Cristina Piccino, Il 68 di Godard

da il manifesto,12 luglio

Lotta di classe secondo Godard

 

A Marsiglia, il festival internazionale dei documentari propone il magnifico «Un film comme les autres», firmato dal padre della Nouvelle Vague e da Jean-Pierre Gorin che ripercorre il Sessantotto francese fra aule e fabbriche occupate, scontri con la polizia, immagini di archivio. In programma, anche «Les racines du Brouillard» sulla guerra d’indipendenza in Algeria
Il logo colorato di «Marsiglia capitale della cultura 2013» imperversa su tram, metrò, palazzi, la città è un cantiere aperto: lavori in corso ovunque e pannelli che illustrano i progetti in fase di realizzazione, tutto molto moderno, grandioso, che promette di regalare un volto nuovo ai vecchi quartieri arrampicati intorno al porto. «Speriamo perché lì comandano loro, non è che sono razzista ma insomma l’immagine per i turisti ne viene danneggiata» dice una bionda mechatissima signora mezza italiana come tanti qui. Loro sono gli africani, i maghrebini, i tanti migranti che abitano i quartieri popolari dove l’odore di pizza napoletana si mischia a quello del kebab, il the alla menta viene servito insieme al moresque, pastis e orzata, e i ristoranti libanesi un po’ alla moda vengono su accanto a baracchini con le sedie di plastica e falafel irresistibili. Oggi nell’Europa che si compiace di sé agli appuntamenti di rito, tipo il G8, pensare città come Marsiglia sarebbe impossibile. Il mistral nei disegni dei «grandi» (che brutta parola!) dovrebbe soffiare soltanto su metropoli asettiche, controllate da visti e permessi di soggiorno ove anche i tanti italiani approdati qui almeno tre generazioni fa non potrebbero aprire i loro ristoranti che fanno ancora impazzire i cittadini d’oltralpe.
Anche il Fid ha dovuto cambiare sede, il teatro di fronte al vecchio porto che negli anni passati era cuore del festival è in piena ristrutturazione. Quest’anno il cuore sono Les Variétés, multisala d’essai (con la versione originale che nella provincia francese non è così scontata come a Parigi), e il magnifico Théâtre du Gymnase, piccolo e di ispirazione italiana, con il soffitto decorato di angeli che si affaccia su un cortile pieno di piccoli caffè, il che permette di incontrarsi facilmente – anche se moltissimi questi primi due giorni sono stati assorbiti dal FidLab, il laboratorio di produzione istituito a partire da questa edizione. Jean-Pierre Rehm, il direttore artistico e la sua infaticabile equipe hanno messo insieme un cartellone molto fitto, quasi tutte prime mondiali tra concorso internazionale (giurati: Jackie Raynal, Marion de Boer, Roee Rose, Miguel Gomes, Philippe Grndieux) e francese (assegnano il premio Judith Ravel, Ursula Meier, Monique Deregibus, Carlos Muguiro, Michel Lipkes) pure se la caratteristica di questo festival è soprattutto la sua progettualità. Che vuol dire riuscire a miscelare un insieme di proposte, come capita nelle sezioni parallele insieme alla gara tali da offrire del cinema documentario una visione «eretica». Non è il format che interessa questo festival e nemmeno la «purezza» del genere, direi piuttosto il contrario. Sono le invenzioni, la sfaccettature, la capacità di indagare la realtà nelle sue zone meno evidenti e con modalità eccentriche. Anche se imperfette.
C’è una frase nel magnifico film di JL Godard e Jean Pierre Gorin Un film comme les autres , girato nei giorni del Maggio ‘68 e che Gorin definisce nella loro esperienza di racconto della realtà col gruppo Dziga Vertov, il «più simile a un documentario», che ci riporta all’oggi. Un dialogo di classe nei campi assolati e intorno le immagini di guerra tra movimento e polizia nelle strade della Francia, le macchine bruciate, l’occupazione delle fabbriche, gli scontri con la polizia. Studenti e operai. «Sono studente, sono un privilegiato» dice la voce di una ragazza tra coloro che partecipano alla conversazione in quel prato assolato, filmati tutti mai per intero, solo frammenti di mani, sigarette accese una dopo l’altra, capelli, jeans nel passaggio in 16 millimetri tra colore (loro che parlano) e bianco e nero (le manifestazioni).
Bizzarra questa frase oggi, e così pertinente nel dirci il funzionamento del capitalismo che genialmente abbatte le differenze di classe trascinando verso il basso i corpi a lui estranei. Nell’epoca del call center forse lo studente è sempre un privilegiato ma la traiettoria disegnata dagli studi allora – posto fisso, carriera – si è chiusa nel mondo globalizzato in cui lo sfruttamento intensivo dei lavoratori nei paesi più poveri è divenuto regola mondiale.
Anche se girato, appunto, nel ’68 il film di Godard e Gorin è assolutamente attuale. Intanto è una riflessione sul senso del fare «cinema politico», cosa significava allora e cosa significa nell’era della proliferazione mediatica, utilizzando l’elemento di documentazione della realtà in modo straniante, con la voce off che obbliga a pensare diversi significati possibili alle immagini della lotta. E poi ci sono gli archivi, le immagini di «repertorio» che nella relazione temporale stabilita dal film è come se fossero già memoria, permettendo un duplice piano del racconto, la distanza dell’analisi che non è mai emozione del momento.
Nel cinema documentario attuale gli archivi, o meglio gli home movies, i film familiari e tutto quanto non è istituzionale (dove i costi sono enormi) sono divenuti materiale ricorrente, e spesso con l’eccesso del privato che non riesce a sfondare nella dimensione collettiva. Dounia Bovet-Wolteche per il suo primo film h scelto il formato del 16 millimetri e il bianco e nero che «confonde» le immagini del passato con quelle girate dalla cineasta oggi. Ma non c’è nulla di lezioso o di ammiccante in questo film, Les Racines du Brouillard è uno dei film più forti visti fino a oggi al festival. Questa strana mescolanza temporale è quasi una dichiarazione di memoria, come se le storie che l’anziana protagonista, Axelle, la madre della regista, legge ai bambini sul divano di casa ci dicessero che quel passato non è divenuto Storia. È stato invece cancellato, rimosso, dimenticato, mai reso patrimonio collettivo. Axelle è francese, quando arriva per la prima volta in Algeria è il 1962, lei è una giovane insegnante. La sua vita si intreccia a quella di Ali, combattente per l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia, e di altri amici, alla lotta e all’utopia di una nuova libertà. Ali finisce in prigione, i francesi lo condannano a morte. Quel passato di archivi scivola pian piano nel letto d’ospedale dove Alì, oggi, sta morendo ormai anziano e malato, proprio lì dove non sarebbe mai voluto andare: in Francia. La narrazione si moltiplica, le voci di Axelle, Ali e della regista si sovrappongono a più riprese, come i ricordi lucidi, privi di nostalgia, attuali Axele ai bimbi fa conoscere le lettere che Ali scrive in carcere. Un amico, un compagno, complicità profonda e amorevole che le immagini raccontano con le donne che vanno nei campi, portano le pecore, seguono i passi del cammino fatto da Ali in clandestinità tanto tempo prima.
Il viaggio ci porta in Kabilia, la regione berbera dell’Algeria più fieramente indipendente che le politiche post-rivoluzionarie massacrarono non tollerando le loro rivendicazioni, e quelle di una parte della rivoluzione che non voleva il compromesso del postcolonialismo e della tradizione. Il titolo, ci spiega la regista, Le radici nella nebbia è un proverbio kabilo per dire di un paradosso che è rifiuto della rassegnazione, di una resa. Una scelta di resistenza come la memoria tenuta viva. E come un cinema, quello della regista, che già dal suo formato sfugge alla norma.

Cristina Piccino, Il 68 di Godardultima modifica: 2009-07-13T23:38:28+02:00da mangano1
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