Vale Calderone, Carcere-giustizia

da  NOTIZIE RADICALI

 

 

 

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CARCERE-GIUSTIZIA: RUBA UNO ZAINO, SI SUICIDA DOPO LA CONDANNA A 5 ANNI. PAVIA: PER OTTENERE VISITA DEL DENTISTA, DETENUTO TENTA IL SUICIDIO. CREMONA: CARCERE AL COLLASSO. GIUSTIZIA: IL CARCERE CHE UCCIDE MISURA DEL FALLIMENTO DELLO STATO, FP-CGIL

di Valentina Calderone

Giustizia: ruba uno zaino, si suicida dopo la condanna di 5 anni
di Valentina Calderone

Giovanni Lorusso, 41 anni, viene trovato senza vita nel carcere di Palmi il 17 novembre 2009. L’ipotesi accreditata, al momento, è il suicidio. Un suicidio annunciato (non era la prima volta che provava a togliersi la vita) anche se, a noi, verrebbe da dire un suicidio indotto. Indotto da una serie di drammatiche circostanze che evidenziano come la storia di Giovanni Lorusso sia segnata da tutte le iniquità che affliggono il nostro sistema carcerario. Lorusso aveva un passato di piccola criminalità e devianza, insieme a problemi di tossicodipendenza.
Questa volta era finito in carcere per il furto di uno zaino su una spiaggia di Rimini. Per questo reato, su cui ha pesato come un macigno la condizione di recidivo, è stato condannato all’enormità di 4 anni e 5 mesi di reclusione. L’ultima carcerazione di Lorusso ha subito l’iter che la maggior parte dei detenuti si trova ad affrontare: il continuo trasferimento da un carcere all’altro, in luoghi sempre più lontani da quelli di residenza. Prima a Rimini, poi ad Ariano Irpino e, infine, a Palmi, in Calabria.
La sorella di Giovanni, Maddalena, abita a Milano: Lorusso ha più volte chiesto di essere trasferito in Lombardia, perché Maddalena era l’unico affetto rimastogli e la sola persona che continuava ad occuparsi di lui. Nonostante questo suo desiderio fosse rimasto disatteso, Lorusso si aspettava da lì a pochi giorni la concessione della detenzione domiciliare presso la comunità terapeutica Il Gabbiano. Effettivamente a questa richiesta il 16 novembre era stata data risposta affermativa, ma – per problemi burocratici, amministrativi, di incomunicabilità tra uffici? – non gli era stata notificata.
È morto così, il giorno 17, nella solitudine e nella disperazione, forse convinto di dover rimanere in quel carcere per chissà quanto tempo ancora. La sorella, tuttavia, non riesce a credere nel suicidio. Lorusso, il 3 novembre, le aveva scritto una lettera: denunciava di essere in isolamento da più di quindici giorni, confessava di avere provato a togliersi la vita senza avere avuto il coraggio di andare fino in fondo, raccontava di patire il freddo a causa di una finestra rotta, diceva che le ferite alla mano non se le era procurate dando un pugno contro il muro ma che erano il risultato di colpi inferti da agenti.
Ne aveva parlato con il suo avvocato, Martina Montanari, e le aveva chiesto di denunciare tanto i poliziotti quanto il direttore del carcere. Ad Ariano Irpino lui non ci voleva più stare e, anziché essere avvicinato a casa (come da suo diritto), viene allontanato ancora di più e mandato in Calabria. Di questo ennesimo spostamento non è stata data comunicazione né alla famiglia né all’avvocato e a tutt’oggi ancora non se ne conoscono i motivi.
Oltretutto Lorusso era in attesa della risposta alla sua richiesta di scarcerazione. Qual è stato, quindi, il senso di quell’ulteriore trasferimento? Forse piegare fisicamente e mentalmente una persona che aveva già dato segni di fragilità? Non è il solo mistero: i suoi effetti personali non sono mai stati riconsegnati alla famiglia e soprattutto restano, non spiegati in alcun modo, quei segni sul suo corpo, quegli ematomi e quelle lesioni che la sorella ha potuto nitidamente vedere durante il riconoscimento.
E resta un dato comunque atroce: il sistema penitenziario sembra fatto di atti e omissioni, pressioni e carenze, meccanismi di disciplina e intimidazione, procedure di spersonalizzazione e mortificazione, tali da determinare – in un numero crescente di casi – la pulsione all’autolesionismo. (www.innocentievasioni.net)

Pavia: per ottenere visita del dentista, detenuto tenta il suicidio
di Maria Fiore

Sei pastiglie di tranquillanti per attirare l’attenzione sul suo caso: da due mesi il detenuto aveva chiesto, senza successo, di essere visitato da un dentista. Lo hanno salvato in ospedale. Ma altri ospiti di Torre del Gallo ora minacciano la rivolta. Da gennaio l’Azienda ospedaliera, da cui dipende la sanità all’interno del carcere, ha fissato un limite di ore per le prestazioni specialistiche. Risultato: per un dentista ci vogliono tre mesi.
Uno per l’otorino. E da due mesi manca del tutto il cardiologo. Ha lasciato la struttura perché dice di non riuscire più a fare il suo lavoro: 4 ore al mese per visitare un centinaio di pazienti con problemi di cuore. Alcuni reclusi hanno già messo in atto forme di protesta individuali. Come il detenuto che, l’altra sera, ha tentato il suicidio prendendo sei pastiglie di tranquillanti ed è stato portato in ospedale per una lavanda gastrica.
I medici specialisti in realtà ci sarebbero (ad eccezione del cardiologo) ma non riescono a far fronte alla domanda di tutti i detenuti. Dal primo gennaio, come confermano dalla stessa Azienda ospedaliera, è cambiato il meccanismo che regola le visite. Prima i medici venivano pagati a prestazione. Ogni giorno della settimana era dedicato a uno specialista: il cardiologo, l’otorino, l’oculista, lo psichiatra, l’infettivologo, il radiologo e il dentista. Poi è stato deciso di pagare i medici a ora, fissando però un limite massimo di ore al mese per ogni specialista.
Per fare un esempio, l’otorino ne ha a disposizione quattro ogni mese. In questo tempo deve visitare le decine di detenuti con bronchiti o polmoniti, malattie piuttosto frequenti in un carcere. Il tetto delle ore è stato fissato in base all’andamento degli anni precedenti, ma la natura del carcere di Pavia (che come casa circondariale ha una popolazione detenuta in “movimento”) sembra richiedere altri criteri.
È inadeguato anche l’organico “fisso” del carcere, composto da un medico di guardia per turno, per coprire un servizio di 24 ore su 24 (per legge dovrebbe essercene uno ogni 200 detenuti, invece a Pavia i detenuti sono 450), il direttore sanitario e quattro infermieri. Alcuni medici specialisti hanno già rinunciato a fornire le loro prestazioni per il carcere. Oltre al cardiologo, è andato via anche l’oculista, che però è stato già rimpiazzato con un medico dell’Azienda ospedaliera.
Il direttore sanitario del carcere, Pasquale Alecci, sentito sull’argomento, non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Si sono invece fatti sentire, attraverso lettere al giornale, gli stessi detenuti di Torre del Gallo. Le lamentele rischiano ora di diventare rivolta. Anche perché la situazione sanitaria si intreccia con il problema del sovraffollamento.
I reclusi da due giorni hanno già avviato lo “sciopero del carrello” (rifiutano il vitto) contro la scelta di introdurre un terzo detenuto nella cella di 7 metri quadri che fino all’altro ieri ospitava due persone. “La situazione rischia di diventare invivibile – dicono i detenuti – soprattutto per chi soffre di disturbi cardiaci, claustrofobia e stati d’ansia”. (da “La Provincia di Pavia”)

Cremona: detenuti oltre il limite tollerabile, il carcere al collasso

Carcere di via Cà del Ferro al collasso. Come mai è capitato nella sua storia ormai ventennale. Lo dicono i numeri, che delineano un record tutto da dimenticare: il massimo di detenuti e il minimo di agenti operativi, costretti da anni a lavorare sui tre quadranti (otto ore al giorno) anziché sui quattro previsti da contratto. Nella casa circondariale di Cremona i detenuti in questi giorni oscillano tra le 310 e 320 unità a fronte di una capienza regolamentare di 196 reclusi (fissata al momento del varo del carcere, nel 1992) e di una capienza tollerata di 300 detenuti. Le sezioni attive sono cinque su sei. Quanto agli agenti, dei circa 160 che dovrebbero prendere parte ai servizi, se ne contano soltanto 135 davvero operativi (Asca).

Giustizia: il carcere che uccide misura del fallimento dello Stato
Francesco Quinti e Daniele Scalzo, Fp-Cgil Polizia Penitenziaria

Cinquantacinque morti dall’inizio di quest’anno, venti per suicidio, mille e seicentosedici persone detenute decedute nel carcere negli ultimi dieci anni.
In questo stesso arco temporale, più di settanta sono stati gli agenti di polizia penitenziaria che si sono tolti la vita, molti altri congedati per patologie invalidanti riconosciute da cause di servizio o in funzione di queste costretti a passare a ruoli amministrativi. In carcere si muore ogni giorno, e il governo e la sua maggioranza parlamentare fanno finta di non accorgersene.
Alle oltre 67.000 persone attualmente detenute – in costante aumento, su 43.000 posti effettivi – nei 207 istituti penitenziari del paese, e al mondo del lavoro in carcere, sempre più ridotto nel numero che compone le diverse professionalità, della sicurezza come di quelle socio educative ed assistenziali, costretto a lavorare in condizioni intollerabili, il Governo Berlusconi tenta invano di rispondere opponendo solo e sempre il famoso e fumoso piano carceri, di cui si parla invano da circa 14 mesi, ma che ad oggi nessuno ha ancora avuto modo di apprezzare concretamente.
Nessuna capacità e disponibilità a valutare percorsi riformatori e opzioni strutturali, ben più incisivi e necessari del piano di edilizia penitenziaria nel lungo periodo, ritenuti essenziali per stabilizzare il sistema e garantire l’affermazione piena dei diritti universali e di cittadinanza, ma anche per offrire una migliore qualità del lavoro agli operatori coinvolti.
Una propaganda che reagisce e tenta di spostare l’attenzione dalle criticità del carcere e dai problemi reali denunciati dai lavoratori negando di fatto l’evidenza, il diritto alla vita delle persone e le proposte del sindacato per assecondare logiche e politiche securitarie che oltre a condizionare pesantemente il mandato istituzionale affidato al sistema penitenziario, ormai privato della sua mission rieducativa, al contrario di quanto assunto non aumenta in alcun modo la sicurezza della cittadinanza.
C’è bisogno di rinnovare, ripensare l’istituzione penitenziaria, dotarla delle risorse necessarie, occorre implementare l’azione sindacale per affrontare un’emergenza che non è solo del carcere ma sociale, per ricondurre a legalità il sistema, riportare le condizioni di vita e di lavoro nel carcere ad una condizione quanto più possibile soddisfacente. È una battaglia di civiltà e di giustizia che da qui in avanti può e deve essere condotta dalla Cgil confederale e di categoria con grande impegno e altrettanta fermezza.

Vale Calderone, Carcere-giustiziaultima modifica: 2010-04-22T15:26:20+02:00da mangano1
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