bIFO, Romano Alquati è morto

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Romano Alquati è morto
Post aggiunto da francesco berardi il 5 Aprile 2010 alle 9:40

Solo tardi, nella mia vita, ho incontrato personalmente Romano Alquati, forse alla fine degli anni novanta, in occasione di una tavola rotonda che si teneva al centro Askatasuna di Torino. Ma ero un ragazzetto quando lessi il suo saggio su forza lavoro e composizione di classe all’Olivetti di Ivrea, e quello scritto mi influenzò in maniera decisiva. Certamente ci trovammo in qualche occasione insieme, negli anni sessanta o nei primi settanta, in una di quelle stanze affollate dell’opedale Molinette dove si riuniva l’assemblea operai studenti, o forse in qualche riunione milanese o torinese. Ma io ero molto più giovane di lui e per me il suo nome rimase quasi mitologico: il nome di colui che ha pensato per primo e con maggiore coerenza – con implacabile coerenza direi – la composizione come concetto essenziale di un operare intellettuale e politico all’altezza dei tempi appassionanti nei quali abbiamo vissuto.
Io mi affacciai all’esperienza operaista solo nella seconda parte del decennio ’60, e già allora il nome di Alquati era legato alla prima esplosione di autonomia, quella di Piazza Statuto del luglio del 1962. La rivolta di cui Romano disse, con la sorniona ironia di chi sa annusare il divenire degli eventi sociali “Noi non ce l’aspettavamo eppure l’abbiamo organizzata.”
Durante gli anni successivi, mentre molti suoi coetanei e la maggioranza di quelli che come me avevano fatto la loro prima esperienza di movimento nel 1968, sceglievano di abbandonare il primato della composizione per scegliere il primato dell’organizzazione, Alquati rimase sempre tenacemente abbarbicato alla verità della trasformazione sociale. Fu lui infatti che per primo intuì ed espresse la novità implicita nel movimento studentesco, e cominciò fin dagli anni del soggettivismo ideologico a parlare di nuova intellettualità di massa. Fu lui che tradusse nel concetto di con-ricerca il carattere collettivo e sociale dell’attività intellettuale.
Ora mi dicono che Romano Alquati è morto. Sono a Stoccolma, dove durante la settimana scorsa ho svolto un seminario con gli studenti dell’accademia di danza di questa città nordica, e per concludere il seminario ho tenuto una conferenza sull’Europa finanziaria e l’Europa sociale in un locale che si trova di fronte all’enorme stabilimento della Ericsson.
Gli artisti danzatori e gli operai che producono telefonia cellulare e alta tecnologia. Figure alquatiane, potremmo dire. E in effetti, passando davanti alla Ericsson, l’altro pomeriggio, non ho potuto evitar di pensare alla Olivetti di Ivrea dove Alquati, secondo la leggenda, si aggirava in anni lontani a bordo di una sua Lambretta.
Solo tardi, nella mia vita, ho incontrato personalmente Romano Alquati, forse alla fine degli anni novanta, in occasione di una tavola rotonda che si teneva al centro Askatasuna di Torino. Ma ero un ragazzetto quando lessi il suo saggio su forza lavoro e composizione di classe all’Olivetti di Ivrea, e quello scritto mi influenzò in maniera decisiva. Certamente ci trovammo in qualche occasione insieme, negli anni sessanta o nei primi settanta, in una di quelle stanze affollate dell’opedale Molinette dove si riuniva l’assemblea operai studenti, o forse in qualche riunione milanese o torinese. Ma io ero molto più giovane di lui e per me il suo nome rimase quasi mitologico: il nome di colui che ha pensato per primo e con maggiore coerenza – con implacabile coerenza direi – la composizione come concetto essenziale di un operare intellettuale e politico all’altezza dei tempi appassionanti nei quali abbiamo vissuto.
Io mi affacciai all’esperienza operaista solo nella seconda parte del decennio ’60, e già allora il nome di Alquati era legato alla prima esplosione di autonomia, quella di Piazza Statuto del luglio del 1962. La rivolta di cui Romano disse, con la sorniona ironia di chi sa annusare il divenire degli eventi sociali “Noi non ce l’aspettavamo eppure l’abbiamo organizzata.”
Durante gli anni successivi, mentre molti suoi coetanei e la maggioranza di quelli che come me avevano fatto la loro prima esperienza di movimento nel 1968, sceglievano di abbandonare il primato della composizione per scegliere il primato dell’organizzazione, Alquati rimase sempre tenacemente abbarbicato alla verità della trasformazione sociale. Fu lui infatti che per primo intuì ed espresse la novità implicita nel movimento studentesco, e cominciò fin dagli anni del soggettivismo ideologico a parlare di nuova intellettualità di massa. Fu lui che tradusse nel concetto di con-ricerca il carattere collettivo e sociale dell’attività intellettuale.
Ora mi dicono che Romano Alquati è morto. Sono a Stoccolma, dove durante la settimana scorsa ho svolto un seminario con gli studenti dell’accademia di danza di questa città nordica, e per concludere il seminario ho tenuto una conferenza sull’Europa finanziaria e l’Europa sociale in un locale che si trova di fronte all’enorme stabilimento della Ericsson.
Gli artisti danzatori e gli operai che producono telefonia cellulare e alta tecnologia. Figure alquatiane, potremmo dire. E in effetti, passando davanti alla Ericsson, l’altro pomeriggio, non ho potuto evitar di pensare alla Olivetti di Ivrea dove Alquati, secondo la leggenda, si aggirava in anni lontani a bordo di una sua Lambretta

bIFO, Romano Alquati è mortoultima modifica: 2010-04-06T15:43:00+02:00da mangano1
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