Giuliana Sgrena, Nelle strade di Baghdad

( da IL MANIFESTO, 28 GIUGNO 2009)

 

Giuliana Sgrena –
Nelle strade di Baghdad

 

La città è viva, la gente affolla le vie, fa picnic sulle rive del Tigri, cerca libri, nonostante i feroci attentati degli ultimi giorni in vista del ritiro del 30 giugno delle truppe Usa dalle città
L’aereo non si avvita più su se stesso per atterrare a Baghdad. Non ci sono più gli annunci di scuse per il disagio nella discesa e nemmeno istruzioni particolari per chi siede vicino alle uscite di emergenza. Anche l’aereo non è più quello anonimo tutto bianco e senza scritte con un equipaggio sudafricano, ora il volo della Royal Jordan airlines è uno dei tanti che ormai atterranno a Baghdad. Mi guardo intorno, sono cambiati anche i passeggeri non sono più solo contractor, giornalisti e strani personaggi stranieri, ci sono anche iracheni che rientrano da Amman dove sono stati per cure e affari. Nonostante la «normalizzazione», tra i passeggeri c’è sempre un gruppo di muscolosi supertatuati il cui mestiere è facilmente intuibile. Le agenzie di sicurezza continuano a reclutare contractor per l’Iraq, sono loro che affiancano le forze di sicurezza irachene al posto degli americani. Il controllo dell’aeroporto è affidato alla Sabre international security, che costringe i passeggeri a lunghe code per i ripetuti e minuziosi controlli dei bagagli e le perquisizioni personali.
L’aeroporto di Baghdad, che ora ha ripreso in pieno le sue funzioni, è una struttura moderna fatta costruire alla fine dagli anni ottanta da Saddam.
I primi ad accoglierci sono dei medici in camice bianco e mascherina che con un misuratore di temperatura controllano se i passeggeri sono affetti da febbre suina. L’ossessione della febbre «messicana», proprio nei giorni scorsi, ha indotto alcune organizzazioni islamiche a chiedere la chiusura di tutti gli allevamenti di suini. Tanta accuratezza sui controlli sanitari è solo il primo paradosso che scopro in Iraq nella prima visita dopo il 2005. Nel paese non esiste più un sistema sanitario e le medicine che vengono scaricate sull’Iraq sono spesso quelle invendibili altrove perché scadute. Un business realizzato evidentemente con la complicità di funzionari iracheni, ma questo è solo uno dei capitoli della corruzione dilagante. Nei giorni scorsi un incendio ha distrutto il sesto piano del ministero della sanità, quello dove erano archiviati tutti i contratti per le forniture di medicinali e attrezzature. Una misura preventiva in vista della lotta alla corruzione?
Un autista mi aspetta all’uscita, dove possono entrare solo le persone autorizzate (le security invece arrivano fin sotto la scaletta dell’aereo), per portarmi al check point dove mi aspettano alcuni giornalisti iracheni che mi accompagneranno durante tutta la mia permanenza. I miei timori per il ritorno in Iraq vengono subito fugati dalla calorosa accoglienza dei miei nuovi amici.
Quella sera del 4 marzo 2005
Per tutto il tragitto verso il centro della città resto incollata al finestrino, scruto attentamente l’autostrada anche se so bene che non è quella la strada che avevamo percorso quella sera del 4 marzo del 2005 in fuga da Baghdad e che non troverò il luogo dove è stato ucciso Nicola Calipari. Luogo che comunque non riuscirò a vedere nonostante tutti i tentativi perché mi scontrerò con mille ostacoli, mi dovrò limitare a raccogliermi davanti alla targa che lo ricorda incastonata nella parete dell’ambasciata. Una sede provvisoria per i nostri diplomatici che poi si trasferiranno in una nuova costruzione sulla strada per l’aeroporto.
È comunque l’ossessionante ricordo di quella notte che mi ha riportato a Baghdad e che mi accompagnerà per tutta la mia visita, come ogni giorno della mia vita. Quattro anni fa vedendo le cupole e i minareti delle moschee che si allontanavano ero contenta di andarmene e non avrei mai immaginato questo mio bisogno di tornare. Una parte di me era rimasta qui. Ora sono qui, stordita, emozionata, convinta.
Mi ritrovo all’hotel Mansour, il mio primo hotel in Iraq, ma dell’albergo di lusso del 1990 è rimasto ben poco e non solo a causa della bomba che ha devastato l’entrata nel marzo del 2007, prima ha dovuto affrontare due guerre e anni di embargo. Dei tre ascensori ne funziona solo uno e le lunghe attese inducono a salire a piedi. Sebbene le cinque stelle siano andate perdute, come osserva tristemente un inserviente, è l’albergo che ora accoglie gran parte degli stranieri di passaggio nella capitale irachena, compresi alcuni giornalisti (ma si contano sulle dita di una mano), che non si isolano nella zona verde, dove è rinchiuso l’hotel Rasheed. La zona verde non è lontana, ma questa è zona rossa. Del resto di verde nella green zone sventrata è rimasto ben poco a parte il nome, i vari palazzi dei tempi di Saddam sono isolati tra di loro da alte muraglie, che costituiscono lunghi e labirintici corridoi controllati da militari iracheni e dalle agenzie di sicurezza private. Per entrare occorre superare numerosi controlli, spegnere i cellulari, depositare i documenti, essere perquisiti numerose volte, passare attraverso uno scanner, che tuttavia non nota le mie schegge metalliche forse perché «amiche», fare un percorso in una sorta di gabbia in rete metallica che mi ricorda la strada che devono percorrere i palestinesi al varco di Erez, quando è aperto. Una conferma, se fosse necessario, che per vedere Baghdad occorre stare nella zona rossa.
La città non è molto diversa da quella sfigurata che ho lasciato nel 2004: gli edifici distrutti sono rimasti un cumulo di macerie dove vengono ammucchiate le immondizie, altri sono rimasti in piedi ma portano il segno delle bombe che li hanno svuotati. La ricostruzione resta un miraggio, continua a mancare l’elettricità diverse ore al giorno, ma ora gli abitanti si sono organizzati con generatori collettivi, che comunque non reggono i condizionatori d’aria necessari per sopportare la calura, la temperatura non scende mai sotto i 40 gradi. E poi manca l’acqua, i trasporti pubblici non esistono più, sono stati sostituiti da pullmini privati. Invece la benzina non è più un problema, anche se il prezzo è arrivato a mezzo dollaro al litro, un’esagerazione per gli iracheni, nel 2003 costava l’equivalente delle nostre vecchie venti lire.
Sarà la disponibilità di benzina, la voglia degli iracheni di uscire ma a Baghdad capita di rimanere bloccati in un ingorgo anche alle undici di sera. Di giorno a bloccare il traffico contribuiscono le chiusure improvvise delle strade per lavori oppure per i controlli della polizia irachena. I poliziotti sono numerosi e non sempre riescono a dare l’impressione di efficienza, costretti a ripararsi dal sole cocente sotto ombrelloni pubblicitari. Sono comunque molto meno aggressivi del passato e spesso più che altro scambiano battute con i passanti, a meno che la macchina sia particolarmente degradata e allora riscoprono la loro arroganza. Di soldati americani non se ne vedono più per le strade di Baghdad e se non fosse per gli elicotteri che sorvolano la città di tanto in tanto ci si potrebbe illudere del loro ritiro.
Arrostiscono anche il masguf
Comunque, nonostante i continui e feroci attentati degli ultimi giorni (oltre 200 vittime, tutti iracheni, in gran parte sciiti) sembrerebbero dimostrare il contrario, il problema della sicurezza per gli iracheni non è più l’emergenza. Sacche di terrorismo esistono ancora nonostante l’azione decisiva dei gruppi sunniti del «Risveglio» e, come purtroppo previsto, si stanno scatenando in vista del ritiro delle truppe americane dalle città fissato per il 30 giugno, ma la popolazione si sta riprendendo la vita. Prima ancora che reale la sconfitta del terrorismo è psicologica: non riesce più a paralizzare la popolazione con la paura.
Questa è la grande differenza rispetto al 2005: Baghdad è viva, la gente è nelle strade, fa i picnic sulle rive del Tigri, i piccoli ristoranti che fanno arrostire il masguf (il pesce di fiume) intorno a enormi bracieri scavati nel terreno, sono affollati di famiglie, donne sole, uomini, fino ad ora tarda.
La strada che costeggia il fiume sulla riva opposta alla green zone è diventata la passeggiata serale di molti iracheni dopo le giornate torride. Mentre gli investimenti pubblici latitano ferve l’iniziativa privata: ristoranti, pizzerie, gelaterie stanno sorgendo ovunque e sono sempre affollati. E poi i bar dove fanno succhi freschi di ogni tipi di frutta, la mia passione è quello di melograno. Sono riapparsi anche i negozi di alcolici. Dopo la caduta di Saddam questi negozi erano scomparsi perché minacciati dalle milizie islamiche appoggiate dai partiti religiosi al potere. Molti di questi negozi, soprattutto nel sud, erano stati bruciati, a volte con i proprietari dentro. Ora sono aperti e fino a tardi la sera, almeno a Baghdad. E non sono più gestiti solo da cristiani.
Le donne non sono più rinchiuse in casa, molte di loro non portano più il velo e anche se lo portano sempre più spesso è di colori sgargianti e accoppiato con abiti che non si addicono alla tenuta islamica, hanno ripreso a guidare la macchina, cosa che era stato loro impedito dalle minacce islamiste, molte giovani portano jeans attillati. Non vi è più una segregazione sessuale, nei ristoranti non ci sono le classiche zone separate per le famiglie da una parte e i maschi dall’altra. Persino la prostituzione non è più nascosta come una volta. La via Arasat, nota per i negozi e i ristoranti alla moda, ora si è riempita di night club. Per strada incontriamo anche una suora che gira tranquillamente da sola.
Tornano spirito laico e cultura
Sono tutti segnali che sta riemergendo lo spirito laico degli iracheni, persino i partiti religiosi si rendono conto che la popolazione non è disposta a farsi soggiogare in nome della religione e si mostrano più laici di quanto lo siano nella realtà. Anche nelle università le organizzazioni islamiste non riescono più a dettare legge come prima (soprattutto nei confronti delle studentesse), anche se la loro influenza riesce ancora a mobilitare. La rimessa in discussione di alcuni programmi universitari da parte degli islamisti è contrastata dal ministro dell’educazione superiore e della ricerca Abid Thyab al Ajeeli, sunnita, laureato in ingegneria elettronica a Keele in Gran bretagna, con 20 anni di docenza in Qatar e Giordania. «Non sono i religiosi che devono governare l’Iraq» sostiene convinto e prevede un cambiamento del panorama politico dalle prossime elezioni.
La ripresa dell’iniziativa culturale è forse l’aspetto più sorprendente di Baghdad, riaperti teatri e anche cinema, anche se in buona parte sono a luci rosse. La Mutanabi street, dove si andava ogni venerdì per comprare libri vecchi e nuovi, era stata devastata da una bomba che aveva distrutto anche il vecchio e caratteristico bar dell’angolo dove si beve il famoso te fatto con i limoncini secchi di Bassora. La via è stata completamente ricostruita, lastricata con uno splendida pietra marmorea, dove i libri non vengono più coperti dalla polvere. Anche i libri sono cambiati seguendo l’evoluzione del paese: prima erano libri antichi, poi si trovavano quelli trafugati dal museo, seguiti da una invasione di libri religiosi, ora invece ci sono testi che riguardano l’analisi sul regime di Saddam, ma soprattutto gli iracheni sono interessati alle nuove professioni, comprano grammatiche e vocabolari di inglese e libri di informatica. Anche il bar dell’angolo è rimesso a nuovo ma ha mantenuto il vecchio stile con tutte le foto alle pareti. Gli avventori sono in gran parte intellettuali, soprattutto il venerdì quando nella sala che si trova sopra il bar si svolgono iniziative culturali. Qui ha sede la fondazione al Mahda, una holding che pubblica il quotidiano indipendente che porta lo stesso nome e che vanta la storia più lunga tra i giornali iracheni, dispone anche di una casa editrice, una delle maggiori del mondo arabo, con sedi anche a Damasco e Beirut e che oltre a libri produce anche documentari, organizza festival culturali in tutto i paesi arabi. Questo venerdì il dibattito è dedicato alla storia del giornalismo, troviamo molti «colleghi» iracheni, alcuni disoccupati, altri sono rientrati da poco dall’esilio in occidente. Incontriamo anche il presidente della Commissione cultura del parlamento, una vecchia conoscenza, Mufid al Jazairi, già ministro della cultura, comunista, una persona molto affabile e apprezzata dagli intellettuali iracheni.
Altri dibattiti si svolgono su un barcone attraccato sul Tigri protetto dalla statua di Mutanabi (che si riteneva un profeta) che svetta dall’alto. Sotto la statua invece si ripropone musica tradizionale.
Le carceri restano piene
In una piazza centrale sono invece accampati sotto una tenda un gruppo di studenti che protesta e chiede la liberazione dei prigionieri, l’abolizione della tortura, praticata non solo dagli americani ma anche dagli iracheni, e un migliore trattamento dei detenuti nelle carceri. Un gruppo di detenuti del movimento di Muqtada ha iniziato uno sciopero della fame nella prigione di Rusafa a Baghdad. Ma la loro voce ha difficoltà a farse sentire dopo che il loro leader, da tempo ormai, vive a Qom, in Iran.
La violazione dei diritti umani nelle carceri ha già fatto cadere alcune decine di teste dopo che il ministro degli interni Jawad al Bolani ha aperto una inchiesta. Ma è solo l’inizio e poi le carceri americane sono ancora affollatissime di migliaia di prigionieri spesso senza nessuna accusa concreta a carico. Diverse organizzazioni per i diritti umani denunciano la situazione, ma non è facile, e temono ritorsioni. Il leader del Blocco islamico sunnita in parlamento, Harith al Obeidi, che denunciava la violazione dei diritti umani anche durante i suoi sermoni alla moschea, è stato assassinato il 12 giugno scorso, proprio dopo la preghiera.
Infine, l’Iran, vicino e lontano nello stesso tempo. Gli iracheni seguono attentamente quello che succede in Iran ma con molto distacco, l’influenza oppressiva degli iraniani nell’Iraq del dopo Saddam non fa fare molta distinzione tra Ahmadinejad e Mousavi.
La diffidenza è il sentimento prevalente che ritiene pericoloso sia il regime dei mullah che un ritorno di nazionalismo laico, alcuni addirittura prefigurano un’alleanza improbabile tra un Iran riformato e gli Stati uniti contro l’Iraq. Gli iracheni sono ancora traumatizzati dalla loro storia drammatica fatta di guerre e di embargo, che però non ha scalfito il loro orgoglio alimentato anche dal nazionalismo. Che sopravvive nonostante il loro paese stia rischiando lo sgretolamento. Anche se l’evoluzione recente sembra andare contro una divisione, che sembrava ormai inevitabile, eccezion fatta per il Kurdistan che è già di fatto uno stato nello stato.

Giuliana Sgrena, Nelle strade di Baghdadultima modifica: 2009-06-30T17:04:39+02:00da mangano1
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