Claudia Cucchiarato,«Vivo altrove», l’odissea giovanile dello spazio precario

da L’UNITA’
«Vivo altrove», l’odissea giovanile dello spazio precario senza aver paura
di Claudia Cucchiarato

 

 

 

precario 449e.jpegÈ milanese, si occupa di drammaturgia, ha ventinove anni e da più di cinque vive fuori dall’Italia. Ama il teatro, una passione che ha scoperto relativamente tardi, ma che lo ha preso come un colpo di fulmine. Dopo aver vissuto più di tre anni a Barcellona, studiando all’Universitat Autònoma e collaborando con alcune sale della città, nel febbraio del 2008 Davide ha deciso di trasferirsi con la fidanzata catalana a Berlino. La sua è la storia di un ragazzo inquieto che a Barcellona si è sentito a casa, molto più a suo agio di quanto si sentisse a Milano, ma che a un certo punto ha avvertito la necessità di spostarsi di nuovo, per non accontentarsi, per non sentirsi «arrivato», per continuare a cercare la propria strada.

A Berlino sta scrivendo la sua tesi di dottorato sulla «crisi del dramma nel teatro contemporaneo». «All’inizio del secolo scorso da un certo punto di vista sono andati in crisi i principi che avevano retto il dramma fin dai tempi di Aristotele. In poche parole, è entrato in crisi il sistema di rappresentazione. Ma non si tratta di una crisi creativa, è la crisi di un modello, un cambiamento nella concezione stessa del dramma». E non sono solo il teatro o la forma narrativa, la «produzione di senso», a cambiare. La spiegazione che Davide dà dell’argomento della sua tesi lo porta a riflettere sulla propria esperienza personale. Sul fatto che, sotto sotto, anche il modo in cui ha vissuto gli ultimi anni riflette il cambiamento in corso nella sua materia di studio e nella società in cui è cresciuto.

«L’idea di dover ricostruire tutto da zero appena arrivato in un posto non mi dà più nessun problema. Quello di ricominciare da capo è un bisogno che ho sentito sia a Milano, sia a Barcellona, sia a Berlino. All’inizio non è stato facile, sono partito dall’Italia un po’ controvoglia, stavo facendo cose interessanti, collaboravo con Laura Curino del Teatro Stabile di Torino, abbiamo fatto uno spettacolo per Report su Raitre, uno per il Piccolo di Milano… Ma era da tre anni che facevo l’assistente drammaturgo, avevo voglia di vedere cose nuove e di iniziare un progetto completamente mio. Pensavo che se non avessi fatto quel passo in quel momento, a ventiquattro anni, nel transito dalla laurea triennale alla specialistica, poi non sarebbe più stato possibile. Ho richiesto all’Università Statale una borsa di studio Erasmus per Barcellona, sapendo che il teatro catalano, e la drammaturgia in particolare, è molto attivo e ben finanziato.

Poco dopo essere arrivato in Catalunya, all’inizio del 2005, ho capito che non sarei più tornato in Italia. Il passo che all’inizio mi era costato tanto fare, è diventato quasi subito decisivo e definitivo». Oggi, con un bel po’ di traslochi sulle spalle (quattro case a Barcellona e tre a Berlino) e un buon bagaglio di partenze, arrivi e spostamenti, Davide dice di non riuscire più a fare progetti a lungo termine. Vive alla giornata, rolla sigarette di tabacco economico nelle cartine Ocb, ha imparato a mantenersi con poco e a non preoccuparsi per il futuro: un finanziamento, una borsa di studio, un premio, un lavoretto di traduzione o di redazione arriva sempre, basta non smettere di muoversi. Suo padre lo appoggia: nemmeno a lui piace Milano ed è orgoglioso dei risultati ottenuti dal figlio oltreconfine. La madre, invece, vorrebbe che tornasse «a casa» e mettesse su famiglia: «Da ricercatrice universitaria, sa che non avrò accesso facilmente al mondo accademico italiano, per questo mi sprona a finire il dottorato, ma anche a cercare subito un lavoro in un ambiente meno precario rispetto a quello del teatro».

Ma Davide non se la cava affatto male con i conti. Il primo anno a Barcellona campava felice con meno di 600 euro al mese. «Economicamente la mia situazione è sempre stata abbastanza precaria, eppure ce l’ho fatta e ce la faccio tuttora. Dopotutto avevo pochissime spese: 250 euro di affitto per una stanza in un appartamento in centro, da dividere con altre due ragazze e due gatti; e poi mi ero posto come limite di sborso 10 euro al giorno. Pranzi e cene solo in casa, feste da amici o direttamente in spiaggia. La spesa la facevo al mercato della Boqueria, sulle Ramblas: se sai dove cercare e quali sono le bancarelle più abbordabili, riempi il frigorifero con meno di dieci euro. E poi una birra in un bar con musica dal vivo non costava mai più di 2 euro.

A teatro ci andavo gratis. Al cinema solo alla filmoteca. Con 10 euro ho arredato la mia stanza: il mercatino delle pulci del sabato a Els Encants è quasi meglio dell’Ikea… Sono arrivato a settembre del 2006 spendendo meno dei soldi in budget, avevo un avanzo di bilancio di un migliaio di euro. È stata un’esperienza utile, ho capito che in Italia, soprattutto a Milano, spendiamo molto più del necessario». Secondo Davide, i giovani emigrati contemporanei stanno in qualche modo anticipando i tempi, adattandosi alla «società liquida» teorizzata da Zygmunt Bauman. «Anche noi viviamo una crisi del dramma. Costruiamo programmi a corta distanza e non ci fasciamo la testa se non troviamo un’azienda che ci offre un contratto di lavoro a tempo indeterminatoNon si tende più a formulare un grande progetto di vita, ma si fanno tanti piccoli progetti a breve termine, più adattabili alle esigenze personali e contestuali.

Siamo dei piccoli Ulisse: manteniamo la nostra identità, ma riusciamo ad adeguarci a seconda del contesto. Abbiamo paura di vederci stabili e ricostruiamo un punto zero ancor prima di arrivare alla meta prefissata. E questa paura probabilmente viene dal modello di società in cui stiamo vivendo. La realtà italiana oltretutto ci dà ragione: sappiamo tutti che non valeva la pena rimanere lì, perché nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto nel mio settore, finiamo a occuparci di cose che non ci interessano e non troviamo un lavoro adeguato al percorso di studi fatto».

Ci sono persone che non soffrono quella che Davide chiama «sindrome di Ulisse». Alcune se ne difendono coscientemente, per paura di scoprire che l’alternativa «altrove» potrebbe anche piacergli e non saprebbero come affrontare la «crisi». Altre non ne soffrono perché non hanno avuto modo di conoscere realtà diverse e non sanno che potrebbero essere positive. Altre ancora non ne sentono il bisogno o non possono. «Il che è legittimo. Sono quelle che non vogliono per paura di mettere in discussione il propriomodo di vivere o il luogo in cui portare avanti i propri progetti che a un certo punto rischiano di esplodere».

29 aprile 2010

Claudia Cucchiarato,«Vivo altrove», l’odissea giovanile dello spazio precarioultima modifica: 2010-04-29T15:41:43+02:00da mangano1
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