Saverio Caruso, Il samaritano e re Artù

ll Samaritano e re Artù
In margine allo scritto di Angelo Piazza

La gentile fantasia della condivisione delle fragili sorti delle creature e un viso chino sul dolore del mondo sono nel samaritano che soccorre sulla solitaria via di Gerico, resa più deserta dal passaggio di uomini di fede che, frettolosi e indifferenti, non si fermano a porgere aiuto. È proprio Gesù, nel racconto evangelico di Luca, ad attribuire al samaritano, uomo non religioso, il merito della compassione e il gesto di farsi prossimo e di soccorrere. Uno dei comandamenti del Cristianesimo, forse quello che dà più chiara identità alla fede cristiana, l’amore del prossimo, ha fondamento nella volontà buona di un uomo che trova in se stesso, nel suo essere umanità, il motivo di prendersi cura dell’altro.

La compassione, l’amore del prossimo, la bontà, la reciprocità hanno un’ampiezza di universalità che non può essere rinchiusa in una professione di fede o in una ideologia: non sopportano appartenenze.

Le parole di Gesù sul buon samaritano (Luca, 10,25-37) fondano la natura universale e laica della tensione verso l’Altro e la speranza che, nonostante le immani forze
immisericordi presenti nel mondo, non sarà mai vinta la nostra volontà di restare umani dentro e oltre ogni fede.
La volontà buona rende vivibile questa terra e l’universo, perché il suo contenuto morale (giustizia, uguaglianza, libertà, ricerca della verità, rispetto e attenzione verso gli altri nel riconoscimento dei diritti naturali e sociali) mette in armonia.

Il cuore dell’uomo è piccolo, ma sente grida di aiuto e porge aiuto, perché il compito di fondare il mondo umano appartiene a tutti. Allora un anonimo fiammingo del sec. XV si esprime così: “Cristo non ha più mani / ha soltanto le nostre mani / Cristo non ha più voce / ha soltanto la nostra voce”. Le mani e la voce di tutti gli uomini di volontà buona.

Allora grande è il piccolo cuore dell’uomo, capace di una piccola bontà che soccorre e crea legami, ed è, per lo scrittore Vasilij Grossman, “il punto più alto a cui lo spirito sia pervenuto…Essa è invincibile. Quanto più è stupida, insensata, quanto più è impotente, tanto più è infinita. Davanti ad essa, il male non può nulla…I profeti, i leaders, i riformatori sono impotenti davanti a lei…È la bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, del soldato che dà da bere dalla sua borraccia al nemico ferito…., del contadino che nasconde nel fienile il vecchio ebreo”. Questa bontà è senza testimoni, “una piccola bontà senza ideologia. La si può chiamare bontà insensata. La bontà degli uomini fuori dal bene religioso o sociale (“Vita e destino”).

Anche l’ateismo appare provvidenziale nella ricerca di una morale assolutamente umana. In uno dei racconti chassidici pubblicati da Martin Buber si legge: “Rabbi Moshe Löb diceva: Non esiste qualità o forza dell’uomo che sia stata creata inutilmente. Ma a che scopo sarà stato creato l’ateismo? Perché quando uno viene da te e ti chiede aiuto, tu non devi raccomandargli di avere fiducia e di rivolgere la sua pena a Dio. Ma devi agire come se Dio non ci fosse, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell’uomo: e quell’uno sei tu”.

Nel suo ultimo recente romanzo “Il dono”, la scrittrice Toni Morrison racconta di una madre nera che offre, a un mercante (ma non di uomini) che è passato a esigere un credito presso un proprietario di terre e di schiavi (cattolico), la sua bambina per salvarla da un futuro di schiavitù. Questa madre ha colto negli occhi dell’uomo una luce di bontà, uno sguardo umano, come dice lei stessa alla fine del libro: “Ho detto te. Di prendere te, mia figlia. Perché ho visto che l’uomo alto vedeva in te una bambina umana, non dei pezzi da otto. Mi sono inginocchiata davanti a lui. Sperando in un miracolo. Ha detto sì. Non è stato un miracolo donato da Dio. È stata una misericordia. Offerta da un essere umano. Sono rimasta in ginocchio. Nella polvere dove il mio cuore rimarrà ogni notte e ogni giorno finché non capisci quello che so e che tanto vorrei dirti: ricevere il dominio su un altro è difficile, lottare per il dominio su un altro è sbagliato; cedere il dominio di sé a un altro è male”.

È stata una misericordia offerta da un essere umano che non ha ceduto il dominio di sé, cioè la propria coscienza, ed è rimasto umano.

Non questa o quella fede, non questa o quella ideologia, ma la coscienza è il fulcro di ogni morale. In essa vivono o deperiscono tutti i principi che fanno il mondo etico e la comunità umana. E uomini e donne sono disposti a dare la vita per la giustizia, la libertà e l’uguaglianza, la solidarietà, per i propri simili senza diritti, e spesso sono guidati da convinzioni non religiose, anzi sono costretti a muovere, per conquiste umane e sociali, contro i poteri religiosi. Il filosofo cattolico Charles Taylor scrive (in “L’età secolare”) che “ci sono molti modi per fondare una teoria dei diritti umani, e quella religiosa non è migliore, più sicura, rispetto ai tentativi dei laici”.

Per una straordinaria commistione di amore del prossimo e di crudeltà, è stata data legittimazione religiosa alla schiavitù nei tempi moderni (i negri non hanno anima?); per una strana commistione di dolcezza (il suono delle campane) e crudeltà, le campane delle chiese inglesi hanno suonato a lutto all’annuncio dell’abolizione della schiavitù nelle colonie britanniche.

Spesso le fedi stanno nelle corti del mondo, a sostegno del potere, e mostrano un’altra strana commistione: quella tra amore del prossimo e amore per le dittature. E a lungo la richiesta della libertà dei singoli e dei popoli è stata dichiarata dalla Chiesa un’idea demoniaca.

La cultura laica – anche di uomini profondamente religiosi – fondata sulla coscienza-dominio di sé autonoma di minoranze generose e illuminate, ha redento il mondo, seppure mai in via definitiva, perché permangono su questa terra gli istinti che ci fanno disumani.

Ampi e profondi sono i rapporti tra cultura religiosa e cultura laica e c’è chi sostiene che illuminismo e marxismo sono eresie cristiane.

Gabriella Caramore (“La fatica della luce. Confini del religioso”) dice che oggi più che mai “ci è chiesto di comprendere, con intelligenza, che chi non crede in Dio, può credere però, a pieno titolo, a quelli che dentro i testi delle Scritture (da quelle ebraiche a quelle cristiane a quelle dell’islam) sono chiamati, in maniera più o meno indiretta, i ‘nomi’ di Dio: la giustizia e la misericordia, la libertà e la pace, la verità e la fedeltà, la bellezza e l’umiltà, la rettitudine e l’intelligenza. Per tutti – credenti e non – si tratta di far sì che non siano nomi vuoti, parole con cui si copre il proprio deserto, maschere per la propria inettitudine. Ma un vero esercizio di ricerca, un banco di prova per la propria umanità”.

L’ampiezza di questi rapporti è presente anche nelle idee di quegli uomini illuminati che nell’antichità, intorno al V sec. a.C., apparvero quasi contemporaneamente in varie parti del mondo. Richiamandosi a un fondamento religioso mai enunciato compiutamente, essi hanno elaborato contenuti di civiltà centrati su una elevata moralità nei rapporti umani. Uno di loro è Maestro Kung (Confucio), che percorre la Cina dicendo di ispirarsi a una “Via del Cielo” che non si può definire né insegnare e di cui, come lamenta qualcuno dei discepoli, egli non parla mai. Egli è spirito profondamente religioso e inscrive i principi morali nei “Decreti del Cielo”, ma non formula una teologia e non fonda una istituzione della fede. Le testimonianze dei discepoli ci dicono che le parole di Confucio contengono una delle più grandi esaltazioni laiche della carità, della sincerità, della giustizia, della misura. La figura del saggio, tramandata fino a noi, è quella di un uomo che indica come regola di vita la reciprocità e così la enuncia: “Ciò che non vuoi sia fatto a te non fare agli altri”; che nell’impegno ininterrotto di autoperfezionamento “vuole progredire verso l’alto”, mentre “l’uomo volgare progredisce verso il basso”. Il saggio “perfeziona le qualità migliori dell’uomo, non le peggiori. L’uomo volgare fa tutto l’opposto”. Solo l’uomo volgare ama “l’amicizia con uomini abili nel servilismo”, mentre “il saggio è accondiscendente ma non servilmente concorde”. Il saggio sa che può sbagliare nel conoscere e nell’agire, ma “l’errare del saggio è come un’eclissi di sole o di luna: quando sbaglia tutti lo vedono, quando si corregge tutti guardano a lui”. Al contrario, “i suoi errori, l’uomo volgare sicuramente li abbellisce”.

Quanti, tra gli uomini che cercano notorietà di guida, quanti tra gli uomini che professano fedi sono permeati dalla fresca universalità di questa saggezza?

Io ho apprezzato lo scritto di Angelo Piazza pubblicato sul numero 44 di “dalla parte del torto”, specie dove parla della nudità dell’uomo e del suo esodo dal cuore e dalla vita mentre si perde dietro mete volgari e insignificanti; il suo intervento ha il pregio di una concisione densa di immagini e di significati e addolcita da un’inclinazione alla gentilezza dell’eloquio.

Mi ha sorpreso il sopraggiungere, nel suo discorso, di una sorta di incurvatura dell’anima, che lo porta a non riconoscere, nella società umana, l’esistenza di una morale laica. Si tratta di una rinuncia a rapportarsi con alcuni dei più alti contenuti di civiltà dell’uomo. È vero che essi sono stati raggiunti anche contro il potere religioso, ma spesso un modo coraggioso di vivere la fede ha prodotto laicità all’interno di una religione.

Il samaritano è un laico e, come laico, cioè uomo dotato di coscienza autonoma che ha a cuore ciò che è umano, è innalzato da Gesù, che lo indica come esempio a coloro che vogliono meritarsi il regno dei cieli. Anche un laico, allora, può dare significato alla vita di un credente.

La via delle ostinate rinunce non è feconda di patti di grazia tra gli uomini.

Molti, che dicono di aver ascoltato la voce di Dio, si agitano per uccidere tutti i nomi di Dio e fanno soffrire, con dovizia di mezzi, gli esseri umani e gli angeli. Sono in balia di una disumanità che vanifica il loro stesso nome.

La volontà buona crea legami anche tra diversi. Essa è il fiore di una intelligenza che non cede a nessuno, mai, il dominio di sé, la propria libertà.

La coscienza libera di fare il bene, che non si fa lusingare da richiami di appartenenza né diminuire da ostinate inerzie dottrinarie, respira “chiacchierando con gli angeli alla mattina presto / chiacchierando con gli angeli in quella terra. / Io voglio far parte di quella orchestra / e chiacchierare con gli angeli tutto il giorno”. Così dice il canto composto da una signora inglese, canto adagiato su una musica di allegra dolcezza, che io ho sentito dalla voce di un bambino di nome Arty, il nome di quel grande re, insieme laico e credente, che visse tra cavalieri senza macchia, in continuo perfezionamento di sé

verso l’alto e dediti ad alleviare le sofferenze dei più deboli, a soccorrere la fragilità del mondo.

Saverio Caruso

Saverio Caruso, Il samaritano e re Artùultima modifica: 2009-07-14T23:01:26+02:00da mangano1
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