Giuliana Benvenuti,Il protagonismo dello spazio

da IL MANIFESTO, 14 LUGLIO

 

Giuliana Benvenuti
LA LETTERATURA COSTRUISCE LUOGHI INEDITI
IL PROTAGONISMO dello spazio

 

La postmodernità ha portato con sé una sorta di svolta nella quale lo spazio è divenuto centrale a scapito del tempo. Tra le proposte recenti più interessanti per avvicinare testi letterari, filmici, pittorici, c’è quella della geocritica. Al centro non sono più né l’opera né l’autore, bensì il luogo, visto attraverso più testi, da una prospettiva multifocale
Da tempo ormai siamo entrati nell’epoca del prefisso post al quale si lega strettamente il prefisso geo (geopolitica, geofilosofia, geopoetica, geocritica) a segnalare la centralità della costruzione di nuove aree prodotte dal capitalismo globale e la necessità di continuare a riflettere sui modi di costruzione sociale dello spazio. Anche la critica letteraria ha riflettuto su queste questioni proponendo, da diverse angolazioni critiche, studi sulla rappresentazione letteraria della spazio (basti ricordare la produzione dei molti Atlanti della letteratura, in primo luogo quello di Franco Moretti), e continua ora a farlo la nuova prospettiva introdotta dalla geocritica.
Dalla critica letteraria proveniva Edward Said e provengono anche autori di recenti lavori sulla rappresentazione dello spazio, come Bertrand Westphal, che nel 2008 ha pubblicato uno studio tradotto in italiano dal suo collaboratore Lorenzo Flabbi, Geocritica. Reale finzione spazio (Armando 2009) dal quale possiamo utilmente prendere le mosse per misurare il contributo rivelante della geocritica alla questione della rappresentazione dello spazio. La geocritica dà per acquisita una concezione dinamica dello spazio, che non è un referente stabile e fisso passibile di venire descritto o trasfigurato, piuttosto è ciò che risulta dall’interazione tra diversi agenti sociali e soprattutto dalla relazione tra spazio intimo, eterotopo, e spazio pubblico, tra spazio della trasgressività e spazio della legge.

Come costruire una mappa
La letteratura non si ritrova più di fronte all’alternativa tra descrivere spazi «reali» o creare spazi immaginari: è invece una delle varianti che codeterminano la spazialità, una componente attiva della produzione dello spazio, di quello urbano come del paesaggio, sulla cui trasformazione a contatto con lo statuto contemporaneo dell’immagine ha ragionato di recente Michael Jakob nel suo libro Il paesaggio (Il Mulino 2009).
Se è vero che la postmodernità ha portato con sé una sorta di spatial turn, come l’ha definito il geografo e urbanista Edward William Soja, una svolta nella quale lo spazio diviene centrale a scapito del tempo, come possiamo «mappare» questo presente? È una domanda inquietante dal momento che lo spazio-tempo postmoderno sembra essere irriducibile alla razionalità cartografica moderna, così come alla strategia ordinatrice delle grandi narrazioni storiografiche, entrambe, peraltro, complicate nell’impresa imperiale e coloniale. Una domanda destinata a complicarsi quando sia inevitabilmente seguita da altre questioni: lo spazio postmoderno è davvero uno spazio fluido ed eterogeneo, plurivoco e plurispottettico? o non è invece anche spazio diseguale, segnato dalla segregazione, dalla frammentazione e dalla separazione? non è «striato» da costruzioni identitarie e da strategie di separazione che ci impongono di considerare la funzione repressiva dello spazio, che è sempre politico e strategico, ma nel contempo ci chiedono di immaginare e praticare altri e differenti spazi, interrogandoci sui confini e su una geografia ineguale? e che ruolo può avere in tutto questo la «parola poetica»?
Da più parti e da tempo si cercano risposte, anche in ambiti non tradizionalmente deputati allo studio dello spazio, come appunto la critica letteraria, in particolare quella che intreccia le proprie riflessioni con la critica postcoloniale, gli studi culturali e gli studi di genere e che si confronta con altre discipline (urbanistica, architettura, geografia, semiotica).
A rendere possibile, fondare e richiedere a un tempo, la proposta geocritica sono le teorizzazioni dello spazio che hanno quale primo punto di riferimento comune l’opera di Henri Lefebvre, ma anche la definizione di spazio eteroclito di Michael Foucault, in breve l’opera di chi ha indagato le interrelazioni tra spazio e potere. Accanto ad esse e sulla loro scorta si pongono le più recenti acquisizioni di una critica che, dagli studi di genere a quelli postcoloniali, pone il corpo al centro e prende posizione contro gli spazi di segregazione e di esclusione. Per farsi un’idea di quali siano gli esiti in fatto di interpretazione di testi letterari, e non solo, ai quali può portare un’impostazione vicina alla geocritica che pone lo spazio al centro dell’analisi, conviene rivolgersi al libro di Giulio Iacoli, La percezione narrativa dello spazio (Carocci 2008).
Già negli anni ’60 e ’70 Henri Lefebvre si era chiesto quale forma avessero assunto la produzione e il controllo dello spazio in relazione ai processi capitalistici, denunciando «la miseria dell’habitat» e insieme quella «dell’abitante sottomesso ad una quotidianità organizzata». Nello spazio urbano leggeva la presenza di un potere che frammenta e scompone, affermando la segregazione quale principio ordinatore e dispositivo normativo. Lo spazio è solcato da divieti, imposizioni, prescrizioni che ne sanciscono l’efficacia repressiva e – tesi che suscitò vivaci proteste – le pratiche della pianificazione urbanistica moderna e della progettazione archittetonica sono coimplicate nelle strategie di dominio, benché siano percepite e si percepiscano come forme di positiva razionalizzazione. In breve, esiste un nesso tra il sapere analitico riconducibile a queste discipline e la costruzione di uno spazio urbano segnato da pratiche di separazione che determinano eslusione.

Contro la tirannia della linea retta
Il fatto è che la prospettiva marxista di Lefebvre ancorava il discorso controegemonico a un soggetto, individuale e collettivo, in grado di ricongiungere la triade, solitamente disgiunta nel discorso delle scienze sociali, di spazio percepito, conosciuto (pensato, progettato) e vissuto (immaginato, simbolizzato). Questi tre elementi avrebbero dovuto a suo avviso essere riuniti in un processo di conoscenza e in una pratica sociale consapevoli del fatto che la produzione dello spazio è modificabile se non si cade nello «spazio-trappola», spesso occupato da «simulazioni della pace civica, del consenso, della non-violenza», che contengono, dissimulandole, le istanze della Legge, della Paternità e della Genialità.
A proseguire questa linea di analisi dei rapporti tra produzione dello spazio e capitalismo sono stati, tra gli altri, David Harvey e Neil Smith (del quale nel 2008 è stato riedito, con introduzione di Harvey, l’importante studio sui rapporti tra geografie ineguali e capitalismo Uneven Development. Nature, Capital, and the Production of Space). Un buon esempio dell’attenzione riservata da Harvey ai processi materiali e ai concreti processi sociali implicati nella costruzione dello spazio è la sua nota affermazione secondo la quale: «quando un urbanista-architetto come Le Corbusier o un amministratore come Haussmann creano un ambiente edificato in cui domina la tirannia della linea retta, dobbiamo necessariamente correggere i nostri comportamenti quotidiani». David Harvey ha inoltre introdotto una distinzione tra spazio e luogo destinata ad avere fortuna, che punta sull’inscindibile e concreta connessione di luogo e tempo, mentre ha attribuito allo spazio una maggiore astrazione. Lo spazio condensa la complessità dei rapporti tra luoghi, una complessità sempre più difficile da afferrare perché destinata ad aumentare proporzionalmente alla crescita di complessità di ciò che, sulla scorta di Rernand Braudel e di Immanuel Wallerstein, definiamo economia-mondo e sistema-mondo.
La riunificazione di spazio percepito, conosciuto e vissuto che Lefebvre indicava come compito per un soggetto rivoluzionario viene oggi rideclinata in riflessioni sui confini e sul «terzo spazio», dove la sfida è quella di individuare zone di contatto che consentano di riarticolare la segregazione e di costruire nuove identità ibride e nuovi spazi trasgressivi. Spazi che emergano dalla tensione tra i luoghi della segregazione e la mobilità della frontiera, una tensione della quale oggi si occupano teorici e artisti.
Molti di questi fili si annodano anche nel discorso interdisciplinare della geocritica, che evita però di tematizzare, se non in modo indiretto, la questione del rapporto tra produzione/rappresentazione, anche letteraria, dello spazio e trasformazioni del capitalismo nell’epoca della globalizzazione (forse per questo è assente ogni riferimento a Fredric Jamenson, uno dei più rilevanti studiosi della postmodernità da una prospettiva marxista) e che si avvale del contributo di teorici e artisti che hanno lavorato alla decostruzione dello spazio normativo e prescrittivo, soprattutto delle proposte di Gilles Deleuze e Félix Guattari.
Collocandosi in una linea di discendenza da Lefebvre che privilegia i suoi eredi postmoderni e post marxisti come l’urbanista postmoderno Soja, Bertrand Westphal punta tutto sullo spazio vissuto, spazio di rappresentazione attraverso simboli e immagini, spazio della letteratura, di una parola poetica oppositiva rispetto alla parola dell’urbanista che proietta il piano sul luogo: una parola capace di facilitare «il passaggio dalla città reale alla città immaginaria», di riscoprire il proprio compito fondativo, che fa essere, «dà nascita». Il discorso dunque «fonda lo spazio», come già nell’antica Grecia «crea il luogo». Qual è allora la relazione tra realtà e rappresentazione? Alla questione più appassionante e cruciale della postmodernità, Westphal, come Umberto Eco, come Carlo Gizburg risponde in modo chiaro: esiste una relazione tra realtà e rappresentazione. E prosegue: è di un’evidenza palmare che anzi essa è oggi più che mai stretta. Esiste infatti, come ha sostenuto Brian Mc Hale, una «interpenetrazione tra la realtà e la sua rappresentazione», il che significa che la realtà è trasformata dalle sue rappresentazioni, che la realtà imita la finzione, come nello spazio al contempo reale-e-immaginario di cui parla Edward William Soja, descrivendo Los Angeles in Thirdspace. Da qui, per Westphal, l’importanza della rappresentazione letteraria dello spazio reale: «Non mi stancherò mai di ripetere che la finzione non riproduce il reale, ma attualizza delle nuove virtualità inespresse che possono così interagire con il reale».

Una prospettiva multifocale
Il discorso letterario e artistico è dunque una delle forme discorsive che interagiscono con la percezione e la produzione dello spazio e lo modificano: questo l’assunto centrale della geocritica, un metodo di studio dei luoghi che propone una prospettiva multifocale, ovvero l’analisi di più sguardi su e rappresentazioni di, un luogo, ed esige un’attenzione polisensoriale, che non indulga alla centralità del visivo, ma tenga presente il corpo in tutte le sue possibilità percettive.
Dal punto di vista dell’innovazione del metodo critico nell’avvicinamento ai testi, letterari, filmici, pittorici, ma non solo, la geocritica è certamente una delle proposte più interessanti di questi anni, poiché ribalta la prospettiva tradizionale di studio dello spazio in letteratura, ponendo al centro non l’opera o l’autore, ma il luogo, visto attraverso più testi, e quindi in modo complesso e dinamico. Un’innovazione che si distingue e fa tesoro del lavoro di chi, come Franco Moretti – ma si dovrebbero menzionare molti altri, tra i quali sicuramente Pierre Bourdieu, Fredric Jamenson e Edward Said – aveva posto la questione dello spazio cittadino e delle geografie ineguali al centro delle letture letterarie e artistiche. Una prospettiva che intende porsi oltre la sterile opposizione tra una concezione ingenua del realismo in letteratura e uno strutturalismo in preda al demone della testualità, per il quale nulla esiste fuori del testo.
La letteratura va dunque studiata perché «si fa garante della compossibilità degli universi, della libera circolazione tra i mondi, proprio mentre, come tutte le forme d’arte mimetiche, produce rappresentazioni libere, orgiache e non organiche (come direbbe Deleuze)».
Ciò detto, resta da indagare chi abbia accesso alla parola e alla scrittura e quali siano le scritture e le narrazioni alle quali abbiamo accesso noi lettori e in quale lingua, all’interno di un mercato editoriale contraddittorio e di politiche della traduzione troppo spesso improntate da una persistente gerarchia delle lingue e delle culture, intrecciata alle ineguaglianze che solcano la geografia globale. E resta da precisare che, accanto allo studio della rappresentazione artistica dello spazio, dobbiamo continuare ad occuparci anche delle altre rappresentazioni spaziali, che rendono questo mondo inabitabile per molti. Dobbiamo continuare ad occuparci della «miseria dell’habitat». C’è infatti un rischio, ed è sempre il solito, nel presupporre che una declinazione «debole» della spazialità sia dominante o in procinto di diventarlo: quello che (come continua ad avvenire) si impongano, in luogo delle città alter-native che la letteratura è capace di configurare, modi di progettare/configurare/pianificare tutt’altro che alieni dalla segregazione.

Giuliana Benvenuti,Il protagonismo dello spazioultima modifica: 2009-07-15T21:42:57+02:00da mangano1
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