Stefano Rolando, Riflessioni dopo

[Circolo Rosselli Milano] Riflesssioni dopo. Sul dopo. E un’attenzione specifica a Milano.(STEFANO ROLANDO)

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La rivendicazione da parte di Umberto Bossi di guidare Milano, la capitale del suo regno – legittimo obiettivo per chi ha costretto l’alleato a cedergli già la guida di Piemonte e Veneto e dargli una preminenza nel suo territorio di maggior radicamento, la Lombardia – dovrebbe aver fatto fare riflessioni reattive a qualcuno.
Avevo promesso qualche spunto post-elettorale su Milano e la Lombardia. Mi pare che si sono ampliate le ragioni (mi scuso tuttavia se la breve vacanza pasquale rende lettera e allegato un materiale un po’ più ampio del previsto).
Penso che il centro-destra ora avrà qualche mese per frizionare su questo terreno di leadership. Lasciando a Roberto Formigoni tutta la difficoltà di tradurre in una governance accettabile il livello di scontro sotterraneo che si è espresso nel quadro dell’esito delle regionali: a Venezia i leghisti hanno invalidato Brunetta, a Lecco i ciellini (o comunque i pidiellini) hanno invalidato Castelli. Saranno mesi duri per loro. La ricandidatura di Letizia Moratti a Milano passa attraverso rapporti più lividi (bilateralmente) con la sua maggioranza. E’ vero che le risorse finanziarie sono una condizione del patto. Ma gli irrisolti locali (strategia, identità, attrattività, coesione, etica pubblica) aprono inquietudini.
E penso anche che saranno mesi duri per il PD che non solo deve uscire da scontri nazionali riesplosi (partito inclusivo o schieramento inclusivo, leadership che corrisponde ad apparato o a credibilità sociale,eccetera) ma che deve guardarsi in faccia in Lombardia e a Milano dove alla pareti, scadenza dopo scadenza, sono stati appesi i ritratti più scoloriti che la storia della sinistra qui ricordi. Saranno mesi duri per loro.
Verrebbe da dire: mesi dunque da utilizzare. Mesi da mettere al servizio di un progetto che restituisca al tema del rapporto tra società e politica alcune categorie che sono state gravemente dimenticate (ma non dalla Lega che ci ha seriamente lavorato sopra). Società e politica da ricondurre insomma al caso di Milano. Un contesto segnato dall’elettricità dei comportamenti di moda, ma in una certa pietrificazione dei codici che appartengono alla vita democratica.

Ho utilizzato la proposta del direttore di Mondoperaio Luigi Covatta  di realizzare sul numero 3/2010 un contributo ad una analisi aperta da Giuseppe De Rita sull’Italia in cui si sterilizza l’identità nazionale e si creano i poteri dei cacicchi e a cui hanno contribuito – con il loro pensiero ben più robusto del mio – in molti, tra cui Luciano Cafagna e Giorgio Rebuffa. Il fascicolo è in uscita in questi giorni.
Per ora si tratta di un appunto (qui un poco ampliato) più che di una analisi. Da un lato  un punto di maturazione della breve, intensa ma invalidata esperienza di campagna elettorale. E  forse anche un punto di partenza per una riflessione diciamo operativa che guardi a questi “mesi da utilizzare” nello spirito descritto. Almeno che guardi al bisogno di un luogo e un modo di approfondire quel bisogno di discussione che è il risultato più vistoso della proposta di temi e argomenti che ho effettuato da inizio d’anno (Philippe Daverio mi diceva nei giorni scorsi “come ci manca ora un Club Turati!”). 
Per rifiutare intanto l’idea che delle scadenze della comunità milanese si parli ancora  più a colpi di gossip che di contenuto.
Troppi – che potrebbero partecipare, dire la loro, contare qualcosa – passano il tempo a guardare dalla finestra. Pur ancora (vagamente) interessati alla politica fanno ad altri domande vaghe  su chi sarà il candidato, su come si risolveranno gli scontri di potere innescati a destra e a sinistra. Una parte significativa dei ceti produttivi e professionali, una parte grande della gioventù che sta entrando nel mercato del lavoro non pensa di esprimere un  pensiero che possa contare nelle scelte. Che è cosa diversa dal voto. Il crinale dell’astensione per costoro è sempre accarezzato.
Si comincia a capire che gli apparati professionali della politica pensino che sia meglio avere a che fare direttamente con chi sottosta solo alle regole pubblicitarie della campagna elettorale. Con chi risponde a stimoli da consumatore. L’elettorato critico infastidisce entrambi. Quel che si chiamava “voto d’opinione” ha esigenze non risolvibili con la cultura della  politica che proviene  oggi dai conventi. Dunque pecorelle al voto oggi, garanzia di delega senza partecipazione domani.
Che questa atrofia investa anche il ceto imprenditoriale è il colmo. Vuol dire che non hanno ancora capito cosa significhi la storia di un tale Anemone che, nel più assoluto anonimato,  da solo si mangia una fetta impressionante di opere pubbliche nel nostro paese.  Ugualmente  fanno finta di non capire il significato inquietante di indagini sull’arrivo della finanza mafiosa nel riciclaggio di capitali reso possibile dalle crescenti compiacenze dell’economia milanese.
Aggiungo un dettaglio di contesto. Cade la circostanza di un evento promosso dall’Università degli Studi di Milano insieme alla Cattolica per onorare la memoria di Giorgio Rumi, storico fine e di vaglia, cattolico-liberale (Andrea Riccardi preferisce la dizione “guelfo liberale”) di cui molti hanno parlato presso Fondazione Cariplo in modo da restituire qualche speranza sul tema che questo articolo ritiene di sollevare. Piero Bassetti, centralmente, ha sottolineato così un pensiero di Rumi: la storia non la fanno i prìncipi, ma le società e le loro classi dirigenti. 
Già, un evento in controtendenza rispetto al teatro della politica che viene ormai scelto per riempire le cronache sui media. Così da pensare che alcuni ambienti che hanno fatto la storia di Milano – a cominciare dalle correnti sostanziali del risorgimento, quella repubblicana e quella cattolica liberale per finire alla loro evoluzione nel novecento tra riformismo socialista e umanesimo cattolico – non abbiano più neanche interesse ad uscire dal loro sguardo separato, degnandosi di fare notizia. Ritrovando percorsi anche  chi ha presidato di più libertà e diritti civili, tra cui radicali, volontariato civile, associazioni ispirate alle priorità costituzionali.
Allego il testo, un filo più ampio, dell’articolo che sul fascicolo in distribuzione di “Mondoperaio” ha avuto per titolo “Classe generale cercasi” riprendendo qui, senza sconvenienze per chi avvertisse stridore causato dai significati diversi che nel tempo assumono i luoghi della politica e della cultura, il titolo originale (meditata provocazione) di “Riscossa borghese”.
Grazie a chi avrà la pazienza di leggerlo.

Milano, 6 aprile 2010
Stefano Rolando

Stefano Rolando, Riflessioni dopoultima modifica: 2010-04-07T16:14:14+02:00da mangano1
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