Arundhat Roy, La questione pakistana(3)

ezzi d’informazione si sono lanciati soprattutto su due argomenti. Il primo è la “macchina del popolo”, la Tata Nano da centomila rupie (1.500 euro), prodotta nel Gujarat di Modi (le agevolazioni e i favori concessi alla Tata spiegano buona parte del sostegno dell’azienda a Modi). Il secondo è il discorso carico d’odio pronunciato dal mostruoso debuttante del Bjp, Varun Gandhi (nipote di Indira Gandhi), che fa sembrare Narendra Modi un moderato. Varun Gandhi ha chiesto la sterilizzazione dei musulmani. “Questa terra sarà conosciuta come bastione degli indù, e nessun musulmano oserà alzare la cresta qui da noi”, ha dichiarato, usando un insulto rivolto a chi è circonciso. “Dai musulmani non voglio neppure un voto”. Qui sta il nodo della questione. Varun Gandhi è un politico moderno, che opera nel sistema democratico, e fa tutto quello che è in suo potere per creare una maggioranza e consolidare il suo bacino di Tata, e Mukesh
Ambani, della Reliance Industries – nel discorso di accettazione del premio Gujarat garima (Orgoglio del Gujarat) hanno elogiato la politica di sviluppo di Narendra Modi, l’artefice del genocidio del Gujarat. Naturalmente Modi, come candidato alla carica di primo ministro, poteva contare sul loro appoggio.
La campagna elettorale di quest’anno è costata quasi cento miliardi di rupie (due miliardi di dollari. Da dove spunta una somma del genere?). Tra i partiti c’è un evidente consenso trasversale sulle “riforme” economiche. Non stupisce quindi che tra i sostenitori più entusiasti di queste elezioni ci siano le principali multinazionali. Probabilmente hanno capito che la democrazia può legittimare il loro istinto predatorio meglio di qualsiasi altro sistema.
Diverse multinazionali hanno lanciato campagne televisive, in alcuni casi coinvolgendo star di Bollywood, per invitare giovani e vecchi, ricchi e poveri, ad andare a votare. La democrazia va di moda. La Bbc ha prenotato una carrozza ferroviaria, l’India election special, che condurrà giornalisti di tutto il mondo in un tour guidato, perché descrivano le meraviglie delle elezioni indiane. Sulla carrozza c’è scritto: “Gli elettori indiani rimetteranno in moto il mondo?”.
In questo modo spudorato l’elettorato è stato trasformato in mercato, gli elettori sono diventati consumatori e la democrazia è stata legata a ilo doppio al libero mercato.
I mezzi d’informazione si sono lanciati soprattutto su due argomenti. Il primo è la “macchina del popolo”, la Tata Nano da centomila rupie (1.500 euro), prodotta nel Gujarat di Modi (le agevolazioni e i favori concessi alla Tata spiegano buona parte del sostegno dell’azienda a Modi).
Il secondo è il discorso carico d’odio pronunciato dal mostruoso debuttante del Bjp, Varun Gandhi (nipote di Indira Gandhi), che fa sembrare Narendra Modi un moderato. Varun Gandhi ha chiesto la sterilizzazione dei musulmani. “Questa terra sarà conosciuta come bastione degli indù, e nessun musulmano oserà alzare la cresta qui da noi”, ha dichiarato, usando un insulto rivolto a chi è circonciso. “Dai musulmani non voglio neppure un voto”.
Qui sta il nodo della questione. Varun Gandhi è un politico moderno, che opera nel sistema democratico, e fa tutto quello che è in suo potere per creare una maggioranza e consolidare il suo bacino di voti. Un politico ha bisogno di un bacino di voti, come una multinazionale di un mercato di massa. Al giorno d’oggi, entrambi chiedono aiuto a parte.
I politici se lo devono guadagnare attirando l’attenzione. Varun Gandhi può benissimo sopportare qualche critica, o un breve soggiorno in galera, se il suo discorso carico d’odio, pronunciato di fronte a una folla in delirio nel suo isolato collegio elettorale, è trasmesso e ritrasmesso dalle televisioni negli orari di punta. Ha ottenuto la visibilità che voleva.
Chi è un mostro per qualcuno, per altri può essere un messia. Il separatismo e la politica identitaria, che seguono i binari di casta, tribù, religione ed etnia – il tutto sotto l’ombrello sempre più ampio dell’Hindutva – sono diventati il motore della democrazia indiana. Purtroppo non si tratta solo di separatismo, ma di separatismo degenerativo. Ed è difficile notarlo dal finestrino di un treno.
La politica dei mercati di massa e dei bacini di voti rafforza l’idea che la maggioranza ha il diritto di dominare, una soldati in servizio effettivo in Iraq al culmine dell’occupazione). Adesso l’esercito indiano sostiene di avere stroncato in gran parte la resistenza dei militanti islamici del Kashmir. Forse è vero. Ma il dominio militare signiica vittoria? Per decenni, dopo la partizione tra India e Pakistan del 1947, i kashmiri hanno ostinatamente rifiutato di “integrarsi” e di accettare quello che la maggior parte considerava (e considera tuttora) la dominazione indiana. Tutto questo ha alimentato le tensioni tra India e Pakistan sfociate due volte in guerra aperta. Il continuo aumento della presenza dell’esercito indiano in Kashmir e la prospettiva sempre più lontana di un referendum sotto l’egida delle Nazioni Unite hanno trasformato la rabbia popolare in un movimento di resistenza. Preoccupato dalla crescente influenza dei leader
antindiani, nel 1987 il governo centrale manipolò apertamente le elezioni del parlamento dello stato kashmiro. Le manifestazioni di protesta furono soffocate brutalmente dalle unità di sicurezza indiane. Ispirandosi in parte all’intifada palestinese, la popolazione del Kashmir scese per le strade. La rabbia diventò lotta armata. Migliaia di sorta di via indiana al fascismo. Le istituzioni democratiche – tribunali, polizia, “libera” stampa ed elezioni – invece di funzionare come un sistema equilibrato basato sul controllo reciproco, spesso fanno il contrario. Si coprono le spalle a vicenda per favorire gli interessi superiori di “unione” e “progresso”. In questo modo creano una tale confusione, una tale cacofonia, che le voci che si alzano per avvertire l’opinione pubblica finiscono soffocate dal frastuono. E questo non fa che confermare l’immagine di una democrazia amichevole, rumorosa, pittoresca e a volte un po’ caotica.
L’occupante indiano
Poi, ovviamente, c’è il conflitto in Kashmir, che secondo alcuni analisti politici rischia di far precipitare il mondo in una guerra nucleare. La guerra nella valle del Kashmir dura ormai da quasi vent’anni e ha fatto più di 70mila morti.
Più di centomila uomini sono stati torturati, diverse migliaia sono “scomparsi”, mentre le donne sono state vittime di stupri e decine di migliaia sono rimaste vedove. Più di 500mila soldati indiani pattugliano la valle del Kashmir, che di fatto è la zona più militarizzata del mondo (gli Stati Uniti avevano circa 165mila soldati in servizio effettivo in Iraq al culmine dell’occupazione). Adesso l’esercito indiano sostiene di avere stroncato in gran parte la resistenza dei militanti islamici del Kashmir. Forse è vero.
Ma il dominio militare signiica vittoria? Per decenni, dopo la partizione tra India e Pakistan del 1947, i kashmiri hanno ostinatamente rifiutato di “integrarsi” e di accettare quello che la maggior parte considerava (e considera tuttora) la dominazione indiana. Tutto questo ha alimentato le tensioni tra India e Pakistan sfociate due volte in guerra aperta. Il continuo aumento della presenza dell’esercito indiano in Kashmir e la prospettiva sempre più lontana di un referendum sotto l’egida delle Nazioni Unite hanno trasformato la rabbia popolare in un movimento di resistenza.
Preoccupato dalla crescente influenza dei leader antindiani, nel 1987 il governo centrale manipolò apertamente le elezioni del parlamento dello stato kashmiro. Le manifestazioni di protesta furono soffocate brutalmente dalle unità di sicurezza indiane. Ispirandosi in parte all’intifada palestinese, la popolazione del Kashmir scese per le strade. La rabbia diventò lotta armata. Migliaia di giovani kashmiri varcarono le montagne per andare in Pakistan ad addestrarsi e armarsi per combattere l’esercito indiano, uno dei più grandi e potenti del mondo.
Furono addestrati dagli stessi uomini che in Afghanistan avevano guidato la vittoriosa jihad americana contro l’Unione Sovietica, dopo aver formato migliaia di mujahiddin islamici reclutati in tutto il mondo musulmano. I giovani kashmiri tornarono ben addestrati, equipaggiati con armi moderne e animati dal sogno della libertà.

Arundhat Roy, La questione pakistana(3)ultima modifica: 2009-05-24T18:42:21+02:00da mangano1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento