Michele Spanò, Paolo Prodi e le rapine di Occidente

 da IL MANIFESTO 20 MAGGIO 2009

Michele Spanò
IL POTERE IN NOME DEL REGNO E DELLA GLORIA

Rapine D’OCCIDENTE

Agli albori della modernità, il precetto «non rubare» diventa la legge sovrana per regolare i rapporti mercantili e per definire il punto di equilibrio nella fitta trama delle relazioni tra Chiesa, Stato e mercato. Un sentiero di lettura sulla formazione del diritto proprietario e della sua crisi nel neoliberismo a partire da un saggio di Paolo Prodi per Il Mulino
Per leggere la crisi che stiamo vivendo non tutti i mezzi si equivalgono. Ma certamente – in ossequio a una massima genealogica che rasenta la banalità – per capire dove siamo può esser di qualche utilità capire come ci siamo arrivati. Nell’affollarsi di ricette e di analisi circa l’ultima performance del capitalismo globale quel che forse ancora mancava era uno scavo archeologico che permettesse di capire come e secondo quali traiettorie della storia ciò che chiamiamo neoliberismo sia potuto diventare il contesto, pratico e concettuale, entro cui ci muoviamo. La storia, laddove sia intesa come archeologia, recupera del passato quelle scene o quelle linee di sviluppo che danno sensatezza alla nostra attualità e, nella migliore delle ipotesi, offrono anche strumenti per prendere, qui e ora, posizione in e contro essa. L’ultimo volume di Paolo Prodi – Settimo non rubare. Furto e mercato nella storia dell’Occidente (il Mulino, pp. 396, € 29) – è un eccellente ausilio in questa direzione. Si tratta della terza e conclusiva tappa del grande progetto che Prodi ha organizzato attorno al concetto di forum: un monumentale racconto della storia occidentale a partire dalle diverse declinazioni, concettuali, istituzionali e pratiche, che questa nozione è stata capace di esibire lungo il corso di una storia secolare. Se il primo volume, del 1992 e recentemente «glossato» da Giorgio Agamben, era dedicato al foro politico come luogo del giuramento e matrice della genealogia della società giurata; il secondo – del 2000 – era consacrato alla giustizia e alla vicenda che dal pluralismo dei fori – tipico dell’esperienza giuridica europea medievale – ha condotto allo stabilizzarsi della dialettica tra foro interno e foro esterno, diritto positivo e coscienza.
I protagonisti del racconto di Prodi, si potrebbe riassumere, erano stati fino ad ora due: lo Stato e la Chiesa. Proprio quest’ultimo volume introduce un terzo attore e complica quella dialettica binaria che, secondo Prodi, costituirebbe la specialissima marca della storia Occidentale. La terza nozione di foro è quella di mercato: il luogo entro cui si determina il valore delle cose.

Il soffio del dominio

La campitura entro cui Prodi inserisce la sua ricerca sul mercato è assai ampia: niente di meno che una indagine circa la genesi dell’assetto costituzionale dell’Occidente. E tuttavia, l’apparente enormità del compito è costretta in una rete metodologica a maglie strette, che, intrecciando visione telescopica e microscopica, raggiunge obiettivi metodologici e critici cospicui. Da un lato c’è l’assunto «macrostorico» che sostiene l’indagine di Prodi: nulla si capirebbe della storia del mercato in Occidente senza fare i conti con la rivoluzione papale.
La Riforma gregoriana è la matrice genealogica di quel principio dialettico che vede politica e religione confrontate in un esausto e sempre fallito tentativo di appropriarsi in forma esclusiva del monopolio del potere. Una dialettica che, secondo Prodi, ritmerebbe la vicenda occidentale come la sua speciale sistole-diastole. E di questo cuore, il mercato sarebbe il «soffio»: capace di collocarsi nell’interstizio della dialettica tra politico e religioso, l’economico mantiene la sua autonomia concettuale e pratica in un pericoloso gioco di negoziazione con gli altri due invadenti poteri. È una partita che, pur originata da mutamenti significativi come la deteritorializzazione della proprietà, si gioca anche e soprattutto in virtù di una egemonia concettuale che circola tra tre domini – sacrale, politico ed economico – segnati da instabile equilibrio. Ma alla premessa maggiore, Prodi accompagna quello che è poi il filo rosso del libro: un’attenzione, «microstorica» per quel che lo consente lo stesso piano di consistenza metodologico del suo progetto, rivolta alla nozione di furto.
Vagliando criticamente il contributo di discipline come l’antropologia e la sociologia economica, da un lato, ed enfatizzando quello della storia del diritto, dall’altro, Prodi concentra la sua attenzione sulla concettualizzazione e sulle trasformazioni della nozione di furto, intesa quale «lesione delle regole del mercato». È questo il modo, obliquo, nuovo e perciò tanto più interessante, per confrontarsi con alcune delle scene influenti delle interpretazioni storiche del capitalismo: Max Weber, da un lato, ma anche Karl Polanyi e Louis Dumont. Facendo perno sul precetto «non rubare», Prodi costruisce una indagine che, ricostruendo i rapporti tra cristianesimo ed economia in modo – lo si sarà capito – sufficientemente emancipato dalle volgarizzazioni dello «spirito del capitalismo», ambisce a ridurre l’enfasi che la storiografia ha posto sul concetto di usura e, insieme, a mostrare come il furto sia stato un vero operatore concettuale della modernità, capace di accogliere e sopportare un mutamento decisivo che, da indicatore di un tratto quasi antropologico – l’appropriazione di un bene d’altri -, lo trasforma in quello speciale atto di violazione di regole collettive che informano lo spazio di quel peculiarissimo forum che è il mercato.

L’officina del diritto

Incrociate queste due coordinate di metodo, il lavoro di Prodi le mette al lavoro su di un ampissimo arco temporale. Il primo segmento della ricerca, muovendo dalla rivoluzione papale, indica un doppio e parallelo emanciparsi del potere politico e di quello economico dai beni immobiliari e dalla centralità del territorio, che darà luogo a una vera e propria rivoluzione commerciale. A questa emergenza di una ricchezza immateriale, la Chiesa darà il suo decisivo contributo di legittimazione attraverso la produzione teorica e le pratiche degli ordini mendicanti. Il nuovo concetto di ricchezza, di cui è portatore la figura del mercante, distinta da quella dell’usuraio, produce una sovversione di molte antiche dicotomie, mettendo sotto cauzione antichi primati: all’accumulazione si sostituisce la circolazione, alla proprietà nuove e diverse forme di uso, la stessa nozione di «bene comune» si libera del suo stigma aristotelico per risolversi in un tentativo di composizione di interessi diversi, pubblici e privati.
Queste trasformazioni trovano paralleli e continui riscontri nell’officina del diritto: l’impossibilità di inserire i nova negotia nelle anguste griglie giuridiche del Corpus, spinge a inventare nuovi tipi di contratto e condurrà – oltre alla pratica di un diritto mercantile esistente già a partire dal XII secolo e il cui consolidarsi in ordinamento è ancora oggetto di controversia – all’allestimento di una teoria generale del contratto.

Nel nome della Chiesa
Ma è probabilmente la Chiesa a giocare un ruolo cruciale nella nascita del mercato come foro autonomo: le teorie del giusto prezzo perdono ogni ancoraggio soggettivo per acquistarne uno oggettivamente determinato sul mercato. Quest’ultimo viene a configurarsi come un soggetto collettivo dotato di regole, la cui violazione si va delineando come uno speciale peccato. La tassazione e il debito pubblico segnano i limiti dei rapporti tra il mercato, da un lato, e Chiese e Stato, dall’altro. La moneta e l’assicurazione ne complicano i domini, tanto nei termini delle competenze, quanto in quelli, più spinosi, della comprensione morale. E qui si apre il grande capitolo del credito, della distinzione di questo dall’usura e del ruolo che la Chiesa avrebbe giocato in un discrimine che si rivelerà poi esiziale per lo sviluppo del capitalismo moderno. È impresa ardua ridurre in poche battute il complesso dibattito ricostruito da Prodi: basti dire che la condanna teologica dell’usura doveva necessariamente confrontarsi con la necessità civile del credito. Una soluzione sarà il progressivo ridursi del campo «referenziale» dell’usura, che finirà per venire a coincidere con il solo contratto di mutuo. Nella progressiva distinzione della logica usuraria da quella contrattuale, il peccato si definisce prima come violazione di un patto umano e infine come lesione del bene comune.
Per leggere questo complesso di mutamenti, Prodi sceglie di privilegiare la storia delle trasformazioni del concetto di furto. Se, a partire dal 1215, la confessione diviene obbligatoria, il suo schema di riferimento non saranno più i sette peccati capitali quanto i precetti del decalogo. Il settimo comandamento – «non rubare» – si candida a diventare il cuore normativo della rivoluzione commerciale: punito dalla giurisdizione penale e nuovamente moralizzato come lesione delle regole del mercato e della sua propria giustizia.

Al cuore della norma

Il furto, secondo Prodi, è il concetto che insieme assorbe ed esibisce i mutamenti strutturali che condurranno l’Occidente alla modernità. Descrivere questo itinerario di trasformazione equivale perciò, in una simile prospettiva, a indicare anche le risorse di senso in grado di spiegare da dove origina la crisi di oggi. In una rete di passaggi che conduce dall’inserimento del furto nei manuali dei confessori allo sviluppo di un genere a sé stante quale quello dei trattati de contractibus, il contratto accampa come istituto centrale del mercato, capace di definire anche i confini, singolarmente estesi, di una società nuova. Le tre facce del furto sono indagate da Prodi con acribia e rispondono ciascuna dell’elaborazione teorica e della esperienza pratica di ciascuno dei tre poteri. Da un lato, c’è il lavorio delle Chiese e la fissazione dell’idea di furto come peccato; dall’altro, l’elaborazione «autonoma» dei soggetti del mercato, che, elaborando una vera e propria etica degli affari, giungono a una comprensione etica del furto come colpa; infine, c’è l’elaborazione statuale e del diritto positivo, che fa del furto un reato. Ovviamente non si tratta di un decorso tutto diacronico e men che meno teleologicamente determinato. Al contrario, l’abilità di Prodi sta proprio nel mostrare la sincronicità dell’elaborazione di problemi uguali con strumenti diversi e il movimento dialettico tra questi diversi punti di vista – con le loro robuste ricadute normative, morali, pratiche e istituzionali – nel dare corpo alla modernità occidentale.
Il libro si chiude con un capitolo importante, in cui l’indagine archeologica fin lì sviluppata, viene giocata da Prodi in chiave proiettiva, provando a dare conto dell’attualità attraverso le sue risultanze. Globalizzazione, crisi delle forme giuridico-politiche moderne, svolta finanziaria dell’economia: l’impressione è che la dialettica che aveva mantenuto «in stato» l’Occidente moderno sia saltata. L’ipotesi adombrata da Prodi è che per venire a capo della crisi, la risposta – da lui rintracciata in certa dottrina sociale della Chiesa cattolica – sia rivitalizzare quella virtuosa dialettica tra poteri, che aveva avuto nel comune e diverso riferimento al settimo comandamento un sigillo e una garanzia di armonioso sviluppo e dell’individuo e del mercato.
L’enorme valore del lavoro di scavo storico compiuto da Paolo Prodi sta nella possibilità di trarne diverse conclusioni. Il confronto con la genealogia del liberismo allestita da Michel Foucault, pur presente, è assai poco sviluppata nel libro, e tuttavia è lecito supporre che incrociando il lavoro di Prodi con il corso foucaultiano su Nascita della biopolitica e questi con il lavoro agambeniano sul Regno e la Gloria, il guadagno teorico possa essere maggiore. Qualcosa manca in Prodi: sono gli effetti di soggettivazione del capitalismo. Qualcosa manca in Prodi e Foucault: sono le storie dei rapporti tra capitale e mondo non occidentale. Storici postcoloniali – si veda il recente volume di Ritu Birla Stages of Capital, appena pubblicato da Duke – e antropologi allevati alla filosofia di Foucault come Aihwa Ong, ci offrono strumenti per pensare oggi il neoliberismo non solo come la perversione di una storia tutto sommato nobile, eventuale serbatoio di risposte per un presente zeppo di domande, ma come una specifica tecnica di governo, in cui, se, ancora una volta, diritto, economia, politica e religione si intrecciano, lo fanno in modi nuovi. Nuovi dovranno essere anche i modi per confrontarvisi.

Michele Spanò, Paolo Prodi e le rapine di Occidenteultima modifica: 2009-05-21T18:43:37+02:00da mangano1
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