Richard Florida, Classe creativa cercasi

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Classe creativa cercasi

Richard Florida

15-07-2009

Questo articolo, pubblicato in Reset 113 (maggio-giugno 2009) è una versione ridotta di quello uscito su «The Atlantic». Leggi la versione completa (in inglese)

Mio padre era un figlio della Grande Depressione. Nato nel 1921 a Newark, nel New Jersey, da una coppia di immigrati italiani, visse sulla propria pelle la crisi economica. Nel 1934, a 13 anni, iniziò a lavorare in una fabbrica di occhiali nell’Ironbound (quartiere di Newark: il nome allude alle grandi costruzioni ferroviarie e stradali in ferro e acciaio che ne delimitano il perimetro, ndt), aggiungendo la sua paga a quella del padre, della madre e dei sei fratelli per mettere assieme uno stipendio. Quand’ero ragazzo, rievocava spesso nei suoi discorsi gli anni delle file per il pane, delle tendopoli e della distribuzione degli indumenti. A Natale, raccontava a me e a mio fratello come i suoi genitori, non potendo permettersi di acquistare giocattoli nuovi, impacchettassero per anni lo stesso modellino di escavatore, che gli facevano poi trovare sotto l’albero. Nella mia famiglia allargata, gli zii occupavano un ordine gerarchico in base alla gravità della congiuntura economica in cui si erano trovati a crescere. Mio zio Walter, che proseguì gli studi fino a laurearsi in Ingegneria chimica e si affermò poi come alto dirigente della Colgate-Palmolive, spiccava al primo posto: non in virtù dei suoi successi accademici o professionali, ma poiché era cresciuto nelle condizioni più dure.
L’esperienza vissuta da mio padre era in gran parte condivisa dall’intero paese. Anche se le aree rurali degradate del Dust Bowl (il «catino di polvere» che risultò da una serie di tempeste di sabbia abbattutesi sugli Stati Uniti centrali e il Canada dal 1931 al 1939, ndt) versavano probabilmente in condizioni peggiori, ogni regione era duramente colpita, e gli abitanti dei piccoli centri così come delle grandi città respiravano la stessa angoscia e incertezza. La Grande Depressione fu una crisi nazionale; e per molti versi un evento capace di unire la nazione. L’intero paese, a quanto sembrava, era sintonizzato sulle fireside chats, le «chiacchierate al caminetto» del presidente Roosevelt.
È improbabile che l’attuale crisi economica dia origine allo stesso tipo di esperienza condivisa. Certo, la contrazione dell’economia sta seminando danni praticamente ovunque. Lo scorso ottobre, a meno di un mese dall’inizio del crollo dei mercati finanziari, il sito Economy.com della società di rating Moody’s ha pubblicato uno studio sulla recente attività economica in 381 aree metropolitane Usa. Stando a quei dati, 302 aree erano già allora in profonda recessione e altre 64 a rischio. Soltanto 15 erano ancora in fase di espansione. Tra queste spiccavano due regioni ricche di petrolio e risorse naturali, il Texas e l’Oklahoma, sostenute dalla progressiva riduzione dei prezzi dell’energia; e la regione della Greater Washington, dove i salvataggi varati dal governo, la nazionalizzazione delle società finanziarie e le politiche fiscali espansive danno lavoro ad avvocati, lobbisti, politologi e a quanti lavorano su contratto per l’Amministrazione federale.
Non c’è angolo degli Stati Uniti che abbia significative possibilità di scampare a una recessione lunga e profonda. Con il progressivo estendersi della crisi oltre i confini di New York, in centri industriali come Detroit e nella Sun Belt (la «cintura del sole», una regione degli Stati Uniti che si estende dalla costa atlantica a quella pacifica raggruppando gli Stati del sud e del sud-ovest del paese, ndt), tuttavia, la tempesta si abbatterà senz’altro in alcune realtà territoriali molto più pesantemente che in altre. Alcune città e regioni, alla fine, rinasceranno più forti che in passato. Altre, invece, potrebbero non riprendersi mai più. Con l’aggravarsi della crisi, il paesaggio economico del paese risulterà profondamente e permanentemente modificato. A nostro giudizio, questa crisi segna la fine di un capitolo della storia economica americana, o meglio l’addio a tutto uno stile di vita.

Crisi globali e trasformazione economica

«Una cosa mi sembra probabile», dichiarava Peer Steinbrück, Ministro tedesco delle Finanze, lo scorso settembre: a seguito della crisi, «gli Stati Uniti perderanno lo status di superpotenza del sistema finanziario globale». Non occorre un grande sforzo per capire che la crisi finanziaria sta suonando l’ultima ora di un impero americano sopraffatto dai debiti, viziato dal consumismo eccessivo e dalla sottoproduzione: è la caduta che Paul Kennedy, tra gli altri, andava profetizzando da lungo tempo.
Le grandi crisi economiche internazionali – il crac del 1873, la Grande Depressione – tendono a capovolgere l’ordine geopolitico, e ad accelerare la caduta delle vecchie potenze e l’ascesa di nuove. Ne L’era post-americana, pubblicato pochi mesi prima del tracollo di Wall Street (in Italia da Rizzoli nel settembre 2008, ndt), Fareed Zakaria sostiene che il terzo grande spostamento di potere della storia moderna sia già in corso, le prime due inversioni di rotta essendo state l’ascesa dell’Occidente nel XV secolo e dell’America nel XIX.
Ma Zakaria aggiunge che questa transizione è caratterizzata più dall’«ascesa del resto del mondo» che dal declino americano. Dobbiamo far fronte a un’economia globale, scrive il direttore di «Newsweek international», «definita e guidata da molti luoghi e da molte persone». È senz’altro vero. Il corso degli eventi sin dal momento in cui Steinbrück rilasciava le sue dichiarazioni, tuttavia, dovrebbe indurre a riflettere quanti sono convinti che lo scettro della leadership globale passerà presto di mano. La crisi ha alzato il velo su gravi problemi strutturali, non soltanto negli Stati Uniti ma nel mondo intero. Il modello bancario europeo si è rivelato non più solido di quello americano, e la Cina ha dato prova di rimanere in tutto e per tutto il partner co-dipendente degli Stati Uniti. Il Dow Jones, sceso di oltre un terzo lo scorso anno, è in realtà tra gli indici borsistici che hanno registrato gli andamenti migliori a livello globale. Il capitale estero continua ad affluire negli Usa, che restano evidentemente un porto sicuro – almeno per il momento – in tempi incerti.
È possibile che, di qui ai prossimi anni, gli Stati Uniti entrino in una fase accelerata di relativo declino, anche se è un esito tutt’altro che scontato; ma tratteremo l’argomento più avanti. Di una cosa possiamo però esser più sicuri: la recessione, specie se si rivelerà lunga e profonda come molti oggi paventano, accelererà l’ascesa e la caduta di luoghi particolari all’interno degli Stati Uniti; e capovolgerà le sorti di altre città e regioni.
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In quali condizioni verseranno queste ultime, quando il crac del 2008 farà sentire le sue ripercussioni nel 2009, nel 2010 e oltre? Quali luoghi potranno scampare agli effetti più nefasti, e a quali verranno invece inflitte ferite permanenti? È utile tentare un’analisi del modo in cui il crac finanziario e i suoi strascichi potrebbero incidere sul paesaggio economico nel lungo periodo, da costa a costa, a partire dall’epicentro della crisi e dalla più grande città della nazione: New York.

Quo vadis, New York?

A prima vista, poche città americane sembrerebbero più palesemente minacciate dal crac finanziario di New York. La metropoli ha perso quasi 17.000 posti di lavoro nel settore finanziario soltanto nel periodo ottobre 2007-ottobre 2008, e Wall Street così come l’abbiamo conosciuta finora non esiste più. «Addio Wall Street, buongiorno Pudong?», recita l’incipit di un articolo di Marcus Gee uscito qualche tempo fa sul «Toronto Globe and Mail», in cui si delinea la possibilità che il ruolo centrale di New York nella finanza globale possa essere presto usurpato da Shanghai, Hong Kong e altre capitali finanziarie asiatiche e mediorientali.
È un allarme che sembra troppo avventato. In un saggio lungo e dettagliato, Le capitali della finanza (Brioschi 2008), lo storico dell’economia Youssef Cassis ripercorre l’ascesa e il declino dei centri finanziari globali nel corso degli ultimi secoli. L’excursus è piuttosto lungo, ma non presenta molti colpi di scena: i grandi spostamenti dei centri del potere capitalista avvengono in tempi quasi geologici.
Amsterdam occupava il centro del sistema finanziario mondiale nel XVII secolo; al suo posto è subentrata Londra agli inizi del XIX secolo, e poi New York nel XX. Nell’arco di più di tre secoli, nessun’altra città ha scalato la lista dei centri finanziari globali. Le capitali finanziarie godono di «notevole longevità», scrive Cassis, «nonostante le fasi di espansione e contrazione nel corso della loro esistenza».
La transizione da un centro finanziario all’altro, suggerisce lo storico, accumula tradizionalmente un ritardo rispetto a più vasti cambiamenti nell’equilibrio del potere economico. Sebbene gli Stati Uniti avessero soppiantato l’Inghilterra come maggiore economia del mondo da ben prima del 1900, soltanto dopo la seconda guerra mondiale New York eclissò Londra quale centro finanziario più importante del globo (e anche allora, l’eclissi non fu completa; negli ultimi anni, Londra ha, in una certa misura, tolto la scena a New York). Con l’ascesa dell’Asia, Tokyo, Hong Kong e Singapore sono assurti a grandi centri finanziari; per dimensioni e campo d’azione, tuttavia, restano di gran lunga indietro rispetto a New York e Londra.
Il mondo finanziario «è caratterizzato da un enorme effetto di rete e agglomerazione», spiegava l’ex vice segretario del Tesoro Usa Edwin Truman al «Christian Science Monitor» lo scorso ottobre: un vantaggio che deriva dalla disponibilità di un’ampia massa critica di professionisti della finanza, che coprono molti diversi settori di specializzazione, oltre ad avvocati, contabili e altre figure di supporto, tutti in stretta prossimità fisica. È estremamente arduo costruire queste dense reti ex novo, e molto difficile che città in rapida ascesa si affermino ai vertici della finanza globale senza di esse. «Hong Kong, Shanghai, Singapore e Tokyo sono oggi più importanti rispetto a 20 anni fa», ha dichiarato Truman. «Ma raggiungeranno la posizione di dominio di Londra e New York tra altri 20 anni? Suppongo di no». Hong Kong, per esempio, vanta un mercato delle Ipo (Initial public offering, la prima offerta di titoli azionari al pubblico da parte di una società, ndt) altamente sviluppato, ma sconta una carenza di molte delle altre capacità – come il trading su obbligazioni, valute e commodity – che fanno di New York e Londra delle vere e proprie potenze finanziarie globali.
(…)
New York è decisamente molto più di un centro finanziario. È la più grande città della nazione da circa due secoli, e oggi occupa la più vasta area metropolitana in America, rappresentando il cuore della più estesa megaregione del paese. È patria di un’economia diversificata e innovativa che poggia le sue fondamenta su un’ampia gamma di industrie creative: dai media al design, all’arte e all’entertainment. Ed è patria di società del settore high-tech come Bloomberg, oltre a vantare un fiorente avamposto di Google nel quartiere di Chelsea. Nel saggio The Warhol Economy (Princeton University Press 2007), Elizabeth Currid illustra in maniera dettagliata la diversità che caratterizza New York. Currid ha misurato la concentrazione di diversi tipi di occupazione a New York in rapporto alla loro incidenza sull’economia statunitense nel suo insieme. Stando a tale calcolo, New York è una mecca per stilisti, musicisti, registi, artisti e – ebbene sì – psichiatri, più che per professionisti della finanza.
La grande urbanista Jane Jacobs fu tra i primi a ravvisare nella diversità delle strutture economiche e sociali delle città il vero motore della crescita. Sebbene la specializzazione così come identificata da Adam Smith ingeneri notevoli benefici in termini di efficienza, secondo Jacobs la confluenza di molte diverse professioni e differenti tipi di persone, in un ambiente ad alta densità, è uno stimolo essenziale all’innovazione; alla creazione, cioè, di qualcosa che sia veramente nuovo. Ed è l’innovazione, sul lungo periodo, a garantire la vitalità e l’importanza di una città.
In tal senso, la crisi finanziaria potrebbe alla fine rivelarsi d’aiuto a New York, infondendo nuove energie alla sua economia creativa. Gli straordinari aumenti di reddito di operatori delle banche d’investimento, trader e gestori di hedge fund nel corso degli ultimi due decenni hanno distorto l’economia della città in maniera morbosa. Nel 2005, chiesi a un alto dirigente di una grande banca d’investimento se l’impennata dei prezzi immobiliari nella città stesse in qualche modo compromettendo la capacità dell’azienda di attrarre talenti da tutto il mondo. Mi rispose semplicemente: «Noi siamo la causa, non l’effetto della bolla immobiliare». (Come poi si è visto, aveva ragione solo a metà). Col passare del tempo, i livelli stratosferici toccati dai prezzi degli immobili hanno reso New York una città meno variegata, e probabilmente meno stimolante. Quando chiesi a Jacobs, qualche anno fa, quali fossero gli effetti dell’impennata dei prezzi immobiliari sulla creatività, la sua risposta fu: «Quando un luogo diventa noioso, anche i ricchi se ne vanno». Ora che l’egemonia delle banche d’investimento è andata in fumo, New York ha maggiori possibilità di evitare quella sterile sorte.

Le «città veloci» dell’America

Nel saggio Il mondo è piatto (Mondadori 2006), Thomas Friedman sostiene essenzialmente che il campo di gioco dell’economia globale sia stato livellato, e che chiunque, dovunque, possa oggi innovare, produrre e competere alla pari – per fare un esempio – con gli operai di Seattle o gli imprenditori della Silicon Valley. Ma è un ragionamento non del tutto corretto e che non offre un’accurata descrizione dell’evoluzione che l’economia globale ha conosciuto in questi ultimi anni.
In realtà, come ho già sostenuto in un articolo pubblicato sull’«Atlantic» nell’ottobre 2005, «The world is spiky» (Il mondo è appuntito), nell’economia moderna i luoghi hanno ancora una certa importanza; e il vantaggio competitivo delle città-regioni più prospere al mondo sembra crescere, anziché ridursi. Per capire quali saranno gli effetti della crisi da un luogo all’altro degli Stati Uniti, è fondamentale comprendere le forze che, da almeno una generazione, ne stanno lentamente ridisegnando il paesaggio economico.
Da un capo all’altro del globo, gli individui si raccolgono in un certo numero di megaregioni, sistemi di città multiple e anelli suburbani circostanti, come il corridoio Boston-New York-Washington. Nell’America del Nord, queste megaregioni comprendono alcuni centri della Sun Belt come il corridoio Char-Lanta, la California del nord e del sud, il triangolo texano di Houston-San Antonio-Dallas, e l’area di Tampa-Orlando-Miami nella Florida del sud; la Cascadia nel Pacific Northwest, che si estende da Portland a Vancouver passando per Seattle; nonché la Greater Chicago e Tor-Buff-Chester nella vecchia Rust Belt (la «cintura della ruggine», per via del paesaggio costellato dalle rovine di stabilimenti abbandonati e arrugginiti, ndt). A livello internazionale, tra le megaregioni figurano la Greater London, la Greater Tokyo, l’Am-Brus-Twerp in Europa, il corridoio Shanghai-Pechino in Cina e l’area di Bangalore-Mumbai in India. Anche in questi luoghi la produzione economica è sempre più concentrata. Le 40 più estese megaregioni del globo, che ospitano circa il 18% della popolazione mondiale, provvedono ai due terzi della produzione economica globale e a quasi 9 nuovi brevetti d’innovazione su 10.
Alcune di queste megaregioni (ma non tutte) hanno un centro ben preciso, e questi nuclei saranno con ogni probabilità meglio protetti dal crac rispetto alla gran parte delle altre città, in virtù delle loro dimensioni, diversità e ruolo regionale. La città di Chicago si è affermata come centro del management industriale e ha fatto propri molti dei servizi, come quello finanziario e legale, un tempo assolti in più piccoli centri del Midwest. Los Angeles vanta un’economia vasta, diversificata e di portata globale nel settore dei media e dell’entertainment. Miami, che risente duramente dello sgonfiamento della bolla immobiliare, resta nondimeno il cuore commerciale della vasta megaregione della Florida del sud, e un importante centro finanziario per l’America Latina. Ognuno di questi luoghi rappresenta il nucleo finanziario e commerciale di una vasta megaregione con decine di milioni di abitanti e centinaia di miliardi di dollari in produzione. Tutto ciò non cambierà per effetto della crisi.
Parallelamente all’ascesa delle megaregioni, un secondo fenomeno sta ridisegnando la geografia economica degli Stati Uniti e del mondo intero. La capacità delle diverse città e regioni di attrarre individui con un elevato livello di formazione – ovvero capitale umano – si è andata differenziando, come si evince dalle ricerche condotte, tra gli altri, da Edward Glaeser di Harvard e Christopher Berry dell’Università di Chicago. Trent’anni fa, i livelli di istruzione erano distribuiti in modo relativamente uniforme da un capo all’altro del paese; oggi non è più così. In città come Seattle, San Francisco, Austin, Raleigh e Boston, la concentrazione di laureati è raddoppiata o triplicata rispetto ad Akron o Buffalo. Tra quanti possiedono un titolo di studio postuniversitario, le disparità sono ancor più marcate. La distribuzione geografica degli individui per competenze e livello di istruzione, su questa scala, è senza precedenti.
(…)
Le crisi economiche tendono a rafforzare e accelerare i trend di fondo e a lungo termine in un’economia. L’economia Usa è nel mezzo di una fondamentale trasformazione di lungo periodo, simile a quella di fine Ottocento, quando la gente abbandonava le campagne per riversarsi nelle nuove città industriali che sorgevano in quegli anni. In questo caso, l’economia sta passando dall’attività manifatturiera alle industrie creative trainate dalle idee; e anche ciò favorisce tutti quei luoghi in America che sono ricchi di talenti e a metabolizzazione veloce.

L’ultima crisi delle factory-town

I luoghi che, con ogni probabilità, risentiranno maggiormente del crac finanziario – specie nel lungo periodo – sono, purtroppo e ingiustamente, quelli che meno di tutti vengono associati all’alta finanza. La crisi sarà anche partita da New York, ma raggiungerà probabilmente la massima intensità nell’entroterra del paese; nelle più vecchie regioni di tradizione industriale i cui tempi gloriosi sono ormai ben lontani e nelle più giovani e poco radicate comunità della Sun Belt, le cui recenti fasi di espansione sono state almeno in parte alimentate da speculazione edilizia, sovrasviluppo e ricchezza immobiliare fittizia. Questi luoghi, che godono solitamente di minore prosperità, nei prossimi anni conosceranno molto probabilmente un’ulteriore erosione di ricchezza e verseranno ancora a lungo in condizioni critiche, anche dopo che i centri delle megaregioni e le città creative si saranno lasciati la crisi alle spalle.
La Rust Belt, in particolare, appare destinata a perdere un elevato numero di posti di lavoro, e alcuni dei suoi centri e città, da Cleveland a St. Louis, a Buffalo e a Detroit, avranno grandi difficoltà a imboccare la via della ripresa. Dal 1950 in poi, il settore manifatturiero ha registrato una contrazione dell’occupazione non agricola dal 32 al 10% soltanto. Questa flessione è una conseguenza di trend di lungo periodo – l’aumento della concorrenza straniera e, soprattutto, l’inesorabile sostituzione degli esseri umani con le macchine – che non potranno verosimilmente essere interrotti. Anche la perdita dei posti di lavoro, tuttavia, è avvenuta non secondo un andamento regolare bensì a scatti improvvisi, via via che le ondate di recessione hanno segnato la fine degli stabilimenti più obsoleti e determinato sospensioni di massa dal lavoro, mai pienamente revocate nelle conseguenti fasi di ripresa.
Lo scorso novembre, il dato nazionale sulla disoccupazione nel settore manifatturiero e produttivo già toccava il 9,4%. È interessante confrontarlo con quello relativo alle occupazioni professionali, che superava di poco il 3%. Secondo un’analisi svolta da Michael Mandel, responsabile per l’economia del settimanale «BusinessWeek», il settore «materiale» – ossia produzione, costruzione, estrazione e trasporto – ha perso quasi 1,8 milioni di posti di lavoro nel periodo dicembre 2007-novembre 2008, mentre il settore immateriale – quella cioè che io definisco la «classe creativa» di scienziati, ingegneri, manager e professionisti – ha registrato un aumento di oltre 500.000 unità. Entrambe le tipologie di occupazione sono concentrate a livello regionale. Paul Krugman ha rimarcato che gli effetti peggiori della crisi, almeno sinora, possono essere osservati nella Slump Belt, la «cintura della recessione», disseminata di centri manifatturieri, che si estende dal Midwest industriale alle due Caroline. Vaste aree del Nordest, con i suoi centri professionali e creativi, sono state meglio arginate.
Nessuna delle principali città degli Stati Uniti, oggi, appare forse in condizioni più critiche di Detroit, dove in ottobre il prezzo medio delle case si attestava sui 18.513 dollari, e circa 45.000 immobili erano sottoposti a procedure di pignoramento. Un recente elenco di esecuzioni fiscali nella contea di Wayne, che comprende Detroit, ha occupato ben 137 pagine del «Detroit Free Press». Il sistema di istruzione pubblica della città, su cui incombeva un deficit di bilancio pari a 408 milioni di dollari, è passato lo scorso dicembre sotto il controllo dello Stato; decine di scuole sono state chiuse, a partire dal 2005, per via del calo delle iscrizioni. Soltanto il 10% della popolazione adulta di Detroit possiede una laurea, e lo scorso dicembre il 21% dei cittadini era senza lavoro.
Il minimo che si possa dire è che Detroit non si trova nelle giuste condizioni per assorbire nuovi contraccolpi. La città era naturalmente avviata da lungo tempo al declino. Ma se i quartier generali dei giganti dell’auto, le industrie della componentistica e i residui posti di lavoro nella filiera di produzione automobilistica concentrati in quell’area dovessero scomparire, sarebbe molto difficile immaginare l’arrivo di un sostituto.
Quando i posti di lavoro vanno in fumo, non sempre i livelli di popolazione delle città precipitano con la rapidità che si sarebbe portati a pensare. Detroit, per quanto possa apparire sorprendente, è tuttora l’undicesima città per grandezza negli Stati Uniti. «Se non riesci più a vendere la tua casa, come puoi trasferirti altrove?», si domandava Robin Boyle, professore di urbanistica alla Wayne State University, in un articolo diramato lo scorso dicembre dall’«Associated Press». Ma si è poi risposto da sé: «C’è chi spegne semplicemente le luci e se ne va: i valori degli immobili sono ormai precipitati al punto che scegliere di levare le tende non è più così difficile».
Può darsi che Detroit abbia toccato il punto di non ritorno, e si accinga a diventare una città fantasma. Di certo, mi aspetto che nei prossimi anni conosca un declino più rapido di quanto abbiamo visto in questi ultimi. È più che probabile, tuttavia, che una larga fetta della popolazione decida di restare: coloro che non hanno mezzi o solide prospettive altrove, chi ha stretti legami familiari nelle vicinanze, un certo numero di giovani professionisti o figure creative intenti ad approfittare del crollo dei prezzi degli immobili. Ma con il perdurante calo di densità della popolazione, lo sforzo della città per garantire i servizi e scongiurare la rovina in un paesaggio sempre più desolato non potrà che accentuarsi.
È questa la sfida che accomuna tante città della Rust Belt: gestire il calo demografico senza cadere in rovina. Il compito è doppiamente arduo poiché con la contrazione dell’industria manifatturiera, anche i servizi di fascia alta in loco – finanziari, legali, di consulenza – che un tempo ne erano sostenuti si sono ridimensionati, essendo stati assorbiti da più importanti centri regionali e città connesse a livello globale. A Chicago, per esempio, i 50 principali studi legali del paese hanno visto, nel periodo 1984-2006, un aumento del numero degli avvocati pari a 2.130 unità, secondo quanto riferiscono William Henderson e Arthur Alderson dell’Università dell’Indiana. Nel resto del Midwest, l’aumento complessivo è stato di appena 169 unità. Lo studio legale Jones Day, fondato nel 1893 e oggi tra i più importanti in tutto il paese, non considera più gli uffici di Cleveland il proprio «quartier generale» – che sta a Washington – bensì come la «sede di fondazione».
Numerose città di second’ordine del Midwest hanno tentato di reinventarsi in vari modi, riscuotendo più o meno successo. Pittsburgh, per esempio, ha cercato di rinascere come centro high-tech, ottenendo risultati quasi ineguagliati altrove. Eppure, la sua popolazione è scesa da un picco di quasi 700.000 abitanti nella metà del Novecento ai circa 300.000 attuali. Una volta superato il tunnel della crisi, ci troveremo in un mondo con meno posti di lavoro nel settore manifatturiero, e il paesaggio economico Usa sarà di conseguenza più discontinuo, più «appuntito». Molti dei vecchi centri industriali verranno ulteriormente ridimensionati, e forse in maniera permanente.
Ciò non significa affatto che ogni factory town sia condannata al declino. Basta analizzare la composizione geografica del voto dello scorso dicembre al Senato Usa sul salvataggio dei colossi dell’auto, per accorgersi che alcuni luoghi, soprattutto al Sud, trarrebbero un beneficio diretto dalla bancarotta di General Motors o Chrysler e dalla chiusura di fabbriche automobilistiche nella Rust Belt. Georgetown, nel Kentucky; Smyrna, nel Tennessee; Canton, nel Mississippi: sono solo alcune delle numerose cittadine, che si estendono dalla Carolina del sud alla Georgia fino al Texas, che hanno tratto vantaggio dall’installazione, nel corso degli anni, di fabbriche che lavorano auto straniere. E i benefici potrebbero moltiplicarsi se le Big Three diventassero, per dire, le Big Two.
Tale fenomeno, una sorta di lotteria per cui alcune realtà vincono soltanto sopravvivendo ad altre, non sarà limitato alle città basate sulla produzione di automobili, o sull’industria tout court. Con il perdurare della recessione e il fallimento di grandi società in diversi settori industriali, i concorrenti rimasti in campo hanno la possibilità di rafforzarsi, e così pure i luoghi in cui essi agiscono. Charlotte, nella Carolina del nord, è un caso emblematico e di particolare interesse. La crisi finanziaria ha travolto una delle sue due grandi banche, Wachovia; lo scorso autunno, quest’ultima è stata rilevata dall’istituto Wells Fargo, con sede a San Francisco, in base a un accordo che costerà alla città svariate migliaia di posti di lavoro. Ma sarebbe potuta andare decisamente peggio, visto che lo stesso accordo ha permesso di salvare molti posti di lavoro. Per di più, all’incirca nello stesso periodo, Bank of America, l’altra grande banca di Charlotte (e la maggiore negli Stati Uniti) ha acquisito Merrill Lynch a prezzi da saldi.
Una regola d’oro del mondo del business vuole che quando i concorrenti battono la ritirata, si presentano ottime opportunità per incrementare la propria quota di mercato. Deborah Strumsky, economista dell’Università del North Carolina, mi ha confidato di essere convinta che, a fine partita, sia le banche che la città stessa di Charlotte usciranno dalla crisi più forti di prima: «L’accordo siglato da Wells Fargo ha permesso di salvare migliaia di posti di lavoro tenendo in vita Wachovia. E, quel che più conta, Bank of America ha approfittato della crisi bancaria come un fanatico dello shopping di una carta di credito, andando a caccia di buone occasioni e facendo straordinari affari. E ne uscirà in condizioni migliori di quanto abbia mai potuto sognare».
In questi ultimi anni, la classe dirigente di Charlotte ha adottato alcune scelte vincenti per attrarre attività commerciali e professionisti, permettendo così alla città di diventare il secondo centro bancario tradizionale della nazione in ordine di grandezza; nella lotteria del fallimento o del consolidamento del business, era nella giusta posizione per vincere. Ma è stata anche fortunata, e lo scorso autunno è sfuggita di misura a una perdita a dir poco devastante. Nel complesso, la rosa dei luoghi che trarranno beneficio dal fallimento dei rivali dei propri campioni sarà probabilmente molto esigua, e i nomi che vi compariranno alquanto imprevedibili. Specialmente tra le città basate su industrie sulla via del declino, i luoghi indeboliti supereranno in numero quelli divenuti più forti; come in tutte le lotterie, la gran parte dei giocatori è destinata alla sconfitta.
(…)

Il futuro paesaggio economico

La bolla immobiliare è stata l’espressione più estrema, e forse l’ultimo rantolo, di un sistema economico che andava formandosi da circa 80 anni, e giunto ormai ben oltre la sua data di «scadenza». La bolla ha incoraggiato una crescita massiccia e insostenibile in luoghi dove i terreni costavano poco e l’economia immobiliare imperava. Ha stimolato uno sviluppo selvaggio e a bassa densità, che mal si addice a un’economia creativa postindustriale. E, non ultimo, ha creato una forza lavoro troppo spesso statica, vincolata ad abitazioni che non possono essere vendute a prezzi convenienti, tutto ciò nel momento in cui flessibilità e mobilità assumono un’importanza cruciale.
In che modo, dunque, potremo lasciarci alle spalle la bolla, il crac e un modello di vita economica sempre più vecchio e obsolescente? Qual è, oggi, la giusta riconfigurazione spaziale per l’economia, e come possiamo giungervi?
La soluzione parte dalla destituzione della proprietà immobiliare dal ruolo centrale, e a lungo privilegiato, nell’economia Usa. Consistenti incentivi alla proprietà immobiliare (dalle agevolazioni fiscali ai tassi d’interesse artificialmente bassi sui mutui) distorcono la domanda, incoraggiando i cittadini a comprare abitazioni più grandi di quanto altrimenti farebbero. E questo comporta un’erosione della spesa per le tecnologie applicate alla medicina, i nuovi software o le energie alternative: i settori e i prodotti, cioè, che potrebbero trainare la crescita e le esportazioni Usa negli anni a venire. La domanda artificiale di case più grandi, inoltre, stravolge i modelli residenziali, portando a una crescita suburbana eccessiva e a bassa densità. Le misure a sostegno di tale domanda andrebbero abolite.
Le politiche del governo Usa, se mai, dovrebbero incentivare gli affitti, non le compravendite. La proprietà immobiliare occupa un ruolo centrale nel Sogno Americano soprattutto per effetto di scelte politiche susseguitesi nel corso dei decenni. Un recente studio condotto da Grace Wong, economista alla Wharton School of Business, dimostra che, controllando il livello reddituale e demografico, chi vive in una casa di proprietà non è più felice di chi paga l’affitto, né presenta un minor grado di stress o un maggiore quoziente di autostima.
E sebbene offra alcuni benefici sociali – tra cui un più alto livello di impegno civico – la proprietà immobiliare scarica pesanti costi sull’economia. L’economista Andrew Oswald ha dimostrato che negli Stati Uniti come in Europa, i luoghi con il tasso di proprietà immobiliare più alto scontano anche un maggior livello di disoccupazione. La proprietà immobiliare, nota Oswald, è un predittore di disoccupazione più importante dei livelli di sindacalizzazione o della generosità dei benefici assistenziali: sin troppo spesso vincola gli individui a sistemazioni fatiscenti o dissestate, e li costringe a occupazioni – sempre che riescano a trovarne una – che mal soddisfano i loro interessi e capacità.
La crescita dei tassi di proprietà immobiliare si è accompagnata a una minore duttilità della società americana: negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, le probabilità che gli americani traslocassero nell’arco di dodici mesi erano quasi doppie rispetto a oggi. Lo scorso anno, il numero di americani che ha deciso di trasferirsi, in percentuale della popolazione, è stato il più basso da quando l’Ufficio del Censimento ha iniziato a registrare i cambiamenti di residenza, alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso. Questa sorta di rigidità strisciante nel mercato del lavoro è un cattivo segnale per l’economia, specie nel momento in cui attività commerciali, industrie e regioni passano dall’ascesa al declino con estrema rapidità.
La crisi dei pignoramenti offre, nel caso di specie, una concreta opportunità. Invece di opporsi ai pignoramenti, il governo Usa dovrebbe cercare di facilitarli in modo tale da ridurre al minimo disagi e sofferenze. Le banche che requisiscono gli immobili, per esempio, potrebbero essere tenute a offrirli in locazione ai vecchi proprietari, a prezzi di mercato – che sono solitamente più bassi delle rate del mutuo – e per un certo numero di anni. (Allo scadere di quel periodo, si potrebbe concedere all’ex proprietario la possibilità di riscattare l’immobile al prezzo di mercato corrente). Un mercato degli affitti più esteso e sano, che offra maggiori possibilità di scelta, renderebbe l’opzione della locazione più allettante agli occhi di un gran numero di cittadini, e l’economia nel suo insieme più flessibile e reattiva.
In una fase successiva, occorre incoraggiare la crescita nelle città e regioni meglio attrezzate per reggere la concorrenza nei decenni a venire: le grandi megaregioni che già fanno da traino all’economia, e i più piccoli centri di innovazione, in grado di attrarre talenti, situati all’interno dei loro confini. Penso a luoghi come la Silicon Valley, Boulder, Austin e il «triangolo della ricerca» nella Carolina del nord.
Quali che siano le politiche del governo Usa, i prossimi decenni vedranno con ogni probabilità un’ulteriore confluenza di produzione, occupazione e innovazione in un numero ridotto di città e città-regioni più estese. La giusta impostazione di questa crescita, tuttavia, costituirà una della sfide maggiori per il governo. In parte, occorre far sì che le città e regioni chiave continuino a far circolare persone, beni e idee in modo rapido ed efficiente. Già questo non sarà un compito da poco; i sempre più alti livelli di congestione, infatti, minacciano di privare lentamente alcune di queste città-regioni della loro vitalità.
È altrettanto necessario e importante, tuttavia, rendere le città d’élite e le megaregioni di importanza strategica più allettanti e accessibili per tutte le classi sociali americane, e non soltanto le fasce più alte. Gli alti costi delle abitazioni in queste città e nelle più abbordabili periferie circostanti, oltre alle più remote aree a sviluppo selvaggio e altamente congestionate, hanno contribuito nell’arco degli ultimi trent’anni ad allontanare gli americani a più basso reddito da questi luoghi. Tutto ciò è estremamente deleterio per la società americana.
Nel suo ultimo libro, The Wealth of Cities, il mio collega Chris Kennedy dell’Università di Toronto dimostra che soltanto cambiamenti strutturali e su vasta scala, dal radicale potenziamento delle infrastrutture ai nuovi modelli abitativi ai grandi mutamenti sul piano dei consumi, permettono ai luoghi di una nazione di uscire da gravi crisi economiche e ritrovare una rapida espansione. Londra gettò le basi di quello che sarebbe stato il suo predominio commerciale con la modifica del suo regolamento edilizio e l’ampliamento delle sue vie dopo il catastrofico incendio del 1666. Gli Stati Uniti hanno acquisito il loro predominio economico sviluppando periodicamente sistemi infrastrutturali completamente nuovi: dai canali alle ferrovie, alle moderne reti idriche e fognarie e alle autostrade federali. Ognuno di questi elementi ha giocato un ruolo fondamentale nella preparazione e strutturazione di stagioni di crescita interamente nuove.
L’Amministrazione Obama ha manifestato l’intenzione di allentare i cordoni della borsa del governo federale per aiutare la popolazione a uscire dalla recessione, e la spesa per le infrastrutture sembra destinata a giocare un ruolo chiave. Se eseguita a dovere, tale spesa potrebbe assicurare agli Stati Uniti le carte giuste per il prossimo ciclo di crescita. Perché ciò sia possibile, tuttavia, occorrerà molto più che la sistemazione di qualche strada o ponte.
Se c’è una costante nella storia dello sviluppo capitalista, è l’uso sempre più intensivo dello spazio. Oggi, occorre iniziare a fare un uso più intelligente sia degli spazi urbani che degli anelli periferici circostanti: attirando più persone, a costi più accessibili, e migliorando al contempo la loro qualità della vita. Ciò implica regolamenti edilizi e zonizzazione delle città più tolleranti così da consentire un maggiore sviluppo residenziale, nuovi insediamenti a uso misto sia nelle città che nelle periferie, il riempimento di nuclei suburbani in prossimità di collegamenti ferroviari, nuovi investimenti nelle ferrovie, e pedaggi urbani per il traffico sulle nostre strade. Non tutti desiderano vivere al centro delle città, e le periferie non sono in procinto di scomparire. Ma possiamo migliorare notevolmente la capacità di collegamento tra città e periferie e tra un’area suburbana e l’altra, permettendo così alle regioni di crescere in dimensioni e densità senza per ciò perdere in velocità.
Infine, occorre dire con chiarezza che non è possibile, in ultima istanza, fermare il declino di determinati luoghi, e che sarebbe assurdo tentare di farlo. Luoghi come Pittsburgh hanno mostrato che una città può restare dinamica anche in fase di declino, riprogettando il suo nucleo vitale per attirare giovani professionisti e figure creative, e coltivando industrie e servizi a elevate prospettive di crescita. E, in una certa misura, possiamo aiutare le città in difficoltà a gestire meglio il loro declino, e a promuovere una vita migliore per coloro che vi risiedono.
Ma epoche diverse favoriscono luoghi differenti, così come le attività industriali e gli stili di vita che essi inglobano. Soluzioni tampone e operazioni di salvataggio non possono cambiare questa realtà. Né i pacchetti di aiuto alle case automobilistiche, né le politiche mirate a sostenere artificialmente i prezzi immobiliari metteranno il paese in condizioni di intraprendere una nuova fase di crescita, almeno non di tipo sostenibile. Occorre lasciar cadere la domanda di prodotti e stili di vita chiave del vecchio ordine, e iniziare a costruire una nuova economia, basata su una diversa geografia.
Come sarà questa geografia? Molto probabilmente, sarà più diradata nel Midwest e anche, in ultima analisi, in quelle aree del Sud-Est che dipendono dal settore manifatturiero. Le periferie avranno un profilo più esile, e le case saranno forse più piccole. Alcune delle città del Sud-Ovest si svilupperanno meno rapidamente. Le sue vaste megaregioni cresceranno in altezza e si estenderanno altrettanto verso l’esterno. Avremo un minor tasso di proprietà immobiliare, e una popolazione più dinamica di affittuari. Insomma, sarà una geografia più concentrata, che consentirà a un maggior numero di persone di amalgamarsi più liberamente e interagire in modo più efficiente in un certo numero di città creative e megaregioni dense e innovative. Come per magia, sarà un paesaggio adatto a un mondo in cui il petrolio non è più conveniente, da nessun punto di vista. Soprattutto, però, sarà un paesaggio in grado di accogliere e velocizzare invenzione, innovazione e creazione: le attività in cui gli Usa detengono tuttora un notevole vantaggio competitivo.
Nelle celebri parole dell’economista di Stanford Paul Romer, «Quando c’è una crisi, è terribile sprecarla». Gli Stati Uniti, per quanti difetti abbiano, hanno raramente sprecato le crisi esplose in passato. Al contrario, ne hanno ripetutamente approfittato per reinventarsi, far piazza pulita del vecchio e spianare la strada al nuovo. Lungo tutta la storia degli Stati Uniti, l’adattabilità è stata forse la migliore e più emblematica delle qualità americane. Nel corso della Lunga Depressione di ottocentesca memoria, il paese riuscì a trasformarsi da potenza agricola a industriale. E dopo la Grande Depressione, ha scoperto un nuovo modo di vivere, lavorare e produrre, che ha contribuito a una fase di prosperità di massa senza precedenti. Nei momenti critici, gli americani hanno sempre guardato avanti, e non indietro, stupendo il mondo con la loro capacità di ripresa. Potranno farcela anche stavolta?

(Traduzione di Enrico Del Sero)

Richard Florida, Classe creativa cercasiultima modifica: 2009-07-15T21:50:05+02:00da mangano1
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