Attilio Mangano, Comunitarismo o società degli individui?

 CREDO IMPORTANTE MISURARSI  CON LE IMPLICAZIONI DI FILOSOFIA POLITICA  CHE QUESTO SCRITTO   SUGGERISCE, UNO SCRITTO CHE HA IL MERITO DI PORRE CON CHIAREZZA  DEI GROSSI PROBLEMI E PERO’  IN ALCUNI PASSAGGI  CORRE ( VOLUTAMENTE?) IL RISCHIO DI UNA LETTURA UNILATERALE.

Le identità etniche e la comunità
di Alain de Benoist – 22/05/2009

Fonte: Les Amis d’Alain de Benoist
(Traduzione di Maurizio Cabona)

 
In Italia si dibatte spesso sull’immigrazione, meno spesso sul comunitarismo, dibattito invece estremamente diffuso in Francia, dove finisce col confondersi con un altro dibattito: integrare gli immigrati significa assimilarli?
A destra e a sinistra, all’estrema destra e all’estrema sinistra, e beninteso al centro, in Francia si denuncia oggi il comunitarismo etnico come una minaccia: nel discorso pubblico è la figura da respingere, la causa delegittimante. Ma pochi precisano che cosa intendano con comunitarismo. Il non definirlo favorisce l’unanimità. Ma in politica l’unanimità è generalmente sospetta. Proviamo a vederci più chiaro.
Denunciare il comunitarismo etnico è per la verità del tutto naturale per i fautori del repubblicanismo (o nazional-repubblicanismo) alla francese. Dalla rivoluzione del 1789, essi hanno ereditato l’idea che la nazione sia un tutt’uno indivisibile, da dirigere da un centro onnipotente, equidistante da ogni sua parte. Repubblicanismo è qui sinonimo di giacobinismo, che affonda le radici nella tendenza, già dell’Ancien Régime, a centralizzare un potere la cui sovranità era anche considerata, dopo Jean Bodin, una e indivisibile. Questo modo di concepire la vita politica esclude la sovranità condivisa (o ripartita) e il principio di sussidiarietà (o di competenza sufficiente). Facendo della «neutralità» la principale caratteristica della dimensione pubblica, si esclude anche il pubblico riconoscimento di identità regionali, lingue e costumi particolari, modi di vita e valori condivisi tipici di una parte soltanto dei cittadini.
Squalificate da un’unica istanza sovrastante, nel migliore dei casi tali differenze si riversano sulla sfera privata, sono cioè indotte alla discrezione, anzi all’invisibilità. In tale ottica, integrare gli immigrati è necessariamente sinonimo d’assimilazione, come la nazionalità è sinonimo di cittadinanza. La Repubblica «procedurale» non vuol riconoscere le comunità; riconosce solo gli individui e li integra, assimilandoli, perciò rifiuta di «differenziare» (distinguere) i cittadini secondo criteri etnici e religiosi: l’individuo sconta l’assimilazione con l’oblio delle radici.
Il concetto di comunità è vecchio quanto la filosofia politica. Risale almeno ad Aristotele. Ancor oggi, nel Nord America, i principali avversari del liberalismo (Charles Taylor, Michael Sandel) si dicono comunitaristi. Tradizionalmente, gli avversari della filosofia dei Lumi aderiscono a una concezione del fatto sociale come comunità più che come società. La dicotomia comunità/società è stata studiata da vari autori, a partire da Ferdinand Tönnies. La comunità ha carattere organico, olistico. È un tutto, la cui portata eccede quella delle parti: solidarietà e aiuto reciproco vi si sviluppano dal concetto di bene comune, non distribuito ugualmente fra tutti, ma di cui si gode subito, prima della spartizione. Invece la società si definisce fondamentalmente come somma d’individui: risulta dalla volontà razionale e si ordina attorno all’idea di contratto, perché i componenti della società decidono di vivere insieme, non per comuni valori, ma per reciproci interessi.
Storicamente, la filosofia dei Lumi ha soprattutto attaccato le comunità organiche, denunciandone il modo di vita come intriso di «superstizioni» e «pregiudizi», per sostituirvi la società degli individui. L’idea centrale era che l’individuo non esiste sulla base delle appartenenze, ma indipendentemente da loro, visione astratta d’un soggetto «disimpegnato», anteriore ai fini, che è anche la base dell’ideologia dei diritti dell’uomo. Portata da una versione profana dell’ideologia dello Stesso, s’è così formata la teoria moderna che definisce l’umanità come sradicamento o strappo da ogni tradizione.
La denuncia attuale del comunitarismo, che mescola critica delle minoranze etniche e critica del principio anti-individualista comunitario, si pone in diretta derivazione da questa filosofia, principale matrice dell’ideologia individualistica liberale e il cui argomentare, ieri usato contro i popoli minoritari della Francia (e contro ogni tipo di rivolta popolare), è oggi usato di nuovo, in pratica senza cambiamenti, contro le minoranze frutto dell’immigrazione. La denuncia «repubblicana» del comunitarismo riduce l’appartenenza del cittadino all’adesione a principi astratti. Equivale al «patriottismo della Costituzione» auspicato da Jürgen Habermas sulla base della sua teoria della ragione «comunicativa». Sotto l’apparenza della denuncia di gruppi autocentrici, si afferma così l’etnocentrismo nazionale. Ne sono simboli il persistente rifiuto francese di firmare la Carta di difesa delle lingue nazionali o minoritarie e la negazione dell’esistenza del popolo corso.
La politica è detta l’arte del possibile. Ordinata solo attorno a principi astratti o pie intenzioni, la politica «ideale» è un’antipolitica. La grande dote del politico è il realismo. Da questo punto di vista, la denuncia del comunitarismo deriva dall’accecamento volontario. Si agisce come se le comunità non ci fossero o si decide di non vederle, mentre esistono e la loro esistenza è lampante. La stessa preoccupazione di realismo dovrebbe far constatare che il modello dell’assimilazione individuale non funziona più, innanzitutto perché oggi i rapporti sociali si costruiscono fuori dallo Stato, poi perché l’attuale immigrazione, per carattere e ampiezza, non è più compatibile col modello nazional-repubblicano d’integrazione.
Le comunità esistono. Perché non riconoscerle?
(Traduzione di Maurizio Cabona)

 L’oggetto, o uno degli oggetti, della polemica di De Benoist è forse troppo tipicamente ” francese”, chiamando  in causa  quel repubblicanismo ( sinonimo di giacobinismo) che poggia su una idea di nazione una e indivisibile ed esclude sia la ” sovranità condivisa”che il ” principio di sussidiarietà”, con una visione centralistica  che segna il punto di congiunzione fra Ancien Règime e politica post-rivoluzione francese. Basta ricordare a questo proposito Tocqueville  per riconoscere la portata del processo. Che tutto questo sia  anche una delle conseguenze possibili della Filosofia dei Lumi non discuto, nè certamente, per una generazione che, come la mia, ha ben appreso la lezione di Horkheimer e Adorno
sulla ” Dialettica dell’Illuminismo” è oggetto di scandalo e di rimprovero  la critica dell’Illuminismo stesso.  Più complicato, almeno credo, individuare un filo conduttore unico che lega, in nome di una generale filosofia dell’individuo, individualismo e liberalismo  a una  concezione ” astratta” che finisce col negare un modello di solidarietà implicito invece nel concetto stesso di comunità.Non si tratta di non riconoscere la debolezza filosofica e politica del concetto di ” interesse” che nel modello liberale per così dire classico fonda l’idea del contratto, il riassunto che ne fa De Benoist è corretto.Si tratta di chiedersi però se il dibattito sul rapporto individuo-società  poggi solo o esclusivamente su questa eredità e questa lettura o non sia in fin dei conti più ricco e complicato di come viene presentato laddove il nostro afferma che  la formula stessa di ” società degli individui”  si basa su una  visione astratta dell’individuo-soggetto” L’idea centrale- scrive infatti De  Benoist-  era che l’individuo non esiste sulla base delle appartenenze, ma indipendentemente da loro, visione astratta d’un soggetto «disimpegnato», anteriore ai fini, che è anche la base dell’ideologia dei diritti dell’uomo. Portata da una versione profana dell’ideologia dello Stesso, s’è così formata la teoria moderna che definisce l’umanità come sradicamento o strappo da ogni tradizione.”. Non è così, o non è propriamente solo così, in fin dei conti proprio l’incontro-scontro  fra ” liberali”, ” democratici” e ” socialisti”  si caratterizza già nel corso dello stesso  XIX secolo  per una molteplicità di apporti  che investe l’articolazione stessa della cultura ” di sinistra ” e  il concetto di società.  Per farla  breve  mi richiamo rapidamente alla stessa etimologia, alle differenze originarie tra la definizione di SOCIUS e quella di COMMUNIS,  su cui poggia in fin dei conti ( lo si sappia o no) la differenza  filosofica stessa tra socialisti e comunisti.  Quando De Benoist richiama il concetto di bene comune dice che esso ,” non distribuito egualmente fra tutti ” è qualcosa ” di cui si gode, prima della spartizione”. Se si vuole è la marxiana differenza tra comunismo ” primitivo” , con la  sua  pretesa ingenua di una distribuzione eguale per tutto e comunismo” moderno ”  in cui  si tratta pur sempre di operare una ” spartizione” , anche se non si sa bene come ( in Marx, come è noto, la tensione verso il futuro  spinge  perfino verso una  dimensione utopica di  molteplicità di individui ricchi in grado di pescare,  divertirsi, giocare, creare, in cui sembra  che ognuno sia finalmente individuo pieno. La storia del comunismo è invece cosa diversa, fin dai momenti  della storia russa,  dalle comuni agricole antiche allo scontro  fra contadini ricchi,medi e poveri). Il concetto di ciò che è communis a tutti, basato sulla comune appartenenza al genere umano,si inceppa di fatto nelle pratiche reali di una ” proprietà comune”  più complessa di quella di bene comune: l’acqua e la terra come bene comune, ma anche l’industria, sono  questioni ” concrete”  che si trascinano con le loro storie e difficoltà. E’ vero che tutto ciò non inficia il problema filosofico della comunità nel suo spessore,e la storia delle stesse filosofie comunitarie, spesso diverse tra loro, lo conferma.  Il concetto di  SOCIUS rivela una sua dinamica diversa, gli individui ” si associano” definendo i criteri ( chi l’ha detto che alla base debba esserci ” l’interesse” , che è concetto individualistico, e non invece la collaborazione comune, la reciprocità, un modo di inventare e vivere il rapporto stesso fra il tutto e le parti?Sia il concetto che la pratica dell’esser soci e dell’associarsi cercano la definizione di un equilibrio dinamico fra interesse  individuale e interesse ” sociale”. La storia del concetto e della pratica della SOCIABILITA’  allude di continuo infatti a una inter-relazione in cui il riconoscimento dell’ ALTRO non è per definizione conflittuale ma di reciproca inter-azione.
Si sono scritti centinaia di volumi su questo,  non si tratta in questa sede di riassumere storie, posizioni, modelli ma di constatare quanto meno che la definizione di ” società degli individui”  non intende  semplicisticamente la società come astrazione  vuota e l’individuo come egoismo  pieno ma ha una sua ben diversa articolazione. Un conto insomma è prendere  come bersaglio l’atomismo e la  nozione  negativa di individualismo ( egoismo,  homo homini lupus etc.) un altro è ritornare sul problema non solo  filosofico del rapporto fra il tutto e le parti. Che il tutto sia o possa essere superiore alle parti  che lo compongono ( OLISMO) è questione di metodo su cui il dibattito è sempre aperto fra diverse correnti, la questione dell’organicismo è a  sua volta l’altra faccia della medaglia. Siamo in presenza nel mondo contemporaneo di  una molteplicità e ricchezza  di comunità, non solo la comunità familiare, la comunità contadina, la comunità religiosa e via  discorrendo, bene fa dunque  De Benoist a  dire che le tante e molteplici comunità  che esistono vanno riconosciute come tali, nella loro specificità e differenza, e che i vecchi centralismi e il concetto di stato-nazione va rivisitato alla luce di questo insieme, tuttavia  torniamo a sbattere  sul vecchio scontro fra 
tradizione e modernità, in cui negare ” lo strappo” dell’individuo  rispetto al mondo tradizionale e alla comunità a me sembra finisca col dar luogo a un primato della tradizione  in nome del primato della comunità che  non vede ( non vuole vedere?) la molteplicità dei problemi che si ripresentano di continuo: perchè mai l’appartenenza a una comunità deve essere anteposto all’individuo che  socializza le sue esperienze e ne vive di diverse, in una molteplicità di ruoli e di percorsi che caratterizza appunto l’individuo ” sociale” e la ” società degli individui” ?  In realtà questo è ancora solo l’inizio, il problema viene dopo, quando nella ” modernità” l’individuo non gioca solo uno strappo dalla comunità  ma una ricollocazione e ridefinizione di se, una individualità sociale appunto. A questo punto il problema si ripresenta  nelle forme di oggi,  comunità chiuse e comunità aperte, incontro con l’altro e con le culture altre, meticciato culturale  di fatto per andare verso dove? 

Attilio Mangano, Comunitarismo o società degli individui?ultima modifica: 2009-05-23T02:15:53+02:00da mangano1
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