Attilio Mangano, Il tempo del populismo e il mondo contemporaneo

IL TEMPO DEL POPULISMO E IL MONDO CONTEMPORANEO

 

Il successo del G8 aquilano  credo possa essere il punto di partenza per una riflessione più  attenta  che vada oltre gli aspetti più immediati.  ( Sono  note le critiche che  comprendono  sia  la possibile fine dello strumento stesso G8, sia l’insufficienza di alcune misure , ma credo che esse  non spostino di molto il problema. Si può sostenere ragionevolmente che la pochezza delle manifestazioni anti G8 siano dovute anche ad aspetti logistici e simbolici , ma il semplice confronto coi tempi della manifestazione di Genova  fa credere che sia concluso un ciclo-  non magari le proteste e le lotte nel mondo, ovvio, ma pur sempre una stagione politica) La domanda da porre è un’altra: e se  quella che potremmo pur sempre chiamare in termini approssimativi  LA LINEA OBAMA BERLUSCONI fosse qualcosa di più di un evento congiunturale e rivelasse e indicasse  le forme stesse della politica nel mondo contemporaneo? Non intendo certo aprire una discussione sulle differenze vere o eventuali  tra la politica di Obama e quelle di Berlusconi, il fatto che una nasca  in un contesto storico politico culturale  che chiama in  causa la “ sinistra” americana ( i democratici) e un’altra si riferisca alla politica del centro-destra italiano  è pacifico e scontato, ma è sufficiente per non interrogarsi  davvero sulla dimensione del politico nel mondo contemporaneo  e non chiedersi se esista infine un PARADIGMA, un MODELLO, che  investe il passaggio all’epoca della globalizzazione e post? Chi in partenza si scandalizza e/o mostra stupore per questo approccio dimentica che da più di venti anni , con vasta letteratura scientifica, il problema della differenza contemporanea  tra destra e sinistra  rispetto alle culture ottocentesche originarie, ma anche rispetto all’epoca delle due guerre mondiali, sia  discusso SERIAMENTE da varie parti alla luce degli interrogativi sul cambiamento strutturale e politico oggi. E inoltre, anche se il termine in voga , il POPULISMO, sembra comprendere troppe cose ed essere solo un contenitore di politiche  diverse che comunque hanno molti tratti in comune, il problema rimane tale e quale nella sua portata, forse converrebbe arrivare a una nuova definizione , sostituire la parola populismo con un’altra, ma la posta in gioco non cambia. Basta ricordare in WIKIPEDIA l’approccio iniziale.

Gli studiosi di scienze politiche hanno proposto diverse definizioni del termine ‘populismo’. ‘A ognuno la sua definizione di populismo, a seconda del suo approccio e interessi di ricerca’, ha scritto Peter Wiles in Populism: Its Meanings and National Characteristics (1969), il primo testo comparativo sul populismo internazionale curato da Ernest Gellner e Ghita Ionescu. Tuttora giornalisti e studiosi di scienze politiche usano spesso il termine in maniera contradditoria e confusa, alcuni per fare riferimento a costanti appelli alla gente che ritengono tipici di un politico o un movimento, altri per riferirsi a una retorica che essi considerano demagogica, altri infine per definire nuovi partiti che non sanno come classificare.

Negli ultimi anni diversi studiosi hanno proposto nuove definizioni del termine allo scopo di precisarne il significato. Ad esempio, nel loro volume Twenty-First Century Populism: The Spectre of Western European Democracy, Daniele Albertazzi e Duncan McDonnell hanno definito il populismo come: ‘una ideologia secondo la quale al ‘popolo’ (concepito come virtuoso e omogeneo) si contrappongono delle ‘elite’ e una serie di nemici i quali attentano ai diritti, i valori, i beni, l’identità e la possibilità di esprimersi del ‘popolo sovrano’.

Regimi come quello fascista nella persona di Mussolini, quello nazista di Hitler o quello di Juan Domingo Perón[senza fonte], e in generale la maggior parte delle dittature, sono un perfetto esempio del rapporto diretto fra illeader e le masse che si definisce populismo.
Ma al di là di questo e di alcune caratteristiche retoriche, la definizione di populismo è rimasta estremamente vaga, facendone per lungo tempo una comoda categoria residuale, buona per catalogare una grande varietà di regimi difficili da classificare in maniera più precisa ma nei quali era possibile ritrovare qualche elemento comune. Questi elementi erano la retorica nazionalista ed anti-imperialista, l’appello costante alle masse e un notevole potere personale e carismatico del leader. Questa concezione nebulosa del populismo è stata utile durante la seconda metà del Novecento per inserire in una categoria comune vari regimi del Terzo Mondo, come Egitto eIndia, che non potevano essere definiti democrazie liberali né socialismi reali.

Un’altra accezione di populismo (ma neanche questa tenta di dare al termine una definizione precisa) è quella che lo rende un “contenitore” per movimenti politici di svariato tipo (di destra come di sinistra, reazionari e progressisti, e via dicendo) che abbiano però in comune alcuni elementi per quanto riguarda la retorica utilizzata. Per esempio, essi attaccano le oligarchie politiche ed economiche ed esaltano le virtù naturali del popolo (anch’esso mai definito con precisione, e forse indefinibile), quali la saggezza, l’operosità e la pazienza. Il populismo guadagna perciò consensi nei momenti di crisi della fiducia nella “classe politica”.

Il politologo Marco Tarchi, in “L’Italia populista”, ricostruisce le vicende del populismo in Italia[1], dove i momenti di minima fiducia nella politica (e nei politici) si sono avuti con la Seconda Guerra Mondiale e con la denuncia della corruzione del sistema politico a seguito delle inchieste di Mani Pulite). Tarchi si sofferma soprattutto sui due movimenti più schiettamente populisti: l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini (l'”uomo qualunque” contro l'”uomo politico”) e la Lega Nord (il “popolo del nord” contro “Roma ladrona”). Nella politica Italiana contemporanea da alcuni il populismo è rappresentato da Forza Italia la cui identità politica risulta assolutamente sovrapponibile a quella del proprio leader carismatico Silvio Berlusconi, capace di attirare su di sé l’attenzione mediatica grazie alla propria personalità e all’uso di slogan più propagandistici che propriamente politici.

Come si vede  ci sono quanto meno due approcci, quello che parte da fascismo e simili  e arriva magari a Peron , centrato sulla figura del comando, e quello che abbiamo indicato in generale come contenitore di cose diverse. In ogni caso vale la pena ricordare che dentro la questione stessa  emerga quella che lo stesso BENEDETTO VECCHI,  marxista negriano, aveva definito un anno fa su IL MANIFESTO  il vero NODO SCORSOIO  DELLA DEMOCRAZIA. Si veda dunque questa recensione che parte subito dall’ammissione di fondo, il populismo è globale.

I fanatici del popolo – Da Putin a Berlusconi, il populismo è globale

Data di pubblicazione: 12.12.2008

Autore: Vecchi, Benedetto

Due saggi che aiutano a comprendere “il populismo, ovvero il nodo scorsoio della democrazia contemporanea”. Il manifesto, 12 dicembre 2008

La ragione populista del filosofo marxista Ernesto Laclau e Populismo globale del giornalista italiano Guido Caldiron. Due saggi per aiutare a comprendere una forma politica che ha acquisto forza nella crisi della democrazia e nei punti «alti» dello sviluppo capitalista

Il populismo, ovvero il nodo scorsoio della democrazia contemporanea. A scioglierlo ci provano in molti, da chi lo ritiene un residuo del passato che sarà rimosso dopo avere adeguatamente riformato le istituzioni politiche in termini di semplificazione e di centralità del potere esecutivo rispetto a quelli legislativo e giudiziario. Oppure, come manifestazione politica di quei paesi poco avvezzi alla democrazia. Letture tuttavia non convincenti.

In primo luogo, perché il populismo mostra tutta la sua radicalità politica non nei paesi dove lo sviluppo economico è più lento, come avveniva in passato in America Latina o in alcune realtà asiatiche, dove partiti e leader esplicitamente populisti facevano le loro fortune. La fine del Novecento ha infatti visto forze populiste conquistare sempre più consensi, arrivando a condizionare la vita politica se non a governare nazioni come la Francia, l’Italia, l’Olanda, l’Austria, gli Stati Uniti e la Russia di Vladimir Putin.

Dunque, un fenomeno politico che non è certo un’ingombrante eredità gettata con volgarità sul presente. Piuttosto va considerato come la forma politica che si misura con i problemi posti dalla crisi del neoliberismo e della globalizzazione. Insomma, una risposta innovativa ai conflitti sociali nei cosiddetti «punti alti» dello sviluppo capitalismo: è questa, infatti, la tesi di studiosi e leader politici affascinati dal discorso populisti. Per sgomberare il campo da equivoci va subito detto che il termine «innovativo» non esprime qui un giudizio, ma solo la constatazione che i partiti e i leader populisti riescono a elaborare analisi e proposte politiche più efficaci di altre, sfruttando al meglio i media e le forme di mobilitazione – dalla vecchia radio all’anziana televisione, alla caotica Internet, dagli sms al fascinoso volantinaggio – preposte alla formazione dell’opinione pubblica.

Le fragili identità

A confrontarsi con questo rovello sono due recenti libri che, sebbene siano nati in ambiti disciplinari e con prospettive diverse, sono tra loro complementari. Si tratta di Populismo globale (Manifestolibri, pp. 191, euro 18) e La ragione populista (Laterza, pp. 300, euro 20). Il primo è di Guido Caldiron, un giornalista e studioso da sempre attento alle evoluzioni della destra radicale europea. Il secondo è del filosofo argentino Ernesto Laclau, che ha dedicato molte opere alla comprensione di come funziona la democrazia sin da quando è salito in cattedra a Oxford su segnalazione dello storico Eric Hobsbawm dopo aver precipitosamente abbandonato il suo paese perché minacciato di morte dai gruppi paramilitari di estrema destra.

La complementarietà dei due saggi è data dal fatto che là dove finisce Caldoron inizia l’analisi di Laclau. Populismo globale è, infatti, è una documentata analisi sull’ascesa dei partiti e leader populisti, mentre La ragione populista definisce le coordinate filosofiche entro le quali si muove la cultura politica populista. Caldiron ne cerca le radici, Laclau evidenzia come l’albero è nel frattempo cresciuto. Entrambi, però, iscrivono il populismo nella sfera politica, cancellandone le basi materiali. Infatti, né Caldiron, né Laclau mettono mai in relazione il fatto che il populismo cresce laddove è presente una composizione sociale della forza-lavoro estremamente articolata e dove la precarietà è la condizione necessaria alla messa al lavoro del sapere, il linguaggio, la conoscenza, la capacità di sviluppare una «autonoma» cooperazione sociale. In altri termini, il populismo ha fortuna nei punti alti dello sviluppo capitalistico.

Guido Caldiron parte dall’elezione a presidente di Nicolas Sarkozy e dalla vittoria elettorale del Popolo delle libertà di Silvio Berlusconi. Entrambi sono leader populisti, che hanno saputo intercettare gli umori profondi dei rispettivi popoli, articolandoli in un programma politico con al centro la figura dell’individuo proprietario. Inoltre, tanto Sarkozy che Berlusconi hanno saputo creare un clima mediatico che ha posto con forza nell’agenda politica temi e argomenti che componevano il loro programma politico: l’insicurezza sociale, intesa come paura di una messa in discussione del proprio stile di vita; la presenza di nemici interni alla nazione – in Francia la cultura del Sessantotto e la racaille delle periferia, in Italia uno stato-vampiro e i migranti -. Per Caldiron è tuttavia importante comprendere come i temi dell’agenda populista siano stati quelli dei gruppi di estrema destra per i venti anni che hanno preceduto la fine del Novecento.

In nome del futuro

Ciò che colpisce nella ricostruzione di Caldiron dell’ascesa di Nicolas Sarkozy è la traduzione dei temi propri della «destra radicale» in una politica «per bene» fatta dal presidente francese e di come siano stati sapientemente usati all’interno della crisi dei partiti moderati e della destra francese alimentata dalla globalizzazione neoliberista per un ricambio generazionale e culturale di quegli stessi partiti. Con una novità, che rende il populismo contemporaneo radicalmente diverso da quello Novecentesco: le richieste di ordine e disciplina non vengono motivate in nome di un’armonica comunità originaria minacciata dalla modernità, bensì in nome del futuro.

Il popolo evocato da Sarkozy e da Berlusconi ha fatto esperienza della globalizzazione. È il popolo dove i singoli sono rappresentati come tanti imprenditori di se stessi proprietari di un capitale intellettuale e sociale che deve poter essere sfruttato al meglio senza i limiti posti dallo stato sociale. Della triade della rivoluzione francese preferisce infatti la libertà all’eguaglianza e alla fraternità: una libertà, si badi bene, che ha nel il mercato la sua unità di misura. Per questo motivo chi lo vuole rappresentare parla del futuro invece che del passato. A sostegno di questa lettura Caldiron cita il caso di Pim Fortuyn, il leader della destra populista olandese ucciso alcuni anni fa che non ha mai nascosto la sua omosessualità e che ha invocato la tutela dei diritti umani contro gli «indigeni» musulmani presenti o nati in Olanda. In questa particolare accezione, i diritti umani sono il perimetro di una civiltà che non tollera nessuna diversità. Così, l’accesso alla cittadinanza è quindi necessariamente selettivo.

Assistiamo così a un populismo che impugna l’arma dei diritti umani per tenere fuori i nemici dell’Occidente: per i nemici interni, invece, la «tolleranza zero» non è solo una politica dell’ordine pubblico, ma un marchio di fabbrica che non può essere contraffatto. Tesi presenti, ad esempio, nelle prese di posizione di intellettuali come Alain Finkielkraut, Christopher Hitchens, André Glucksmann che, seppur con un passato di sinistra, sono diventati i più strenui difensori della superiorità occidentale. Un ordine del discorso dilagante dopo l’attacco alle Twin Towers, dove la presidenza di George W. Bush ha fatto esplicitamente riferimento allo scontro di civiltà di Samuel Phillips Huntington per legittimare un politica interna decisamente populista.

Se si rimane però all’atlante della galassia populista proposto da Guido Caldiron si rimane colpiti più dalle differenze che dalle ripetizioni che si incontrano mettendo a confronto l’Europa, gli Stati Uniti, la Russia di Putin o l’Iran del presidente Mahmud Ahmadinejad. E rischia di smarrirsi in esso. Ma è proprio questa grande capacità di adattamento a realtà diverse che contraddistingue il populismo contemporaneo da quello del passato.

Il problema è dunque svelare la visione populista del Politico. Per dirla con le parole del filosofo Ernesto Laclau occorre stabilire la sua ontologia, perché il populismo «costruisce» il popolo, attraverso l’evocazione della sua assenza.

Mutanti e flessibili

Il populismo dunque come paradigma del «Politico», ma anche come un modo di organizzare uno Stato che ha preso congedo sia dalla democrazia rappresentativa che dalle alternative ad essa. È infatti uno stato, quello invocato dai populisti contemporanei, che eleva sì un leader al di sopra degli interessi parziali che confliggono nella società, ma stabilisce l’equivalenza, quindi la commensurabilità di un interesse economico, di uno stile di vita con un altro. Non è un caso che Ernesto Laclau utilizzi in maniera innovativa il concetto gramsciano di egemonia per spiegare la costruzione di un significante che abbia la capacità di rappresentare, superandoli, gli antagonismi e le differenze della realtà sociale.

Il popolo è un significante vuoto che va riempito, stabilendo appunto i criteri che stabiliscono la coesistenza e la commensurabilità tra le tante parzialità che compongono la realtà sociale. I populisti sono i traduttori dei diversi idiomi sociali in un linguaggio comune, quello del popolo.

È noto che nelle pratiche politiche populiste c’è il popolo è rappresentato come una «comunità organica di simili» e che occorre cancellare le divisioni introdotte dagli elementi estranei a quella stessa comunità. I populisti, insomma, sono sempre a caccia di nemici interni. Il discorso populista contemporaneo invece non cancella la eterogeneità e le differenze anche di classe, ma le riconduce appunto alla loro parzialità, che possono esistere solo se espresse in un significante universale messo a punto in una data contingenza. In questo testo di Laclau sono forti gli echi degli studi di filosofi come Jacques Ranciere e Alain Badiou quando si sono confrontati con l’impossibilità di pensare la politica al di fuori di una contingenza. Quella che vede la presa di parola di chi è dotato di una facoltà di linguaggio negata dai dominanti, come sostiene Ranciere; o laddove, secondo Badiou quando scrive sulla Comune di Parigi, si interrompe il corso lineare della storia a causa dell’irruzione del conflitto di classe nella scena pubblica. Laclau, invece, ritiene che c’è contingenza quando l’assenza del popolo viene evocata e presentata dal discorso populista. Il populismo è quindi la forma politica che risponde alla crisi della democrazia.

Occorre quindi guardare la «bestia» in volto senza averne paura. Una bestia che non si ritirerà dalla scena pubblica con la crisi del neoliberismo. Il limite dei due libri sta, però, nella rimozione, se non nell’irrilevanza del nesso tra i laboratori della produzione e la dimensione politica. È infatti in quei laboratori che il populismo, in nome dell’individuo proprietario, altro significante universale che attiene alla ragione populista, ha compiuto la prima operazione, traducendo in termini capitalistici le istanze di libertà e di autodeterminazione espresse dalla forza-lavoro. Una traduzione che gli ha dato forza, fino a condizionare l’agenda politica non solo di una nazione, ma di tutto il capitalismo contemporaneo indipendentemente da chi esercita il potere dell’esecutivo.

Ci  sono in questo scritto di Vecchi molti spunti e rilievi di grossa portata che meritano ulteriori approfondimenti ma  mi limito a sottolineare una delle ultime affermazioni, il riferimento al tema dell’ INDIVIDUALISMO PROPRIETARIO  come SIGNIFICANTE UNIVERSALE CHE ATTIENE ALLA RAGIONE POPULISTA. Per inciso il problema anche qui si presenta più complesso: la teoria dell’individualismo proprietario si  associa  infatti alla lunga tradizione di critica dell’individualismo, assimilato in modo alquanto semplicistico all’ egoismo. Dal punto di vista filosofico la questione va fatta risalire al dibattito su Locke e seguenti, alla debolezza di una visione che accomuna  il classico homo homini lupus all’egoismo naturale, per cui individualismo finisce con l’essere sinonimo di egoismo, mercatismo etc. E pertanto fin dal decollo del capitalismo industriale  individualismo ed egoismo, interesse personale e avidità, fanno tutt’uno con la proprietà privata e sono il fondamento di un “ significante universale”. La  discussione su questo punto ci porterebbe lontano, non si tratta di  distinguere un individualismo cattivo e uno buono, si tratta di affiancare però a questo livello quell’altro tipo di riflessione storica filosofica e antropologica che investe la storia stessa  della MODERNITA’- Si tratta del problema della nascita della coscienza moderna e del soggetto, basterebbe citare un ‘opera classica come LA SOCIETA’ DEGLI INDIVIDUI di Norbert Elias per riconoscere  questa dimensione, così come basterebbe connettere questa riflessione a quella antropologica e psicoanalitica, primo fra tutti il concetto di INDIVIDUAZIONE in Jung.  Una rivista abbastanza famosa ha ripreso il suo stesso titolo  dall’opera di Elias, e nella sua presentazione si legge ad esempio

I comportamenti individualistici che caratterizzano le società moderne, e le relative teorie,  suscitano reazioni contraddittorie, di consenso e di rifiuto.

La filosofia sociale dell’Ottocento ha liquidato l’individualismo come ideologia di copertura della prassi “egoistica” della società borghese. In questo secolo è subentrato un atteggiamento analiticamente più attento ai nessi tra individualismo e processi di modernizzazione e al rilievo  etico della stessa “scelta” di essere se stessi. 

Negli ultimi decenni poi il fallimento dei progetti di realizzazione del socialismo ha indotto a  chiedersi se tra le sue cause non si debba annoverare proprio la scarsa considerazione dei valori  della persona. Ma la riabilitazione generica dell’individuo è avvenuta senza approfondire la  distinzione delle diverse figure dell’individualismo (possessivo, espressivo, libertario ecc.),

risolvendosi così non di rado in una semplice giustificazione di politiche neoliberiste.

Sul fronte delle dottrine individualistiche, d’altro lato, si  registra, accanto alla difesa dei diritti  originari di unindividuo atomistico, che si suppone minacciato da  ogni genere di potenze  istituzionali e idealità universali, anche la consapevolezza, al contrario, del legame esistente tra la  formazione di una personalità spiccata e originale e l’appartenenza all’universo dei rapporti storici

e naturali.

A questo panorama teorico appartengono anche i ripetuti annunci di morte del soggetto, le  reinterpretazioni in senso relazionale della categoria di individuo, così come i dubbi espressi dal  pensiero femminista circa la possibilità di riferirsi a individui asessuati.

Questi nodi problematici attraversano le scienze sociali e la filosofia morale e  politica del nostro  tempo e interessano anche gli operatori sociali, che nella riflessione sui diritti sociali e di  cittadinanza sempre meno possono fare appello a schemi di soluzione certi e condivisi..

Come si vede  anche solo da questi riferimenti la problematizzazione del nesso tra populismo e individualismo proprietario merita  approfondimenti di vario livello e  rischia a sua volta di  favorire un tipo di semplificazione interpretativa  che  non regge. E’ possibile operare in modo netto una  distinzione fra populismo di destra e populismo di sinistra o essa  sottovaluta il tratto epocale comune che farebbe appunto del populismo un paradigma della  politica contemporanea? Ieri sul CORRIERE DELLA SERA un interessante articolo di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA ha provato ad alzare il tiro sulla questione stessa.

Ernesto Galli Della Loggia, 
il Tempo del Populismo che non va



È possibile fare una ragionata difesa del populismo pur restando nell’alveo dei principi democratici, anzi magari proprio in nome di quei principi? Penso di sì. Penso cioè che oggi, in Europa, il populismo, o ciò che così viene chiamato, non sia altro, nella sua essenza, che un’ovvia reazione alla crisi proprio di quei principi, alla loro mancata traduzione in pratica da parte dei regimi che pure si dicono democratici. CONTINUA A PAGINA 10 

E dunque che esso, benché in certe condizioni possa avere effettivamente contenuti anche molto negativi, non sia però quel fenomeno da demonizzare sommariamente come invece fa gran parte del pensiero politica della sinistra, liberal, «democrat» o marxista che sia. La quale, come spesso le capita, è spinta a nascondere a se stessa le proprie inadeguatezze e le proprie sconfitte non solo negando ogni ragione al suo avversario, ma dipingendolo altresì come il male irrimediabile. Oggi il «populismo» è diventato il nuovo male assoluto che la sinistra vede agire sul palcoscenico della storia occidentale, e con la categoria di «populismo» essa tende ad etichettare ogni fatto sociale che le si rivolga politicamente ed elettoralmente contro. 
Fondamentalmente il populismo vuole essere la voce (soprattutto la voce di protesta) dei molti contro i pochi, dei «piccoli» contro i «grossi» — insomma del «popolo», come dice il suo etimo, cioè del demos . La sua radice è dunque la stessa della parola democrazia, e in più di un senso un quid di populismo ha costantemente accompagnato i momenti alti della storia della democrazia. Precisamente perché voce dei molti e dei piccoli contro i pochi e i «grossi», esso è destinato a ravvivarsi nei periodi di crisi economica, specialmente di crisi finanziaria. L’alta finanza, infatti, è popolarmente percepita da sempre come una sorta di chiusa conventicola, emblema del big business internazionale, i cui interessi sarebbero sostanzialmente contrapposti a quelli delle piccole e medie imprese industriali o commerciali, considerate invece più legate alla realtà nazionale. Nulla di più naturale dunque che una crisi come quella attuale, nata per l’appunto come crisi della dimensione mondiale del capitalismo finanziario, con il relativo emergere di fenomeni impressionanti di speculazione e di corruzione, diffonda un’ondata di populismo. Il quale, come di consueto, si esprime nella forma di un generale sentimento di discredito nei confronti dell’intero establishment , incluso quello politico in tutte le sue componenti, a cominciare da quelle socialdemocratiche. Le recenti elezioni europee ne sono state una clamorosa conferma. 
Questo è il punto chiave della denuncia che abitualmente si fa del populismo: proprio il fatto che esso si rivolga anche, o magari soprattutto, contro la sinistra è addotto come prova del suo carattere intimamente reazionario. Non ci si chiede tuttavia se ciò non sia per caso la conseguenza di qualcosa di molto profondo che è cambiato negli ultimi due-tre decenni nella sostanza delle forze di sinistra europee, e il cui effetto si è aggiunto a quello della crisi economica, per l’appunto alimentandone ancora di più gli esiti populistici. La conseguenza del fatto, per esempio, che le sinistre sono divenute parte integrante del sistema di comando politico e non solo; che esse ormai ne ispirano in larghissima misura l’ideologia e i valori dominanti specie di tipo culturale; che esse, infine, hanno spesso condiviso in modo sostanziale le politiche economiche liberistiche e pro-globalizzazione entrate ora in crisi. 
In tutta Europa, insomma, la sinistra rappresenta da tempo, a pieno titolo, il potere non meno della destra. Ma proprio perché ciò è quanto mai contraddittorio rispetto alla sua identità tradizionale e alla retorica con cui essa tuttora si autorappresenta, è naturale che quando come oggi il potere è messo tutto sotto accusa, è percepito nel suo insieme come inadeguato e inefficace, è allora naturale, dicevo, che sia la sinistra quella che finisce per pagare il prezzo più alto. Non per nulla il populismo è solito fare la sua comparsa precisamente quando gli attori politici tradizionali non sembrano più in grado di soddisfare le domande che si levano dalla società. Il populismo è innanzi tutto il sintomo di un’inadeguatezza profonda dei gruppi dirigenti tradizionali. 
Sono comprensibili, d’altra parte, i motivi per cui esso non gode di buona fama. Sono almeno due. Il primo è che, a differenza delle due grandi tradizioni ideologiche della nostra cultura politica (quella illuministico-liberale e quella illuministico-marxista) esso non si colloca dentro alcuna filosofia della storia. Il populismo non interpreta né il mondo né la storia, non profetizza dove vada l’uno o l’altra (proprio perciò non dà nessuna soddisfazione agli intellettuali speculativi, ma semmai a quelli immaginativi e passionali, ai Pasolini per capirci): esso si limita ad avere delle radicate antipatie, al massimo dei nemici. Di conseguenza – secondo motivo – esso sfugge in modo inquietante alla divisione destra/sinistra su cui da due secoli si fonda tutto il nostro discorso politico. Il populismo, infatti, è per sua natura un sentimento politicamente «informe», stenta a trovare una qualsivoglia «forma» politica e semmai tende a diventare protesta contro la politica, cioè qualunquismo: che ovviamente il mercato politico tradizionale non sa come maneggiare. Sono proprio la sua elementarietà intellettuale, la sua avversione verso l’alta finanza, verso il big business e il big government , gli elementi che spiegano come il populismo non possa che riscuotere l’avversione dei gruppi sociali che nelle nostre società detengono il monopolio dell’opinione accreditata. 
Ma se è vero che di populismo non si può vivere – anzi alla lunga si può morire – non è meno vero che una democrazia, se vuole essere davvero il governo del popolo, ha bisogno di una certa dose di populismo: in un quadro di regole, certamente, le quali però non devono diventare il paravento ideologico del dominio di fatto delle oligarchie, non devono servire a sbarrare il passo a nuove idee, a nuove forze, a nuovi valori. Il diffondersi di sentimenti e atteggiamenti populisti cui si assiste oggi in Europa è la prova che è accaduto invece proprio questo: una progressiva chiusura oligarchica delle democrazie liberali di cui è testimonianza indiscutibile la ormai riconosciuta incapacità dei loro sistemi scolastici di produrre la mobilità sociale che producevano un tempo. Le democrazie liberali sono andate sempre più sclerotizzandosi e richiudendo su se stesse intorno al dominio sociale di strutture di potere detentrici insieme dell’autorità politica, dell’egemonia economica e dell’influenza culturale: all’insegna di un’integrazione/complicità che è la vera causa della crescente impotenza innovatrice della politica, e dunque del suo discredito. Un’integrazione/complicità che ha trovato anche la sua ideologia di riferimento: quella del «politicamente corretto» che ormai regna sovrana su tutto il discorso pubblico occidentale, specie europeo. Ma non saranno certo le parti essenziali di tale ideologia – la valutazione positiva di ogni internazionalismo con relativa fiducia nella sua efficacia, l’accreditamento immediato di ogni moda all’insegna del modernismo culturale, il sostegno ad ogni «diritto» all’insegna dell’individualismo fruitorio, l’espansione degli apparati di ogni tipo con crescente delega agli «esperti», l’ostracismo preventivo e derisorio comminato a qualunque critica — non sarà certo nulla di tutto ciò a sbarrare la strada al populismo. È più probabile, temo, che ne rappresenti invece un sempre nuovo alimento

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Attilio Mangano, Il tempo del populismo e il mondo contemporaneoultima modifica: 2009-07-13T22:08:18+02:00da mangano1
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Un pensiero su “Attilio Mangano, Il tempo del populismo e il mondo contemporaneo

  1. io credo che si debba fare attenzione alla definizione di ‘populismo’, come nozione definita univocamente:esiste un populismo mediatico -amministrativo,come quello berlusconiano, esiste un populismo del New Labor, uno bushiano etc., in cui la società che scceglie il pragmatismo politico o la cd postpolitica, non può autolegittimarsi solo con l’ amministrazione tecnocratica, ma ha necessità di una legittimazione populistica. Il populismo, diverso oggi da quello tradizionale, è sempre un feomeno di rifiuto di un aspetto dell’oraganizzazione sociale, sia questo il rifiuto della burocrazia di Bruxelles, o quello della lotta agli immigrati ‘clandestini’. Non è certamente il terreno su cui si può sviluppare un progetto di emancipazione, ma sorge in mancanza di un’alternativa politico-sociale praticabile. In realtà la difficoltà consiste nel coagulare la protesta alla nuova visione dell’èlite post-politica e liberale che non ci sia che un’unica prospettiva democratica e progressista. Il populismo di oggi dimostra che esiste un vuoto nell’assenza di un progetto di sinistra, e l’èlite dominante va farneticando di una conciliazione tra Europa malamente federata e globalizzazione totale. Secondo Laclau il populismo è una forma neutra, in cui si va incanalando una protesta d’ogni genere, dal razzismo, al disprezzo per la cultura islamica, , alle proteste anarchicheggianti delle banlieux, alle rivolte dei sans papiers, e degli inoccupati, o sottoccupati. In realtà si tratta di creare sempre un’egemonia politico-culturale che tenga conto delle varie componenti rivendicative del popolo, facendo emergere le reali esigenze di rivendicazione ed emancipazione, rendendosi conto delle fluttuazioni e dei contenuti instabili che l’egemonia di una classe liberal democratica al potere attua, e rendendosi conto che esiste comunque una vioelnza sistemica di cui prender coscienza e di cui aanalizzare le componenti volta per volta con spirito critico esigente e consapevole.

    Caro attilio, ho buttato giù queste righe sulla nozione di populismo nell’Occidente diviso tra globalizzazione e difesa dei valori europei, ma è chiaro che va tutto ristudiato e esaminato attentamente, alla luce degli eventi storici attuali e di studi più approfonditi di teoria e strategia politica.
    Ne riparleremo ancora..Vorrei solo che dai giornalisti italiani il problema internazionale fosse esaminato con maggiore cura, cura che trovo solo ne Le Monde diplomatique, in Internazionale e in qualche articolo di A.Roy., o intervento di Chomsky, o di Naomi Klein. Ciao

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