F.Toscani, Don Milani e la passione degli ultimi (2)

erienze pastorali: “Io ricchezze non ne avevo. Erano loro che ne traboccavano e nessuno lo sapeva” (EP 242). Forse proprio l’amore strenuo per le ricchezze racchiuse in ciascuno e la cura rivolta alla loro espressione è il segreto dell’alto magistero di Milani, che già nella Lettera ai giudici (1965), riferendosi alla propria situazione di educatore sottoposto a processo, aveva scritto: “il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i ‘segni dei tempi’, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso” (ON 40).
Senza aver dato prima la parola ai poveri, non si può nemmeno evangelizzare. Com’è noto e testimoniato dai suoi allievi della scuola popolare di S. Donato di Calenzano, don Lorenzo arrivò a togliere il crocifisso dall’aula scolastica, perché non doveva esserci alcun simbolo che potesse far pensare ad una scuola confessionale e per rammentare a tutti il compito primario dell’elevazione civile, culturale e morale di ogni essere umano (cfr. IC 91, 241-244).[15] 
Così commenta ciò Balducci in Coscienza morale e verità cristiana in don Lorenzo Milani, una conferenza del 1984: “Milani era arrivato persino al punto di togliere il crocifisso dalla scuola, perché non voleva condizionare nessuno. Ciò non significava che egli non portasse dentro di sé tutto il Cristo della sua passione evangelica. Nella scuola, però, il processo formativo specifico non è l’apprendimento delle verità cristiane, bensì la crescita della libertà, dell’autonomia, della capacità di autodeterminarsi.
Questa è la teologia della liberazione! Questo è l’essenziale!” (IM 87).
Lettera a una professoressa (1967) – che ancor oggi, a decenni dalla sua pubblicazione, suscita polemiche e discussioni appassionate – è ben più che un atto di denunzia contro la scuola classista, è la rivendicazione d’una scuola al servizio della vita, che prepari ad essa con rigore e concretezza, senza vuoti formalismi.
Una scuola che non contempli più la tragica separazione tra lavoro intellettuale e manuale, come se l’uomo fosse fatto di sola mente o di solo sapere da un lato, di sola prassi o abilità tecnica d’altro lato.
Una scuola per la quale la cultura non sia mera chiacchiera da salotto, sterile esibizionismo e ornamento, gergo riservato a pochi specialisti, ma indispensabile caratterizzazione qualitativa ed elemento di crescita delle persone.
Che non indottrini, ma contribuisca a formare uomini liberi e autonomi, in grado un giorno di prenderne le distanze criticamente, sino a deriderla.[16]
Che denunzi e smascheri la violenza come legge del mondo, lotti contro il mondo ingiusto e per l’affermazione della dignità di tutti.
Che alimenti la speranza dei e nei poveri, colga e valorizzi le differenze culturali, il rispetto per le culture di tutti i popoli del pianeta: “In Africa, in Asia, nell’America Latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’essere fatti eguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità”.[17]
Qui davvero Milani e la scuola di Barbiana – assumendo pienamente i risultati dell’antropologia culturale del XX secolo – anticipano la proposta dell’ “uomo planetario” di Ernesto Balducci.
Ma, secondo quest’ultimo, noi ci comportiamo come se le tante “Barbiane del mondo”  non ci fossero e come se al mondo ci fossimo solo noi: “Il nostro mondo occidentale è ormai in via di rapida omologazione, senza più Est e Ovest, è un mondo che presume di possedere la cultura autenticamente umana. Di fronte al nostro mondo occidentale, le Barbiane del mondo…, perché Barbiana è un nome emblematico, Barbiana non è più in Mugello: Barbiana è in Africa, è nel Medio Oriente, Barbiana è una comunità musulmana, Barbiana è nell’America Latina. Le Barbiane del mondo dicono che noi ci comportiamo come se il mondo fossimo noi” (IM 128; cfr. DM 89-91).
L’attenzione va dunque rivolta alle “Barbiane del mondo” e al nostro rapporto con esse. A distanza di vent’anni dalla pubblicazione della Lettera a una professoressa, sul tema della “parola ai poveri” ha scritto nel 1987 Giancarlo Zizola: “Sono passati venti anni dalla morte di don Milani e la parola ai poveri continua ad essere un messaggio estremamente valido, purché sia reinterpretato alla luce della nuova condizione dei saperi tecnologici oggi. Noi viviamo in un processo di crescente omologazione. Il problema, quindi, non è quello di dare la parola. Essa è data, ma è una parola che fa poveri. Questa è la differenza fondamentale. E’ una parola che non libera più i poveri, ma li rende schiavi.
Attraverso questi processi di omologazione, omogeneizzazione crescenti, noi abbiamo la parola usata, consumata all’interno dei valori o dis-valori del mercato. In diretta connessione con gli interessi del mercato, un modello antropologico che è subalterno e funzionale agli obiettivi del mercato stesso. La parola si fa mercato e il mercato si fa parola.
Nel bagaglio dei poveri, oggi, non ci sono più duecento parole. Ce ne sono duemila, ma non sono parole di liberazione: sono parole di schiavitù. Questo è il punto decisivo della discussione. Per cui, il messaggio di don Milani per ritrovarsi come messaggio identico a sé stesso deve essere riletto sotto quest’aspetto. Lo dico con molta sommarietà e con tutta la sofferenza implicita in questa constatazione che non è facile”.[18]
A distanza di decenni dalla Lettera a una professoressa e dai tempi della scuola di Barbiana, è purtroppo rimasta immutata all’inizio del XXI secolo la miseria culturale delle classi subalterne, che ha soltanto cambiato forma nei nuovi scenari della civiltà consumistica e (come direbbe Günther Anders) “sirenico-spettacolare”. Le masse odierne sembrano quasi completamente irretite nei meccanismi e nei modi d’essere di tale civiltà. Questo irretimento ostacola e impedisce quella presa di coscienza e quella radicale assunzione di responsabilità che sono il fine essenziale cui mira il processo educativo secondo Milani. Anzi, l’irretimento favorisce i processi tuttora ampiamente in atto che vanno nella direzione dell’eterodirezione, del controllo e  della manipolazione politico-massmediatica delle masse, della crescita del conformismo e del populismo.
Su ciò riflette acutamente Pecorini nel suo Don Milani! Chi era costui?: “Identica a  quella di allora, immutata, è oggi (nel Mugello come in tutto il nostro mondo ‘progredito’) la miseria culturale delle classi subalterne, cui un po’ di sacrosanto benessere economico e di ubriacatura consumistica sommati a dosi massicce di rimbambimento evasivo-calcistico-televisivo, han tolto la consapevolezza della subalternità. Hanno anestetizzato la rabbia. Hanno dato la persuasione di vivere felici nel migliore dei mondi possibili. Hanno insegnato l’indifferenza, scorciatoia sulla via della droga. Hanno inculcato la presunzione di superiorità sui diversi, radice dell’odio e seme del razzismo. Hanno trasmesso l’orgoglio dei privilegi illusorii. Li hanno persuasi del valore dell’ignoranza. Della necessità dell’obbedienza a ogni moda. Dell’estraneità della politica. Dell’inutilità di qualsiasi impegno. Della priorità dell’interesse personale e privato sul collettivo e sul pubblico. Della superfluità risibile del senso civico. (…)
Le proposte di Lorenzo Milani e di Barbiana restano dunque tutte valide e possibili anche se probabilmente tutte irrealizzabili. Tutte necessarie, quindi tutte irrinunciabili. E su tutte bisogna continuare a puntare e  a lavorare. Pur sapendo che forse non si attueranno mai. Anzi: proprio per questo. Perché non è vero che il ‘segreto di Barbiana non è esportabile’. Lorenzo Milani lo ha scritto nel 1960, ‘cristianamente’ confortando con quel ‘non vi resta dunque che spararvi’ chi gliene domandava. Ma l’aveva scritto soltanto ‘per dar forza al discorso’, come sei anni dopo farà nel testamento. Esportare il segreto della Barbiana del Mugello, che sta tutto negli obiettivi, e ripeterne il metodo, che è tutto di impegno e di coerenza, nelle tante Barbiane del mondo, è l’unica possibilità/speranza che ci resta” (DM 149-150).
La scuola di Barbiana – nella quale il priore amò quotidianamente come propri i figli dei poveri, nella speranza del loro riscatto – fu un piccolo e prezioso experimentum mundi, un laboratorio di “utopia concreta”, il cui valore non potrà mai essere adeguatamente compreso dagli intellettuali saccenti con la puzza al naso, contro i quali don Lorenzo polemizzò a più riprese.
“Può venir fuori un buon comunista dalla mia scuola. E’ evidente”, egli disse nell’intervento del 3 gennaio 1962 a un convegno fiorentino di direttori didattici (cfr. IC 90-91).
In tale scuola – che fu per il suo animatore il modo per amare gli ultimi al di là dei dettami dell’universalismo astratto, anche cattolico – si operava per 12 ore dalla mattina alla sera, non si faceva neppure un giorno di vacanza all’anno, il priore incitava gli insegnanti al celibato per offrirsi totalmente all’insegnamento, esortando tutti a non avere alcun tipo di debolezza e a dedicarsi esclusivamente al servizio del prossimo. Campeggiava a Barbiana una frase di un ragazzo cubano: “El niño que no estudia no es buen revolucionario”, alla quale Milani aggiunse un’altra precisazione fondamentale: “El maestro que no estudia no es buen auctoritario” (cfr. IC 114-115; IM 46-47, 98). Le due frasi sono da dedicare a tutti quei presunti rivoluzionari e a quei sessantottini che – in nome di uno pseudoegualitarismo ideologico e di un permissivismo che finiscono col sancire esclusivamente il dominio dei privilegiati – ignorano o sottovalutano il valore della cultura, della ricerca e dello studio.
Il vero educatore è colui che confida nelle capacità creative, nelle possibilità ancora inespresse e latenti negli individui. L’educazione non è dunque essenzialmente in alcun modo indottrinamento ideologico, filosofico, religioso o politico.
Rileva qui con grande lucidità Balducci in Coscienza morale e verità cristiana in don Lorenzo Milani (1984): “L’educazione è risvegliare nelle coscienze la verità che è dentro le coscienze, in modo che esse diventino capaci di ragionare da sé, di giudicare da sé, di farsi libere in un mondo in cui la libertà è un rischio, una conquista e mai un dato di fatto o un dono radicato.
Questa visione del processo educativo vale in qualsiasi ambiente, in qualsiasi spazio dell’educazione. Ecco perché, senza nessuna indulgenza alla retorica celebrativa, Milani non è una figura del passato, ma una figura che abita ancora il nostro futuro” (IM100).
Nella scuola di Barbiana la centralità della dimensione contemporanea è dovuta alla grande attenzione per il tema dell’altro e della relazione con gli altri, all’esigenza acutamente avvertita non solo di conoscere, di elaborare idee, di possedere il linguaggio e la cultura, ma anche di vivere il presente e di inventare la storia.
La scuola vuole combattere sia l’individualismo sia il collettivismo astratto e statalistico per giungere a una migliore civiltà planetaria, per cambiare il mondo secondo i principi della giustizia e della sobrietà, della solidarietà e della condivisione.
 
 
7. L’esperienza della Scuola di Barbiana e la sua eredità odierna.
 
Possiamo leggere in Lettera a una professoressa: “La Scuola di Servizio Sociale potrebbe levarsi il gusto di mirare alto. Senza voti, senza registro, senza gioco, senza vacanze, senza debolezze verso il matrimonio o la carriera. Tutti i ragazzi indirizzati alla dedizione totale”.[19]
Siamo qui di nuovo in presenza di quel rigorismo morale di cui abbiamo già rilevato gli aspetti discutibili, eccessivi. E tuttavia ci sembra che nel clima di sfiducia, disaffezione e  scoramento che costituisce oggi la peggiore tentazione per chi vive nel mondo della scuola, riproporre all’attenzione l’esempio di don Milani e del suo fare scuola sia in primo luogo, per tutti coloro che agiscono nel mondo della scuola, un invito a rimeditare il senso del proprio operare, a ritrovare il piacere – che rischia sempre più di andare drammaticamente perduto – di un lavoro collettivo di crescita umana e culturale.
In Esperienze pastorali l’autore afferma che, per ottenere una buona scuola, non occorre tanto chiedersi “come bisogna fare per fare scuola”, ma, innanzi tutto, “come bisogna essere per poter far scuola. (…) Bisogna aver le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti, ma schierati. Bisogna ardere dall’ansia di elevare il povero a un livello superiore. Non dico a un livello pari a quello dell’attuale classe dirigente. Ma superiore: più da uomo, più spirituale, più cristiano, più tutto” (cfr. EP 234, DM 84-85, IC 90).
Sulle caratteristiche, in particolare sul fascino e sulla “durezza” della scuola di Barbiana, leggiamo la testimonianza di un suo ex-allievo, Nevio Santini: “La scuola di Barbiana era dura, però il priore la faceva molto semplicemente; non ti creava quel peso della scuola. Per me la scuola a Barbiana è stata un divertimento: avevo sempre voglia di imparare anche se durava dodici ore; non ci stancava, cambiavamo argomenti e si riusciva sempre a cogliere i punti più belli in ogni particolare tema. Si andava in profondità. Lui ti dava la voglia di conoscere questo tema fino in fondo. E poi il bello della scuola di Barbiana era quello che il tema se non lo si imparava tutti la scuola non andava avanti” (MV 171).
Tutto ciò va ribadito con forza, perché crediamo che in questi ultimi decenni sia stato operato – non solo a destra, ma  anche a sinistra e, in particolare, da determinati settori della cultura di sinistra – un certo travisamento del messaggio proveniente dalla Lettera a una professoressa.
Ci riferiamo a una certa linea di politica scolastica largamente permissivistica, che non ha indubbiamente costituito una risposta valida alla vecchia scuola borghese, autoritaria e classista, ha contribuito anzi a determinare la crisi in cui l’odierno mondo della scuola si dibatte e ha condotto di fatto a sottovalutare negli studi il valore essenziale dell’impegno, del rigore, della fatica, della costanza di applicazione, al fine dell’ottenimento di buoni risultati.
Occorre dunque, ora, prendere le distanze da una linea di politica scolastica fondata su di un malinteso  egualitarismo (che confonde il valore essenziale dell’eguaglianza con il rozzo egualitarismo livellatore) e sulle promozioni a buon mercato, non certo per ritornare alla scuola classista dei ricchi e dei privilegiati, ma per garantire un servizio pubblico scolastico di  maggiore qualità e profilo. Il messaggio autentico della Lettera a una professoressa non ha niente a che fare con quel rivoluzionarismo meramente ideologico-verbale che, insieme alla “cultura di classe” e al “nozionismo”, ha finito di fatto col gettar via ogni senso genuino della scienza e della cultura.
Si rende dunque necessaria e urgente una correzione di rotta di questo tipo, proprio per essere, nelle mutate condizioni odierne, all’altezza della provocazione proveniente dall’esperienza della scuola di Barbiana e per rispondere positivamente alla questione aperta dell’eredità del suo messaggio.
Ha ragione Balducci (nel saggio apparso nel 1977 su “Testimonianze” Attualità inattuale di Lorenzo Milani) nel sostenere che la scuola di Barbiana non è e non può essere un modello ideale o istituzionale da proporre e da applicare acriticamente, ma essa ha il valore di un messaggio inimitabile, di “un appello a nuove creazioni” (cfr. IM 50, 75 e DM 90-93).
Quella di Milani e della sua scuola è una proposta non solo di tipo scolastico o settoriale, ma complessiva, globale, in senso lato antropologica, etica, politica, culturale, ispirata a un profondo rinnovamento spirituale  e morale, fondata sulla piena affermazione della laicità, dell’autonomia e libertà della coscienza, dei diritti/doveri dei cittadini sovrani. Essa investe i principi di fondo e i modi d’essere ineludibili di una civiltà democratica. Per questo tutte le interpretazioni di essa ideologiche, settarie, integralistiche, confessionali sono completamente fuorvianti, di qualsiasi colore e orientamento siano.
 

F.Toscani, Don Milani e la passione degli ultimi (2)ultima modifica: 2009-04-30T14:52:57+02:00da mangano1
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