Marco Dotti, Sloterdijk e i suoi imperativi

(da IL MANIFESTO, 29 GIUGNO 2009)

INTERVISTA di Marco Dotti
Sloterdijk E I SUOI IMPERATIVI
Vivere implica trasformarsi per accedere allo statuto del saggio. È necessario un nuovo movimento riformatore, su scala globale, che presenti una dimensione ecologica e etica al servizio della vivibilità del pianeta Incontro alla Milanesiana con il filosofo tedesco. L’umanesimo affidato alla «lettera» – dice – è definitivamente morto. La componente «bestiale» dell’uomo va addomesticata usando altri mezzi
I libri, osservava il poeta Jean Paul, «sono lunghe lettere che inviamo agli amici». Nel 1999, in apertura di Regole per un parco umano, saggio tratto da una conferenza su Heidegger e destinato a provocare non poche polemiche nel contesto delle riflessioni sulla bioetica e la natura umana, Peter Sloterdijk non mancava di citare uno degli autori che, a suo dire, meglio incarnerebbero lo spirito e i limiti dell’umanismo moderno e contemporaneo, quell’umanismo basato su un’«etica dell’alfabeto» e un assoluto primato del libro come oggetto di mediazione fra l’uome e la sua, forse insopprimibile, «animalità». Ciò che Cicerone chiamava humanitas – osservava il filosofo tedesco – nella sua essenza altro non è che una complessa strategia di «telecomunicazione», ossia la capacità di creare «amicizie a distanza», di legare e «addomesticare» la specie attraverso il medium della scrittura.
Critico nei confronti di questo modello di «addomesticamento intellettuale», strutturato sulle nozioni di alfabetizzazione, istruzione, educazione e scuola, Peter Sloterdijk ha ingaggiato una vera e propria battaglia contro le scorie di un umanismo incapace non solo di cordinarsi nella postmodernità, ma persino di leggere retrospettivamente le coordinate del proprio mondo andato oramai irrimediabilmente in frantumi. L’umanesimo affidato alla «lettera», chiosa ancora oggi Sloterdijk, è definitivamente morto. La componente «bestiale» dell’uomo va addomesticata se non proprio per altri fini, quanto meno con altri mezzi. A dieci anni di distanza dalla polemica che indusse Habermas a considerarlo un «soggetto estremamente pericoloso», gettandolo impropriamente sul banco degli imputati con l’accusa di essere il fautore particolarmente raffinato e capzioso di un nuovo eugenismo – tesi quanto mai sciocca e a suo tempo argutamente demistificata – Peter Sloterdijk ritorna sulla questione per lui centrale dell’antropologia e della ricerca di una dimensione non letteraria o illuminista del contesto di vita. Lo fa con un libro, apparso in queste settimane dall’editore Surkhamp, esplicito fin dal titolo, Du mußt dein Leben ändern – Über Anthropotechnik (pp. 700, euro 25,50), ossia «devi cambiare la tua vita».
Ospite della decima edizione della Milanesiana, la rassegna di arte, musica e scienza ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, che stasera alle 21 (allo Spazio Oberdan di Milano) lo vedrà impegnato in un reading accanto al regista Raúl Ruiz e a Hannah Schygulla, Peter Sloterdijk ha accettato di ripercorrere con noi alcune tappe del suo pensiero.
Nel suo ultimo libro, lei avanza l’ipotesi dell’autocostruzione dell’umano in cui le diverse attività – sentimenti, lavoro, comunicazione, ma soprattutto ritualità e ripetizioni – retroagiscono sull’uomo stesso, lo modificano, diciamo così, lo creano. Attraverso una forma apparente di umanesimo e di ricerca della trascendenza – la religione – assistiamo in realtà a una nuova pratica della costruzione di sé, che lei chiama antropotecnica.
All’inizio del mio nuovo libro ho parlato soprattutto di ripetizioni. Il punto critico, nella storia della civilizzazione, è a mio avviso rappresentato dall’emergere di esercizi espliciti: l’essere umano, in quanto tale, vive nella ripetizione e dà forma e contenuto alla propria vita attraverso un ritualismo più o meno cosciente fatto di esercizi ripetitivi. La definizione dell’essere umano, nella mia accezione, non è data dalla «creatività», ma dalla «ripetitività nella creatività». La creatività presa in se stessa è un’ideologia povera, poiché l’uomo deve diventare ciò che è incarnando ciò che può. Ma l’incarnazione passa attraverso la ripetizione. La parola francese «répétition» esprime al tempo stesso la ripetizione, il rimettere in scena azioni che abbiamo già prodotto, e l’esercizio che prepara una performance. Pensiamo a una ripetizione musicale o artistica, fare e ripetere sono termini che in francese – a differenza di quanto avviene in tedesco – convergono. Ed è esattamente su questa convergenza che si concentra il lavoro dell’antropotecnica.
L’antropotecnica sembra inoltre una possibile soluzione all’impasse del biopotere. Come risposta a questa impasse, Michel Foucault, semplificando, tornò al soggetto. Il riferimento è soprattutto al secondo e terzo volume della sua storia della sessualità, l’«Uso dei piaceri» e «La cura di sé». Lei, invece, sceglie di «tornare all’uomo».
Biopotere è un concetto interessante ma, nel contesto in cui lo si usa nel dibattito attuale, dice ben poco. Nella sua accezione più dura, biopotere è il «popolazionismo», poggia sull’idea di popolazione propria del regime dell’Assolutismo. Questo aspetto è in gran parte sfuggito a Michel Foucault e, a maggior ragione, sfugge ai suoi interpreti tardivi. Foucault si è concentrato soprattutto sui fenomeni della disciplina e della biopolitica dell’età classica. A mio parere, bisognerebbe dirigere l’attenzione al volgere del Rinascimento e dello Stato moderno. È in questo preciso momento che tutti i gruppi in possesso dei «saperi» si interrogano su come si possano produrre, annullare, sopprimere i futuri soggetti dello stato. La preoccupazione è però quella di garantire un numero di soggetti sufficienti al funzionamento della macchina. Il soggetto moderno è, prima di tutto, il soggetto della sovraproduzione «popolazionista». Essere soggetto significa dunque essere atteso sulla terra da uno stato che vuole consumarti nella sua nuova politica della forza. Io credo che questo fenomeno conferisca un contenuto ben più robusto al concetto stesso di biopolitica o di biopotere che tutti gli esempi addotti da Foucault o dai suoi successori. Da questo punto di vista, la differenza fra lo stato che fa morire e lo stato che impone di nascere, fra la politica della morte e dell’indifferenza per la vita o della vita e della (relativa) indifferenza per la morte, fra lo stato classico che fa morire e quello moderno che «impone» di vivere va riconsiderata. Già lo stato classico, però, «impone» la vita in una maniera molto più ampia rispetto allo stato moderno che, da parte sua, ha non pochi problemi con la natalità in costante tasso di decrescita. Nel XIX secolo la Francia è il primo fra i paesi moderni che con la crescita negativa della popolazione ha causato non pochi capogiri ai suoi politicanti. Nei giornali europei, tra l’altro, si ironizzava sui costumi sessuali dei francesi. Sul piano politico, questo significava soprattutto: non ci sono più bambini, quindi non possiamo più fare la guerra, non ci sono più giovani da bruciare. Questo è il problema. Dopo la fine della Prima guerra, divenne chiaro a tutti che la Francia non aveva più giovani da immolare nelle sue guerre imperialiste.
Si impose, anche nella logica della guerra, un’idea anti-malthusiana della popolazione…
Esattamente, anche se è un’idea che si afferma da sé, nelle cose, non viene esplicitata. Ma la preoccupazione maggiore dei governi è sempre per le guerre a venire. Malthus non è stato rifiutato né sul piano logico, né su quello ideologico, è semplicemente divenuto automaticamente obsoleto. La stessa cosa succede oggi in Italia, con una fra le natalità tra le più basse al mondo, nonostante sia un paese cattolico. Presto avremo comunque i figli degli immigrati o dei sans papier che diventeranno i veri alfieri della cultura italiana. E di certo saranno dei «buoni italiani». Ma non si è ancora sviluppata una politica sulla «biomassa» straniera. Sarebbe una politica «dei barbari», la stessa praticata dai romani a partire dal III o IV secolo della nostra era, quando volevano innestare il programma culturale della civilizzazione romana sulla biomassa barbara composta da gente che proveniva da nord o da sud. Ma l’Impero seguiva una doppia strategia di grande civiltà all’interno, e di grande barbarie all’esterno….
Tornando a Foucault, nei suoi ultimi libripropone un’etica fondata sulla trasformazione di sé che, in qualche misura, lo induce a considerare un aspetto diverso della politica della vita in genere….
Ed è su questo punto che io mi riallaccio alle sue ricerche e anche agli studi di Pierre Hadot sugli esercizi e la pratica di sé e al pensiero del pedagogo e filosofo Paul Rabbow, che aveva studiato lo stesso fenomeno. Sono autori che ho studiato molto da vicino per scrivere il mio nuovo libro sulle antropotecniche, in cui dimostro come gli uomini siano già il risultato di esercizi che praticano senza saperlo. «All’inizio», come diceva Henri Michaux, «era la ripetizione».
A queste tecniche di trasformazione del soggetto, messe in gioco dal soggetto stesso, si può associare una preoccupazione di tipo etico?
Da circa tremila anni, le civiltà più avanzate vivono in una sorta di stress morale di ordine completamente nuovo. C’è stato un tempo in cui era possibile osservare nuove epifanie, delle epifanie etiche. Credo che la filosofia come disciplina nella vecchia Europa, così come concepita in Asia Minore, a Atene e sulle coste della futura Turchia, è stata una nuova epifania del logos. E il logos non è solo una istanza epistemica, ma prima di tutto etica. Proprio Pierre Hadot, ad esempio, il cui pensiero ha molto influenzato Foucault, ci ha messi in guardia dal concepire la filosofia nella sua accezione cognitivista. La filosofia antica non metteva l’accento sulla razionalità del mondo, ma sulla necessità di condurre una vita regolata secondo prescrizioni cosmiche dell’essere: la sua era soprattutto una preoccupazione etica. In Cina, come in India, come nell’antico pensiero persiano o tra i profeti di Israele, così come in Grecia la grande preoccupazione etica, la cura, ha stravolto la vita degli uomini. Per designare questo gruppo di epifanie etiche, ho scelto di riformulare un imperativo assoluto. Da qui titolo e massima: devi cambiare la tua vita, Du mußt dein Leben ändern. Non è l’imperativo categorico di Kant che entra in un orecchio ed esce dall’altro, senza lasciare tracce nella personalità di chi lo ha ascoltato. L’imperativo che io propongo è, al contrario, un imperativo trasformatore: gli esseri umani sensibili al suo richiamo, dovrebbero cominciare a lavorare su di sé. Vivere è prepararsi, trasformarsi, accedere allo statuto del saggio, rispondere alla tensione verticale che impone di modificare la propria esistenza. Anche in risposta a questa tensione verticale, il mio lavoro si sintetizza nella riformulazione dell’imperativo in una forma consona ai nostri tempi. Un imperativo che incita a far sì che il principio che «muove delle tue azioni e il risultato delle tue azioni» restino entrambi compatibili con le esigenze del nostro sapere ecologico e cosmopolita. L’ultimo orizzonte in cui si iscrive questo progetto è quello di un nuovo movimento riformatore, su scala globale, che presenti una nuova dimensione ecologica e etica al servizio della vivibilità del pianeta. Questa la prospettiva che ritengo necessaria.

Marco Dotti, Sloterdijk e i suoi imperativiultima modifica: 2009-06-30T17:01:44+02:00da mangano1
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3 pensieri su “Marco Dotti, Sloterdijk e i suoi imperativi

  1. Ciao Attilio,
    come stai? Ho mio figlio alla maturità e sono un po’, diciamo così, preso di riflesso (sic).
    Avevo letto a suo tempo Sloterdijk (il libro sul cinismo) ma non mi aveva entusiasmato. Non avevo capito molto dove andava a parare.
    Poi non l’ho più seguito. Ho letto l’intervista che mi conferma nei dubbi (Dotti è un collaboratore di Medusa). Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi tu più approfonditamente. Mi sembra vago e un po’ confuso, l’appello finale all’ecologia è ormai un mantra.
    Un caro saluto.

  2. ciao, son contento di risentirti, capisco che seguire il figlio alla maturità sia ancora una emozione e un problema. Devo dire sinceramente che io al contrario di te non conoscevo Sloterdick ed è stata una buona sorpresa, anche se convengo sul fatto che l’appello finale è scontato. Se vuoi mandare un commento critico più dettagliato te lo pubblico.

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