Nicola Fanizza, Piero Delfino Pesce settanta anni dopo

Ricordando Piero Delfino Pesce a settant’anni dalla morte

Nicola Fanizza

Arnaldo Mussolini, ovvero il lettore inatteso

Nella lettera dell’11 aprile 1922, indirizzata alla sua amica Caterina Tanzarella, moglie di Piero Delfino Pesce, Maddalena Santoro, dalla sua abitazione di Milano, scrive: «Leggo sempre l’Humanitas. Ha cura di farmela avere, puntualmente, un abbonato di qui, che è poi un fervido ammiratore di Pierino, quantunque non lo conosca personalmente. Si è raccomandato più volte a me, anzi, perché gli faciliti tale conoscenza. Ma come posso farlo, a tanti chilometri di distanza? Ti dirò, per non destare la tua curiosità, che egli è il fratello dell’onorevole Mussolini, ardente repubblicano, come Pierino, o quasi»1.

La scrittrice leccese, autrice fra le due guerre di numerosi romanzi2 di ispirazione intimista, con la sottolineatura di quel quasi indicava icasticamente una distanza fra i due che non poteva più essere addomesticata.

Tuttavia, prima di fare i conti con tale distanza, ritengo sia opportuno tratteggiare la biografia e il percorso teorico di Piero Delfino Pesce. Nacque a Mola di Bari il 1° giugno del 1874. Era il primo di sette figli di un uomo di idee liberali e repubblicane che da ragazzo era scappato da casa per arruolarsi nei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi e che sempre fu molto attento alla educazione dei suoi figli.

Dopo aver conseguito nel 1892 la maturità classica presso il liceo di Molfetta, Piero Delfino Pesce frequentò la facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Napoli, dove seguì le lezioni di Giovanni Bovio, il quale contribuì in modo sensibile alla sua formazione intellettuale e politica.

Conseguita la laurea, si dedicò subito al giornalismo e, dopo una breve parentesi a Roma come redattore della rivista «La nuova parola», diretta da Arnaldo Cervesato, fondò e diresse a Bari la rivista quindicinale «Aspasia» dal 2-4-1899 al 20-12-1900. Sono anni questi in cui coltiva interessi diversi che vanno dalla musica alla poesia e dalla pittura al teatro fino alla botanica.

L’interesse per la politica militante lo spinse ad aderire al Partito Repubblicano Italiano e a candidarsi alle elezioni provinciali di Bari del 1905, in cui fu eletto come consigliere provinciale per il settennio 1905-1912. Era questa l’epoca della costruzione dell’Acquedotto Pugliese e Delfino Pesce combatté per sette anni una virulenta battaglia4 moralizzatrice in seno al consiglio provinciale di Bari nei confronti degli interessi privati, con l’obiettivo di rendere pubblica la gestione dell’Acquedotto stesso.

In questa battaglia, si servì anche della rivista «Humanitas», che egli fondò nel 1911. Senza assurgere al ruolo che, su piani diversi, ebbero in quegli anni riviste come «La Voce», «L’unità», e «L’Ordine nuovo», la rivista barese si distinse nel tentativo di sprovincializzare la cultura italiana, aprendola ai contributi teorici e artistici provenienti da Paesi diversi e si configurò come una fonte oltremodo interessante della nostra storia culturale, letteraria e politica.

L’«Humanitas» uscì in modo quasi regolare: dal 1917 al 1921, il settimanale divenne di fatto quindicinale; tornò a uscire regolarmente ogni settimana a partire dal 1922 fino alla sua chiusura definitiva avvenuta nel dicembre 1924.

Oltre che produttore, Delfino Pesce fu anche organizzatore di cultura. L’«Humanitas» fu una tribuna aperta anche a voci diverse: accanto agli articoli di scrittori politici di area repubblicana come Eugenio Chiesa, Napoleone Colajanni, ed Egidio Reale, troviamo anche articoli di scrittori eretici o di difficile collocazione come Alfonso Leonetti, Camillo Berneri, Giuseppe Di Vittorio e Tommaso Fiore, nonché gli scritti di poeti e letterati come Salvatore Quasimodo, Luigi Fallacara e Hrand Nazariantz.

Da questi nomi si evince che la rivista, benché stampata a Bari, aveva un respiro nazionale e fra i suoi lettori vi fu, oltre ad Arnaldo Mussolini – il «fervido ammiratore di Pierino» –, Antonio Gramsci5.

Sognando lo  Stato-Obcina

Il 1911 è anche l’anno in cui Delfino Pesce, nell’opuscolo Il diritto, porta a compimento il suo percorso teorico6 di filosofo della politica. Sulla strutturazione del suo pensiero hanno certamente influito gli ideologi della rivoluzione francese, il pensiero di Giuseppe Mazzini con il suo universalismo e Carlo Cattaneo con la sua avversione al pensiero metafisico.

Sin dalle prime pagine, il direttore «Humanitas» si presenta come un erede della cultura illuministica e degli ideali dell’89. Ritiene, infatti, che facciano parte dell’essenza dell’uomo, in quanto detentore di diritti, le seguenti determinazioni: la sovranità, la proprietà e la libertà.

La sovranità – o autonomia – è la dimensione soggettiva, individuale, della libertà che concerne sia il governo di sé sia le relazioni di potere fra i diversi individui. Il lato paradossale iscritto nel paradigma della sovranità è già comunque presente nell’area semantica del termine che indica «ciò che sta sotto e, insieme, più in alto»7. Noi siamo consapevoli del fatto che il potere non è il male; si configura come una funzione e come un mestiere; ha a suo fondamento comunque un limite; consiste nell’esercitare un’influenza su un’altra persona e per questo non è di per sé negativo; esercitato su un altro individuo, può sempre essere perduto a vantaggio di chi si trovava prima in una posizione subordinata; va, infine, inteso come un rapporto di influenza suscettibile di modifica fra chi lo esercita e chi lo accetta. Tuttavia le relazioni di potere si trasformano in stati di dominio8 quando si cristallizzano, diventando immobili, quando cioè non modificano coloro che vi partecipano.
Delfino Pesce ritiene che la sovranità non sia riconducibile a un fondamento trascendente. Essa sorge naturalmente dal rapporto dell’uomo con altri uomini e, al pari della libertà, non può subire alcuna limitazione né può essere delegabile9. Esprime pertanto un giudizio negativo sull’istituto della rappresentanza politica – visto come «fondamento di quel parlamentarismo ai lamentati disordine del quale è vano cercare rimedio nei ritocchi elettorali e nei regolamenti»10 – e rivendica, invece, un modello di Stato che garantisca, attraverso la democrazia diretta, le autonomie locali e il decentramento amministrativo.
La proprietà è riconducibile alla volontà di potenza. Essa appare come un corollario della capacità dell’uomo di trasformare le cose, di produrre protesi e, pertanto, non è un furto ed è inviolabile. Ciò nondimeno, recuperando alcune situazioni della teoria «etico-giuridica»11 del socialismo, ritiene che la proprietà ereditaria si configuri come il «privilegio più odioso costituito dalla storia contro la libera funzione dell’umanità, dannoso a coloro che ne sono privi, dannoso a coloro che ne sono investiti»12 Proprio perché il diritto alla proprietà – insieme al diritto alla vita e al diritto alla libertà (J. Locke) – deve essere garantito a tutti, il privilegio ereditario e successorio finisce col creare delle differenze ingiuste e, per di più, cristallizza la proprietà e influenza negativamente il libero gioco delle attività produttive e di conquista. 

Delfino Pesce sembra qui prefigurare un modello di Stato-Obcina di coltivatori diretti sovrani (l’obcina era la tradizionale comunità rurale russa), che ridistribuisca ogni anno, attraverso aste pubbliche, le terre dei proprietari defunti per affidarle a individui intraprendenti e operosi. Si tratta di situazioni che erano ben presenti nel composito immaginario degli eredi del Risorgimento italiano. E a questo punto non posso non rievocare, cercando le possibili analogie e i probabili  rapporti di  filiazione, la splendida figura di Carlo Pisacane13, il quale si richiamava esplicitamente al programma politico dei populisti russi.

Tuttavia ciò che qui occorre tener presente è il fatto che mentre l’Italia del Nord era investita, a partire dal 1894/95, dalle dinamiche di un sensibile sviluppo industriale – che fu territorialmente parziale in quanto il decollo industriale si ebbe solo in quelle regioni del Nord un cui si registrò un sensibile aumento della produzione agricola, grazie all’uso di sementi selezionate e ai primi concimi chimici – un pensatore meridionale come Delfino Pesce, proprio perché viveva nella Puglia arretrata e pertanto non poteva misurarsi con i problemi che l’industrializzazione poneva, è costretto comunque a fare i conti con un‘altra sfida: la miseria che ancora caratterizzava la società contadina. Di qui l’esigenza di approntare un programma riformatore, capace di surrogare almeno in parte la mancata riforma agraria, che rappresentava il vizio d’origine del Risorgimento italiano, visto come rivoluzione mancata. 

La dialettica istituente-istituito

L’essere liberi rimanda alla dimensione oggettiva, istituzionale della libertà, conquistata grazie alle insorgenze rivoluzionarie avvenute negli ultimi decenni del XVIII secolo nelle colonie inglesi del Nord America e in Francia. In questi Paesi le istituzioni garantirono – di concerto con le libertà civili, la libertà di espressione e di discussione – i diritti di partecipazione democratica: ossia la libertà di formare nell’ambito del sociale gruppi politici e associazioni.
Tuttavia mentre lo spazio sociale, grazie alla sua effervescenza, ha una funzione istituente capace di produrre un nuovo ordine, le istituzioni dello Stato rappresentano, invece, una forza frenante che mira alla cristallizzazione dell’esistente. Di qui l’esigenza di adeguare continuamente – attraverso la lotta politica – le istituzioni al livello di sviluppo dello spazio sociale e della cultura. «Il pensiero – dice Delfino Pesce – sarà sempre insidiato e sacrificato finché il feticismo del potere costituito porrà la istituzione statale al di sopra dell’evoluzione sociale»14.

Sembra qui all’opera la dialettica istituente-istituito che è in parte diversa da quella dei fondatori del materialismo storico. Sulla scorta della lettura delle opere di Marx – forse mediata anche dalle lenti di Gentile15 – Delfino Pesce ritiene che le istituzioni dello Stato (l’istituito), a differenza dello spazio sociale (l’istituente), si configurino in ogni tempo come una forza di conservazione dell’esistente. Viceversa, per Marx questo avviene solo in un tempo lontano dalla loro nascita: i nuovi rapporti di produzione (l’istituito), nel periodo immediatamente successivo alla loro affermazione, svolgono una funzione comunque attiva giacché stimolano lo smantellamento degli istituti e delle pratiche rituali appartenenti alle precedenti formazioni sociali.  

Per il direttore di «Humanitas» il socialismo collettivista che si richiama a Marx, vagheggiando il massimo accentramento statale, finisce col bloccare il libero svolgimento dell’individuo, lo sviluppo dello spazio sociale nonché lo sviluppo del pensiero, portandoli fatalmente verso l’«immobilismo»16.

Pur configurandosi a volte come un meccanismo di carattere gestionale, – lo Stato non è capace di pensare e non ha comunque un’anima. Di qui la stigmatizzazione della statolatria, che si configura come l’esito delle dinamiche coscienziali che generano la feticizzazione dello Stato. Tuttavia tali dinamiche possono diventare intellegibili solo se si fanno i conti con lo statuto teorico dello stesso feticismo. Questo termine di origine portoghese rimanda al tentativo, presente in tutte le culture, tipico dell’uomo,  di esercitare un controllo su ciò che, in quanto dotato di vita, non si lascia addomesticare, trasferendo l’ordine in ciò che, proprio perché è morto – materia inorganica –, è controllabile (Il feticismo sta a fondamento della metafora). Pertanto l’ordine e il controllo che non possono esser realizzati nell’ambito della vita sociale vengono trasferiti a livello fantasmatico nello Stato, che, per l’appunto, si configura in senso metaforico come un cielo stellato. I deboli  raggi di luce che rendono meno oscuri i nostri cieli notturni non provengono forse da stelle che ormai sono già morte?

Lo Stato – dice Delfino Pesce – non ha né una propria etica, né una propria estetica che è quanto dire, per chi sa come questa da quella proceda e in quella si risolva, lo Stato non ha una propria religione»17. 

Sono parole scritte nel 1911, ma noi sappiamo quale significato nefasto abbiano avuto in seguito la «religione di stato» e l’«arte di stato».

Il riconoscimento del fatto che lo Stato non deve entrare nelle coscienze, non deve privilegiare una religione rispetto a un‘altra o una corrente di pensiero rispetto a una altra non porta, però, Delfino Pesce e noi con lui a ritenere che lo Stato sia un’entità inutile e disprezzabile. Fin quando opera nel perimetro delle sue competenze e dei suoi compiti per assicurare l’ordinata convivenza dei cittadini e per assolvere di volta in volta gli incarichi che i cittadini ritengono di dargli, la funzione dello Stato è da ritenere comunque irrinunciabile.

Contro la mediocrità del proletariato intellettuale

Allo stesso modo di Pisacane e di Cattaneo, Delfino Pesce ritiene che la borghesia italiana abbia perso da tempo il suo slancio rivoluzionario giacché nei momenti cruciali della nostra storia risorgimentale ha «tradito» la rivoluzione per paura del popolo. Un tradimento che è iniziato a partire dal marzo 1848, allorquando la borghesia lombarda – spaventata dalla mobilitazione popolare che aveva caratterizzato le Cinque giornate di Milano – offrì la guida del movimento di liberazione nazionale a Carlo Alberto, il quale, invece di inseguire e attaccare le truppe austriache in ritirata, si dedicò a una campagna insistente per l’annessione dei territori liberati. Intanto, giungevano dall’Austria rinforzi a Radetzky, e a metà di giugno il Veneto era interamente perduto. Come scrisse Cattaneo, mentre Carlo Alberto era intento a raccogliere voti, il maresciallo austriaco raccoglieva truppe.

Un mese dopo la sconfitta dell’esercito piemontese, avvenuta a Custoza il 25 luglio 1848, Mazzini, insieme a Cattaneo, lanciò dalla Svizzera un appello agli italiani: «la guerra regia è finita, la guerra del paese incomincia».

Mazzini era contrario a che il movimento nazionale fosse affidato a una sola classe, ossia alla sola borghesia, come fino ad allora era avvenuto; ma non voleva nemmeno, nonostante le aspirazioni all’eguaglianza, che la rivoluzione italiana si trasformasse in una guerra di classi. In seguito, l’eguaglianza avrebbe assunto per lui, più che un valore sociale di carattere rivoluzionario, un significato civile e giuridico, come eliminazione dei privilegi. D’altra parte Mazzini e i suoi seguaci non dissero mai per quali obiettivi propri i contadini dovevano lottare: parlavano in modo generico di libertà, proponevano l’organizzazione di nuove forme di associazione, e ritenevano che fosse opportuno comunque non procedere a «usurpazioni di proprietà».

Ma la guerra di popolo si rivelò ben presto una mera illusione giacché la partecipazione delle classi subalterne alle lotte risorgimentali fu filiforme.

Di qui la sfiducia nei confronti dei contadini e della loro cultura. Proprio perché vivevano nell’attesa di un evento messianico – per i contadini, l’alba è sempre nuova! – il loro modo di essere era contrassegnato dalla rassegnazione, dalla mancanza di progettualità e dalla mancanza di quel senso della responsabilità che stava tanto a cuore agli epigoni di Mazzini. In questo senso, dice Giuseppe Bartolo, Delfino Pesce coglie «la mancanza di senso della responsabilità dei contadini, del bracciantato meridionale, che è lo stesso senso della comunità, distorto attraverso i secoli»18.

Tuttavia va rilevato che la civiltà contadina era caratterizzata comunque da un senso della comunità e della responsabilità nei confronti dell’altro che oggi stanno venendo meno, grazie al progressivo affermarsi di pratiche rituali che, stazionando nell’atmosfera dell’utilitarismo, producono la dissoluzione dei vincoli sociali.

La cultura contadina si esprimeva attraverso i detti e i proverbi che venivano trasmessi di generazione in generazione. Si trattava di una cultura legata al páthēma dell’esperienza e pertanto era contraddittoria come lo sono tutti i proverbi.

D’altra parte noi sappiamo che chi ha fame è più interessato a un piatto di minestra che agli allori del puro dovere (Mazzini). E sappiamo altresì che il proletario è, per definizione, e molto spesso nella realtà, un ignorante, la cui cultura è necessariamente limitatissima.

Certo la causa generatrice della mancata scolarizzazione di massa andava cercata nel fatto che al 99% dei proletari, terminata la scuola primaria, veniva negato l’accesso alla scuola superiore dall’avviamento precoce al lavoro. Questa situazione finisce col creare, dice Delfino Pesce, l’«ignoranza assoluta o l’ironia del semi-analfabetismo»19, che producono una «umanità di scarto»20. Di qui la sua battaglia a favore della creazione di nuove scuole pubbliche in concorrenza fra loro e, in seguito, la sua ferma opposizione alla riforma gentiliana della scuola giacché, introducendo l’esame di ammissione alla scuola media, restringeva ulteriormente la possibilità di accesso agli studi superiori.

Delfino Pesce avversava soprattutto il semi-analfabetismo che crea, dice Bartolo, «quella mediocrità del proletariato intellettuale, pronto a seguire qualsiasi bandiera e, quindi, qualsiasi governo, in qualsiasi epoca storica»21.

Si tratta di critiche velenose che verranno recuperate, nell’articolo del 1934, L’operaiolatria, dall’anarchico eretico Camillo Berneri, il quale aveva collaborato alla rivista «Humanitas».

Sulla scorta delle numerose adesioni da parte dei dirigenti delle organizzazioni sindacali al fascismo, il discepolo di Gaetano Salvemini ritiene che gli intellettuali di estrazione proletaria siano non solo ignoranti ma anche predisposti al tradimento: «gli organizzatori sindacali di origine operaia, da Rossoni a Maledantri, hanno dato, proporzionalmente, il maggior numero di inserimenti»22.

Per Berneri la cultura proletaria esiste, ma essa «è ristretta alle conoscenze professionali e all’infarinatura enciclopedica raffazzonata in disordinate letture. Carattere tipico della cultura proletaria è di essere in arretrato con il progresso della filosofia, delle scienze e delle arti»23. Per di più, l’intellettuale proletario è di solito un’autodidatta e, in quanto tale, «ha in materia di giudizi un fegataccio grosso così. Dirà di Tizio che è un filosofucolo, di Caio che è un “grande scienziato”, di Sempronio che non ha capito la “filosofia della prassi”; né la “noumenicità”, né l’”ipostasi”. Ché l’autodidatta, sempre, ama parlare difficile. Fondare una rivista, al mezzocolto, non fa paura. Non parliamo poi di un settimanale. Scriverà della schiavitù in Egitto, delle macchie solari, dell’”ateismo” di Giordano Bruno, delle “prove” dell’esistenza di Dio, della dialettica hegeliana, ma della sua officina, della sua vita di operaio, delle sue esperienze professionali non dirà una parola»24.

Delfino Pesce–Mussolini: così vicini, così lontani

Per Delfino Pesce il disegno giolittiano di integrare nelle istituzioni le forze progressiste andava contrastato poiché dava ossigeno alla monarchia, e allontanava la prospettiva di una reale democratizzazione del Paese che poteva realizzarsi solo attraverso la soluzione del problema istituzionale: ossia mediante l’abbattimento della monarchia.

Secondo la sua concezione repubblicana, la monarchia era la roccaforte della reazione e del conservatorismo, nonché la negazione della libertà. Pertanto le sue simpatie non andavano ai socialisti riformisti giacché questi ultimi appoggiavano Giolitti, ma alle altre forze sovversive con le quali auspicava l’unità d’azione: i sindacalisti rivoluzionari e i socialisti rivoluzionari che avevano in Benito Mussolini il loro leader.   

Almeno fino al 1919, la distanza che aveva separato il fratello di Arnaldo Mussolini da Delfino Pesce era stata rilevante sul piano teorico e, insieme, inesistente sul piano politico.

Sul piano teorico Mussolini – dopo aver conosciuto il pensiero di Marx, attraverso la mediazione di Angelica Balabanoff dirigente dell’Internazionale socialista, con la quale aveva avuto, negli anni delle peregrinazioni in Svizzera (1902-1904), un intenso e burrascoso legame sentimentale – si era avvicinato alle tesi di Georges Sorel, a partire dal 1907, durante la sua permanenza25 a Caneva di Tolmezzo, in Carnia. Qui legge in francese Réflexions sur la violence, condividendo con il teorico del sindacalismo rivoluzionario francese sia l’apologia della violenza sia il ruolo del sindacato, in contrapposizione al ruolo dei partiti, come strumento essenziale della lotta di classe.
Il dissenso teorico di Delfino Pesce nei confronti di Mussolini è riconducibile sul piano generale al fatto che il direttore di «Humanitas», in opposizione ai socialisti – e Mussolini allora era socialista –, rivendica i diritti del singolo individuo che «non può essere annullato dalla folla; del pari, non può essere sottomesso completamente alla propria classe»26. Tale dissenso diventava, in particolare, ancor più acuto in relazione alle loro divergenze sulla questione della violenza: mentre Mussolini la esalta, Delfino Pesce ritiene, invece, che «La violenza è sempre violenza e genera violenza, anche se santa. La violenza muta il dominio, non spezza la dominazione!»27.
Su piano politico sia Benito Mussolini, come leader rivoluzionario della sinistra socialista, sia Delfino Pesce, come direttore del settimanale «Humanitas» nonché come maggiore esponente del partito repubblicano pugliese, si erano schierati, nel 1911, contro la guerra di Libia28. In quell’occasione, Mussolini fu fermato dalla polizia presso la stazione ferroviaria di Imola insieme a Pietro Nenni, allora esponente del PRI, giacché avevano cercato di bloccare una tradotta militare che trasportava ad Ancona i militari italiani, che dovevano imbarcasi per andare a combattere in Libia. Cosa che può stupire solo in parte giacché la presenza di Mussolini accanto ai repubblicani diventa comprensibile se si tengono presenti due ordini di ragioni: in primo luogo, il PRI, a differenza della maggioranza dei deputati repubblicani presenti in parlamento, si era schierato contro la guerra; e, in secondo luogo, i repubblicani cominciavano ad organizzarsi sul piano sindacale insieme ai sindacalisti rivoluzionari nella medesima organizzazione: l’Unione Sindacale Italiana, che si richiamava al sorelismo. Non è un caso che, l’anno dopo, Mussolini, divenuto direttore del quotidiano del PSI «L’Avanti», trasformò il giornale in una tribuna dei sindacalisti rivoluzionari.

La vicinanza politica fra i due continua in riferimento alla valutazione che essi danno della guerra 1914-1918.

L’interventismo di Delfino Pesce va valutato sotto un duplice aspetto: da una parte la guerra doveva servire per completare l’opera del Risorgimento giacché doveva portare all’unione di Trento e Trieste all’Italia (interventismo democratico); dall’altra, il compimento dell’unità nazionale non doveva essere considerato solo dal punto di vista territoriale in quanto la guerra avrebbe consentito di saldare finalmente alla nazione le masse popolari che avevano partecipato in modo marginale alle battaglie risorgimentali. Nella guerra egli vede, pertanto, la possibilità di realizzare quella partecipazione di massa auspicata e ricercata da Mazzini. Ma ciò che è più interessante nella sua posizione sta nel fatto che il compimento dell’unità nazionale non è più il punto di arrivo ma semplicemente un punto di partenza giacché la politicizzazione delle masse avrebbe consentito il superamento della nozione tradizionale di patria che, in senso universalistico, non doveva più essere ricondotta alla comunità di fatto o alla nascita, ma a una diversa declinazione: «La patria non è soltanto il luogo dove si è nati; non quello dove sono le ossa dei maggiori, non quello ove tutti parlano la stessa lingua; la patria è il luogo dove si è sovrani, ove il diritto è uno per tutti i nati di donna»29. Si tratta di una declinazione in cui le categorie non stanno tutte sullo stesso piano giacché la sovranità è la categoria delle categorie, la categoria a cui tutte le altre fanno riferimento, quella che viene prima di tutte le altre.

Trovatosi in netto contrasto con la linea del partito socialista, Mussolini, dopo aver abbandonato la direzione dell’«L’Avanti», fonda, nel 1914, «Il Popolo d’Italia», grazie ai fondi messi a disposizione dal governo francese e dalla SFIO (la Sezione Francese dell’Internazionale Operaia). I soldi francesi furono portati in Italia,  grazie al viaggio a Parigi compiuto da Filippo Corridoni, il quale fu il primo a chiamare, nelle sue lettere30, Mussolini col termine duce, nel senso, però, di guida spirituale.

Allo stesso modo di Delfino Pesce, per Mussolini, come per i sindacalisti rivoluzionari, la guerra rappresenta un’occasione rivoluzionaria. Egli trasponeva, però, nella guerra contro gli imperi centrali, i principi della lotta di classe e, nel contempo, era convinto che la sconfitta di quegli stati reazionari e militaristi potesse provocare una rottura profonda nel blocco delle classi dominanti, favorendo la rivoluzione proletaria.

La polemica sui movimenti

Nella generale crisi politica dell’immediato dopoguerra, Delfino Pesce ingaggia un’aspra polemica nei confronti del Movimento combattentistico di Gaetano Salvemini che si era presentato alle elezioni del 1919. Nel periodo precedente alla Grande guerra, Salvemini aveva constatato l’inettitudine dei partiti a tradurre le aspirazioni delle classi inferiori in concrete e serie riforme e – avvertendo il «bisogno di una nuova azione politica, non legata a nessuno dei partiti tradizionali, oramai tutti irreparabilmente disfatti»31 – era uscito dal PSI, per fondare, nel 1911, un nuovo giornale, «L’unità», capace di «suscitare e organizzare quest’azione»32. Nel dopoguerra Salvemini continua a nutrire sfiducia nei partiti e organizza il Movimento combattentistico per surrogare in una certa misura proprio quel deficit di presenza politica degli stessi partiti di sinistra.

A tale proposito è utile ricordare che la guerra in Italia era stata fatta precipuamente dai contadini e dagli impiegati e non certo dagli operai, i quali o rimasero a lavorare in fabbrica oppure furono utilizzati in ferrovia oppure nelle retrovie in attività logistiche. Mentre i contadini combattevano, gli operai assunsero nei confronti della guerra una posizione ambigua che fu foriera poi di conseguenze nefaste: si dichiaravano favorevoli alla guerra e nel contempo scioperavano per avere maggiori salari, sabotando così lo sforzo bellico. Questa ambiguità, insieme alla posizione equivoca del PSI nei confronti della guerra, fu pagata a caro prezzo, nel dopoguerra, quando quelli che avevano fatto la guerra si schierarono contro gli ex «imboscati» che continuavano a deriderli. Gli ex combattenti manifestarono, infatti, il loro desiderio di contare anche e principalmente contro chi rivendicava il medesimo diritto, che nel loro sentire, non era legittimato dal merito.

I contadini che avevano partecipato alla guerra rivendicavano quella terra che gli alti comandi dell’esercito avevano promesso loro dopo la disfatta di Caporetto e guardavano con crescente diffidenza ai socialisti, i quali avevano lanciato la parola d’ordine della collettivizzazione delle terre.   

Tuttavia il movimento combattentistico che si afferma nel dopoguerra, pur esprimendo ideali di rinnovamento e di progresso democratico, non trova l’adesione di Delfino Pesce. Alla vigilia delle prime elezioni del dopoguerra, il direttore di «Humanitas» scrive alcuni articoli in cui denuncia la sostanziale «ambiguità»33 del nuovo movimento politico di Salvemini, in cui scorgeva il serpeggiante insinuarsi di derive gerarchiche e militari, che portavano alla legittimazione dell’uso della violenza come strumento della lotta politica nonché al disfacimento dei partiti. In questo senso arrivò persino allo scontro con il suo caro amico Tommaso Fiore, che aveva diretto all’«Humanitas» una lettera di protesta per la posizione fortemente critica assunta da Delfino Pesce contro il movimento combattentistico.

Gran parte degli studiosi che si sono occupati della figura di Delfino Pesce concordano largamente nel riconoscere al direttore dell’«Humanitas» doti di «antiveggente»34 in quanto, nella sua polemica con Salvemini, aveva prefigurato l’adesione di gran parte del movimento combattentistico al fascismo. Questo giudizio rientra in quella tipologia del «senno di poi» che consiste nel giudicare i movimenti del Novecento, dal «fiumanesimo» al ’68, in base a ciò che è venuto dopo.

Certo, è fin troppo scontato sottolineare il fatto che i 16 mesi di occupazione della città di Fiume sono stati la fucina in cui si è sperimentata per la prima volta una liturgia della politica di massa, che avrebbe avuto una ulteriore estensione negli anni del regime fascista: il mito della romanità; i saluti («Eia eia alalà», «A noi!»), i motti, («Me ne frego», «Ardisco non ordisco»), l’uso della camicia nera e del fez; il culto dei caduti, i discorsi che quasi quotidianamente D’Annunzio pronuncia dalla ringhiera del palazzo del governo, ecc.

Tuttavia se è vero che i debiti del regime nei confronti del movimento fiumano sono innegabili è altresì certo che per rendere comprensibile i fatti di Fiume non giova interpretare il movimento fiumano solo mediante le lenti del fascismo, ma anche attraverso altri occhi.

Claudia Salaris, nel suo bellissimo libro, Alla festa della rivoluzione, ricostruisce in modo magistrale l’atmosfera di quei mesi – pieni di effervescenza magmatica e creatrice –, in cui prese «corpo l’idea di fare di Fiume il crogiolo di una rivoluzione globale che coinvolgesse tutti i popoli schiacciati dalla politica imperialista delle nazioni forti, nonché l’adesione ai progetti dei repubblicani e sindacalisto-corporativi di De Ambris»35.

La Solaris rivolge in modo particolare la sua attenzione all’associazione Yoga, «Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione», ideata da Ugo Keller e Giovanni Comisso, che per molti versi anticipa alcuni temi che troveremo nel movimento del ‘68. Pur essendo vicini ai futuristi nel promuovere l’estetizzazione della politica, Keller e Comisso si distaccano in modo netto dai seguaci di Marinetti in quanto veicolano una mitologia antiautoritaria e anticapitalistica, basata sul valore della terra, dell’austerità francescana e, insieme, sul rifiuto della macchina e dell’industrialismo. Così Comisso ricorda le sue serate a Fiume: «Ci si trovava alla sera nella piazza ombreggiata dal vecchio fico, uno cominciava a proporre un tema di discussione, tutti intervenivano e a volte si intromettevano pure le donne dalle finestre delle case vicine incuriosite dal baccano. Una sera si parlava dell’abolizione del denaro, un’altra del libero amore, un’altra dell’uomo di governo, dell’ordinamento dell’esercito, dell’abolizione delle carceri, dell’abbellimento delle città. Tutti si appassionavano a discutere…»36.

D’altra parte non va dimenticato che Antonio Gramsci seguì con interesse l’impresa di Fiume e dopo la tragica «domenica di sangue» del dicembre 1920, si incontrò con D’Annunzio nella prospettiva di promuovere, insieme ai resti del movimento fiumano, un processo rivoluzionario. In riferimento al colloquio con D’Annunzio, Gramsci dice di aver «riconosciuto gli errori commessi dai comunisti verso i reduci»; registra, inoltre, il fatto che il Comandante «si è limitato a prendere atto della convergenza di obiettivi, ma ha trascurato quelli intermedi»; di aver «riferito il contenuto del colloquio alla direzione del partito, che ha incaricato Nicola Bombacci di proseguire e approfondire i contatti»; e, infine, annota che «Togliatti è perplesso»37.

Ebbene, a proposito della «perplessità» espressa da Togliatti nei confronti delle aperture gramsciane al diciannovismo, è opportuno stigmatizzare la ricostruzione della figura di Gramsci fatta dal Luciano Canfora. In quanto epigono di Togliatti e Berlinguer, lo storico barese, nemico di tutti i movimenti e in particolare di quello del ’68, cerca di presentare, nei suoi libri38 e nei suoi interventi televisivi, un Gramsci in versione antimovimentista. Cosa che non è sicuramente vera in relazione alle posizioni politiche assunte dal fondatore del PCd’I almeno fino al 1921.

Quando si criticano i movimenti per la loro ambiguità, si dimentica troppo spesso che l’essenza dell’uomo è proprio l’ambiguità, che non va valutata negativamente in quanto rimanda sempre e comunque alla possibilità. Viceversa l’ambiguità dei politici è come la vernice: è sempre superficiale e giammai esistenziale.

I partiti e i movimenti svolgono una funzione opposta e complementare: sono coestensivi nel senso che mentre nei partiti prevale il rito (la ripetizione), nei movimenti prevale il gioco (il nuovo). Nei momenti storici in cui si registra l’insorgenza dei movimenti si ha una sclerosi dello spazio dei partiti e il contrario accade quando si assiste, invece, alla declinazione dei movimenti.

Benché quella dei partiti si configuri come una democrazia deludente – non esiste, oggi, una democrazia senza i partiti –, ritengo che vadano comunque riconosciuti: il ruolo dei partiti come strumento essenziale della vita democratica; il fatto che, dopo la fase istituente, i partiti si trasformano comunque in strumenti di conservazione delle burocrazie e degli apparati; infine, la funzione germinante svolta dai movimenti che hanno la straordinaria capacità di promuovere lo sviluppo dello spazio sociale nonché nuove pratiche di liberazione.

Mussolini alla conquista dl potere

Nel dopoguerra, in una situazione giudicata rivoluzionaria, Mussolini, che in passato rivoluzionario era stato, accettò di fare ancora la parte del rivoluzionario per affermarsi. Nel suo programma del 23 marzo 1919, chiedeva il suffragio universale maschile e femminile e il diritto di voto per i diciottenni; l’abolizione del Senato da sostituire con un Consiglio nazionale del lavoro; un’imposta straordinaria e progressiva sul capitale; il sequestro dei beni delle congregazioni religiose; una serie di rivendicazioni sociali che andavano dalle otto ore ai minimi salariali, dalla partecipazione dei lavoratori al «funzionamento tecnico delle imprese» sino all’affidamento alle «organizzazioni proletarie» della gestione delle industrie e dei servizi pubblici.

In questo periodo Mussolini recitò la sua parte – anche se l’avventura dannunziana a Fiume lo lasciò a lungo in ombra –, continuando a frequentare i nazionalisti e a furia di frequentarli ne acquisì anche lo spirito reazionario e conservatore. Mise pertanto il suo movimento al servizio degli agrari che sognavano la rivincita giacché nel corso del «biennio rosso» avevano subito dure sconfitte: i contadini nel corso del 1919 erano riusciti a ottenere contratti vantaggiosi che prevedevano tra l’altro l’imponibile di manodopera; e, per di più, dopo le elezioni amministrative dell’autunno 1920, i latifondisti avevano perso anche il controllo politico delle amministrazioni dei comuni della val Padana.

Dopo aver scatenato, a partire dai primi mesi del 1921, i suoi squadristi contro le organizzazioni dei lavoratori e i partiti di sinistra, Mussolini cominciò a rassicurare le classi dirigenti. Sul piano economico asserì che il suo movimento era liberale e che avrebbe restituito i telegrafi e le ferrovie alle aziende private; rese omaggio alla Chiesa, definendo anacronistico l’anticlericalismo e affermando la linea di continuità fra il cattolicesimo e la tradizione imperiale di Roma; e, infine, rispetto al problema istituzionale, dichiarò di non avere «pregiudiziali monarchiche o repubblicane».

A proposito di queste scelte politiche, Vitantonio Barbanente osserva acutamente che Delfino Pesce continuava a ritenere che Mussolini – dopo essere diventato Capo del governo – fosse  «un nuovo Giolitti» poiché aveva «annacquato le sue idee rivoluzionarie, antivaticane, antimonarchiche, antiborghesi, per salvare lo stato costituzionale e, con esso, la monarchia»39.

Tuttavia si sbagliava poiché Mussolini promosse l’instaurazione di un regime totalitario. Sono abbastanza note le tesi degli epigoni di De Felice, i quali affermano che il regime fascista non possa dirsi pienamente totalitario in quanto – a differenza di quanto avvenne nella Germania nazista – il regime fascista italiano dovette fare i conti con la monarchia e la Chiesa cattolica: ossia con istituti che ostacoleranno almeno in parte il progetto totalitario del duce. Si tratta pertanto, essi dicono, di un «totalitarismo imperfetto», anche perché il regime fascista non esercitò un controllo totale sull’economia, dato che anche dopo la creazione dell’IRI gran parte delle industrie e delle banche rimasero in mani private, per non  parlare dell’agricoltura e il sistema corporativistico rimase solo sulla carta.

Sono inoltre conosciute le tesi degli altri storici che – sia per le motivazioni precedenti sia per ragioni di carattere giuridico e istituzionale –  preferiscono piuttosto parlare di regime antiliberale, autoritario o, come afferma H. Arendt, di dittatura40.

Sono poco conosciute, invece, le tesi eretiche di Simone Weil, che – in contrasto con «tutti» gli storici –  ritiene che il totalitarismo non sia solo un fenomeno del Novecento e ritiene altresì che il regime fascista italiano sia stato a tutti gli effetti un regime pienamente totalitario.
Nella società contemporanea, dice la Weil, l’ipostatizzazione di parole adorne di maiuscole e per lo più vuote e altisonanti – quali democrazia, dittatura, comunismo, fascismo, ecc. – genera l’idolatria, la quale consiste nell’attribuire una valenza sacra a persone e istituzioni storiche trasformandole in entità a cui sacrificare la propria vita e quella degli altri.
La Weil, nell’articolo, scritto a Londra nel 1943 e mai pubblicato, Questa guerra è una guerra di religioni41, riflette sulla nozione di idolatria sostenendo la sua coestensività con la nozione di totalitarismo. Secondo la scrittrice francese l’idolatria, che è geneticamente totalitaria, si è manifestata a più riprese nella storia: il totalitarismo è stato presente inizialmente nella religione ebraica, allorquando gli Ebrei hanno venerato un dio che sosteneva le loro vittorie nelle guerre contro gli altri popoli; in seguito è stato dominante durante l’espansione territoriale di Roma con la statolatria; si è manifestato successivamente nel corso della storia della Chiesa, durante il periodo delle crociate e dell’Inquisizione42; e, infine, è largamente presente nel mondo contemporaneo attraverso la deificazione delle nazioni. Quella del totalitarismo è la linea dominante della storia occidentale. E se è vero che le forme assunte nel nostro secolo dallo stato totalitario sono del tutto nuove per quel che riguarda gli strumenti e le intenzioni, è altresì certo che a cambiare, per Simone Weil, non è la logica complessiva che ha animato i vecchi e i nuovi totalitarismi: le distruzioni di massa; la creazione di una realtà artificiale in cui riconoscersi; l’annullamento dell’individuo; l’abbassamento della facoltà dell’attenzione che produce l’incapacità di discernere i confini che separano il bene dal male.
Si tratta di una posizione, in parte, simile a quella assunta da Luigi Sturzo, nel congresso del Partito Popolare Italiano dell’aprile 1923. Il prete siciliano prese le distanze dal governo di Mussolini, sostenendo un programma cattolico, che era «in antitesi al liberalismo laico, al materialismo socialista e alla nazione deificata [del fascismo]»43.

L’amico segreto

Nel febbraio 1922, Delfino Pesce è tra i fondatori dell’Alleanza del lavoro, in cui erano rappresentati tutti i sindacati antifascisti nonché la Federazione dei legionari fiumani, che era espressione organizzativa del sindacalismo dannunziano guidato da Alceste De Ambris, che a livello nazionale aveva assunto un chiaro orientamento antifascista. Tale adesione ebbe luogo anche grazie alla determinante azione di Giuseppe Di Vittorio fra le masse dei combattenti e dei dannunziani. Per uscire dal carcere, nel 1921, Di Vittorio aveva accettato di essere inserito come indipendente nelle liste elettorali del PSI. Dopo la sua elezione, continuò a muoversi nell’orizzonte teorico e politico del sindacalismo rivoluzionario, scrivendo alcuni articoli su «Humanitas». Di qui la sua adesione, verso la fine del 1922, al progetto di dar vita a una Costituente sindacale44 sotto l’egida di D’Annunzio. In questo senso, si avvicina a De Ambris, il quale continuerà in seguito – a differenza del sindacalista di Cerignola – a individuare i propri riferimenti ideologici in Mazzini, in Corridoni e negli agli ambienti massonici. Non era poco, se si tiene presente il fatto che il direttore di «Humanitas» era comunque legato alla massoneria45.

Intanto l’Alleanza del lavoro entrò in crisi dopo il fallimento dello «sciopero legalitario» del 31 luglio 1922. E, benché il mese dopo a Bari vecchia i fascisti subissero una rilevante sconfitta per merito dei miliziani di D’Annunzio, il tempo della fine dello Stato liberale si avvicinava in modo inesorabile.

Proprio perché si opponeva con tutte le sue forze al fascismo, Delfino Pesce venne arrestato due volte46: l’8 agosto 1922 fu rinchiuso nel castello di Bari per un mese con l’imputazione di sobillazione e adunata sediziosa finché i magistrati presero atto e dichiararono che le accuse a suo carico erano infondate; e, nel 1925, per aver manifestato contro le leggi che eliminavano le libertà democratiche.

I fascisti – che già nel settembre del 1921 avevano ucciso a Mola il deputato socialista Giuseppe Di Vagno – gli impedivano con la violenza di tenere comizi. A tale proposito, il padre di chi scrive – il quale era un fervente repubblicano e alla cui memoria viene dedicato questo scritto – gli ha raccontato il seguente episodio: durante la campagna elettorale del 1924, Delfino Pesce era atteso a Mola, dove doveva tenere un comizio, ma poiché non arrivava dato che era stato fermato dalla polizia a Bari (forse per evitargli l’aggressione fisica?), un esponente locale del PRI, mentre comunicava agli astanti l’accaduto, fu aggredito da uno squadrista, venuto da Monopoli con altri fascisti, che gli fracassò la testa con un bastone.

La casa editrice «Humanitas» fu più volte devastata da fascisti armati e la stessa cosa accadde alla villa di San Materno nell’agro di Mola. Raffaele Delfino Pesce, figlio del Nostro, dice che i fascisti avevano deciso un’incursione per incendiare l’abitazione di suo padre, ma quella «mattina i carabinieri, messi in allarme, riuscirono a intercettare alle porte di Mola un autocarro di squadristi fascisti, che furono invitati e costretti a invertire la marcia»47. E, infine, dopo aver insegnato per 22 anni presso l’ITC “Giulio Cesare” di Bari, perse il posto di lavoro poiché aveva rifiutato di prendere la tessera del PNF.

In relazione a questo stillicidio di persecuzioni, Maddalena Santoro nella lettera del 28 ottobre 1925, indirizzata alla sua amica Caterina Tanzarella, scrive: «Persona che io conosco, e che ti sarà facile comprendere chi sia…si mostrò addirittura sdegnata del trattamento che a tuo marito si usa costà; e ne parlò, anzi, facendo le sue più vive rimostranze, a Caradonna, facendogli notare che le personalità politiche locali hanno il dovere di evitare o severamente punire certe vigliaccate. Caradonna rispose che, veramente, il maggiore responsabile dovrebbe essere Crollananza, ma che anche lui, in ogni modo, se ne sarebbe occupato, avendo la convinzione che Pierino P. è uno dei primi patrioti, non delle Puglie, ma dell’Italia, oltre che perfetto gentiluomo, e merita perciò, il rispetto di qualunque partito. La persona che gliene parlava / e che mi ha riferito il colloquio esattamente / disse che di ciò essendo persuaso, e avendo, inoltre, una particolare, sebbene non manifestabile simpatia, per Piero, teneva moltissimo a che gli si fosse fatta giustizia»48.

Questa lettera in primo luogo conferma ciò che già si sapeva della personalità di Arnaldo Mussolini, fratello minore di Benito. Dopo aver partecipato alla Grande guerra come tenente, Arnaldo Mussolini, nel 1919, si era trasferito Milano. Sembra che avesse un carattere docile e che fosse, a differenza del fratello, un fervente cattolico. Stando a quello che dice la nipote Edda e ad altre testimonianze – «parlava sempre in favore di qualcuno o di qualcosa, mai contro»49. Cosa che tra l’altro è confermata anche dal fatto che Arnaldo Mussolini si prese comunque cura del figlio che il fratello Benito aveva avuto da Ida Dalser. Mentre Benito si disinteressò di suo figlio Albino, Arnaldo, invece, si preoccupò dell’educazione di suo nipote e sembra che abbia anche manifestato dell’affetto nei suoi confronti. Un ruolo questo che non emerge in alcun modo dal recente film di Marco Bellocchio, Vincere, che è incentrato sulla figura della trentina coraggiosa che rivendicò, inutilmente, fino alla fine della sua vita, il suo ruolo di moglie abbandonata.

In secondo luogo, mette in evidenza da una parte la simpatia che, sebbene non possa essere manifestata pubblicamente per ovvi motivi di opportunità politica, lega Arnaldo Mussolini a Delfino Pesce e, dall’altra, forse, tace sulla simpatia che lega il fratello del duce a Maddalena Santoro che, tra l’altro, collaborava al «Popolo d’Italia», di cui Arnaldo Mussolini era diventato direttore a partire dalla fine del 1922.  

In terzo luogo, attribuisce la responsabilità politica delle persecuzioni dei fascisti nei confronti del direttore della rivista «Humanitas» ad Araldo di Crollalanza, il quale, in passato, aveva collaborato per un breve periodo alla rivista «Humanitas»50.

Una responsabilità che va individuata non tanto in quello che di Crollalanza ha fatto – nel senso che noi non sappiamo, al momento, sé è vero o meno che abbia partecipato direttamente alla devastazione della casa editrice «Humanitas» o che l’abbia semplicemente ordinata – quanto in relazione a quello che non ha fatto e che invece, come dice Arnaldo Mussolini, doveva fare giacché le personalità politiche locali hanno il dovere di evitare o severamente punire certe vigliaccate.

Ebbene di Crollalanza non ha mai sicuramente avvertito il «dovere» di evitare tali attacchi o quantomeno di sollecitare le forze dell’ordine affinché individuassero e punissero i responsabili di tali vigliaccate. Insomma se non è stato lui a ordinare le aggressioni a Piero Delfino Pesce, al limite è stato a guardare.

Dopo l’interessamento «dovuto» di Giuseppe Caradonna – capo degli squadristi della Capitanata – terminarono le aggressioni dei fascisti a Piero Delfino Pesce, ma non le sue difficoltà. Costretto dagli eventi ad abbandonare la sua professione di insegnante e giornalista – l’«Humanitas» fu definitivamente chiusa alla fine del 1924! – Delfino Pesce si dedicò alla pratica forense e riprese i suoi vecchi interessi artistici: ritornò, infatti, a scrivere di teatro e a dipingere.

Sono anni questi in cui vive in ristrettezze economiche e tuttavia gli allori del puro dovere gli impediscono di passare dall’altra parte.

Raffaele Delfino Pesce dice che, nel 1931, fu offerta a suo padre «una cattedra universitaria – o un altro importante incarico – in cambio di una sua adesione al fascismo»51, ma l’ex direttore dell’«Humanitas» rifiutò.

Allo stesso modo di Arnaldo Mussolini – il suo amico segreto – Delfino Pesce morì nel dicembre 1939 per un attacco cardiaco, mentre era intento a mettere in scena la sua commedia, La novella di Natale.

Note

1) La lettera in oggetto, insieme alla lettera del 25 ottobre del 1925 di cui si parla ampiamente nell’ultima parte del presente articolo, è nella disponibilità di chi scrive. Dopo la vendita del palazzo appartenente agli eredi di Piero Delfino Pesce, parte del mobilio fu trasferita nella casa molese dell’autore di questo articolo. Dopo alcuni anni, ebbe luogo un furto: i ladri riuscirono a trafugare parte dei mobili, però, fortunatamente, abbandonarono per terra le lettere contenute in un comò.

2) Della scrittrice Maddalena Santoro non esiste alcuna biografia. Si sa solo che nacque a Lecce nel 1884, che frequentò il Liceo «G. Palmieri» all’inizio secolo, e che in seguito si trasferì a Milano. Fra le due guerre pubblicò, per la casa editrice Bemporad di Firenze, numerosi romanzi di successo: Trasparenze femminili, 1923; Così, donna, mi piaci, 1926; Ombre sull’aurora, 1927; L’amore ai forti, 1928; Fanatici d’amore, 1930; L’inutile gloria, 1932. Di Maddalena Santoro si occupa Antonio Gramsci, il quale la colloca fra «i nipotini di padre Bresciani», un gesuita dell’Ottocento che scriveva romanzi di carattere didascalico che avevano sempre un lieto fine. Vedi A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, editori riuniti, Roma, 1971, p. 10. Sulla figura di Maddalena Santoro è in corso di stampa il libro curato da D. De Donno, Per Amore, per professione. La scrittura delle donne nel Salento, (sec. XVI-XX), Lecce, Milella.

3) In riferimento alla biografia di Piero Delfino Pesce è indispensabile l’opuscolo di R. Delfino Pesce, Un ricordo di Piero Delfino Pesce (stampato in proprio e privo di data). In poche pagine, il figlio del direttore di «Humanitas» tratteggia con amore e rispetto la figura paterna. Rievocando inoltre la figura del nonno, Raffaele Delfino Pesce dice che «era stato allievo del collegio militare di Milano» (Ivi, p. 5), [senza citarne tuttavia il nome]. Della nonna, invece, dice solo che la sua morte era avvenuta quando suo padre aveva diciotto anni e mantiene un opportuno riserbo sulle modalità inerenti a quell’incidente terminale: sembra che si sia tolta la vita gettandosi da una finestra del suo palazzo. Quella finestra fu subito murata e ancora oggi tale muratura è visibile dalla strada.

4) Su questa battaglia, vedi P. Delfino Pesce, L’acquedotto pugliese. Storia di un carrozzone, Edizioni «Humanitas», Bari, 1912.

5) A. Gramsci, Le nuove energie intellettuali, in Scritti giovanili, Einaudi, Torino, 1971, p. 251. In riferimento alla visione provvidenzialistica della natura presente negli scritti di alcuni intellettuali meridionali, Gramsci critica i «vaneggiamenti» di chi pretendeva rinnovare la cultura nazionale, risuscitando le armonie della natura italiana: «Ed ecco ciò che scrive l’avvocato P.D.P. nell’Epoca del 27 maggio scorso: La natura creò il Canale d’Otranto perché lunghi convogli di feribotti lo attraversassero portando nell’Europa Occidentale, attraverso la via breve e centralissima e convenientemente irradiatrice dell’Italia, le merci dell’Asia per mezzo della penisola balcanica. L’avv. P.D.P. è il direttore di “Humanitas”, gazzetta settimanale di Bari, organo intellettuale del repubblicanesimo pugliese ed italiano che ha per programma di rinnovare l’anima e la cultura della Terza Italia». Sono parole piene di sarcasmo.

6) Sul percorso teorico di Piero Delfino Pesce, vedi V. Barbanente, (a cura di), Piero Delfino Pesce. Nel centenario della nascita, Edizioni Laterza, Bari, 1981. Questo libro è frutto di un lavoro scrupoloso e si configura come il maggior contributo teorico sulla figura di Piero Delfino Pesce. Per quel che riguarda la bibliografia su Piero Delfino Pesce, si rimanda a G. Bartolo, Intervento, in Piero Delfino Pesce. Nel centenario della nascita, cit., pp. 75-76.

7) Per quel che riguarda l’area semantica del termine sovranità vedi G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995, p. 137. Giorgio Agamben sostiene che la radice è “subiectus superaneus” (ibidem).
8) Sulla differenza fra relazioni di potere e stati di dominio vedi  A. M. Iacono, Autonomia, potere, minorità, Feltrinelli, Milano 2000; sullo stesso tema, mi permetto di rinviare a N. Fanizza, Paura della libertà, in «InOltre», n. 10, Jaca Book, Milano, 2007, pp. 22-34.    

9) P. Delfino Pesce, Il diritto, Edizioni «Humanitas», Bari, 1911, pp. 83-84.

10) Ivi, p. 83.

11) Sulla teoria «etico-giuridica» del socialismo, vedi R. Mondolfo, Rousseau e la coscienza moderna, La Nuova Italia, Firenze, 1954.

12) P. Delfino Pesce, Il diritto, cit., p. 62.

13) Sulla figura di Carlo Pisacane e sui suoi rapporti con i populisti russi, vedi L. Russi, Carlo Pisacane. Vita e pensiero di un rivoluzionario, Edizioni il Saggiatore, Milano, 1982.

14) P. Delfino Pesce, Il diritto, cit., p. 50.

15) Sulla tensione emancipatrice cristallizzata, stigmatizzata mediante il concetto – tanto caro al marxismo italiano – di «prassi che si rovescia», vedi G. Gentile, La filosofia di Marx, 1989.

16) P. Delfino Pesce, Riflessi. Note di critica, Edizioni Laterza, Bari, 1904, pp. 69-70.

17) P. Delfino Pesce, Il diritto, cit.,

Nicola Fanizza, Piero Delfino Pesce settanta anni dopoultima modifica: 2009-06-27T20:23:39+02:00da mangano1
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