Patrizia Gioia, Allora è jazz

4/06/2009

Patrizia Gioia, Allora è jazz

Fw: se ti piace..e non sai cos’è..allora è Jazz!..l’ultima serata al Doria..fantastica Milano di notte che non dorme!…alla maniera di Patrizia Gioia

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Quando non sai cos’è, (ma ti piace),
allora è jazz!    Alla maniera di Patrizia Gioia

Che serata quella di ieri sera, gran finale degli incontri settimanali di jazz  al Doria, dove, alla fine, 12 jazzisti luccicanti come i loro luccicanti strumenti, cinque  fantastiche cantanti donne è un ottantenne Ray Martino che swingava colpendo meglio di Tarantino, hanno dato straordinaria vita alle nostre ordinarie vite.

Tu arrivi e non sai mai quello che succederà, però l’energia già la senti che s’aggira fiammeggiante mentre si salutano tra loro e aprono le loro valigette nere e si dicono cose sottovoce e si guardano e ti guardano e incominciano, lenti, come una donna
che, inaspettata ma desiderata,  improvvisamente t’appare in sottoveste e adesso sei lì e respiri denso in controluce e aspetti solo che se la tolga e inizi…il jazz!

Erotico suadente innocente perverso s’incurva s’imbizzarrisce scavalca  s’arrende senza mai perdersi, come un cavallo una tigre un gatto un serpente.

Da dove arriva quella sua voce?
Che ti lusinga affascinandoti, sempre  sincero fino in fondo, mai detto che vuole solo te, sei tu che non ci credi e ancora ignorante speri alla solita rinuncia d’infedeltà.
Ma lui lo sa d’essere fedele solo al cambiamento e che gli piace stare con chi vive di questo movimento. Così non ti lascia mai sola come fa un uomo, lui sa ascoltare prima che tu ti perda, dice la verità, così quando ti lascia non è mai un’ abbandono, smessa l’ignoranza come la sottoveste, adesso sai che niente è mai per sempre

Lui fugge dalle bocche d’oro e d’argento di un sax di un clarinetto di una tromba, saltella sulle mani di un pianista di un contrabbasso, canta dalle gole delle donne e lo vedi che si muove sotto pelle, è lui che disegna voce e curve, s’alza e s’ abbassa arrivando fino al tuo bicchiere, beve bourbon e ginger ale, senza mai dire arrivederci.
E’ sempre un addio, che non finisce mai.

E finalmente non sono più in accordo nemmeno con Hermann Hesse, il jazz non si confonde mai nell’unità come lui dice, ma sa sostare nell’ambiguità, nella confusione e nell’ illogicità della vera visione che è politeistica, dove la paura di perdere il controllo
si fa coraggio, giù le vesti al rigido monoteismo, fuori dalla porta ogni fondamentalismo!
Qui ragazzi nessuna meta da raggiungere, nessun punto definitivo, qui si vive nell’eterno, dove è il presente che col piede segna tempo e spazio, perché anche “l’al di là” non è mortifero e mortale punto fermo.

“Mentre passavo davanti a un locale  fui investito da una violenta musica jazz, rozza e calda come un vapore di carne messa a bollire. Mi fermai un istante: quella specie di musica, per quanto mi fosse abominevole, aveva sempre per me una segreta attrattiva.
Il jazz mi era antipatico, ma lo preferivo di molto all’odierna musica accademica, e con la sua gaia rusticità colpiva anche i miei istinti, alitando un’ingenua e sincera sensualità.
Mi fermai un istante annusando quella musica sbraitante e sanguinosa, fiutando l’atmosfera cattiva e libidinosa di quelle sale. Metà di quella musica, la metà lirica, era burrosa, troppo zuccherata e grondante di sentimentalità, l’altra metà era selvaggia, capricciosa e robusta, eppure le due parti si accordavano ingenuamente e pacificamente formando un intero.”
( Hermann Hesse, Il lupo della steppa)

Patrizia Gioia, Allora è jazzultima modifica: 2009-06-25T12:23:00+02:00da mangano1
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