Franco Toscani, Don Milani (3)

8. La fede e la “ditta”.
 
Giustamente si è insistito sull’ortodossia di don Milani. Egli fu un autentico “lottatore per la Vita Eterna”, un limpido uomo di fede che rivendicò sempre la sua perfetta ortodossia e piena appartenenza alla chiesa, la sua “ditta” (si veda ad esempio il documento del 1965 intitolato “Chiesa Santità Obbedienza”, DM 316-317).
La fede, però, non può essere autentica e profonda se non si traduce in scelta di vita conseguente e coerente, atteggiamento esistenziale non effimero, amore per i poveri che informa di sé tutta la propria vita e comporta la necessità d’una lotta politico-culturale per favorire il risveglio del mondo dei sofferenti e degli emarginati.
Don Lorenzo riuscì ad imparare dalla scuola dei poveri, comprese la necessità per il rafforzamento  della fede stessa della lotta contro l’ingiustizia sociale, ciò che gli permise di rimettere radicalmente in discussione e di cercare di oltrepassare – con la sua “rispettosa disobbedienza” o “ribellione obbedientissima” alla sua chiesa, consistente nel “disubbidire nelle cose grosse” e nell’obbedire nelle cose piccole e ordinarie (cfr. DM 216, 287; MV 44) – l’egocentrismo, l’universalismo astratto e lo spiritualismo tipici di tanta tradizione cattolica.
Egli visse drammaticamente l’incapacità della religione ufficiale di capire e di stare realmente dalla parte del popolo, criticò quel modo d’essere della chiesa – che comunque egli amò sempre come una Madre – secondo cui le cose non vengono chiamate con il loro vero nome e “chi dice coglioni va all’inferno”.
In nome della sincerità del dire, del gusto per la parola precisa e puntuale, Milani ribadiva ad esempio l’esigenza di chiamare “culo il culo (quando occorre, non una volta di più né una di meno, come tutte le altre parole del vocabolario senza borghesi distinzioni; scorrette sono solo le parole inutile o false)”.[20]  
Anche il riferimento costante dell’istituzione ecclesiastica agli alti ed eterni Valori della Tradizione costituiva spesso ai suoi occhi, di fatto, una forma di mascheramento ideologico d’una realtà negatrice di quei Valori stessi, tanto proclamati sul piano dottrinale.
In base alla propria stessa esperienza, fin dai tempi del seminario, si rese conto che la chiesa educa più all’obbedienza acritica, alla rigida disciplina esteriore e alla sottomissione che all’assunzione della responsabilità e alla coscienza della dignità umana.
Nelle carte inedite di Milani sono in primo piano la critica dell’ottusità e cecità della chiesa, la riflessione e la sofferenza sulla lontananza di quest’ultima da Dio e dai poveri, sul conformismo e sull’opportunismo ecclesiastici: “Magro bilancio per la Chiesa il giorno del rogo di Savonarola. Due fraticelli salgono in Paradiso e un Papa e un Vescovo precipitano all’inferno.
Non è giorno di festa per la Chiesa. (…) Dov’è scritto che la Chiesa debba essere una fogna? che i Vescovi debbano essere degli atei senza cuore? Ma  è sempre stato così. Motivo di più per fare che non lo sia più” (DM 232).
Il dilemma fondamentale che si trovò ad affrontare e a vivere drammaticamente sulla pelle Milani è così riassunto da Balducci, in uno scritto del 1990 Su ‘Esperienze pastorali’: “La nostra era una Chiesa ‘sovietica’, dove i diritti dell’uomo non erano minimamente rispettati. Come poteva la Chiesa essere restituita allo spirito critico?” (IM 125).
C’è una lettera, rimasta inedita per 34 anni, del 28 maggio 1962 a monsignor Loris Capovilla (allora segretario di papa Giovanni XXIII), in cui don Lorenzo riferisce, appena rientrato a  Barbiana dopo un breve viaggio a Roma coi suoi ragazzi, l’impressione sfavorevole di tutto il gruppo barbianese sul comportamento del personale addetto ai musei vaticani e alla basilica di San Pietro.
Nella loro quasi totalità, gli impiegati del Vaticano si sono mostrati nel modo seguente: “Irriverenti verso il sacerdote, irriverenti verso l’educatore, insensibili di fronte a ragazzi di montagna, sensibili solo alle contesse tinte e ingioiellate. (…) in Vaticano dei ragazzi di montagna che vivono fra dure privazioni contano meno di un oppressore in marsina e cilindro con moglie letteralmente coperta di gioielli e tinta che abbiamo visto distintamente a mezzo metro dal Papa.
I miei ragazzi non sono abituati a vedere donne tinte. Nessuna delle loro mamme o sorelle si tinge” (DM 224-226, IC 69-70).
Nell’interpretazione del priore di Barbiana l’episodio della visita in Vaticano assume importanza in quanto emblematico di un modo d’essere deprecabile della chiesa, nonostante l’unica impressione favorevole suscitata dal papa Giovanni XXIII: “Per le cose dette e per la maniera di dirle. Sembrava davvero un contadino o un vecchio parroco di montagna” (DM 222, IC 67).
 
9. Cristianesimo e lotta nonviolenta contro l’ingiustizia sociale.
 
 
La solitudine dell’esilio di Barbiana (negli anni dal 1954 alla morte nel 1967) rafforza in lui lo spessore del colloquio intimo con Dio, le ragioni di una fede matura, indissolubilmente congiunta all’amore e alla comprensione del prossimo, ma si approfondisce in lui pure la consapevolezza dell’abisso fra la realtà della chiesa e le potenzialità del messaggio evangelico, oltre a quella del proprio ruolo e della propria missione: “siamo noi che dobbiamo tirarci il vescovo dietro, non lui noi” (DM 234).
Don Lorenzo rimane presto deluso anche dal cattolicesimo politico. Il suo giudizio sul “cattolicesimo imperante” nella società, nelle istituzioni e nella vita politica, in particolare sulla Democrazia Cristiana, il principale partito di governo e punto di riferimento dei cattolici nel secondo dopoguerra del XX secolo, è durissimo.
Scrive a Carlo Weiss il 30/10/ 1950: “M’hai detto che studi la D.C. Spero che non la prenderai sul serio. E specialmente che tu non cada nella tentazione di considerarla un’emanazione del cristianesimo! Dio te ne guardi. La saggezza umana di rimandare la giustizia a più tardi colla scusa che oggi è imprudenza, è ben più profondamente atea che lo sbuzzar preti e profanar chiese.
Speriamo che Dio riesca a perdonarli. Il nostro comune nonno Geremia non li avrebbe perdonati di certo. E neanch’io! Quando penso ai poveri traditi e traditi in nome di Cristo e in nome della libertà che per loro poveri è proprio la catena più dura!” (IC 37).
Contro la religione del “Dio Quattrino”[21]  , l’inversione del rapporto Vangelo-mondo (come ha scritto Giulio Girardi, “Forse il vangelo non ha cambiato il mondo, perché il mondo ha cambiato il vangelo”[22]  ), la normalizzazione del messaggio evangelico (a causa della quale Gesù non appare più quel personaggio irrequieto e stimolante che dovrebbe essere), la separazione così diffusa e deleteria fra ideali e politica, don Milani ripropone il principio operante della bontà evangelica, la tensione alla giustizia come bene più alto dell’efficacia, del successo e del benessere privati. Il Vangelo era per lui materia di studio interminabile e appassionata, verità sempre attuale, da interpretare storicamente e criticamente.
Come risulta anche dal suo tentativo di catechismo, il Gesù di Milani è una figura perturbatrice. Scrivendo da S. Donato di Calenzano al regista francese Maurice Cloche, egli sottolinea il 15/2/1952: “Il disoccupato e l’operaio d’oggi dovranno uscire dal cinema con la certezza che Gesù ha vissuto in un mondo triste come il loro, che ha come loro sentito che l’ingiustizia sociale è una bestemmia, come loro ha lottato per un mondo migliore”.[23]
Per don Milani come per Oscar Arnulfo Romero  – assassinato sull’altare a El Salvador nel 1980 e divenuto simbolo di liberazione per credenti e non credenti[24]  -, il cristiano non si fa la vita comoda,  la parola di Dio non è un tranquillante, ma scuote e sollecita dalle fondamenta.
La fede non deve scadere  a strumento ideologico di legittimazione degli interessi economico-politici delle classi dominanti, ma la difficoltà consiste nel fatto che tale scadimento non è sempre consapevole, se pensiamo a ciò che Girardi ha chiamato “il primato dello spirituale” caratteristico dell’ecclesiocentrismo ufficiale.
La fede non va vissuta con la stanca abitudine di chi attende tutto dalla Provvidenza divina. Ogni prospettiva teologica paternalistico-assistenzialistica e deresponsabilizzante viene qui abbandonata.
Il mondo dei poveri otterrà la sua liberazione soltanto quando i poveri stessi saranno gli attori protagonisti della loro lotta di liberazione, da condurre in modo nonviolento e senza alcuna mitologia dell’ “odio di classe” e della “violenza rivoluzionaria”, propria invece dell’ideologia marxista-leninista in tutte le sue forme (c’è stato infatti il disastro del “marxismo-leninismo” sia come ideologia ufficiale novecentesca dell’Urss, dei paesi comunisti satelliti dell’Est e della Cina, sia come ideologia di gruppi minoritari e settari del dissenso anticapitalistico occidentale).
Nel primo folgorante testo (un articolo, inserito nella rubrica “L’uomo e il cristiano”, sulla situazione di Franco, giovane disoccupato di Calenzano) pubblicato da don Lorenzo il 15 novembre 1949 nel giornale “Adesso” di don Primo Mazzolari (un’altra grande figura del cristianesimo novecentesco italiano), colpisce quella frase rivolta a Franco (e, con lui, a tutti i soggetti deboli): “Perdonaci tutti: comunisti, industriali e preti” (cfr. ON 60-62), con cui egli riassume mirabilmente la crisi profonda, le inadempienze e le miserie del capitalismo, del comunismo e dell’istituzione ecclesiastica, ossia di tutte le ideologie dominanti e di tutti gli ideologismi.
Assumendo queste posizioni sin dal 1949 e dagli anni successivi di gestazione di Esperienze pastorali, don Lorenzo anticipava alcune tendenze teoriche – come la “opzione preferenziale per i poveri” – tipiche di quella che nella seconda metà del XX secolo sarà chiamata la “teologia della liberazione”: aveva visto giusto, dunque, “L’Osservatore romano” che, in un articolo non firmato del 20 dicembre 1958, dando notizia del fatto che il S. Uffizio aveva ordinato il ritiro dal commercio, la proibizione d’ogni ristampa e traduzione di Esperienze pastorali – le cui posizioni saranno ritenute qualche anno dopo dal loro stesso autore sin troppo moderate e superate dagli eventi conciliari -, aveva messo in guardia i fedeli dalle “ardite e pericolose novità” del libro (cfr. PU 261-275).
Come accadde più tardi, negli anni Ottanta del XX secolo, ai teologi della liberazione sudamericani ed europei (si pensi solo, ad esempio, al caso Ratzinger-Boff), anche don Milani negli anni Cinquanta e Sessanta fu accusato da influenti settori clericali conservatori di condividere il classismo più esasperato, la sistematica denigrazione della borghesia, la ribellione contro la struttura data della società caratteristici del marxismo.
Il suo fu indubbiamente un forte classismo antiborghese, in nessun modo, però, ispirato alle posizioni dell’ideologismo politico. Nel volto dei poveri e degli ultimi egli vedeva invece il volto di Gesù crocifisso, si trattava dunque di non rassegnarsi a un destino di subalternità, di operare concretamente per la resurrezione del mondo dei deboli e degli emarginati.
 
 
10. Educazione e  tensione all’eguaglianza nelle carte inedite.
 
 
I duri toni antiborghesi di Milani sono presenti in tutti i suoi scritti, editi e inediti. Leggiamo, ad esempio, fra le sue carte inedite, gli “Appunti per un nuovo galateo”, sorretti da una “intenzione evangelica di eguaglianza”: “l’educazione borghese non insegna il rispetto del prossimo, ma solo il rispetto degli appartenenti alla classe dominante” (DM 217-218; MV 112).
Il “nuovo galateo”  vuole essere non classista, anzi anticlassista e soprattutto per l’eguaglianza, contro il dominio di classe e il galateo borghesi: i veri classisti sono infatti i borghesi (cfr. DM 217).
In una lettera a Elena Pirelli Brambilla del 14 novembre 1961, informandola del progetto (poi rimasto incompiuto) circa un “libriccino” sul galateo, scrive che intende sottoporre il galateo attuale ad un “vaglio evangelico socialista e razionale”, con un richiamo esplicito alle tre principali fonti della sua ispirazione: il cristianesimo del messaggio evangelico (più che del dottrinarismo ecclesiastico), il socialismo (ben distinto dal “marxismo-leninismo” e dalle forme ufficiali di comunismo) e l’illuminismo o, forse meglio, neo-illuminismo (non aridamente borghese-razionalistico).
L’educazione autentica è il frutto della schietta ispirazione all’amicizia del prossimo e non ha ricette precostituite o formule magiche, non è insegnabile nella sua sincerità di fondo: “Quando l’educazione sarà quella giusta sarà semplicemente ‘sincerità’ cioè spontanea manifestazione d’un animo amico del prossimo la quale proprio perché spontanea non si potrà insegnare” (DM 217).
Molto interessanti e stimolanti, nel galateo di chi si sentiva a suo agio “solo tra gli oppressi”, sono le osservazioni sulle ipocrisie, falsità e doppiezze borghesi (che allontanano dalla “gioia di dir sempre la verità” e di vivere senza formalismi), sul “puzzo” (“Chi non sa sopportare sensazioni spiacevoli per amore dei più infelici non è degno di rispetto”), contro il fumo (“Chi fuma è più maleducato di chi si lava poco”), contro la moda: “La moda è da negarsi del tutto  è istrumento borghese con fini corrotti (mostrare la propria ricchezza cioè possibilità di buttar via ogni anno i vestiti dell’anno precedente) è in sé un insulto ai poveri e è guidata dagli industriali che si moltiplicano i loro guadagni” (cfr. DM 216-220, 230-231).
Negli appunti stesi nel 1962 per un “Progetto di scuola popolare”, sul modello e secondo lo stile di quella di S. Donato di Calenzano, pensata (e poi mai realizzata) per la Flog (“Fondazione lavoratori Officine Galileo”) di Firenze, troviamo proposte quanto mai significative per il nome della scuola, come “Scuola di discussione”, “Scuola sociale (questo è il nome più esatto)”, “Scuola di sovranità popolare”, “Scuola di coscienza di classe”, “Scuola dei cittadini sovrani”, “Scuola operaia”, “Scuola di politica”, “Scuola di sborghesimento”, “Scuola di padronanza del mezzo d’espressione”, “Scuola nuova”, “Scuola nostra”, “Scuola di attuazione costituzionale” (cfr. DM 252): proposte per il nome in cui sono davvero sintetizzati tutti i principali temi, interessi, fili conduttori della ricerca e dell’esperienza del nostro autore.
Fra gli impegni sottoscritti dal conferenziere della scuola Flog, oltre a quello di preparare scrupolosamente la lezione senza fidarsi della propria padronanza dell’argomento e di restare a disposizione della discussione successiva alla lezione senza limitazioni di orario, colpisce il seguente: “S’impegna per quella sera a non dir bugie e a non tacere la verità anche se ciò dovesse costargli vergogna per la sua chiesa, per il suo partito, per la sua patria, per la sua categoria” (DM 254).
Ciò che importa per il priore di Barbiana è continuare ad imparare alla scuola degli operai e dei contadini, cosa che, a suo avviso, rischia di dimenticare il suo amico Ernesto Balducci, figura emblematica del “prete di sinistra che non vede mai un operaio e un contadino”, interprete di una cultura essenzialmente libresca (cfr. la registrazione di un incontro di Milani, nel 1965, con Giorgio Pecorini e Adele Corradi su “Chiesa Santità Obbedienza”, DM 318-319). Una cultura libresca, quella di Balducci, che non gli ha però impedito – aggiungiamo noi – di ricordare con generosità (sino al momento della sua morte, all’inizio degli anni Novanta) e di scrivere pagine memorabili, di straordinaria incisività e lucidità   sull’insegnamento del suo amico don Lorenzo.
Nel “Progetto di un giornale-scuola” viene sognato un mondo in cui non vi sono più poveri, servi e padroni, che fa pensare al “sogno di una cosa” del giovane Marx (cfr. DM 245; IC 81).
Negli “Appunti varii”, ben sapendo di essere indicato da più parti come una figura profetica, fa dell’umorismo, dell’autoironia e ridimensiona nel modo seguente il suo essere “profeta”: “chi guarda la realtà quotidiana dei poveri invece che i libri dei ricchi sembra un profeta dinanzi al mondo che legge solo quelli”; “so che molti di voi mi stimano e guardano a me come a un profeta mentre non mi conoscono nemmeno e forse non han letto nulla di me.
Allora stimate l’aureola dell’esilio” (DM 231).
Nell’inedito “Strumenti e condizionamenti dell’informazione” (registrazione di un incontro barbianese del 1965 con insegnanti e studenti di una scuola fiorentina di giornalismo), Milani nega di essere un sognatore sociale e politico, afferma di essere solo un educatore, respinge ancora una volta l’accusa di classismo, sostenendo invece di voler eliminare il dominio padronale e, con esso, tutte le diseguaglianze e le classi sociali: “Si tratterebbe di eliminare i poggi e riempir le buche e fare le eguaglianze, se si dovesse parlare di sogni sociali e politici. Ma io non sono un sognatore sociale e politico: io sono un educatore di ragazzi vivi, ed educo i miei ragazzi vivi a essere buoni figlioli, responsabili delle loro azioni, cittadini sovrani” (DM 381).
 

Franco Toscani, Don Milani (3)ultima modifica: 2009-04-30T23:46:45+02:00da mangano1
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