AUTORI VARI PASSATO, PRESENTE E FUTURO: iran

Prima di dire la mia devo fare una premessa: purtroppo da un po’ di tempo se vuoi dire qualche cosa che non è in linea con il pensiero unico occidentale, anche nella sua variante pseudo-riformista, bisogna prima fare una premessa, come ai tempi del terrorismo di sinistra quando prima di dire che lo stato democrsitiano era schifoso dovevi dire che in ogni caso eri contro le br e che le consideravi un gruppo di assassini.
oggi, per non urtare le sensibilità delle lolite di teheran o dei fan della rivoluzione arancione o di altri colori (fan al tempo, ma poi silenti sugli esiti miserabili di quelle pseudo classi dirigenti del rinnovamento), prima di tutto bisogna affermare che Ahmadinejead mi fa schifo e il pezzo di campoantimperialista mi sembra un volantino riesumato da qualche archivio dei movimenti degli anni ’60.
Detto questo, credo che l’articolo di santini ponga alcuni problemi reali: il consenso, specialmente popolare, intorno al presidente iraniano è reale. emotivamente ho ancora il riflesso condizionato per cui se vedo degli studenti in piazza malmenati dalla polizia, sto incondizionatamente con gli studenti. poi pero’ c’è il problema della evidente differenza di composizione sociale nei due schieramenti. per favore non cominciate con la tiritera sulla condizione delle donne, sulla manipolazione del consenso, sull’oscurantismo religioso: tutte cose conosciute e sulle quali siamo d’accordo. credo che invece occorra riflettere sulle basi di questo consenso (nella mia ignoranza sulla situazione iraniana, direi similari a quelle del consenso a hamas o in libano agli hezbollah (non mi ricordo come si scrive).
ugualmente mi sembrerebbe interessante comprendere anche gli obiettivi dell’opposizione studentesca al regime iraniano: anche qui ho delle reazioni emotive istantanee per cui se vedo dei manifestanti in iran che alzano cartelli con scritte in inglese, mi cascano le braccia. a chi intendono parlare e convincere questi manifestanti, a noi europei (direi già abbastanza antirianiani di suo) oppure pensano di convincere cosi’ i poveri iraniani che votano Ahmadinejead?
C’erano giovani studenti, con cartelli in inglese anche nelle piazze venezuelane i giorni del golpe anti chavez; anche li chavez non è gran che presentabile per i colti e raffinati riformisti europei.
scusate il tono forse eccessivamente polemico, specialmente l’amico Attilio, ma vedere queste reazioni immediate perfettamente nel mainstream del pensiero occidentale, senza nessun tentativo di comprendere la complessità e la drammaticità degli eventi mi da un tale dispiacere che la reazione emotiva prende il sopravvento

Marco Grispigni

MARTEDÌ, GIUGNO 16, 2009

Leggere Lolita a Teheran? No grazie
.
L’amico Attilio Mangano si chiede, alla luce di quello che sta accadendo in Iran, se la sinistra sarà in grado di capire che “la domanda da porsi comincia a essere questa, la sinistra del futuro si chiama Lolita a Teheran” ( http://isintellettualistoria2.myblog.it/archive/2009/06/13/attilio-mangano-come-discutere-della-sinistra-del-futuro-sen.html ). Nel senso, se abbiamo capito bene, di una chiara scelta di campo in favore di quel diritto alla felicità, difeso da Azar Nafisi in Leggere Lolita a Teheran, e non di discussione, autenticamente liberale, sulla necessità di non imporre mai alle persone, come invece pare avvenire nell’Iran di Ahmadinejad, una certa idea di cosa “debba essere” il bene e la felicità per loro.
Crediamo, infatti, che il problema sia molto più complesso. E che riguardi il diritto o meno per ogni popolo di scegliere la sua strada, sulla base dei propri valori storici. Fermo restando(ecco il punto), all’interno di una scelta collettiva condivisa democraticamente, il diritto per ogni cittadino di dissentire.
Il che significa che il futuro della sinistra, non può essere rappresentato dalla difesa di un astratto diritto alla felicità buono per ogni latitudine, sostanzialmente occidentalista, ma dalla difesa dei concreti diritti individuali (di pensiero, parola, voto, eccetera), quando e se minacciati da un visione monolitica di ciò che “debba essere il bene per il popolo”. Dal momento che è giusto che ogni popolo scelga il proprio cammino, ma è altrettanto giusto che siano tutelate le minoranze dissenzienti.
Insomma, l’occidentalismo, come pensiero unico, è una cosa, il liberalismo come tutela del pluralismo di pensiero, un’altra. 
Ora, non sappiamo di preciso che cosa stia accadendo in Iran: il velo occidentalista, ben più spesso di quello islamico, che caratterizza l’informazione, impedisce qualsiasi forma di documentazione oggettiva sulla situazione iraniana, ma di una cosa siamo sicuri: se la “battaglia” post-elettorale in corso, come sembra ritenere Mangano, è solo quella tra un astratto diritto alla felicità e il diritto di un popolo a vivere come democraticamente decide, allora crediamo che l’Iran debba essere lasciato libero di scegliere. O, se si preferisce, di sbagliare da solo…
Per contro, desiderando andare oltre questa scelta secca, si può sostenere che vero punto della questione, non sia quello, come suggerisce Mangano, di sposare una delle due cause (o il diritto dei popolo, o il diritto alla felicità), ma di individuare il “punto critico” dove il diritto di un popolo, facendosi opprimente sconfini nella tirannia e nell’oppressione del singolo.
Un’opera che di regola viene concretamente affidata e svolta da apposite commissioni Onu di controllo elettorale . Ma si pensi anche al ruolo innovativo che potrebbe giocare una vera internazionale socialista e liberale, capace di porsi, quantomeno moralmente, al di là degli schieramenti, e così svolgere attività di Terzo Garante, come dire, Elettorale. E qui piace ricordare il nome di Lelio Basso, che tanto fece per coniugare, pur combattendo un astratto diritto alla felicità, diritti dei popoli e diritti individuali.
Ovviamente, anche qui c’è una controindicazione: siamo infatti assolutamente consapevoli che proporre commissioni “neutrali” – già difficilmente proponibili in tempi normali – in un mondo in guerra e diviso blocchi, ( di qua l’Occidente, di là l’Islam) può sembrare molto ingenuo. E lo è.
Il che però non significa dovere essere d’accordo per forza con la scelta puramente occidentalista, racchiusa nell’idea di un astratto diritto alla felicità “a prescindere”, che Mangano sembra considerare la via maestra per la sinistra.
Concludendo: Leggere Lolita a Teheran? No grazie.



Sarà Lolita a salvare il mondo? Me lo chiedevo cinque anni fa in uno scritto che partiva dal riferimento al noto libro di AZAR NAFISI, Leggere Lolita a Teheran spiegando che le giovani generazioni iraniane erano così diverse da quelle dei loro padri da delineare un futuro di cambiamenti , tanto più che dopo le decine di migliaia di morti della guerra fra Irak e Iran, in cui la generazione di mezzo era stata distrutta dalla guerra, loro erano ormai di fatto la nuova maggioranza del paese.
Quello che sta avvenendo in questi giorni e in queste ore è di una importanza straordinaria perchè fa capire che niente sarà più come prima, anche se non si può affatto escludere una nuova Piazza Tienammen a Teheran e le precipitazioni degli eventi possono diventare drammatiche, di certo sono i blog dei giovani iraniani ad avvisare e a raccontare al mondo. E ha una posta un gioco, nell’universo globale della comunicazione, di cui forse non ci si rende conto, basta pensare un attimo a quello che può cambiare anche nella politica israeliana, così tesa dall’angoscia di un bombardamento nucleare iraniano da non sapere come rispondere al messaggio e alla proposta di Obama. Come non connettere infatti il significato simbolico e politico della politica proposta da Obama su Medio Oriente e dintorni alle ondate molteplici che stanno cominciando ad agitarlo, alla clamorosa sconfitta delle forze che in Libano si preparavano alla nuova guerra ? Se qualcuno pensa che però alla fine tutto questo ha poco a che vedere con la morte politica ed elettorale della sinistra in Europa e con il tormentone all’italiana su cosa fare da noi adesso che le altre sinistre non han raggiunto il quattro per cento e l’unico spazio che conta è quello del Pd oppure addirittura dell’Italia dei valori, su come e quando sarà possibile battere il berlusconismo stesso, sul fatto se abbia ancora senso un partito nuovo, una sinistra nuova, etc io credo che stia sbagliando e che si ostini a non guardare al di là del proprio naso o delle storie del Papi . La domanda da porsi comincia a essere questa, la sinistra del futuro si chiama Lolita a Teheran.

Imagine

di John Lennon

Testo della canzone (lingua originale)

Imagine there’s no heaven

It’s easy if you try

No hell below us

Above us only sky

Imagine all the people

Living for today…

Imagine there’s no countries

It isn’t hard to do

Nothing to kill or die for

And no religion too

Imagine all the people

Living life in peace…

You may say I’m a dreamer

But I’m not the only one

I hope someday you’ll join us

And the world will be as one

Imagine no possessions

I wonder if you can

No need for greed or hunger

A brotherhood of man

Imagine all the people

Sharing all the world…

You may say I’m a dreamer

But I’m not the only one

I hope someday you’ll join us

And the world will live as one

Testo della canzone (traduzione italiana)

Immagina

Immagina non ci sia il Paradiso

prova, è facile

Nessun inferno sotto i piedi

Sopra di noi solo il Cielo

Immagina che la gente

viva al presente…

Immagina non ci siano paesi

non è difficile

Niente per cui uccidere e morire

e nessuna religione

Immagina che tutti

vivano la loro vita in pace…

Puoi dire che sono un sognatore

ma non sono il solo

Spero che ti unirai anche tu un giorno

e che il mondo diventi uno

Immagina un mondo senza possessi

mi chiedo se ci riesci

senza necessità di avidità o fame

La fratellanza tra gli uomini

Immagina tutta le gente

condividere il mondo intero…

Puoi dire che sono un sognatore

ma non sono il solo

Spero che ti unirai anche tu un giorno

e che il mondo diventi uno

Bravo, Marco Grispigni, hai dato voce a esigenze che avvertiamo in tanti a sinistra, nella netta, inequivocabile contrapposizione ad Ahmadjnejhad (o come si scrive altrimenti) e alla linea dell’integralismo islamico… E’ evidente che stiamo sempre dalla parte dei movimenti sociali per la democrazia e per la libertà, ma dovremmo saperne molto di più e  innanzi tutto ammettere la nostra ignoranza o scarsa conoscenza degli eventi iraniani…ciao Franco Toscani


IRAN – UN POPOLO IN RIVOLTA

L’occidente ha l’obbligo di aiutarli

Siamo di fronte a brogli elettorali su scala massiccia, oppure no? A una nuova

forma di colpo di Stato, oppure no? E come interpretare queste strane elezioni,

i cui risultati sono stati annunciati dalle agenzie di stampa legate alle

milizie filogovernative ancor prima che gli scrutini fossero terminati?

Nell’assenza di osservatori internazionali, dato che gli scrutatori inviati

dagli oppositori di Ahmadinejad sono stati cacciati dai seggi a colpi di

manganello, e visto il clima di terrore, è difficile pronunciarsi con certezza.

Ma tre punti, in ogni caso, restano fermi.

1) Le elezioni iraniane sono state democratiche solo in apparenza. Mir Hossein

Mousavi, il principale antagonista di Ahmadinejad, è comunque anche lui figlio

del sistema. A proposito del «diritto» dell’Iran al nucleare, le sue posizioni

non differiscono poi tanto da quelle del presidente riconfermato.

Interrogato sulle dichiarazioni negazioniste dell’avversario, Mousavi non ha

esitato ad affermare: «Ammettendo che ci sia stato lo sterminio degli ebrei in

Germania (notate la sottigliezza di quel ‘ammettendo che’…), cosa c’entra

l’Olocausto ebraico con il popolo oppresso della Palestina, vittima

dell’olocausto di Gaza?» (E già questo dice tutto…). In altre parole, un

Gorbaciov iraniano non è ancora sceso in lizza. L’uomo capace di avviare

un’autentica perestroika resta inconcepibile, e tuttora inesistente, in una

repubblica islamista che oggi appare più blindata che mai. Gli osservatori che

commentavano l’«alternativa» proposta da Mousavi per l’appunto, già primo

ministro di Khomeini, oltre che direttore onnipotente dell’equivalente iraniano

della Pravda, peccavano per ingenuità — un po’ come quelli che, ai tempi

dell’Unione Sovietica trionfante, discettavano sulle impercettibili lotte tra

fazioni in seno a un apparato abilissimo, anch’esso, nell’inscenare la sua

stessa commedia. È un dato di fatto.

2) L’altro fatto incontestabile, peraltro, è il desiderio di cambiamento

avvertito da una percentuale non indifferente, e forse addirittura

maggioritaria, della società iraniana. Gli elettori esasperati che vediamo, da

domenica, pronti a sfidare i paramilitari delle milizie… Le donne che a

Teheran, ma anche a Isfahan, Zahedan e Shiraz, reclamano l’uguaglianza dei

diritti… I giovani, collegati in permanenza a Internet, che hanno trasformato

Facebook, Dailymotion e il sito «I love Iran» nel teatro di una guerriglia

ludica ed efficace… I conducenti di taxi, araldi della libertà di

espressione… Gli intellettuali… I disoccupati… I mercanti dei bazar, in

rotta contro un governo che li manda in rovina… In breve, i ribelli contro gli

imbroglioni. I blogger e i burloni contro i sepolcri imbiancati dell’apparato

militare islamista. L’autore anonimo della barzelletta che è rimbalzata tramite

Sms su milioni di cellulari e che, a quanto pare, fa sghignazzare i

manifestanti: «Perché Ahmadinejad porta la riga in mezzo? Per separare i

pidocchi maschi dalle femmine»… Tutti costoro hanno votato per Mousavi. Ma

senza farsi illusioni.Come i polacchi di Solidarnosc, che negli ultimi anni del

comunismo tenevano a freno consapevolmente la loro rivoluzione in attesa di

vedere il regime autodistruggersi e sparire.

3) La terza certezza, infine, è che l’iniziativa, all’improvviso, torna più che

mai nel campo delle democrazie. In realtà, esistono solo due alternative. O

vincono i partigiani della realpolitik: ci incliniamo davanti al presunto

verdetto delle urne e ci limitiamo a ratificare il peggio, come quel ministro

degli Affari esteri francese che, nel 1981, al momento del colpo di Stato contro

Solidarnosc pronunciò il suo famoso «Sia chiaro che noi non faremo nulla».

Oppure, davanti a un Paese diplomaticamente isolato, davanti a un regime al

quale tutti gli Stati confinanti augurano più o meno velatamente la caduta,

davanti a un’economia sfibrata e incapace persino di raffinare il suo petrolio,

decidiamo di ricorrere ai mezzi che abbiamo a disposizione e che sono molto più

numerosi di quanto si pensi.

Eviteremo così la doppia catastrofe che sarebbe, da un lato, l’inasprimento

della repressione, forse addirittura un bagno di sangue a Teheran, e dall’altro

il rafforzamento inevitabile di uno Stato jihadista che rappresenterebbe un

pericolo terribile per il mondo intero, perché dotato di un arsenale nucleare

che non esiterebbe a mettere immediatamente al servizio dell’Imam nascosto e

della sua apocalittica riapparizione (e di questo non ha mai fatto mistero).

Per riassumere; da queste tre certezze, esaminate congiuntamente, scaturisce un

obbligo chiaro: aiutare e rafforzare, con tutti i nostri mezzi, la società

civile iraniana in rivolta. L’abbiamo già fatto, in passato, con l’Unione

sovietica. Abbiamo finalmente compreso, dopo decenni di vigliaccheria, che il

totalitarismo, arrivato a un tale stadio di putrefazione, traeva la sua forza

esclusivamente dalle nostre debolezze. Abbiamo saputo organizzare catene di

solidarietà verso coloro che venivano definiti dissidenti e che alla fine

trionfarono sul sistema. In Iran esiste l’equivalente di quei dissidenti che

sono, come apprendiamo oggi, infinitamente più numerosi e potenti. A costoro

deve andare oggi il nostro sostegno e il nostro incoraggiamento. La «mano tesa»

di Obama? Speriamo che sia tesa anche in direzione di questa gioventù, che fa

onore a un popolo che ha dato i natali ad Avicenna, Razi, al-Ghazali, Kasifi e

tanti altri. È questa la nostra sfida.

Bernard-Henri Lévy

16 giugno 2009

Che strano discorso, è dai tempi di Solidarnosc almeno che esiste una nuova sinistra che ha tante cose da insegnare, non ci trovo niente di umiliante, è più umiliante semmai continuare la real politik dei mah, non so, vedremo—

Attilio

Il giorno 16/giu/09, alle ore 14:29, Ennio Abate ha scritto:

Che umiliante dover continuamente e “a turno” (prima la Birmania, poi Gaza, ora l’Iran, domani chissà) appassionarci o fare le pulci alle lotte degli “altri” e sulla base di dati parziali, incerti o effettivamente ambigui!

Una lustratina da pensionati ai nostri vecchi arnesi interpretativi (la “felicità” di Attilio; l’antitotalitarismo di Levy) e amen?

Ciao

Ennio Abate

tutto vero o probabilmente vero salvo il fatto che il tipo di crepa che si è

aperta durerà un decennio e avrà conseguenze che non riusciamo a indovinare,

anche questo non è un motivo per accantonare, semmai per capire le tendenze

Attilio


Il giorno 16/giu/09, alle ore 15:57, Maria Granati ha scritto:

Secondo me bisogna accantonare, o almeno frenare, le grancasse della rivoluzione

iraniana dei giovani, delle donne e dei blogger e avere prudenza e pazienza.

Innegabile che si stia muovendo qualcosa di importante e di profondo, ma

attenzione, la democrazia non nasce come un fungo dai blog, la pancia del

paese, le periferie stanno da un’altra parte e, stando a osservatori ed esperti

delle cose iraniane, pare di capire che, anche considerando possibili brogli, la

maggioranza ha votato per Ahmadinejad o come si chiama. Magari non fosse vero!

Stiamo attenti a non leggere con troppa sicurezza quelle vicende con ottiche non

appropriate..

16/giu/09, alle ore 16:26, Franco Toscani ha scritto:

caro attilio, sono sostanzialmente d’accordo con te, viva l’Iran libero e

democratico! Ti invio sull’Iran una segnalazione di Severino Saccardi, direttore

di Testimonianze fondata da Balducci. Ciao Franco

———-

Da: “Severino Saccardi” <s.saccardi@…>

Data: Tue, 16 Jun 2009 14:12:03 +0200

A: <newsletter@…>

Oggetto: [newsletter] L’Iran al buio

AHMADINEJAD METTE L¹ IRAN AL BUIO

³ Il regime di Ahmadinejad caccia i giornalisti stranieri dall¹Iran : è un atto

di ostilità verso le opinioni pubbliche di tutto il mondo, un ennesimo atto di

violenza contro il proprio popolo cui è negata la libertà di espressione, di

essere informato, di decidere il proprio destino ³. Questo il testo del

documento diffuso oggi dall¹esecutivo di Information Safety and Freedom ,

associazione internazionale per la libertà di stampa.

³ Dopo aver messo a tacere i media dell¹opposizione continua la nota di ISF – ,

aver oscurato le televisione straniere, i siti internet , i satelliti e persino

i telefoni, ora Ahmadinejad caccia la stampa estera, colpevole di aver diffuso

nel mondo le immagini della brutale repressione attuata dalle milizie al suo

servizio nei confronti dei manifestanti, ma anche nei confronti dei giornalisti

³.Mentre cala la notte sulle speranze di rinnovamento di migliaia di giovani

iraniani conclude il comunicato di ISF e si preannuncia una repressione ancora

più sanguinosa, invitiamo le associazioni dei giornalisti a far sentire la

propria voce per denunciare questa brutale esibizione di violenza censoria di un

premier che è di certo un nemico del proprio popolo, ma anche uno dei peggiori

nemici della stampa e del suo libero esercizio ³.

(Dal comunicato di “Information Safety and Freedom”)

IRAN: LO “SCACCO MATTO” DI KHAMENEI

di Valter Vecellio

Uno è il “pupo”, quello che si agita e strepita. L’altro è la “mano” che ne muove i fili e determina i movimenti. La marionetta è il confermato presidente dell’Iran Mahmud Ahmadinejad; il “puparo” l’ayatollah Alì Khamenei, guida suprema e massima autorità, che esercita un potere pressoché assoluto, un’indiscussa e indiscutibile influenza su quella parte di società meno abbiente dell’Iran profondo e periferico meno permeabile alle contaminazioni occidentali. Khamenei ha definito “una vera festa” la riconferma di Ahmadinejad; e così ha fatto capire in modo inequivocabile che tipo di Iran prefigura: un regime teocratico, che si fonda sul primato dei teologi ortodossi. Khamenei controlla le strutture religiose e militari, a lui fanno capo i potenti Guardiani della Rivoluzione, le milizie Basiji, gli onnipresenti servizi segreti; un formidabile apparato di potere. Dal punto di vista di Khamenei, l’opzione a favore di Ahmadinejad è “naturale”: significa assicurare continuità; al contrario di Mir Hussein Moussavi, che forse è eccessivo definire “riformatore”, ma che certamente avrebbe impresso una politica di cauto rinnovamento; e quindi provocato possibili “falle” destinate a creare instabilità.

Probabilmente non era stata messa in conto la rivolta degli sconfitti. Ahmadinejad appare sicuro del fatto suo, e in un primo momento ha liquidato i disordini alla stregua di quello che accade dopo “una partita di calcio”; Khamenei, più cauto sembra esser consapevole che non si tratta solo di proteste di piazza facili da reprimere e controllare. Difficile, al momento prevedere gli sviluppi della protesta. In queste ore Teheran ha parlato al resto del mondo dicendo che “la questione nucleare appartiene al passato”. Significa che le linee strategiche dell’Iran non cambieranno, “è appunto un capitolo della storia”.

Questo è uno dei nodi, e spiega la cautela degli Stati Uniti. Lo scenario è complesso e complicato. Più d’un osservatore esprime pessimismo: “Khamenei con la conferma di Ahmadinejad ha risposto ad Obama: grazie, ma l’Iran continua per la sua strada”. Non c’è dubbio che i vicini governi arabo-sunniti siano inquieti e preoccupati: un Iran sciita dotato di energia nucleare non può che agitare i già poco tranquilli sonni di Arabia Saudita, Egitto, Giordania. Non solo: in Afghanistan, i talebani-sunniti continueranno ad avere l’appoggio dell’Iran, un’ulteriore complicazione per gli Stati Uniti. All’Iran guardano anche gli hezbollah libanesi usciti sconfitti dalle recenti elezioni, e l’ala dura di Hamas in Palestina…Non a caso  in Israele Benjamin Netanyahu ripete che la questione nucleare iraniano è il principale problema del Medio Oriente; e il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman aggiunge che “i piani militari per un’operazione contro le centrali nucleari non sono affatto archiviati”.

Non ci sono molte alternative. In sintesi: o si accetta la situazione, e dunque un Iran dotato di energia nucleare, che in un futuro molto prossimo può diventare militare; oppure la si contrasta, facendo ricorso all’uso della forza: con effetti imprevedibili e incontrollabili. E’ però estremamente improbabile però che gli Stati Uniti di Barack Obama opteranno per questa “soluzione”. Non solo perché non appare nel DNA dell’attuale leadership alla Casa Bianca; il fatto è che gli Stati Uniti sono già pesantemente impegnati in Afghanistan e Irak (e con le brutte gatte da pelare costituite da Corea del Nord e soprattutto Pakistan); l’apertura di un terzo fronte sarebbe insostenibile. Resta Israele: ma sarebbe una carta disperata e disperante, che provocherebbe uno tsunami in tutto il mondo arabo; per non dire di Russia e Cina, che certamentenon resterebbero inerti a guardare.

Terza opzione: le sanzioni economiche; ma l’esperienza insegna che, vecchie o nuove che siano, servono a poco o nulla; anzi, forse possono perfino essere controproducenti. Alla fine della fiera: se Khamenei non ha fatto scacco matto, poco ci manca. La storia, è vero, insegna,  che c’è sempre un granello di sabbia che può bloccare gli ingranaggi, un battito d’ala di farfalla che provoca valanghe. Ma affidarsi al granello si sabbia o al battito d’ali di una farfalla non è molto rassicurante.

IL VENTO DI LIBERTÀ SOFFIA CON SFORZA SUL PIANETA ISLAM
• da Il Sole 24 Ore del 16 giugno 2009, pag. 1

di Moises Naim

Non che andasse tutto a meraviglia prima che l’ayatollah Alì Khamenei confermasse la notizia che gli iraniani e il mondo intero potranno godersi un nuovo mandato presidenziale di Mahmoud Ahmadinejad e chela protesta invadesse l’Iran. Il fatto è che prima di questo annuncio avevamo avuto un paio di settimane decisamente insolite. Settimane durante le quali sono successe cose che ci avevano portato un certo sollievo di fronte al fiume di cattive notizie a cui eravamo abituati da un po’ di tempo. Il discorso di Obama in Egitto, ad esempio, è stato una buona notizia. Perfino Khaled Meshal, il leader di Hamas, ha dovuto riconoscere che «indubbiamente Obama parla un linguaggio nuovo. Se gli Stati Uniti desiderano aprire una fase nuova, noi saremmo più che felici di collaborare». Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e i discorsi lasciano il tempo che trovano, ma tra Hamas e gli americani è meglio ascoltare parole di questo genere che non quelle che eravamo abituati a sentire. Quella stessa settimana, e in quella stessa area, si è svolto un altro evento altrettanto confortante, il dibattito televisivo tra Ahmadinejad e il suo principale concorrente alle presidenziali, Mir-Hossein Moussavi: «Lei ha danneggiato la reputazione del nostro Paese, ha promosso conflitti di vasta portata con altre nazioni e i suoi metodi finiranno per condurci a una dittatura», ha detto in quell’occasione Moussavi al presidente in carica, di fronte a milioni di spettatori. Anche queste sono parole che in passato era difficile sentir pronunciare in televisione dai leader della teocrazia iraniana. Buone notizie sono arrivate anche dal Libano. In un Paese in cui per decenni le rivalità politiche venivano risolte a pistolettate, e dove ha un peso determinante l’influenza della vicina tirannia siriana e di Hezbollah, appoggiato dall’Iran, si sono svolte elezioni pacifiche, vinte da una coalizione di partiti tenuta insieme dal rifiuto nei confronti dell’influenza di Damasco, dell’interferenza di Teheran e della violenza di Hezbollah. Naturalmente, Hezbollah non ha deposto le armi, la Siria e l’Iran continueranno a cercare di tenere sotto controllo il Paese dei cedri e la violenza potrebbe riesplodere. Ma nonostante tutto questo le elezioni in Libano ci hanno offerto una boccata d’aria fresca. Buone notizie sono arrivate anche da dove nessuno se lo aspettava. Nel distretto di Dir, nel Nord del Pakistan, più di mille abitanti infuriati hanno deciso di organizzarsi per sradicare i talebani, cacciandoli dai loro villaggi. Fino a poco tempo fa, uno scenario del genere era  inimmaginabile. In quelle province di frontiera con l’Afghanistan, la gente guardava con simpatia ai talebani e ai loro sforzi per applicare le leggi islamiche, e c’era un forte rifiuto nei confronti di qualunque genere di intervento militare contro di loro. Ora la popolarità dei talebani è precipitata e gli attacchi dell’esercito pachistano, con l’appoggio della popolazione, li hanno costretti a ripiegare. I costi umani sono stati devastanti. Due milioni e mezzo di pachistani hanno dovuto abbandonare le loro case in quello che le Nazioni Unite definiscono il trasferimento di profughi più rapido e importante dai tempi del genocidio in Ruanda. Per il momento l’opinione pubblica dà la colpa di questa tragedia ai talebani. Ma nel giro di poco tempo la situazione disperata potrebbe trasformarsi in un’esplosione politica contro il governo di Islamabad. Anche ad al-Qaeda di questi tempi le cose vanno male, in Pakistan. Molti dei suoi leader stanno abbandonando i loro rifugi nella zona di frontiera e stanno cercando di trasferirsi in Somalia e nello Yemen, dove vedono un ambiente più ospitale per le loro operazioni. I loro vertici hanno subito negli ultimi tempi importanti rovesci. I leader di al-Qaeda in Pakistan si sono lamentati pubblicamente della mancanza di denaro e di armi. Al-Qaeda non sparirà, ma fa piacere apprendere che le cose non stanno andando come piacerebbe a loro. Questa insolita serie di buone notizie (relativamente) ora è stata troncata dall’annuncio del leader supremo dell’Iran, che ha spiegato che il travolgente – e probabilmente fraudolento margine di vittoria di Malimoud Ahmadinejad è un “segnale divino”. E tanto basta. Questo è tutto. Ha parlato l’ayatollah. E milioni di iraniani – e il resto del mondo – dovranno sopportarne le conseguenze. Ma anche lui. E una delle conseguenze è che non potrà più fingere che l’Iran sia una democrazia o che non sia lui il responsabile della stagnazione economica, della povertà, dell’immensa corruzione e della brutale repressione che caratterizzano il paese di cui è a capo. Per anni Alì Khamenei ha potuto svincolare il proprio ruolo di capo supremo dalle responsabilità che ricopre nella gestione del paese. Ormai non più. Da ora in avanti è lui, e non il presidente dell’Iran, che dovrà essere indicato come il responsabile di quello che  succede m questo paese

AUTORI VARI PASSATO, PRESENTE E FUTURO: iranultima modifica: 2009-06-17T15:20:30+02:00da mangano1
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