Ida Dominijanni,DOPO il Moderno

DA il manifesto

 

 

 

 

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DESTRA E SINISTRA, LA POSTA È IL SOGGETTO
DOPO il Moderno
Genealogia della coppia più variegata e controversa della storia politica dell’Occidente, rivisitata con le lenti della globalizzazione e messa alla prova del laboratorio italiano. L’ultimo libro di Carlo Galli, una scommessa sulla fioritura del soggetto e sulla capacità progettuale della politica
Sono passati sedici anni da quando una «saggina» Donzelli firmata da Norberto Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, decretò, con il suo straordinario successo editoriale, la persistente attualità di questa basilare coppia ordinatrice del campo ideologico-politico, contro le interpretazioni che già da qualche lustro la davano per obsoleta se non per scaduta. Tanto per ricordare qualche coordinata di tempo e di spazio, eravamo nel ’94, alle prese, qui in Italia, con la «scesa in campo» di Berlusconi e con tutto quello che ne conseguiva per la ridefinizione del suddetto campo ideologico-politico, già terremotato e stravolto nei suoi lineamenti classici dal crollo del Muro di Berlino nell”89 e dell’Unione sovietica nel ’91, nonché dalla conseguente esplosione della globalizzazione sotto le insegne del neoliberismo e del trionfo planetario della democrazia. Sedici anni dopo, in Italia la destra una e trina aggregatasi nel ’94 ha dispiegato tutta la sua potenza egemonica ma ha anche infilato, come dice la cronaca dell’ultimo anno e di questi ultimi giorni, il viale del tramonto; la stagione espansiva della globalizzazione economica e della democrazia politica si è scontrata con il crollo delle Torri gemelle nel 2001, le guerre conseguenti e la crisi del turbo-capitalismo finanziarizzato; e ciò che sempre più vagamente chiamiamo sinistra sembra ritrovare una qualche sua narrazione più negli Stati uniti di Obama che in Europa. Sotto queste mutate coordinate torna sul tema destra-sinistra Carlo Galli, con un «nocciolo» Laterza, Perché ancora destra e sinistra, novanta brevi ma densissime pagine (9 Euro) che di nuovo puntano a riconfermare la validità concettuale e politica della coppia destra-sinistra, ma da un altro punto di osservazione e seguendo un altro percorso.
Il punto di osservazione – lo stesso della produzione più recente di Galli, da Spazi politici e La guerra globale in poi – è quello di uno studioso del Moderno, che proprio perché del Moderno conosce la logica sa diagnosticarne e ne diagnostica, senza nostalgie, anche la fine. L’interrogazione sul futuro della coppia destra-sinistra nasce su questo bordo accidentato di una politica ormai largamente post-moderna, che resta però indebitata con l’apparato categoriale e storico della modernità senza riuscire a farsene compiutamente erede. Stare su questo bordo è difficile, ma è anche l’unica posizione che consenta di confrontarsi con il lascito e il destino delle categorie moderne senza cedere né al rimpianto né alla fretta liquidatoria: tornando piuttosto al loro nocciolo originario e verificando se e come esso possa non sopravvivere in una illusoria continuità, ma ri-vivere in una dichiarata discontinuità delle condizioni storiche. Nel caso in questione, non si tratta di ritrovare e riaffermare identità, contenuti e formule tradizionali della sinistra e della destra, tutti ampiamente trasfigurati dal passaggio al postmoderno, ma di riscoprire una radice concettuale dell’opposizione destra-sinistra in grado di riattivarne la produttività dentro questo passaggio e questa trasfigurazione.
Questa radice affonda, secondo Galli, nel cuore stesso dello statuto del Moderno, e precisamente in quella tensione fra «disordine come dato e ordine come esigenza» da cui nasce, da Hobbes in poi, l’intero edificio politico della tradizione occidentale. E’ rispetto a questa tensione che sinistra e destra si dispongono e si schierano: l’una, erede del razionalismo e dell’illuminismo, dalla parte del soggetto, in cui riconosce un «seme di razionalità» che spetta alla politica «far fiorire» e sviluppare progettualmente; l’altra dalla parte dell’instabilità del reale, di un’anomia e di un disordine che il soggetto subisce o di cui non riesce a farsi misura ordinatrice. E dunque, la sinistra dalla parte di una antropologia positiva, la destra di una antropologia negativa; la sinistra dalla parte di una «democrazia umanistica» che realizzi nella pari dignità di tutti la libera espressione di ciascuno, la destra dalla parte della continua invocazione di un ordine trascendente (Dio, natura, storia, tradizione, nazione, razza…) capace di imporsi sull’umano disordine; la sinistra dalla parte della progettualità e della normatività della politica, la destra dalla parte della casualità, del nichilismo, del decisionismo; la sinistra dalla parte della trascrizione in diritti del nucleo libero e uguale proprio della natura umana, la destra dalla parte del contenimento gerarchico delle differenze; la sinistra dalla parte di un universalismo inclusivo che sopporta lo sradicamento in nome della libertà, la destra dalla parte di un comunitarismo che radicando disciplina e controlla.
Si tratta dunque di una radice davvero originaria, e se vogliamo perfino o apparentemente minima, che proprio in quanto affonda in due basilari e opposte concezioni dell’umano, della razionalità e della progettualità politica per un verso divide appunto radicalmente il campo, per l’altro verso comprende e non osta a un dispiegamento storico di forme, contenuti e prassi assai diversificato, e perfino contraddittorio, sia nel campo della destra sia nel campo della sinistra. Se infatti si abbandona questo criterio genealogico, e si segue invece l’andamento storico della destra e della sinistra dal Settecento ai giorni nostri, ci si trova di fronte a una variegatissima fenomenologia, che a giudizio di Galli conferma ma complica la differenziazione dei due campi secondo coordinate valoriali (differenza o uguaglianza), politiche (autorità o liberazione, gerarchia o autonomia, Stato o individuo), temporali (conservazione o progresso) proposta da Bobbio – che notoriamente poneva l’uguaglianza a discrimine fra sinistra e destra – e in modo più articolato da Marco Revelli (Sinistra Destra. L’identità smarrita, Laterza 2007). Le «destre possibili» che compaiono sulla scena fra il 1789 e il 1848 sono subito almeno tre e diversificate: la destra radicale, anti-individualistica e anticapitalistica di Maistre e Bonald, la destra orleanista e conservatrice dell’iniziativa individuale e della selezione sociale, la destra bonapartista e plebiscitaria di Napoleone III, germi delle molte destre successive, «che sono state e sono conservatrici, passatiste, reazionarie, ma anche avanguardiste, rivoluzionarie, moderniste e futuriste; autoritarie, totalitarie, ma anche anarcoidi; statalistiche e liberiste; organicistiche e individualistiche», e diversamente collocate rispetto alla concezione dello spazio politico, dell’economia, del popolo, dell’individuo. Lo stesso vale per la sinistra: se fin da subito, fra il 1789 e il 1848, se ne manifestano le tre forme storiche principali – i liberali, razionalisti e illuministi; i democratici radicali, egualitari e moralisti; i socialisti, utopisti marxisti e anarchici -, anche in questo caso ne discende un universo estremamente variegato, sia rispetto alla concezione della soggettività (il soggetto liberaldemocratico titolare di diritti individuali, il soggetto marxista dell’emancipazione collettiva), sia rispetto alla concezione dello Stato (strumento di oppressione di classe, strumento di giustizia sociale), sia rispetto alla concezione dello spazio politico (nazionale o internazionalista), sia rispetto alla concezione della liberazione e della libertà e all’uso della coercizione e del disciplinamento (la storia del comunismo reale insegna). La riattivazione della coppia destra-sinistra non può passare dunque, secondo Galli, per la riproposizione contenutistica di questa o quell’altra esperienza, ma per la riattualizzazione della radice originaria di cui sopra: in altri termini, di un progetto incentrato sul «fiorire del soggetto» – sia pure di un soggetto ripensato alla luce delle filosofie post-umanistiche e decostruttive, Foucault e Derrida in testa senza tralasciare Freud – e sulla progettualità della politica (magari depurata da un eccesso di fede nella razionalità illuministica: ma di questo Galli non dice). Troppo poco?
Nient’affatto, se dalla storia lunga dell’Occidente ci caliamo nella storia breve del laboratorio italiano degli ultimi vent’anni, che Galli tratta giustamente come caso estremamente sintomatico della vicenda destra-sinistra a cavallo fra moderno e post-moderno: perché nella dimensione locale, o nazionale, italiana si riflettono tutti i grandi cambiamenti innescati dalla globalizzazione (derubricazione del lavoro e fine del fordismo, crisi dello Stato e del compromesso socialdemocratico, centralità dei consumi, indebolimento del soggetto, fine della distinzione pubblico-privato e norma-eccezione, riduzione della cittadinanza e esclusione dei «diversi»), e perché nella destra italiana post-’94 si concentrano davvero tutte le «destre possibili» oggi attive nel continente europeo, con in più l’«eccezione» berlusconiana, case study eccellente, a sua volta, di una politica compiutamente trasformata in bio-politica, di una rappresentanza compiutamente dissolta nella rappresentazione, di un rapporto governanti-governati compiutamente trasceso nell’unione mistica fra sovrano e popolo, di un regime del vero e del falso compiutamente travolto dalla pratica della simulazione e dalla tecnica televisiva della fiction. In Italia forse più che altrove si pone l’urgenza di riattivare, dentro questo groviglio di cambiamenti, «l’alternativa fra anomalia e norma, eccezione e legalità, autorità e libertà, chiacchiera o propaganda e responsabile presa di parola, disuguaglianza e uguaglianza, vita associata progettata e coacervo di relazioni fra diseguali», nonché fra il potere ultimativo dell’economia capitalistica e «la centralità e la dignità dei soggetti affermate nella politica». Alla fine della parabola del Moderno ritroviamo, come all’inizio, il soggetto: «se il soggetto non più trascendentale, ma neppure soltanto decostruito dalla critica né reso dalla prassi una larva ideologica, un’entità solo sentimentale o uno spettatore, sarà ancora – nella sua vita, nella sua riproduzione, nel suo modo d’amare, nella sua malattia, nel suo soffrire, nella sua morte – il campo di battaglia fra l’autorità minacciosa e minacciata e la libertà, destra e sinistra avranno vita oltre il Moderno», e anche nel piccolo e sintomatico laboratorio italiano.

Ida Dominijanni,DOPO il Modernoultima modifica: 2010-04-28T17:36:45+02:00da mangano1
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