Arundhat Roy, Conclusioni (4)

Erano accompagnati da guerriglieri “stranieri”, pachistani, afgani o provenienti da luoghi lontani come il Sudan. Molti di loro erano veterani di molte battaglie che sognavano la nazione panislamica. Introdussero una lettura più severa e puritana dell’islam, più interessata alla punizione che alla fede (alcuni lo definiscono “islam americano”), sconosciuta nella valle del Kashmir.
I servizi segreti indiani e pachistani si accorsero rapidamente di questa differenza di posizioni e la alimentarono, creando spaccature fratricide tra la popolazione e dando un tono apertamente religioso a quella che era cominciata come una lotta per la libertà e l’autodeterminazione. Questa combinazione di islamizzazione, nazionalismo kashmiro militante e manipolazione da parte delle istituzioni indiane e pachistane causò una specie di esodo della minuscola minoranza indù del Kashmir. Fu questo che permise al governo indiano, e ai mezzi d’informazione “collaborazionisti”, di demonizzare la lotta per la libertà del Kashmir, presentandola come una rivolta religiosa lanciata dai fondamentalisti islamici contro una democrazia laica. Di conseguenza, per quanto possa sembrare strano, alcuni elementi dell’islam radicale, che non rappresentano in alcun modo l’opinione della maggioranza dei kashmiri, sono gli alleati più utili del governo
indiano nella sua propaganda di guerra.
Come può, un governo che si professa democratico, giustificare un’occupazione militare? Grazie alle elezioni, ovviamente. Dopo ogni elezione, infatti, il governo indiano dichiara di aver ottenuto dal popolo del Kashmir il mandato per continuare la sua azione.
Nell’estate del 2008 una disputa su un terreno concesso ai pellegrini indù accanto a un luogo sacro islamico, ad Amarnath, ha causato una protesta di massa non violenta. Giorno dopo giorno, centinaia di migliaia di persone hanno sfidato soldati e polizia – che hanno sparato contro la folla uccidendo molti manifestanti – e hanno invaso le strade. Dall’alba a notte fonda nelle vie di Srinagar rimbombavano le parole di “Azadi! Azadi!” (libertà). I fruttivendoli ripetevano “Azadi! Azadi!” mentre pesavano la merce. Commercianti, medici, proprietari di case galleggianti, guide turistiche, tessitori, venditori di tappeti: tutti erano per strada con un cartello in mano e tutti gridavano “Azadi! Azadi!”. Le proteste sono andate avanti per giorni.
Alla fine lo stato indiano, indeciso su come affrontare una simile disobbedienza civile, ha ordinato il giro di vite. Ha imposto il coprifuoco più severo degli ultimi anni, dando ordine di sparare a vista. Ha messo agli arresti domiciliari i principali leader della protesta, incarcerandone diversi altri. Ha ordinato perquisizioni casa per casa che sono culminate con l’arresto di centinaia di persone. La moschea Jama di Srinagar è stata chiusa, impedendo la preghiera del venerdì per sette settimane di seguito, fatto senza precedenti.
Una volta domata la rivolta, il governo ha fatto una cosa incredibile: ha indetto le elezioni. Era un grosso rischio. I leader indipendentisti (tutti in carcere o agli arresti domiciliari) hanno invitato al boicottaggio. Erano quasi tutti convinti che le elezioni avrebbero coperto di ridicolo il governo indiano. Invece la scommessa è stata vincente. La popolazione si è presentata in massa alle urne. C’è stata la maggior affluenza dall’inizio della lotta armata. Ancora una volta, il governo e i mezzi d’informazione hanno presentato il risultato come una sorta di referendum a favore dell’India.
Nessuno degli analisti, dei giornalisti e dei politologi indiani si è chiesto perché un popolo che solo qualche settimana prima aveva rischiato tutto, sfidando un esercito che aveva l’ordine di sparare a vista, avesse cambiato idea così all’improvviso. Nessuno degli illustri studiosi del grande festival della democrazia ha detto cosa significano le elezioni in presenza di uno spiegamento di truppe così imponente e diffuso (un militare armato ogni venti civili). Nessuno ha parlato del coprifuoco, delle retate e degli arresti, della blindatura dei collegi elettorali.
Pochi hanno accennato al fatto che, durante la campagna elettorale, i politici hanno cercato in ogni modo di separare il voto dalla questione dell’“Azadi” e del Kashmir conteso, sostenendo che le elezioni riguardavano solo questioni di banale amministrazione: manutenzione delle strade, fornitura idrica ed elettrica.
Nessuno ha spiegato perché persone che vivono da decenni sotto un’occupazione militare – per cui i soldati possono irrompere nelle case e portare via le persone a qualsiasi ora del giorno e della notte – debbano aver bisogno di qualcuno che le ascolti, che sostenga la loro causa, che li rappresenti.
Il silenzio non è possibile
Dopo le elezioni, le istituzioni e la stampa hanno proclamato la nuova vittoria (dell’India). E tutto è tornato come prima. Le manifestazioni e le richieste di libertà sono ricominciate, così come le esecuzioni sommarie da parte delle forze di sicurezza. Secondo i giornali, le ile dei militanti si stanno ingrossando. C’è davvero da chiedersi se sia rimasto qualche legame tra elezioni e democrazia.
Il problema è che il Kashmir si trova sul crinale di una regione piena di armi che sta scivolando nel caos. La lotta di liberazione del Kashmir, dalle aspirazioni cristalline ma dai contorni sfocati, è presa in un vortice di ideologie pericolose e in contrasto tra loro: il nazionalismo indiano, quello pachistano, l’imperialismo degli Stati Uniti, la resistenza islamica e “medievale” dei taliban all’occupazione statunitense dell’Afghanistan. Ognuna è capace di mostrare una spietatezza che può sfociare nel genocidio o nella guerra nucleare.
Aggiungete le ambizioni imperialiste cinesi, il ritorno di una Russia aggressiva e qualche testata nucleare a piede libero: ecco pronta la ricetta per la nuova guerra fredda.
Il Kashmir, dunque, è condannato a diventare l’anello di congiunzione tra il caos afgano e pachistano e l’India, dove questo caos potrà fare presa sulla rabbia dei più giovani tra i centocinquanta milioni di musulmani maltrattati, umiliati ed emarginati. A sentire la polizia indiana, gli attacchi terroristici del 2008 a Delhi, Jaipur e Ahmedabad, così come i più recenti attentati a Mumbai del 26 novembre, sarebbero un primo segnale di questa tendenza.
Sicuramente la questione kashmira, insieme a quella palestinese, è tra le dispute più antiche e complesse del mondo. Ma non significa che sia insolubile. Vuol dire solo che la soluzione non soddisferà pienamente nessuna parte, nessun paese e nessuna ideologia. I negoziatori dovranno essere pronti ad allontanarsi dalla “linea ufficiale”. Certo il governo indiano per ora non è neanche disposto ad ammettere che esista un problema, figuriamoci a trattare per trovare una soluzione. I suoi rimedi temporanei e brutali alle rivolte in Kashmir non hanno fatto altro che peggiorare la situazione.
Insomma, George W. Bush è stato una specie di superprofeta. A differenza di quasi tutti i profeti, infatti, aveva il potere di influenzare il futuro perché rispettasse le sue profezie. Dopo l’11 settembre, quando il presidente statunitense disse “Chi non sta con noi sta con i terroristi”, molti di noi l’hanno preso in giro, rifiutando di fare una simile scelta. Non volevamo scegliere tra George e Osama, tra l’occupazione statunitense dell’Afghanistan e il folle medioevo taliban, tra l’occupazione statunitense dell’Iraq e le feroci milizie islamiche che la combattono. La “guerra al terrore” ha creato un clima che ha permesso ai governi di tutto il mondo di approvare nuove leggi antiterrorismo per la sicurezza nazionale. Leggi in cui la definizione di “terrorista” è così vaga e ampia da poter essere applicata praticamente a chiunque. In vari paesi, nascoste dietro il linguaggio della “guerra al terrore”, sono state
ripresentate con rinnovato entusiasmo vecchie divisioni manichee.
In Palestina la popolazione deve scegliere tra Hamas e l’occupazione israeliana. In India, tra il nazionalismo indù e il terrorismo islamico, tra le razzie delle multinazionali e la guerriglia maoista. In Kashmir, tra l’occupazione militare e le cellule militanti islamiche. Nello Sri Lanka, tra uno spietato stato singalese e le sentenze di morte delle Tigri tamil.
I popoli non dovrebbero essere costretti a compiere nessuna di queste scelte. Eppure sono sempre meno le persone che possono dire: “Non stiamo né con voi né con i ‘terroristi”. Chi ha ancora questo privilegio e lo esercita, rischia di perdersi in un esercizio di pura compassione o nelle pallide banalità dei discorsi sui diritti umani, che con l’equidistanza morale tolgono urgenza politica e concretezza a queste battaglie che sono politiche, urgenti e molto concrete. Anche chi rifiuta la violenza sa bene che non si possono mettere sullo stesso piano la brutalità di un esercito d’occupazione e quella di chi gli oppone resistenza, oppure la violenza dei diseredati e quella degli approfittatori, la violenza del capitalismo delle multinazionali e quella delle comunità che lo combattono.
Anche se la propaganda sulla “guerra al terrore” vorrebbe spingerci a fare di ogni erba un fascio, è ovvio che non tutte le lotte armate sono uguali. Alcune sono di massa e, almeno di nome, rivoluzionarie. Altre no. Alcune sono apertamente sessiste e decisamente retrograde.
Nel complesso, però, non esiste qualcosa che si possa definire una lotta armata “gentile” o compassionevole. Ci sono sempre spargimenti di sangue. C’è sempre una gran puzza. È così se si combatte.
Quando, sentendoci a disagio di fronte ai massacri, diciamo: “Non stiamo né con voi, né con i ‘terroristi’”, corriamo il rischio di sostenere lo status quo. D’altra parte, se rinunciamo a quella posizione, rischiamo di diventare sostenitori acritici della sottomissione delle donne, delle decapitazioni pubbliche e degli attentatori suicidi, o di chi promuove una visione del mondo ristretta, da incubo.
È più importante che mai criticare quelli di cui sosteniamo le battaglie, di cui capiamo la rabbia, ma di cui rifiutiamo i metodi e le idee. Al tempo stesso, dobbiamo sempre tenere presente che in una zona di guerra ogni paragrafo, ogni frase che pronunciamo verrà saccheggiata e sfruttata per la propaganda delle due fazioni rivali. Con conseguenze che possono rivelarsi spiacevoli. Il silenzio, però, non è una scelta possibile.
La forza della poesia
Forse la storia del ghiacciaio di Siachen, il campo di battaglia più alto del mondo, è la metafora migliore della follia dei nostri tempi. Qui sono stati schierati migliaia di soldati indiani e pachistani, costretti a sopportare il vento gelido e temperature che arrivano a meno quaranta. In quest’area sono morti centinaia di soldati, uccisi dal freddo, fiaccati dai geloni e dalle ustioni solari.
Il ghiacciaio ormai è diventato una discarica ingombra di relitti: migliaia di bossoli d’artiglieria, bidoni di carburante vuoti, piccozze, vecchi scarponi, tende e ogni altro genere di residuato bellico prodotto da migliaia di esseri umani.
Questi rifiuti restano lì, conservati dalle temperature bassissime, monumento alla follia dell’uomo. Mentre il governo indiano e quello pachistano spendono miliardi di dollari in armi e nella logistica per la guerra d’alta quota, il campo di battaglia ha cominciato a sciogliersi. Oggi le sue dimensioni si sono già ridotte della metà. Lo scioglimento non ha a che fare con i combattimenti. È dovuto soprattutto alle persone che vivono dall’altra parte del mondo e conducono una vita lussuosa. Brave persone, che credono nella pace, nella libertà di parola e nei diritti umani. Persone che vivono in ricche democrazie, i cui governi hanno un seggio nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, con un’economia molto dipendente dalle esportazioni belliche e dalla vendita di armi a paesi come India e Pakistan (e Ruanda, Sudan, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Iraq… l’elenco è lungo).
Lo scioglimento dei ghiacci provocherà gravi inondazioni nel subcontinente, seguite da una siccità che sconvolgerà la vita di milioni di persone. Tutto questo fornirà altre ragioni per combattere. Serviranno altre armi. Chissà, forse la fedeltà del consumatore al fornitore è proprio quello che serve al mondo per superare la recessione degli ultimi mesi. E così tutti gli abitanti delle ricche democrazie vivranno ancora meglio e i ghiacciai si scioglieranno ancora più in fretta.
Mentre parlavo al pubblico concentrato e teso che riempiva l’auditorium di un’università di Istanbul (teso perché parole come “unità”, “progresso”, “genocidio” e “armeni” tendono a far infuriare le autorità turche quando sono pronunciate una vicino all’altra), vedevo in prima ila Rakel Dink, la vedova di Hrant, che piangeva ininterrottamente. Alla ine mi ha abbracciato e ha detto: “Noi continuiamo a sperare. Ma perché continuiamo a sperare?”. “Noi”, ha detto. Non “voi”. Mi sono venuti in mente i versi di Faiz Ahmed Faiz, cantati dalla bella voce di Abida Parveen: nahin nigah main manzil to justaju hi sahi/nahin wisaal mayassar to arzu hi sahi.
Ho cercato di tradurli (alla meglio) a Rakel: se i sogni sono ostacolati, allora il desiderio deve prenderne il posto/se il ricongiungersi è impossibile, allora la brama deve prenderne il posto. Capite cosa intendo quando parlo di poesia?
 
 
 
 
* Arundhaty Roy è una scrittrice indiana. Nel 1997 ha vinto il Booker prize con Il dio delle piccole cose (Guanda). Questo articolo è tratto dall’introduzione di Quando arrivano le cavallette, una raccolta di suoi articoli che sarà pubblicata l’11 giugno 2009 da Guanda.
Da sapere
Le elezioni per la quindicesima legislatura indiana si svolgono in cinque giornate. Sono cominciate il 16 aprile 2009. L’ultima giornata di voto sarà il 13 maggio. I risultati saranno resi noti il 16 maggio 2009.
Gli elettori registrati sono 714 milioni, il 48 per cento sono donne, il 25 per cento ha meno di 35 anni.
Si sono presentati 1.055 partiti.
I due principali candidati premier sono l’attuale primo ministro Manmohan Singh, del Congress, e Lal Krishna Advani, leader del partito nazionalista di destra Bharatiya janata party.
Una terza candidata è Mayawati, la governatrice dalit (intoccabile) dell’Uttar Pradesh e leader del Bahujan samaj party, di ispirazione socialista.
Nella camera bassa del parlamento (Lok sabha) saranno eletti 543 deputati.
I partiti minori e regionali potrebbero conquistare il 50 per cento dei seggi.
In caso di vittoria il premier Singh potrebbe allearsi con la sinistra, come nel 2004.
Le parole
Adivasi (tribale). Indica gli abitanti originari dell’India.
Babri masjid. Il 6 dicembre 1992 centinaia di fondamentalisti indù hanno distrutto la moschea Babri ad Ayodhya. Al suo posto dovrebbe sorgere un tempio indù (Ram mandir).
Bajrang dal. Organizzazione armata di fondamentalisti indù che prende il nome del dio Hanuman. Alleata del Bharatiya janata party, ha partecipato alla distruzione di Babri masjid.
Bharatiya janata party (Bjp). Partito del popolo indiano, nazionalista di destra. Il suo braccio ideologico è il Rashtriya swayamsevak sangh, associazione culturale induista, antimusulmana, sostenitrice dell’hindutva.
Dalit (gli intoccabili). Indica quelli che una volta erano definiti intoccabili.
Hindutva. Ideologia che punta al rafforzamento della “identità indù” e alla creazione di uno stato induista. Tra i suoi principali promotori c’è il Vishwa hindu parishad, Consiglio mondiale indù, a cui aderiscono leader della comunità indù e parte del Sangh parivar.
Sangh parivar. L’insieme delle maggiori organizzazioni induiste di destra.
 
 
Articolo pubblicato su Internazionale 794, 8 maggio 2009
 

Arundhat Roy, Conclusioni (4)ultima modifica: 2009-05-24T18:44:54+02:00da mangano1
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