Lucia Annunziata, Una banana republic per Barack

da  LA STAMPA,30 giugno 2009

 

 

Una banana republic per Barack
LUCIA ANNUNZIATA

Il golpe appare, soprattutto, ridicolo. Un golpe dei soliti soldati con le facce di contadini sudamericani, in Honduras, 112.088 km quadrati e 6 milioni di abitanti, in corso mentre si sviluppa la crisi politica dell’Iran. Ma per un potere globale come gli Stati Uniti non c’è disturbo ormai troppo piccolo da poter essere ignorato. Ed ecco il presidente Obama tirato per la giacca da un piccolo Paese e messo di fronte a una scelta imbarazzante: essere il solito presidente Usa che appoggia dei militari golpisti, o il primo che appoggia uno dei tanti leader di sinistra che spuntano come funghi nella parte Sud del suo stesso continente. Per l’amministrazione di Washington, che, giustamente, non ha messo l’America Latina fra i primi posti del suo impegno, il golpe in Honduras è in effetti un richiamo alla realtà del proprio rapporto con il suo miglior partner.

Il Sud delle Americhe è il più grande fornitore di petrolio, il più forte co-investitore nella ricerca di energie alternative, il maggiore produttore di droga, e anche la più ampia fonte di immigranti, legali e illegali, degli Usa. Negli ultimi anni questo partner è apparso ampiamente pacificato, e, in certi casi, protagonista di grandi successi economici. Ma interessi petroliferi, radicalismo politico, e persino islamismo, hanno nel frattempo proliferato, portando il continente su rotte che lo allontanano dagli Usa e lo spingono a incrociare altre potenze del globo. Il caso Honduras fa capire bene questo percorso. La nazione, classica «banana republic», è stata base del maggior conflitto Usa degli Anni 80 in America Centrale, contro i sandinisti, sotto la guida di John Negroponte, poi divenuto ambasciatore nell’Iraq occupato e capo della task force antiterrorismo globale nell’amministrazione Bush. Questo Paese, totalmente «americanizzato», che nel 2004 ha firmato il Cafta (Central American Free Trade Agreement), ed è il principale partner commerciale degli Usa, è stato governato da un presidente, Manuel Zelaya (ora fatto cadere dai militari) che si è staccato progressivamente da Washington per avvicinarsi a Hugo Chávez, abbracciandone lo stile di governo (da cui il tentativo di modificare la Costituzione per essere rieletto), ed entrando nel Petrocaribe.

La ragione da lui data per questo «voltafaccia» è che gli Usa non hanno mantenuto le loro promesse di benessere economico. Il cambiamento di opinione dell’ex presidente honduregno riflette bene un nuovo umore delle terre di tutto il Sud America che guardano ora a governi come quelli di Lula (Brasile), Morales (Bolivia), oltre che a quello venezuelano, come a storie di indipendenza e di relazione con interlocutori che non siano più gli Usa. Un rapporto del Council on Foreign Relations, presentato pochi mesi fa, comincia proprio così: «L’era della dominante influenza degli Usa in America Latina è finita. I Paesi di questa regione non solo sono molto più forti, ma hanno esteso le loro relazioni con altre potenze, incluse la Cina e l’India. Mentre gli Usa si concentravano su altre sfide, in particolare in Medioriente, l’America Latina ha fatto progressi sostanziali. La democrazia si è rafforzata, le economie si sono aperte, e le popolazioni sono diventate molto più mobili, nonostante molti Paesi stiano ancora combattendo contro povertà e disuguaglianze».

Il petrolio venezuelano e il boom economico brasiliano sono un magnete in effetti non solo per un senso di rinascita regionale, ma anche per appetiti politici internazionali. Alla Cina e all’India bisogna aggiungere l’iniziativa dei russi (da cui il Venezuela ha comprato miliardi di dollari di armi) e dell’Iran. Voci si rincorrono anche su forti iniziative d’intelligence di questi Paesi. La parola più ufficiale che abbiamo in merito è quella del segretario alla Difesa, Robert Gates: «Sono preoccupato dal livello di attività sovversive che gli iraniani stanno portando avanti in numerose nazioni in America Latina. Stanno aprendo molti uffici e attività di copertura dietro le quali interferiscono in molti Paesi». Si ricorderà, infine, che nel 2004 si parlò molto anche di un’infiltrazione di Al Qaeda in Usa via America Latina. Gli opinionisti sia conservatori che liberal in America, hanno da tempo focalizzato la loro attenzione su queste evoluzioni.

La Fox denuncia che in Bolivia sta crescendo la popolazione musulmana, e viceversa Noam Chomsky scrive: «Per la prima volta in metà millennio, il Sud America inizia a riprendersi il proprio destino, è ora la più eccitante regione del mondo». L’amministrazione Obama almeno finora non ha messo l’America Latina nelle sue priorità. Ma sembra difficile che vi sfugga. Il perché lo spiega bene il già citato rapporto del Council on Foreign Relations: Obama «è di fronte a un ambiente diplomatico e politico drasticamente differente da quello dei suoi predecessori. Comprensibilmente, ripropone la propria posizione di rafforzare la partnership, recuperare il terreno perso negli ultimi anni, e lavorare insieme per un destino comune di prosperità, inclusione sociale e sicurezza. Ma con una crisi economica globale, per non parlare di un’agenda internazionale di altre priorità, gli Usa hanno oggettivamente forti limiti in quello che possono fare e ottenere. Tuttavia, l’interdipendenza fra le Americhe rimane necessaria, e richiede una strategia che difenda gli interessi Usa in queste nuove condizioni: mentre i Paesi latinoamericani divengono via via più indipendenti, gli Usa avranno difficoltà sempre maggiori a far funzionare la vecchia relazione. Obama deve dunque prendere atto dei nuovi «fatti della vita» dell’emisfero Sud. Soprattutto, la nuova amministrazione deve lavorare a non interpretare più la propria azione attraverso stanchi luoghi comuni come quello dei «miglioramici», dei desideri impossibili, o delle demonizzazioni». E se tutte le ragioni fin qui elencate non fossero sufficienti, vorremmo aggiungere che la politica Usa in Sud America rimane importante per il più semplice ed efficace dei motivi. Quello che, in una relazione del 1971, il National Security Council dell’amministrazione Nixon definì così: «Se gli Usa non possono controllare l’America Latina, come potranno mai pretendere di tenere in riga il resto del mondo?».

Lucia Annunziata, Una banana republic per Barackultima modifica: 2009-06-30T16:59:12+02:00da mangano1
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