Franco Toscani, Don Milani e la passione degli ultimi(1)

                                               La passione degli ultimi di Lorenzo Milani
 
                                               di Franco Toscani
 
1. La testimonianza di un prete scomodo.                
 
Leggiamo nella Lettera ai giudici (1965) di don Lorenzo Milani: “Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto.
Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande ‘I care’. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa, mi sta a cuore’. E’ il contrario esatto del motto fascista ‘Me ne frego’ “.[1] 
Colpisce nella vita e nell’opera di Milani (1923-1967) questo instancabile “aver a cuore”, la dedizione totale alla propria causa – che poi era la causa di tutti, degli ultimi in primo luogo -, la donazione di sé, il pieno mettersi a servizio che fu all’origine della sua scelta di prete.
Nato figlio di signori e di origini ebraiche, dopo i primi “20 anni passati nelle tenebre dell’errore”[2] , egli impresse alla sua vita una svolta radicale irreversibile.
Si è discusso molto dei modi e dei tempi della conversione al cristianesimo di Milani, chiedendosi se sia stata repentina o – come sembra più probabile dalle ultime ricerche[3] – frutto d’una maturazione lenta e progressiva.
In ogni caso, credo che abbia ragione Giorgio Pecorini quando parla della vita di Milani come di un processo di  triplice “conversione continua”: “politico-sociale, cultural-educativa-linguistica, pastoral-liturgica-anticatechistica. Tutte e tre parallele, e in crescita contemporanea anche se diversa.
Le prime due son procedute spedite sulla via della conquista di una consapevolezza crescente dei propri diritti-doveri di cittadino e di maestro. La terza è stata comprensibilmente più lenta e difficile, alla ricerca di un modo più produttivo e coerente di fare il proprio mestiere di prete. Un prete costretto a inventarsi maestro, per la situazione in cui chiesa e stato l’han messo, a furia di inadempienze e omissioni, ma contemporaneamente deciso a non rinnegare la propria dignità e libertà responsabile di cittadino. (…) Ma determinante è l’approfondirsi e il radicalizzarsi di una coscienza e consapevolezza laiche, o se si preferisce civili, al di fuori delle quali la sua coerenza di cristiano, la sua specificità di cattolico gli diverrebbero impossibili, il suo mestiere di parroco non avrebbe senso” (IC 210-212).
Fu un prete scomodo per tutti: per la gerarchia ecclesisastica, che mal sopportò sempre il suo spirito critico indipendente e gli mise sovente i bastoni fra le ruote; per la sinistra, che se lo è in qualche modo appropriato, pur diffidando di lui in quanto uomo di chiesa (ma lui stesso non risparmiò severe critiche alla sinistra e, in particolare, al comunismo); per gli uomini di cultura, all’intellettualismo e alla pigrizia dei quali egli contrappose l’unità inscindibile tra il “dire” e il “fare” la verità; per gli opportunisti e i conformisti di tutte le risme, lontanissimi dalla sua intransigenza, limpidezza e integrità morale.
La sua cocciutaggine nel non piegarsi alle autorità, mode e usanze[4]  era dovuta soprattutto ad un realismo rivoluzionario e profetico antitetico allo sciagurato realismo opportunistico tuttora prevalente, capace soltanto di accettare acriticamente l’esistente.
Per la sua opera don Lorenzo si attirò dall’interno della chiesa critiche che lo fecero soffrire molto. Il cardinale Ermenegildo Florit – suo superiore come arcivescovo di Firenze, col quale ebbe gli scontri più duri e che fu da lui definito, in una lettera a Francesco (“Francuccio”) Gesualdi del 30-1-1966, “un deficiente indemoniato” (cfr. IC 353-355) – gli rimproverò sino all’ultimo lo “zelo fustigatore” del suo “classismo” e presunto filo-comunismo (cfr. la lettera di Florit a Milani del 25/1/1966, LE 240-242).
Il terribile padre gesuita Angelo Perego – nella stroncatura di Esperienze pastorali (1958) apparsa ne “La Civiltà Cattolica” del 20/9/1958 (riprodotta nell’”Appendice” di PU, 517-529) – gli imputò fra l’altro una mancanza di “serenità” incompatibile coi suoi doveri di pastore d’anime.
C’è poi chi lo ha accusato di integralismo a causa del suo circoscrivere la verità al puro ambito della fede e del suo considerare l’ateismo come mero errore e cecità.
Ha rilevato in proposito Gaetano Arfè: “Lui non aveva interessi politici. I problemi di libertà e di giustizia lo interessavano in quanto la loro mancata soluzione costituiva un ostacolo alla sua missione di prete. Né si può parlare di don Milani in termini di democratico o antidemocratico. Le formule democratiche presuppongono un’ideologia liberale della vita, comunque tollerante, comunque disposta ad ammettere il dubbio. Mentre Lorenzo Milani era convinto della sua verità, e basta. Un prete è, per definizione, detentore della verità. E un prete che credeva come lui, era ‘l’uomo della verità’ nel senso più completo. Si trattava di un misticismo che, anziché rifugiarsi nell’ascesi, si esprimeva in quel modo.
Anche nell’affetto verso quei ragazzi esisteva fortissima la componente pastorale: lui era il pastore e loro il suo gregge. Aveva creato una comunità religiosa. E una comunità religiosa non è né democratica né antidemocratica. E’ tenuta insieme da vincoli sia ideologici sia organizzativi che sono diversi da quelli di una comunità democratica. Una comunità democratica presuppone la convivenza fra il cattolico e l’ateo. Don Milani non è che volesse mandare l’ateo al rogo; lo ammetteva nella sua scuola, nella sua scuola c’erano anche dei non cattolici. Però il fine ultimo era sempre quello di trasmettergli la sua verità” (cfr. PU 189-194).
 
2. La fede e l’integralismo.
 
 
Ora, sulla fede granitica, forse fin troppo elementare e priva di ogni senso del dubbio di Milani, non sembrano esservi incertezze di sorta; in una lettera a Pecorini del 10 novembre 1959, egli stesso scrive sulla propria fede, in termini inequivocabili (e pure, aggiungiamo noi, molto discutibili): “Quando una cosa ti è davanti agli occhi come una realtà oggettiva e ben palpabile non perdi tempo a rammentarla e descriverla e  difenderla ogni 5 minuti. Nessuno scrive libri e fa conferenze e ingaggia appassionate discussioni per dimostrare che di giorno c’è il sole e di notte c’è buio. E così faccio io coll’esistenza di Dio e la storicità del Vangelo ecc. ecc.” (IC 241).
La sua fede era pienamente solare, lontana da ogni vertigine della libertà, inquietudine, senso del rischio, della scommessa, del paradosso, dello “scandalo della ragione”, come accade invece nell’elaborazione di pensiero di Pascal o di Kierkegaard. La fede era per lui l’unico rimedio e l’unica salvezza contro il male e il peccato che insidiano da ogni parte la vita degli uomini.
Un conto è però sostenere con forza le ragioni della propria fede, ben altro conto è assumere le posizioni integralistiche e fondamentalistiche. Nella sua lotta intransigente per la giustizia e contro il dominio borghese, Milani si ritrovò di fatto a collaborare con persone e orientamenti politico-culturali di sinistra, mantenendo però sempre il senso della propria differenza e peculiarità come rigoroso cristiano e uomo di chiesa. L’ateismo va per lui rigettato, ma di fronte a certi modi di essere religiosi propri del nostro mondo occidentale – rileva in una lettera a Carlo Weiss del 26 dicembre 1947 – “è meglio l’ateismo, almeno è più schietto e più coerente” (IC 35).
Egli fu un uomo di frontiera, di pensiero, opere, azioni e testimonianza nel contempo, che seppe coinvolgere con passione tutti, credenti e non credenti, nella dimensione dell’impegno per la giustizia, per la vita degna e  dotata di senso. Non sorprende dunque che – come testimonia Eda Pelagatti -, sin dagli anni trascorsi come cappellano a S. Donato di Calenzano (1947-1954), egli fu “molto amato dai poveri”.[5] 
Il servizio intransigente alla verità non diventa mai in lui obbedienza acritica o adesione cieca a un’istituzione, a un partito, a un’ideologia, a interessi precostituiti.
Ha dunque ragione Pecorini nel sostenere che, per il modo in cui egli affrontò i problemi di cui si occupò – ancora oggi in gran parte irrisolti di fronte  a noi -, egli “ci coinvolge tutti, fornendo strumenti di comprensione e di intervento anche a chi non possiede né chiede o addirittura rifiuta la fede di cui egli è sacerdote e i sacramenti di cui è portatore. Il che agli integralisti cattolici appare inconcepibile e blasfemo.
Ai cattolici integralisti fino ai limiti del fondamentalismo, lo schierarsi di don Milani senza riserve o distinguo dalla parte degli emarginati, degli sfruttati, dei poveri di cultura ancor più e prima che di denaro, e uno schierarsi anche politico, per non ingannare loro e non perdere se stesso con astrazioni e velleitarismi, pare una forzatura dei laicisti, una strumentalizzazione partitica. (…)
Fin quando don Milani è stato vivo, gerarchia ecclesiale e integralismo cattolico, costretti dalla sua ‘disobbedienza obbedientissima’ a non scaricarlo, si sono rivalsi emarginandolo ed esiliandolo. Poi, dopo morto, un poco alla volta, han cominciato ad appropriarsene, via via facendosi gloria e vanto della sua ortodossia e del suo rigore, ma addomesticando l’una e l’altro; scegliendo fra le sue testimonianze quelle che, sapientemente o grossolanamente censurate e manipolate da capo secondo i diversi livelli di onestà e di gusto, parevano le più usabili in senso normalizzatore” (DM 39-41). Ma, come vedremo anche in seguito, l’opera e il pensiero del priore di Barbiana non sono strumentalizzabili da alcun orientamento (e schieramento) politico, religioso, ideologico, scolastico, soprattutto perché grande è stata davvero la coerenza di Milani nell’affidare interamente sé stesso e ciascun individuo alla piena libertà e responsabilità delle proprie parole e  azioni.
In un articolo apparso in occasione dei quarant’anni dalla morte, Enzo Mazzi ha affermato giustamente che Milani non va santificato né demonizzato; il miglior modo di rendergli omaggio consiste oggi nel non perseguire oggi l’oscuramento del mondo dei poveri, nel ricordare che “Il mondo ingiusto l’hanno da raddrizzare i poveri”; egli ci indica infatti una “esperienza di trasformazione della società e della politica dal basso, dalle ‘periferie’, da tutte le ‘Barbiana’ del mondo”.[6]
Non è possibile alcuna annessione dell’opera e  del pensiero di Milani, la cui testimonianza esige per tutti la rimessa in discussione continua dei presupposti del proprio pensare e operare.
 
3. La polemica contro la “ricreazione”.
 
C’è chi, non del tutto a torto, gli ha rimproverato un pesante rigorismo morale a proposito della sua polemica – avviata sin dagli anni di S. Donato di Calenzano, la “pieve millenaria” fra Prato e Firenze, in cui organizzò una scuola popolare che suscitò subito sia ampi consensi sia tensioni e conflitti (cfr. MV 54-78) – contro la ricreazione, “rovina della classe operaia” (rispetto a cui la scuola si poneva per lui come “il bene della classe operaia”)  [7]  e per il suo costante anteporre l’aspetto del lavoro e del dovere a quello del piacere e dello svago: “il gioco non si tesaurizza mentre lo studio sì. Di ciò che il ragazzo ha imparato resterà traccia e frutto per tutta la vita. Ma di ciò che ha giocato non resterà nulla” (RI 22). Gioco e pensiero sono da lui ritenuti antitetici, incompatibili (cfr. RI 54-55).
A noi oggi paiono eccessive, troppo ascetiche, in Esperienze pastorali e nella Lettera a una professoressa, le sue reprimende contro il calcio, i giochi, le attività sportive in senso lato e i preti che si adoperano a costruire campi sportivi.
Anche in ciò, per la verità, egli si è rivelato per tanti aspetti buon profeta, se solo pensiamo alle follie del tifo calcistico odierno o al rimbecillimento di chi ha come principale tarlo mentale il calcio e non legge altro che giornali sportivi. In realtà, don Lorenzo non se la prendeva tanto con le attività sportive in sé, quanto con  l’ immiserimento mentale e lo sviamento ideologico che spesso le accompagnano.
Egli fu tra i primi – negli anni del boom economico e del passaggio sempre più marcato dalla civiltà contadina alla civiltà industriale – ad avvertire con lucidità alcuni risultati e conseguenze negativi della progressiva e inesorabile affermazione della pubblicità e dell’industria culturale, della televisione e della “società dello spettacolo”.
“Macchinette elettriche antipensiero” distraggono dai loro essenziali scopi vitali tutti gli individui, compresi i “lottatori per la Vita Eterna” (RI 66). La civiltà consumistica ancora ai suoi albori è alla ricerca forsennata e alimenta il culto di un benessere principalmente economico-materiale che di fatto fa perdere di vista il ben-essere  pieno, maturo degli individui, come scrivono esplicitamente i ragazzi di Barbiana in una lettera del 1964 (rimasta incompiuta) agli allievi di una classe del maestro Mario Lodi, insegnante al Vho, frazione di Piadena, in provincia di Cremona: “L’ultima invenzione è stata di far perdere la testa ai poveri nella ricerca del benessere.
Benessere che non raggiungeranno mai perché la pubblicità commerciale riesce a creare in loro nuovi bisogni all’infinito” (IC 105).
Il mondo odierno è fondato essenzialmente sugli imperativi dello spettacolo, dell’intrattenimento, del “tempo libero”, dell’organizzazione del divertimento di massa e non su quelli della conoscenza, dello studio, del ragionamento: “il veleno dei mezzi moderni è nel correre incalzante. Lo spettatore è sempre guidato per mano a velocità vertiginosa, senza che abbia mai il tempo di prender respiro.
S’abitua a intendere fulmineamente e si disabitua a riflettere” (RI 62). Così “lo svago come fine supremo” dell’esistenza (cfr. RI 65) impedisce alle persone di usare bene il tempo della vita umana a disposizione, sempre breve. Così si sprecano le vite e rimangono precluse a giovani e vecchi “le gioie intrinseche della cultura e  del pensiero” (cfr. RI 14), oltre che le possibilità di un migliore stile di vita, di una maggiore sobrietà e qualità della vita.
La critica milaniana del conformismo massmediatico è ancora di grande valore  e attualità, costituisce tuttora un forte richiamo al fatto che, per ottenere e sperimentare “cose belle”, occorrono impegno, coscienza, determinazione, responsabilità e volontà: “Le cose meno belle, purtroppo, vengono da sé, invece le cose belle bisogna imporsele con la volontà, perché c’è stato chi ci ha pensato a fare in modo che la società vi offrisse tutto quello che occorre perché alle cose belle e utili non ci pensaste e teneste la vostra vita a un basso livello”.[8]
 
4.L’ “aggressività” di don Milani.  
 
 
Molto si è discusso sulla cosiddetta “aggressività”[9]  di Milani e molto si è equivocato su di essa, ma una riflessione più approfondita può consentirci di individuare, dietro all’ “aggressività”, la difesa intransigente dei più deboli e dei poveri contro le infinite prevaricazioni del mondo dei ricchi e dei potenti.
Riflettendo sul periodo trascorso a S. Donato di Calenzano, l’autore di Esperienze pastorali sostiene di aver “tolto la pace” al suo popolo e scrive: “Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto. Mi sono attirato contro un mucchio d’odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti di conversazione e di passione del mio popolo” (RI 48).
Don Lorenzo non permetteva in alcun modo che i più infelici ed emarginati venissero sbeffeggiati. La sua durezza era rivolta essenzialmente contro il “mondo sbagliato” del capitalismo, contro la cultura imposta dalla classe dominante e schierata al fianco del più forte.
L’umiltà di chi è sempre pronto a piegare la testa fa solo il gioco del sistema di potere dato. Serve un altro tipo di umiltà, pronta a riconoscere la potenza del destino e la fragilità ineliminabile dell’umano.
Ma è giusto ribellarsi – per quel che concerne i poteri dell’uomo – di fronte alle condizioni di palese ingiustizia. Per poter dare luogo a nuove costruzioni, occorre prima smascherare, denunziare, demolire alle radici il tutto falso.
Convinto che con la mera dolcezza non si scuotono i pregiudizi e le pigrizie, in una lettera a don Ezio Palombo (23/5/1955), Milani sfotteva non “chi è in basso, ma chi mira basso. Rinceffargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza. Star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo” (LE 39. Cfr. anche PU 230-231).
L’ “aggressività” si rivela allora indignazione, gesto e azione contro l’ingiustizia, difesa appassionata – di una passione non effimera che riempì tutta la sua breve esistenza – dell’umiliato, dello svantaggiato, del povero. E insofferenza contro l’ipocrisia di un mondo malato e perverso, ironia e sarcasmo “sui salotti di piacevoli conversazioni dove ognuno finge di rispettare il pensiero degli altri” (cfr. PU 21).
Insofferente verso le forme sclerotizzate e gli orpelli che opprimono la vita, spregiudicato e provocatore, inquieto e assetato di verità, il priore di Barbiana pretendeva molto innanzi tutto da sé stesso. Così si spremette come un limone e fu autocritico sino all’ultimo: “La verità è che sono nato signorino e ho seguitato a vivere da signorino, facendomi mantenere dai poveri” (PU 451).
Qui il riferimento va soprattutto a Eda Pelagatti, la “donna eccezionale” che seguì e servì don Lorenzo dagli anni di S. Donato di Calenzano a quelli di Barbiana, con la quale egli sapeva di avere contratto “solo debiti e nessun credito” (cfr. DM 174,177,198; IC 54). Pecorini così ricorda Eda Pelagatti nel periodo di Barbiana: “Per quasi tredici anni, senza un giorno di vacanza, senza un’ora di riposo, in quelle stanze spoglie l’Eda aveva accudito il priore, badato ai suoi ragazzi, cucinato e servito colazioni desinari cene, lavati i piatti e preparato il letto a lui e ai suoi tantissimi ospiti. S’era fatta mamma bidella infermiera amministratrice e avvocato difensore, persino di fronte al vescovo. Era stata capace di tener testa alla maleducazione invadente di certi visitatori e giornalisti, di dar lezione di correttezza e lealtà a certi altri” (DM 177).
Davvero senza l’umile figura di Eda Pelagatti, senza lo strenuo lavoro e l’incessante prodigarsi di questa donna, la “scuola di Barbiana” non sarebbe esistita, le sarebbero mancati i presupposti materiali e pratici ineludibili dell’esistenza.
Una vera e propria ansia di verità e di giustizia portò don Lorenzo a interrogare incessantemente le cose, a fare opera costante di rischiaramento e di smascheramento. Come ha osservato nel 1967 (in un saggio apparso su “Testimonianze” e intitolato Il carisma di don Milani) Ernesto Balducci – per il quale il priore di Barbiana va considerato il primo teologo italiano della liberazione -, “don Milani ha scelto la via della rottura, si è servito del gruppo dei suoi figli come di una via concreta per raggiungere la totale spoliazione di sé, per aggredire, una volta spogliatosi d’ogni egoismo, il mondo degli altri e far nascere nella coscienza di tutti noi, prelati, preti, professori, comunisti, radicali e giornalisti, il piccolo amaro germoglio della vergogna, che è appena la remota premessa di qualcosa di più, della nostra conversione”.[10]
 

Franco Toscani, Don Milani e la passione degli ultimi(1)ultima modifica: 2009-04-30T14:46:56+02:00da mangano1
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