentativo di salvarle la vita. Muore per le ferite il 23 giugno dello stesso anno.

Stefano Pistolini,Ma chi ha ucciso Malcolm X?ultima modifica: 2010-04-29T15:37:34+02:00da mangano1
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